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In “Non è di maggio” Carrino racconta l’esistenza in chiave diversocentrica e femminocentrica

L'ULTIMO ROMANZO DELLO SCRITTORE NAPOLETANO È STATO PRESENTATO AL PREMIO STREGA 2021

Andrea Pini by Andrea Pini
5 Maggio 2021
in Libri

Non è di maggio (Arkadia, Cagliari 2021, pp. 256) è l’ultimo romanzo di Luigi Romolo Carrino, appena uscito in libreria. Nonostante l’autore abbia scritto altri testi in cui i personaggi si confrontano con il tema dell’omosessualità (vedi ad esempio Acqua storta, 2007), in questo caso non c’è traccia evidente di gaytudine. Quello che un autore gay, però, non può non fare è scrivere a prescindere dalla propria omosessualità, come se essa non avesse influenza sul modo di percepire sé, la visione del mondo, le storie da raccontare, la scelta dei personaggi, la scrittura.

E in questo senso si può dire che il nuovo romanzo di Carrino non fa eccezione perché l’interpretazione dell’esistenza qui raccontata è davvero non ordinaria, eccentrica e, al posto di essere gaycentrica, è diversocentrica e femminocentrica. E non si tratta del trito discorso sulla presunta “sensibilità omosessuale”, che ovviamente non esiste, ma, direi, di uno sguardo antropologicamente diverso sulla realtà, dato che le persone Lgbt+ sono “costrette” da sempre a guardare le cose da un altro punto di vista: quello che per noi è naturale, per gli altri è innaturale e viceversa. Una specie di mondo visto alla rovescia. Infatti due ragazzini diversamente abili sono i protagonisti maschili e uno strano universo femminile è coprotagonista di Non è di maggio, un mondo il cui centro non sono i maschi vincitori né le tradizionali ragazze, remissive e timorose, madri premurose. Qui le donne sono quasi sempre tormentate, infelici, colme di dolore e ribelli. Diverse.

Siamo nell’isola di Procida, in un tempo molto variabile che va grosso modo dal 1961 al 2008, con qualche incursione un po’ addietro. Procida è Procida, con la sua geografia fisica e con i nomi dei suoi luoghi, delle sue strade, ma è anche un personaggio del romanzo, che parla, si esprime, comunica. Così come parlano, e molto, anche il mare, che oltre ad essere il mare è molto altro, e il vento e le stelle, sempre presenti, sempre loquaci, sempre interattivi con gli altri protagonisti umani del romanzo. I protagonisti umani sono moltissimi. Ma il più importante è Salvo, la voce narrante in prima persona, un ragazzo che comincia a raccontare di sé e del mondo quando ancora è nella pancia della madre Angela e non smette mai di interpretare l’universo, il sole, le stelle e tutti gli uomini della terra, fino al termine della storia, quando lui è oramai un uomo fatto, 47 anni dopo. E racconta di molti personaggi che incontra o che sono assenti leggendo nel pensiero dei vivi, uomini, donne e bambini che sono stati i loro immediati antenati, o che sono morti troppo presto.

La realtà e l’onirico si mescolano continuamente, come fosse del tutto ovvio che il mare parli, che Salvo possa leggere nella testa di Rosina, che Rosina possa vaticinare il futuro, che Nuccio possa parlare anche se gravemente incapace, che Angela possa vivere come se non avesse mai avuto un figlio e invece ne ha avuti due, che i morti comunichino con i vivi, che il vento suggerisca cosa fare e cosa non fare.

Nella parte più realistica della storia, anche se non viene mai detto con chiarezza, Salvo è un bambino particolare, che non parla, non sa parlare, affetto da una qualche malattia grave che lo tiene a distanza dalla realtà e dalla madre Angela e dalla tata Rosina che si occupa di lui. Ma nel racconto le parti si invertono e Salvo si presenta come un bambino intelligente e iperdotato, capace di leggere nel pensiero degli altri e di interferire sulle volontà di chi ha accanto, mentre Angela vive la parte della donna annientata dal dolore di avere perso il fidanzato quando era incinta di Salvo (e del gemello Antonio) e per questo rifiuta totalmente di riconoscere quel bambino, vivendoci accanto come se non esistesse. E poi c’è Rosina, Rosina la longa, Rosina curva come una parentesi, Rosina muta per il dolore di avere perso in mare il marito pescatore e i due giovanissimi figli, muta dal giorno della tragedia, Rosina la strega, Rosina la guaritora …

Accanto a Salvo e al suo mondo fantastico spesso si affaccia il coetaneo Nuccio, anche lui bambino dalla “mente offesa”, “bambino rotto”, privato dalla nascita degli strumenti per capire, per badare a sé, per comunicare, per esprimersi. È capace solamente di lanciare delle grida inarticolate. Ma nel mondo irreale di Salvo i due diventano amicissimi, chiacchierano, si comprendono, sognano una vita futura, percorrono tutta l’isola con i loro giochi inventati due volte, si amano di un sodalizio tanto immaginario quanto tenero e affettuoso. E ci sono anche il coniglio Birillo, la cagnetta Nerina sempre incinta, e migliaia di uccelli che volano ovunque, codazzurri, pipistrelli, gabbiani, avocette…

La storia di Salvo si arrotola su se stessa, si ripete decine di volte, come quella della madre Angela annientata dal dolore di una perdita, o come quella della nonna di Angela, impazzita a causa dell’omicidio del suo amante, o come quella dell’ebreo Ciccio circondato dall’affetto dei cani di tutta l’isola. O come la storia di quella tempesta che travolge il peschereccio di Gennaro e dei suoi figli, spazzandoli via per sempre e spazzando via la lucidità dalla mente di Rosina che per sopravvivere si trasforma in strega muta e preveggente. Storie che si rincorrono ossessivamente in un moto circolare che le fa ricominciare sempre da capo. E infatti il romanzo non ha un vero finale, l’autore ci instilla il dubbio che tutto ciò che ha raccontato potrebbe non essere accaduto o magari accaduto in un tempo lontano o che forse deve ancora accadere. Nonostante questa fluidità tra reale-irreale, prima-dopo, tempo fisico-tempo mentale, il romanzo di Carrino è pieno di date e di conteggio di anni. Tutto parte dal 1961 e 32 anni dopo succede qualcosa, e 47 anni dopo succede qualcos’altro. Ma anche non succede nulla, semplicemente la vita va avanti. E quindi c’è il ’93 ma anche il ’76 e il 2008. E poi c’è sempre l’”adesso”, che Carrino fa scorrere avanti e indietro disorientando noi lettori e proiettandoci in un tempo metafisico e assoluto.

Lo stupro della bisnonna Marta, l’omicidio dell’amante della nonna Angela Rosamaria, l’internamento nel campo di sterminio nazista dell’ebreo Ciccio, la morte in mare della famiglia di Rosina, la morte per tifo del papà di Salvo, la sottomissione della nonna Anna al marito-padrone Serafino Lieto, ecc. I personaggi di Non è di maggio sono tutti pieni di dolore e non riescono a liberarsi da quel dolore, non sono capaci di lasciarlo andare, se non in rari momenti che non sono mai definitivi. Ognuno di loro ha vissuto e vive un dramma che non sa neppure comunicare, anche se lo vorrebbe. E il mutismo di Salvo, di Nuccio, di Rosina, di Angela, di Ciccio rappresenta in modo drastico la debolezza della parola di fronte all’espressione del dolore, della perdita. Ed ecco che quei drammi possono solo essere intuiti e letti direttamente nei pensieri, nei presagi, nei sogni, nella magia. Nonostante tutto questo dolore il romanzo di Carrino è pervaso da uno spirito poetico misteriosamente leggero, che riempie i polmoni della brezza dolce di Procida e gli occhi dei suoi azzurri luminosi. E probabilmente è proprio questa la vera magia di Non è di maggio, la capacità di contenere un inno alla natura, avversa o gentile, animata o inanimata, che racchiude tutto e tutte e tutti, e che invita anche noi lettori a sentirci parte di qualcosa di grande e di universale: «L’errore più grande che un uomo possa fare è credere di essere una razza a parte che non ha nulla in comune con le farfalle e con i larici».

Forse la cosa più bella di questo romanzo, dunque, è la scrittura. Una scrittura ricchissima e molto molto poetica, piena di immagini evocate, a volte storpiata, disseminata di parole in dialetto campano o di frammenti di frasi in latino, sempre musicale, sempre tesa e drammatica, densa dei colori dell’isola, dei suoi panorami, dei suoi fiori, dei nomi delle sue piante, dei suoi cieli infiniti.

E poi c’è un’altra ossessione, quella per la fisica, come dichiara Carrino stesso in una delle ultime pagine del suo libro. È una fisica ad uso e consumo letterario ma è sempre presente con la sua forza di gravità, le curve sinusoidali, l’energia e la massa dei corpi, i sistemi solari e l’infinità dell’universo, la velocità del vento e la forza d’urto delle onde, i secondi di caduta di un corpo che precipita, il difficile concetto dello spazio-tempo…

E infine, ma ci sarebbero ancora tante altre cose da dire, ci sono gli omaggi di Carrino ai grandi scrittori e scrittrici che lui ama e che riconduce all’isola di Procida e al suo mare. Il primo è Pier Paolo Pasolini a cui deve il titolo del suo romanzo, poi c’è Elsa Morante con L’Isola di Arturo, che è appunto Procida. E il mare dell’isola è quello stesso mare di Anna Maria Ortese e del suo Il mare non bagna Napoli, e di un altro lontanissimo mare, quello di Virginia Woolf, alla quale dedica il titolo del capitolo Gita al faro.

Tags: arkadialgbtlibriluigi romolo carrinonon è di maggioomosessualitàpersone lgbti
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