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Home Mondo

Per il Boston Globe il film di Guadagnino è un’esaltazione degli abusi sessuali sui minori

Francesco Lepore by Francesco Lepore
2 Febbraio 2018
in Mondo

Chiamami col tuo nome, la pluricandidata pellicola di Guadagnino ai premi Oscar, finisce nel mirino della stampa statunitense con l’accusa di esaltare gli abusi sessuali. Secondo Cheyenne Montgomery – come riportato nella sezione Opinion del Boston Globe – il film, pur presentando un’abile regia e una splendida fotografia, è in realtà un’esaltazione della predazione di un adulto nei riguardi d’un adolescente. È percio, a suo parere, «immorale e pericoloso».

Professoressa di biologia a Portland dove vive con sua moglie Amy e tre figli nati da un precedente matrimonio, Cheyenne sottolinea come i critici tocchino il «problematico divario di età» tra il 17enne Elio e il 24enne Oliver (rispettivamente interpretati da Timothée Chalamet e Armie Hammer) ma finiscano poi per minimizzarlo e profondersi in elogi.

Non si tratterebbe quindi assolutamente di «un trionfo erotico» o di «una meraviglia romantica» contrariamente dalle valutazioni di alcuni giornali. Chiamami col tuo nome  «non parla – secondo Montgomery – di un uomo più anziano e uno più giovane. Falsa una relazione di sfruttamento tra un adulto e un adolescente. Queste relazioni manipolative causano danni duraturi, come so per esperienza personale».

E, paragonandosi a Elio che, sdraiato sulle ginocchia dei genitori in un pomeriggio piovoso, crede di essere un adulto autonomo ma in realtà non lo è, Cheyenne narra di sé quando a 15 anni inizia a studiare a Wallingford presso il Choate Rosemary Hall. Il prestigioso college privato misto, cioè, che ha annoverato tra i suoi allievi nomi dal calibro, ad esempio, di John Fitzgerald Kennedy, Michael Douglas, Glenn Glose, Paul Giamatti. E che, lo scorso anno, è stato travolto da un’inchiesta giornalistica su studenti, vittime di numerosi abusi sessuali tra il 1960 e il 2010.

Cheyenne parla dell’incontro, avvenuto in quel primo anno di permanenza al Choate (1989), con  l’allora 27enne Angus Mairs, professore di matematica e assistente di dormitorio. Tra i due s’instaura un rapporto confidenziale che spinge Cheyenne, dopo ripetute domande del docente, a rivelargli di essere stata più volte sessualmente molestata in famiglia.

Una confessione che, anziché spingere l’insegnante a denunciare gli abusi, lo porta a stringersi sempre più confidenzialmente a Cheyenne fino a quando i due avviano una relazione. Relazione continuata anche dopo che l’adolescente perde la propria verginità durante un campeggio estivo e terminata solo con la fine della docenza di Mairs al Choate. Anche se invitata da questi a non dire nulla a nessuno, Cheyenne si confida con Björn Runquist, 43enne professore di francese e nuovo assistente di dormitorio. Fra i due s’instaura une relazione sessuale simile a quella precedente.

La propria esperienza è paragonata da Cheyenne Montgomery sul Global Post con quella del protagonista di Chiamami col tuo nome: «Un Elio della vita reale – scrive la donna che sta preparando un libro autobiografico –  molto probabilmente soffrirebbe di depressione e potrebbe anche diventare un suicida».

Il film di Guadagnino potrebbe perciò, secondo Montgomery, «causare danni reali normalizzando questo tipo di conquista sessuale. Potrebbe essere particolarmente dannoso per i giovani della comunità Lgbt, che sono già ad alto rischio di depressione e suicidio». 

Tags: abusi sessualiattualitàcheyenne montgomerychiamami col tuo nomecinemaesteriluca guadagninooscar 2018pedofiliapersone lgbtpersone lgbtipremi oscarthe boston globe
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