L'ARCOBALENO TEDESCO D'INCANTO SI SPEGNE
Il saluto a tre dita, la croce serba ortodossa, esibito da Jovanovic alla fine del match vinto dalla Serbia contro la Germania, lo fece anche la vincitrice serba dell'Eurofestival, Marija Serifovic
sabato 19 giugno 2010 , di
Il Manifesto
Si potrebbe anche discutere del saluto a tre dita, la croce serba ortodossa, esibito da Milan Jovanovic alla fine del sorprendente match vinto dalla Serbia contro la Germania. Si potrebbe perché non è esattamente un gesto irreprensibile, politicamente e storicamente parlando. Due anni fa lo stesso Milan Jovanovic che giocava per lo Standard Liegi fu bersagliato per tutta una partita dai tifosi belgi del Germinal al grido di «Kosovo Kosovo» e per tutta risposta, appena segnato un gol, mostrò a loro le tre dita aperte. Ma lo fece anche la vincitrice serba dell'Eurofestival, Marija Serifovic, mostrando il saluto ai giurati bosniaci che le avevano attribuito il minimo dei voti. E così via. Agli sportivi serbi piace, pare.
Che la nazionale in rosso, scesa in campo dopo il deludente esordio contro i ghanesi (1-0 su rigore), avesse in serbo (sorry) qualcosa di grosso lo si era capito subito. La Germania era scesa in campo con i favori del pronostico e la stessa elegantissima squadra (4-2-3-1 con il fantasista Özil al centro) che aveva travolto l'Australia. Nella prima mezz'ora si è trovata di fronte il muro dei serbi disposti con un arcigno 4-5-1 e abili oltretutto a ripartire in contropiede. I tedeschi si sono innervositi, sono naufragati nell'impazienza e nell'inesperienza della loro giovane squadra. Hanno collezionato i primi cartellini gialli. Il bomber Miroslav Klose, deputato a bloccare le ripartenze serbe, ha infine esagerato rimediandone due di cartellini, l'ultimo su Stankovic, e l'espulsione. Il gol di Jovanovic - a due passi dal portiere battuto - è venuto giusto un minuto dopo.
Si discuterà anche dell'arbitraggio. Lo spagnolo Alberto Undiano è famoso per aver buttato fuori 11 giocatori in 17 partite della Liga, e ieri non ha fatto sconti. Ma c'è poco da dire: i due interventi di Klose, pur non essendo cattivi erano di fatto mirati sul portatore di palla. Ridotta in dieci, la Germania comunque non ha cambiato atteggiamento. Ha costruito gioco, mandato in area le sue stelle e stelline, Podolski, Özil e gli altri. Neppure la Serbia ha cambiato di una virgola la sua partita: ha risposto colpo su colpo, rivelando particolarmente in Krasic - spento all'esordio contro il Ghana, nel mirino della Juventus - una favolosa ala destra. Il suo marcatore Badstuber lo ricorderà a lungo.
Ma il dramma doveva ancora venire. Al 60esimo minuto il serbo del Manchester United Vidic ha toccato con la mano un cross in area scoccato da Podolski. Rigore e ammonizione. E Podolski dal dischetto si è fatto facilmente parare il tiro dal portiere Stojkovic. Era dal 1974 - dicono - che la Germania non sbagliava un rigore in Coppa del Mondo. Magari sarà colpa del pallone, ma la Germania, si è detto e ripetuto, non è più quella dei panzer di una volta. E proprio questo gli ha fatto guadagnare inaspettati tifosi e appassionati apprezzamenti in tutta Europa.
Varata da Klinsmann allo scorso Mondiale, con psicologi, alimentazione bio, buone vibrazioni, bel gioco, e soprattutto con una formazione Arcobaleno di turchi, brasiliani, polacchi, serbi, la squadra tedesca ha proseguito la missione con il secondo di Klinsmann, Joachim Low. È quel signore con un giovanile ciuffo di capelli neri, vagamente emo, che ieri si è presentato in panchina con un lezioso cardigan blu e la t-shirt bianca con lo scollo. A seconda dei punti di vista, un dandy o un manichino - perché nel calcio il confine è molto sottile, e dipende quasi sempre dal risultato finale.
Certo, che l'arcobaleno tedesco si sia infranto momentaneamente contro l'orgoglio serbo è cosa di un certo peso simbolico. Era passata appena una notte, oltretutto, dal disastro francese contro il Messico. Dei francesi black, blanc, beur che segnarono l'utopia multietnica del calcio degli anni zero, finalisti ancora lo scorso anno, è rimasta in campo soltanto l'ombra: una non squadra di professionisti moderatamente annoiati che «giocano male, non giocano, non si amano, non sorridono neppure dopo un dribbling riuscito». L'ha detto Daniel Cohn-Bendit, ieri.
Detto questo, brava Serbia. Tre dita a parte, l'esultanza di Milan Jovanovic dopo il gol passerà di diritto all'antologia di questo mondiale. Il giocatore è corso verso lo spicchio di stadio dei supporter serbi, ha scavalcato i cartelloni pubblicitari e se avesse potuto si sarebbe buttato in mezzo a loro. Come Bono Vox degli U2 ai vecchi tempi. Rock'n'roll. Per la Germania la prova d'appello sarà contro il Ghana, ultima partita del girone.