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  LA BINETTI: LASCIO IL PD PERò STIMO BERSANI
Ovazione al congresso dell'Arcigay: finalmente va via
lunedì 15 febbraio 2010 , di La Gazzetta del Sud
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  di Aldo Puthod

ROMA - «Sono addolorata, ma non posso restare in un partito egemonizzato nel Lazio da Emma Bonino. Tutte le mie battaglie le ho combattute dal fronte opposto al suo»: Paola Binetti alla fine rompe gli indugi e lascia il Pd per andare, come altri prima di lei, a ingrossare le file del partito di Pierferdinando Casini, l'Udc.

Dopo i tanti «potrei» di questi mesi, ora va di scena il «devo». Un dovere in primo luogo, spiega in un'intervista all'Ansa, verso i propri principi, quelli che hanno guidato il suo impegno di cattolica in politica e nel Pd, oggi negati dalla candidatura della leader radicale a governatrice del Lazio.

Ha ricevuto pressioni d'Oltretevere per abbandonare il Pd? «No, assolutamente. Nessuna pressione d'Oltretevere. Non si ha alcun bisogno pressioni quando i temi che mi hanno spinto a fare questa scelta sono così intimamente sentiti».

Aveva già comunicato le sue dimissioni a Bersani? «Ufficialmente no. Ringrazio Bersani per la stima e l'apprezzamento, io lo contraccambio. Quando ho detto che mi attendevo qualcosa da lui in termini di sintesi, lo dicevo proprio perché lo stimo e perchè sono cosciente del livello di conflittualità interna del partito. Bersani, per il suo equilibrio e la sua paziente capacità di cucitura, ogni giorno vive l'avventura di rimettere insieme il partito».

Bersani incassa la notizia – arrivata attraverso le colonne del «Corriere» diieri – e si dice «dispiaciuto» della scelta. Ma rifiuta la critica della Binetti di non aver saputo mediare, di non essere stato «il leader della sintesi con i cattolici»: «Aspettare dal segretario del Pd la garanzia della sintesi tra diverse culture lascia immaginare un'idea di partito a stanze comunicanti ma separate, con qualcuno che regola il traffico o amministra un condominio. Io credo, invece, che la sintesi richieda uno sforzo più generoso e profondo».

E comunque, osserva, se qualcuno va via («L'allontanamento della Binetti è quello che spiace di più») altri arrivano a sostenere lo sforzo di fare del Pd il «partito del secolo».

Dispiacere, ma anche lontananza dalle ragioni della scelta della scelta, vengono espressi da due esponenti ex Dc del partito, il vicesegretario Enrico Letta («Avrei preferito avesse dato una chance in più al Pd perché sono sicuro che il lavoro che si sta facendo alla fine pagherà») e l'ex segretario del Ppi Pierluigi Castagnetti («È una grave perdita» e «credo di poter dire, anche a nome della maggioranza dei credenti che restano nel Pd, tutta l'amarezza per una scelta per una scelta personale che merita rispetto ma che non può essere condivisa»).

Marco Follini, ex segretario dell'Udc ora senatore Pd, afferma di nutrire «rispetto», pur non condividendola, per la scelta della Binetti. E se ora il vertice del Pd parla, «troppe volte» è un «silenzio gelido e burocratico» ad accompagnare lo «stillicidio di abbandoni». Critico con la gestione Pd, pur se da un altro versante, è anche l'ulivista Arturo Parisi: «L'uscita della Binetti segnala infatti il fallimento della sua scommessa personale ma anche l'incapacità del partito di farsi luogo di confronto tra persone e di sintesi al servizio della decisione politica».

Ad una «seria riflessione» sul pluralismo interno invita Rosy Bindi, presidente del Pd, che dà ragione a Bersani quando dice che il partito non è un «condominio», salvo osservare: «Forse la responsabilità non è solo di chi se ne va, ma anche di chi avendo responsabilità non riesce a capire il disagio di tanti».

Il PdL, dal canto suo, ovviamente festeggia la scelta della deputata «teodem».

E lo stesso fa, per diverse ragioni, l'Arcigay, che nei confronti della Binetti ha in corso una causa civile per alcune sue affermazioni ritenute «omofobiche». Una standing ovation al congresso in corso a Perugia (dove il siciliano Paolo Patanè è stato eletto al posto di Aurelio Mancuso come presidente nazionale), dell'Arcigay ha accolto la notizia dell'addio della Binetti.

Felice anche il leader di Gaynet Franco Grillini: «Ha molta visibilità, ma nessun voto» sul territorio; era «una infiltrata dell'Opus Dei».

Pronta la risposta della Binetti: «Non ho un voto sul territorio? Al posto di Grillini non sarei così sicuro. E a quanti sono contenti, rispondo: ringraziamo Dio che sono uscita».

 
 
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Franco Grillini
 

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