Questo è un romanzo terribile. Ci racconta infatti una storia vera e assolutamente disumana, una storia accaduta soltanto una sessantina di anni fa, in Europa, di cui poco finora si è parlato. Forse anche perché le protagoniste sono state particolarmente restie a parlarne. A svelarcela è una persona che l’ha vissuta da ragazza e non è mai più riuscita a dimenticarsela neppure adesso che è vecchia e non ricorda bene cosa le è successo ieri, o un’ora fa. Pagina dopo pagina, senza tralasciare un solo particolare, Frau Kiesel nella sua casa di Berlino passa in rassegna per la scrittrice Sveva tutto quello che accadeva nel bordello di Buchenwald, voluto da Himmler nel 1942. Dietro Sveva si nasconde Helga Schneider, l’autrice del Rogo di Berlino (Adelphi), la sua autobiografia di bambina tedesca abbandonata con il fratellino dalla madre che aveva voluto diventare guardiana del campo femminile di Ravensbrück, e che la zia — segretaria di Goebbels — aveva pensato bene di portare in visita nel bunker di Hitler.
«Stava lì, l’aguzzina delle SS, capelli biondi e ben curati, il rossetto sulla bocca dura, l’uniforme impeccabile… Stava lì e pronunciò con sordida cattiveria: 'Ho letto sulla tua scheda che eri la puttana di un ebreo. D’ora in poi farai la puttana per cani e porci'», ricorda Frau Kiesel , tra una tazza di caffè e una fetta di torta di mele. È solo l’inizio di questa nuova opera della Schneider sugli orrori del nazismo: La baracca dei tristi piaceri ( Salani, pp. 205, € 14). La baracca era frequentata sia dai detenuti sia dalle SS. I detenuti che si mettevano in fila per fare 15 minuti di miserabile sesso «ci disprezzavano profondamente, eppure sapevano bene che, tranne tre o quattro, noi non eravamo prostitute. Mi crede se le dico che difficilmente ho notato in qualcuno di loro un briciolo di solidarietà? ». Erano «ombre prostrate dai lavori forzati... ma ecco che non resistevano al bisogno di sfogarsi con una donna!». E così accadeva che qualcuno morisse subito dopo «il servizio».
Tra le SS alcuni toccavano le donne indossando guanti di pelle nera, altri — e Frau Kiesel solleva la sottana per provare la veridicità di quel che dice — segnavano col sigaro acceso la loro preda, altri ancora, impotenti, si fermavano a raccontare piangendo le tragiche vicende della loro infanzia e adolescenza. Ma il peggio era — e questo la vecchia signora sembra proprio che non riesca a tradurlo in parole — quando il medico criminale, il danese Carl Vaernet che sosteneva di poter guarire gli omosessuali, mandava alle prostitute i giovani che aveva operato «con successo», per vedere — spiando da una apposita finestrella — se i suoi pazienti erano davvero in grado di testimoniare la riuscita della sua «cura».
La prostituzione coatta, una micidiale forma di violenza, faceva dunque parte delle strategie politiche del governo di Hitler: è necessario che lo si sappia perché non accada mai più. Eppure, è il commento amarissimo di Helga Schneider, «la violenza sulle donne è antica come il mondo, ma nel 2009 avremmo voluto sperare che una società avanzata, civile e democratica non nutrisse le cronache di abusi, omicidi e stupri».