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«CHIEDO GIUSTIZIA PER MIA SORELLA MANUELA»
Parla Giacinta Di Cesare: noi parenti non abbiamo saputo più nulla dell’inchiesta
domenica 23 novembre 2008 , di
Il Centro |
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Tornimparte La famiglia dell’ex transessuale teme che la vicenda finisca in archivio
ENRICO NARDECCHIA
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TORNIMPARTE. «Giustizia per mia sorella». Sono passati diciannove mesi da quel sabato mattina, quando Manuela Di Cesare, 38 anni, ex transessuale, fu uccisa sul divano della sua abitazione di via Monti Ernici ai Colli di Pescara. Un delitto irrisolto, visto che le indagini sembrano essere arrivate a un punto morto. Oggi la sorella Giacinta che vive a Tornimparte, nell’Aquilano, torna a chiedere giustizia.
«IL MATTATOIO». Alcuni giorni fa l’appartamento dove Manuela, 38 anni, che prima del cambio di sesso si chiamava Marco, abitava, è stato dissequestrato. E per la prima volta i familiari hanno potuto varcare quella porta, percorrere gli stessi passi che ha fatto un assassino ancora libero. «Là dentro è un mattatoio», racconta la sorella della vittima. «Il divano sporco, gli schizzi di sangue dappertutto. Entrare in casa di Manuela è stato come riaprire quella piaga. Ho rivisto la scultura che le avevo regalato e anche un quadro con un angelo che lei era venuto a prendersi a casa mia. La polizia ci ha detto poche parole, non ci hanno dato nulla di concreto sulle indagini. È passato tutto questo tempo e non si è arrivati a una conclusione: è assurdo. Siamo distrutti dal dolore e anche sfiduciati. Abbiamo perduto nostra sorella e non sappiamo chi è stato a strapparcela». L’inchiesta, fin dai primi momenti condotta dalla squadra Mobile di Nicola Zupo, dalle mani del pm Aldo Aceto, trasferitosi a Larino, è passata ora all’ufficio del sostituto Anna Rita Mantini. L’intenzione della Procura è quella di andare avanti comunque con altri accertamenti e di non disporre, almeno per il momento, l’archiviazione del caso. Anche se è trascorso più di un anno e mezzo dall’omicidio. Ed è sempre più difficile risalire al colpevole.
I SOSPETTATI. Almeno tre, finora, i personaggi finiti nel mirino della polizia ma poi in qualche modo usciti dall’inchiesta. Il primo un ex convivente della donna, un uomo originario di Frosinone ma residente a Lucoli. Fu Manuela a denunciarlo, nel 2000, per sfruttamento della prostituzione. I primi sospetti caddero su di lui, ma per l’indagine con il delitto non c’entra niente. Il secondo è un vigile del fuoco considerato tra i frequentatori di Manuela. Hanno indagato anche su di lui, che ha subìto interrogatori e perquisizioni, ma poi anche questa pista è stata abbandonata. Quella sera parlò con l’amica ma soltanto al telefono. Infine, anche uno slavo era stato sospettato del delitto ma poi è sparito dalla scena. Di tutti è stato prelevato il Dna. Gli accertamenti condotti dagli esperti della Scientifica per comparare il Dna della vittima con le tracce ritrovate nel lavandino del bagno di casa e in cucina non sono servite, finora, a individuare l’assassino. Quattro mesi dopo il delitto altre tre persone considerate frequentatori abituali della vittima sono state sottoposte al prelievo ma la comparazione ha dato esito negativo. A marzo scorso il pm ha disposto altri cinque prelievi di Dna ma i risultati del test sono un mistero.
LA CERCANO ANCORA. Su Internet, chiuso il sito escort, ci sono ancora in giro immagini di Manuela. L’aspetto macabro della vicenda è che oggi, a 19 mesi di distanza dal delitto, siano ancora accessibili alcuni indirizzi e-mail dove c’è gente che chiede di incontrarla.
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