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«CACCIATODAL PADRE PERCHé GAY» LA DENUNCIA
Aldo, 18 anni, sarebbe stato picchiato e allontanato dal padre, che lo aveva scoperto al telefono con il suo ragazzo
lunedì 11 giugno 2007 , di
Il Secolo XIX |
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Roma. Lui è gay e il padre lo picchia e lo caccia di casa. È la storia di Aldo, arrivato in Arcigay a Roma tramite la Gay Help Line 800 713 713, il numero gratuito per le persone lesbiche, gay e trans gestito da Arcigay. A raccontarla è proprio l'Arcigay di Roma, spiegando che Aldo da circa un anno frequenta il welcome group dell'associazione, ossia il gruppo di confronto e supporto per i giovani gay della Capitale.
«Circa due mesi fa - spiega l'associazione - il padre aveva ascoltato la telefonata del figlio al proprio ragazzo, e aveva reagito duramente con varie minacce, fisiche e verbali, per poi decidere di portarlo da uno psicologo al fine di `guarirlo´ dalla propria omossessualità. Dopo i primi incontri lo pisicologo ha chiarito ai genitori che il figlio non doveva guarire in quanto l'omosessualità non è una malattia» ed è stato allora, racconta Arcigay, che «il padre ha picchiato il figlio anche con l'uso di un bastone e ha minacciato di cacciarlo di casa, in quanto ormai Aldo ha 18 anni».
«Il caso di Aldo ci fa capire quanto ancora i nostri adolescenti sono costretti a subire dalle proprie famiglie - dichiara Fabrizio Marrazzo Presidente Arcigay Roma - che come quella di Aldo hanno partecipato anche al family day per chiedere più tutele per le famiglie ed il non riconoscimento delle famiglie gay, ma in questo caso sono proprio loro a non tutelare il proprio figlio impedendogli di vivere serenamente la propria adolescenza.
«Questo - prosegue Marrazzo - è un caso molto comune in Italia, di quello che un giovane adolescente deve subire dalla famiglia che dovrebbe essere il luogo `sicuro´ in cui un ragazzo dovrebbe crescere e dovrebbe essere supportato, luogo che per molti i giovani gay e lesbiche diventa un luogo da cui scappare». «Aldo è da poco maggiorenne, ora è sotto choc ed è sconvolto anche se può scegliere di denunciare il padre e di andarsene di casa e mettersi a lavorare».
Tuttavia, si domanda l'associazione, «è giusto che Aldo abbandoni il liceo e non continui gli studi, rinunciando così a tutti i suoi sogni? È giusto che, oltre a perdere l'affetto della famiglia, debba trovarsi un lavoretto giusto per sopravvivere solo perché gay?».
11/06/2007
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