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GIOVANI SUICIDI PERCHé OMOSESSUALI
Denuncia choc di Arcigay Trento: «Almeno tre casi recenti in provincia»
giovedì 07 giugno 2007 , di
La redazione |
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TRENTO. «Negli ultimi due anni almeno tre adolescenti si sono suicidati in provincia perché etichettati come omosessuali». E’ Stefano Cò, presidente dell’Arcigay del Trentino, a denunciare le pesanti conseguenze dell’omofobia che a suo dire persiste sul territorio. Una decina inoltre le aggressioni. Arcigay, Arcilesbica, Cgil, Uil, Ds, Laboratorio in movimento, Rifondazione e Radicali invitano i trentini a partecipare il 16 giugno al Gay Pride di Roma, contro la discriminazione e per la parità dei diritti.
Non c’è solamente “Marco” di Torino, il ragazzo di sedici anni che due mesi fa si è suicidato perché i compagni di scuola lo prendevano in giro dicendogli che era gay.
«Anche in Trentino sono accaduti degli episodi simili, solo che le famiglie hanno deciso di non rendere pubblico quanto accaduto»: è Stefano Cò, presidente dell’Arcigay Trentino a denunciare i gesti estremi che avrebbero compiuto negli ultimi due anni tre adolescenti in diverse località delle valli trentine.
«Sappiamo da fonti certe che questi ragazzi non sopportavano più le continue prese in giro e gli episodi di bullismo di cui erano vittime a causa delle loro presunte tendenze omosessuali - sostiene Cò - hanno descritto questa situazione, per loro senza soluzione, anche nelle lettere di addio scritte prima di togliersi la vita. Faccio un appello agli insegnanti, affinché tentino di recepire situazioni a rischio prima che sia tardi».
Due invece le aggressioni, espressione di omofobia, denunciati negli ultimi anni. Ma molti casi, una decina circa, rimangono in silenzio temendo ripercussioni.
Questo quanto emerso durante la conferenza stampa che si è tenuta ieri mattina alla sede Arcigay e Arcilesbica per invitare i cittadini a partecipare al Gay Pride che si terrà il 16 giugno a Roma. Il deciso sostegno all’iniziativa è stato dato dalle sezioni locali dell’Arcigay, Arcilesbica, Cgil, Ds, Laboratorio in movimento, Rifondazione Comunista, Rosa nel Pugno e Uil.
Partiti ed associazioni chiedono per le coppie dello stesso sesso «parità di diritti rispetto a quelle etero e alle famiglie tradizionali, come sancisce la risoluzione del Parlamentro europeo del 16 marzo 2000, ma anche un riconoscimento pubblico delle unioni civili, sia etero che omo». E poi viene sollecitata «una legge contro le discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale, unita alla promozione di azioni positive contro il pregiudizio omofobico e transfobico».
Da questo l’invito per Roma: «Ci rivolgiamo al movimento delle donne, alle organizzazioni delle lavoratrici e dei lavoratori, alle associazioni, agli intellettuali e ai gruppi giovanili perché ci aiutino a rendere il 16 di giugno un appuntamento in cui siano presenti tutte le pluralità».
In questi giorni verrà chiesto inoltre a rappresentanti istituzionali e personaggi pubblici di sostenere l’iniziativa «perché si tratta di civiltà e delle nostre vite».
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«Difficile farsi accettare se la famiglia è rigida» LO PSICOLOGO
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TRENTO. «Molte cose sono cambiate, ma permangono preconcetti e pregiudizi». A parlare è Renzo Luca Carrozzini, psicologo e sessuologo. «All’inizio degli anni Ottanta le persone omosessuali, soprattutto maschi, avevano i loro rapporti occasionali a Verona, Milano, Bolzano perché qui si vergognavano. Adesso non è più così». Eppure accettarsi e farsi accettare per i gay, e ancora di più per le lesbiche («C’è molto da lavorare sulle pari opportunità» spiega Carrozzini), non sempre è facile.
Possono incontrare difficoltà e ostacoli sia in famiglia («Questa adolescenza che si è allungata, con persone che stanno a casa anche fino a 30 anni, comporta che in Italia rispetto ad altri paesi ci sia ancora molto controllo da parte della famiglia sul modo di vivere la propria sessualità») sia nella scuola («Certe battute fanno stare male»). Carrozzini riferisce di un giovane delle scuole superiori che era stato da lui in studio: «Pochi giorni fa quando è ritornato mi ha detto di aver capito che il grande disagio che aveva era perché teneva nascosta la propria omosessualità per paura della famiglia». In questo caso la situazione si è risolta in modo positivo. Non è a conoscenza di suicidi in provincia scatenati dall’omofobia: «Ma certo, in una famiglia molto rigida che non accetta, qualcuno potrebbe arrivare anche a fare dei gesti come questi». «L’omosessualità - osserva Carrozzini - c’è sempre stata. Fino a 15-20 anni fa nei manuali di psichiatria era considerata ancora una perversione sessuale. Poi è cambiata la concezione. Nei paesi occidentali oggi la omossesualità non è più considerata una perversione, ma un modo diverso di vivere la propria sessualità. Questa liberalizzazione dei modelli diversi di vivere la sessualità, anche grazie alle figure di psicologi e sessuologi, ha slatentizzato certe tendenze di omosessualità che prima venivano tenute sotto freno per paura di essere additati. Per questo sembra che oggi ci sia un aumento dell’omosessualità». (eli.b.)
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