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 MONDO
  GAY PRIDE MOSCA. AGGREDITI LUXURIA E CAPPATO
In solidarietà con i diritti degli omosessuali arrivano parlamentari da mezza Europa
lunedì 28 maggio 2007 , di L'Unità
zoom A A A Scrivi a Gaynews Invia ad un amico Stampa
  di LEONARDO COEN

Domenica luminosa e calda. Mezzogiorno, piazza Tverskaja, di fronte al municipio di Mosca. Doveva essere la giornata del Gay Pride, ma il sindaco omofobo Yuri Luzkhov ha vietato la manifestazione: «E´ opera di Satana», aveva detto, «mai e poi mai autorizzerò una simile porcheria nella mia città». I gay e le lesbiche russe volevano infatti celebrare l´anniversario della depenalizzazione dell´omosessualità maschile in Russia (quella femminile non era punita dal codice penale che parlava solo di «rapporto sessuale tra maschi, ovvero sodomia»), sancita nel 1993.

L´organizzatore del Gay Pride di Mosca è l´avvocato Nikolai Alekseiev. Con lui, in piazza, ci sono anche gli italiani Vladimir Luxuria, parlamentare di Rifondazione comunista, e il deputato radicale del Parlamento europeo, Marco Cappato, oltre a numerosi eurodeputati tedeschi e austriaci e un membro del Bundestag. Notate anche Yulia e Katya, le ragazze del duo Tatù, rockettare che esibiscono nei loro concerti un rapporto lesbico pur non essendo lesbiche. Comunque, i delegati del Gay Pride decidono di recarsi in municipio e consegnare una lettera, sottoscritta da cinquanta deputati europei ed italiani. La piazza, fin dal mattino, è isolata e presidiata dalla polizia e dagli «Omon», le forze speciali antisommossa.

Ma ci sono anche altri spettatori interessati, anzi, pronti a menare le mani. E´ una piccola folla di energumeni, qualche estremista di destra, altri palestrati, molti indossano jeans e t-shirt nere; poi, nazionalisti, preti ortodossi (almeno un paio), attivisti che predicano il ritorno allo zarismo: «I gay non dovrebbero passeggiare per le strade di Mosca», dichiara bellicosamente Igor Miroshnicenko, vice capo dell´Unione dei Gonfaloni ortodossi, movimento religioso di ispirazione monarchico nazionalista. Sono attorniati da vocianti donnine con i tipici foulard delle beghine russe. Contestano i gay, gridano: «Mosca non è Sodoma!». Li guida un vescovo, che benedice gli energumeni incitandoli a compiere il loro sacro dovere. Questi partono all´assalto dei gay: almeno, è ciò che raccontano le vittime del raid. Gli ultras dei Gonfaloni, sotto il compiacente e tollerante sguardo della polizia (visto qualcuno che parlottava con gli agenti prima del pestaggio), non si fanno pregare. Pugni, calci, mentre le beghine lanciano uova marce. Marco Cappato si becca un cazzottone, anche Luxuria riceve prima qualche uovo poi alcune sberle. La polizia lascia fare, salvo fermare e portare via - diciamo rudemente - i gay, sbattendoli nei cellulari, diretti al commissariato. Un rito ormai tristemente noto, tra i manifestanti russi per i diritti umani. Luxuria, scampa il pericolo: avrà qualche problema all´aeroporto, per via del passaporto che ancora riporta le sue generalità maschili, Cappato, invece, finisce in guardina, assieme ad altri militanti gay, come Nikolaij Kramov, rappresentante dei radicali a Mosca, Ottavio Marzocchi, altro radicale e funzionario al Parlamento europeo e l´avvocato Alekseiev.

L´aggressione viene documentata dalle telecamere: molti i primi piani dei picchiatori, non dovrebbe essere difficile identificarli. Le immagini hanno fatto il giro del mondo, si accusa la Russia di intolleranza e repressione. Alla vigilia di un difficile G-8, ciò metterà Putin ancor di più in imbarazzo. I russi replicano che è stata una montatura e che si è cercato l´incidente a tutti i costi. Marco Cappato obietta: «Volevamo solo consegnare una lettera al sindaco di Mosca, il cordone della polizia chiudeva i manifestanti senza però proteggerci da alcuni contromanifestanti che gridavano e si lanciavano contro di noi, lanciandoci oggetti e uova. Ho personalmente visto anche alcuni di questi contromanifestanti che, prima di venire a lanciare dell´acqua, hanno parlato con i poliziotti che ci avrebbero dovuto difendere. Uno di loro ha cominciato a tirare calci ad Ottavio Marzocchi, ed è allora che ho iniziato a urlare in inglese, chiedendo perchè la polizia non ci difendesse. Tempo cinque secondi e sono stato trascinato via da agenti in tenuta antisommossa». Mentre Cappato raccontava la sua esperienza a Radio radicale in diretta, lo stesso Marzocchi, dirigente del Partito Radicale Non violento nonché funzionario del gruppo Liberale (ALDE) presso il Parlamento Europeo, si ritrova su un mezzo della polizia: «Ora devo chiudere, hanno aperto il furgone». Peggio è andata all´inglese Peter Tatchell, noto attivista per i diritti dei gay: picchiato selvaggiamente alla testa dai naziskin, sotto gli occhi e gli obiettivi di giornalisti, fotografi, nell´assoluta indifferenza dei poliziotti e del deputato russo di estrema destra, Alexej Mitrofanov, Dopo le botte, la beffa delle manette
 
 
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