giovedì 02 settembre 2010
 

 
 
home chi siamo segnala notizie cerca webmaster links
 
 RUBRICHE
 APPROFONDIMENTI
 IN PRIMO PIANO
 MONDO
 TEATRO, CINEMA, TV
 CULTURA, LIBRI
 SALUTE
 ECONOMIA
 ICONE
 VITA DI COPPIA
 SPORT
 RELIGIONE
 SESSO
 Opinioni
 LETTERE AL DIRETTORE
 DOCUMENTAZIONE
 ALTRI ARGOMENTI
 APPUNTAMENTI
 RISORSE
 Ai webmaster
 Cerca notizie
 Chi siamo
 Link gay
 Link non gay
 Segnala notizie
 Sostieni Gaynews
 RICERCA RAPIDA
Parola da ricercare:
Cerca anche nel testo della notizia
 
Ricerca avanzata
 
 TEATRO, CINEMA, TV
  CINEMA GLBT CHE PASSIONE
La 22ª edizione della rassegna «Da Sodoma a Hollywood» propone testimonianze, analisi e storie di amore, allegria, disagio e ricerca
venerdì 13 aprile 2007 , di la Stampa
zoom A A A Scrivi a Gaynews Invia ad un amico Stampa
  di DANIELE CAVALLA

Una settimana di immagini sul mondo gay. Preceduto dalle immancabili e stucchevoli polemiche, s’inaugura la sera di giovedì 19 aprile alla multisala Ideal la ventiduesima edizione del Torino International Glbt Film Festival «Da Sodoma a Hollywood».

La «prima», fissata per le ore 21,30, prevede come di consueto i saluti di rito del direttore Giovanni Minerba e degli assessori che hanno contribuito finanziariamente all’organizzazione, un po’ di spettacolo garantito in questo caso dai conduttori Sara Brizzi e Sergio Troiano, l’attesa anteprima di un film di rilievo (quest’anno «Crustacés et coquillages (Mariscos Beach)» dei francesi Olivier Ducastel e Jacques Martineau, ospiti in sala). Appuntamento all’Ideal, la cui sala grande è stata scelta per ospitare la prima e l’ultima serata di un Festival che ha cambiato sede: le centinaia di pellicole che caratterizzano il ricco programma verranno proposte infatti nelle tre sale dell’Ambrosio, multisala di corso Vittorio Emanuele 52. «Siamo stati costretti a spostarci dal Teatro Nuovo - sottolinea Minerba - per la sua inadeguatezza: se le sale fossero state tenute con cura saremmo rimasti, in quanto il locale è ampio e si trova in una posizione eccellente».

Il Festival presenta un vasto cartellone di film, documentari, cortometraggi sia in concorso (le pellicole in gara saranno saranno giudicate da tre giurie internazionali che assegneranno il Premio Ottavio Mai al miglior Lungometraggio e un premio per ognuna delle altre sezioni) che fuori dalle competizioni; per ogni concorso è previsto anche un premio del pubblico. Il «Panorama» consta invece di tre sezioni non competitive con la più recente e interessante produzione in pellicola e in video.

Una rassegna che esplora il mondo queer con immagini provenienti da tutto il mondo e che quest’anno ha scelto l’ottantenne cineasta californiano Kenneth Anger, figura di rilievo della scena sperimentale americana, come star. Al centro di una retrospettiva, Anger rimane a Torino per tutta la settimana. E a proposito di ospiti, fra i molti autori attesi sotto la Mole nei prossimi giorni figura l’israeliano Eytan Fox impegnato la sera di venerdì a introdurre al pubblico il suo ultimo lavoro «The Bubble» mentre Antonia Liskova, attrice della fiction «Zodiaco» tuttora in lavorazione a Torino passa dal set all’Ambrosio per «accompagnare» il lunfometraggio «Riparo (Shelter)» di Marco Simon Puccioni.

Oltre a Anger, il Festival 2007 - il secondo sotto l’egida del Museo del Cinema - rende omaggio al performer americano Ron Athey, alla regista e archivista statunitense Jenni Olson, al cineasta Philippe Vallois da considerarsi uno dei padri del cinema gay d’oltralpe e, in occasione del ventesimo anniversario della morte, a Andy Warhol presentando i suoi tre classici cult «My Hustler», «Chelsea Girls» e «Lonesome Cowboys».

Per il resto, «Da Sodoma a Hollywood» propone quest’anno parecchio cinema italiano, il locale newyorkese Studio 54 come icona moderna, l’inedita sezione «C’era una volta il west» (spietate bande di pistoleri gay, attrazioni fatali sotto il sole del deserto, violenti assassini dalle «strane» inclinazioni) comprendente titoli come «Se sei vivo spara» di Giulio Questi e «Requiescant» di Carlo Lizzani, il filone sperimentale «Voice Over» con l’omaggio al duo John Lovett & Alessandro Codagnone, all’artista Franko B. e i nuovi video di Brice Dellsperger e Jeff Burton (presenti al Festival, introducono le loro opere al pubblico).









Cinema gay a torino. C’è tanto sullo schermo di noi e del nostro cinema

di STEFANO DELLA CASA

Il cinema italiano, come accade ormai in tutti i festival più significativi, ha all'interno del festival da Sodoma a Hollywood una sua configurazione abbastanza particolare. Da un lato, infatti, ci sono in concorso e fuori concorso alcuni lungometraggi indipendenti che raccontano che cosa è oggi il cinema italiano e che cosa riesce a fare per raccontare temi non d'ordinaria amministrazione (anche se l'episodio gay di «Manuale d'amore 2 capitoli successivi», con Sergio Rubini e Antonio Albanese impegnati in una performance veramente notevole, dimostra che certi discorsi non sono più un tabù neanche nel cinema più schiettamente popolare, e lo stesso discorso spostato sul piano drammatico vale per un altro blockbuster come «Saturno contro»). Dall'altro ci sono i documentari che spesso sanno raccontare l'Italia di oggi meglio dei film di finzione, e questo ragionamento vale a maggior ragione per la tematica omosessuale oggetto di questo festival. Ma andiamo con ordine. Ci sono in concorso due lungometraggi, entrambi diretti da due autori che si sono già distinti nei festival. Giovanni Davide Maderna ambienta il suo «Schopenhauer» in una bellissima casa di campagna e racconta di un ragazzo che ha deciso di cambiare sesso. Come nei suoi film precedenti, Maderna riduce al minimo il ritmo del film a vantaggio dello scavo psicologico che descrive i protagonisti come persone interessate a discutere ogni aspetto della propria vita calandosi in un contesto completamente astratto, e ben simboleggiato dalla villa in questione. Marco Simon Piccioni ci propone il suo «Riparo» che ha già avuto un considerevole successo al recente festival di Berlino e tratteggia altri tipi di solitudini con un impatto molto più combattivo con la vita. Fuori concorso viene inoltre proiettato «Cover Boy», che si avvale dell'interpretazione di una delle attrici più notevoli del nostro cinema contemporaneo, Chiara Caselli. Se poi passiamo ai documentari, ai cortometraggi e ai prodotti in qualche modo realizzati per la televisione, ci accorgiamo che il numero dei film presentati cresce a dismisura e allo stesso tempo aumenta considerevolmente il numero di argomenti che vengono trattati. Ne prenderemo quindi due come esempio per tutti. E' molto seria, profonda e puntale la documentazione che Ernaldo Data e Margherita Giacobino propongono su uno scrittore che nel giugno scorso era stato a Torino ospite di quell'enorme successo che si rivelò il Gay Pride. E' invece ritmato, apparentemente leggero ma molto ben girato e molto ricco di idee «Golden Hayes», il film con il quale Max Croci (uno dei pochi veri creativi della televisione italiana) propone il critico militante Gianni Canova scherzare su uno strano ritrovamento di materiali che indicano con quali concetti e su quali criteri ci si basava negli anni della Hollywood classica per applicare la censura ai film. Come si dice, una storia inventata ma più vera della realtà: e potrebbe essere la ricetta giusta, la pietra filosofale per raccontare attraverso il documentario ciò che non si può forse raccontare in nessun’altra maniera.

---

DANZA E OMOSESSUALITA’

UN TEMA STERMINATO





SERGIO TROMBETTA

Danza e omosessualità. Il tema è sterminato, anche sotanto nei suoi aspetti video e cinematografici. Forse per questo il Festival non lo ha mai affrontato di petto, ma non ha mai mancato in ogni edizione di sfiorarne alcuni aspetti a volte anche solo secondari. Non è questo però il caso di «S/N» video dedicato a Dumb Type uno dei più interessanti gruppi giapponesi, caratterizzati da una forte ricerca videotecnologica ma anche legati a certi aspetti di teatrodanza centro europeo. «S/N» è una pièce di una decina di anni fa focalizzata sulle questioni legate all'omosessualità, le problematiche dell’HIV, le discriminazioni razziali, attraverso la figura di Teji Furuhashi, artista del gruppo morto di Aids. Non c'è danza ma è danzatore Pedro Machado, uno dei protagonisti-autori di «Fools and Kings», storia molto intimista di un amore, con doppia confessione-flusso di coscienza dei due protagonisti, illustrata da belle immagini. È un bel video di danza urbana invece «Dans le Passage», del canadese Nathaniel Siry-Fortin, coreografa Rosemary Gagné: un ragazzo e una ragazza incrociano i loro destini per le vie affollate o deserte di una grande città. Riflette una estetica queer infine il pezzo di danza che seguono in tv i protagonisti di «Celui qui danse a raison» di Arnold Pasquier: Dominique Mercy, danzatore di Pina Bausch in un assolo sulla romanza «Poveri fiori» di Giordano cantata da Maria Callas.

---



PHILIPPE VALLOIS



Precursore del cinema gay francese

intreccia pellicole alla vita vissuta







E' sempre stata una nostra prerogativa, quella di cercare, di scoprire e far conoscere autori e «nuovo» cinema. Con Vallois ci avevamo già provato fin dalle prime edizioni del Festival, fu difficile contattarlo. Due anni fa arrivò un suo lavoro per la sezione Concorso Video, «Un Parfum nommé Saïd», ma in quel momento ignorai nome e filmografia dell'autore: venne scelto. Sicuramente Vallois rimase contento del Festival e ci ha mandato il suo nuovo «Sexus Deï»; mi piacque subito e mi incuriosì al punto da andare a indagare meglio chi fosse l'autore. Era quel Philippe Vallois che negli Anni Ottanta, con Ottavio, non eravamo riusciti a contattare! E' quindi con grande piacere che rendiamo omaggio al precursore del cinema gay in Francia, a parte «Un chant d'amour» (1950) di Jean Genet e «Les Amis» (1970) di Gérard Blain. Per lungo tempo è stato pensato, ingiustamente, a «Race d'Ep» (1979) di Lionel Soukaz come film apripista in Francia, quando fu «Johan» di Vallois a uscire nelle sale francesi nel 1976: è la ricostruzione della storia d'amore che all'epoca lui stava vivendo con il «pericoloso» Johan. Per anni si erano perse le tracce, nel 2006 l'uscita in dvd con la riedizione, incluse le scene tagliate all'epoca. Ma già prima, nel 1973, Vallois si era chiesto perché le sue preferenze amorose e sessuali fossero ancora vietate al cinema e affrontò temi glbt in «Les Phalènes».

Il suo cinema passa attraverso la sua vita, le sue emozioni, le sue passioni: «Nous étions un seul homme» (1979) doveva essere un film hard commissionato, ma nella sceneggiatura entrano molti aspetti personali facendone un «altro» film. Nel 1983 «Haltéroflic» intreccia la sua vita grazie alla conoscenza con Illia, un ragazzo greco. Gli Anni Ottanta/Novanta - come capitò a molti di noi - lo portarono nel vortice dell'Aids con la perdita di amici e del compagno Jean nel '92. «Per curare la depressione non faccio riferimento al mio psicologo, ma alla mia videocamera Hi-8…», disse in quell'occasione. Nel 2003 Philippe Vallois incontra Christophe che diventa il punto di partenza di «Sexus Deï», realizzato dopo un viaggio in Marocco e tra le rovine del Libano, «un film in cui io, il “peccatore”, cerco di riconciliarmi con la religione della mia infanzia, un film in cui la sessualità è presente nelle mie riflessioni su Gesù». \



DOCUMENTARI





In «Paper Dolls» badanti

trans filippini assistono

ebrei ortodossi. E Louise

vive con due mamme



La Famiglia Normale

messa in discussione





Guardando i documentari in concorso quest'anno si potrebbe pensare che le forme di legame, affetto, solidarietà e sostegno tra esseri umani siano ben più varie e inafferrabili di quanto alcuni ci vorrebbero far credere. Basta vedere come la cura degli anziani sia ormai ampiamente delegata, nel mondo occidentale, ai migranti, per mettere in dubbio l'idea di Famiglia Normale. Proprio a partire dalla vita quotidiana tra anziani ebrei ortodossi e i loro «badanti» filippini transessuali, «Paper Dolls» ci offre un lancinante spaccato dell'Israele della Seconda Intifada: omofobia e razzismo, solitudine, vecchiaia e morte, ma anche la forza e la dolcezza di relazioni che si trasformano inevitabilmente in intensi legami d'affetto.

Forza e dolcezza sostengono anche la battaglia della piccola Louise, impegnata a dimostrare a chi le ha dichiarato guerra che lei con le sue due mamme ci vive benissimo. «My Mums Used to Be Men», le mie mamme prima erano uomini, e allora? E viene da chiedersi se della stessa determinazione dovrà aver bisogno anche il figlio di Sasha e Marina in «My Happy Family». Per ora è ancora nella pancia di una delle due, ma già si interroga sulla sua vita futura nella società russa: quale sarà lo status legale e sociale di una famiglia lesbica? Anche «Au de là de la haine» ci porta dentro la vita di una famiglia ma non per il lieto evento di una nascita ma per il dramma della morte. Il loro figlio e fratello è stato picchiato a morte perchè omosessuale. Il film, seguendo l'istruzione del processo ai colpevoli, restituisce il ritratto di una famiglia straordinaria.

Ma i vincoli di solidarietà certo non nascono solo dai legami di sangue o d'amore: le Estrellas de la Linea, prostitute di un sobborgo di Guatemala City, sono unite da un sogno: essere trattate con dignità e rispetto. Per avverarlo decidono di formare una squadra di calcio e di iscriversi a un torneo locale. Espulse perchè prostitute, otterranno però l'attenzione necessaria a far sentire le loro rivendicazioni. «In Dos Patrias: Cuba y la noche» sei uomini descrivono la loro vita nella Cuba dello scrittore gay Reynaldo Arenas. I suoi testi parlavano di amore, libertà sessuale e della lotta contro ogni discriminazione. Sono istanze ancora presenti a Cuba? In Spagna forse qualcosa si muove. Uno dei titoli in concorso si chiede «Ma la Spagna non era cattolica? Cosa la rende diversa dall'Italia?» Un giornalista spagnolo viene mandato in Italia a cercare una risposta. Chiude la selezione «Jack Smith and the Destruction of Atlantis», ritratto dell'artista statunitense che ha influenzato ogni generazione dopo di lui, padre della performance, era anche fotografo e regista.



VERSIONE ORIGINALE «'54» DI CHRISTOPHER



Studio 54, un mito lungo

21 spericolatissimi mesi





MARINELLA VENEGONI

Steve Rubell, la mente dello Studio 54, morì di Aids nel luglio del 1989. Aveva solo 45 anni, in giro si sapeva della drammatica condanna ma lui si guardò bene dal farne mai parola. Alla sua riservatezza leggendaria fu in qualche modo dovuto lo straordinario successo del locale che aveva aperto con Ian Schrager il 26 aprile 1977, fra la Settima e l'Ottava sulla 54esima strada, in quello che era stato prima un cinema e poi uno studio di registrazione della CBS, nel cuore pulsante di Manhattan. Steve, ex campione di tennis che veniva dalla gavetta, nato nel cuore operaio di Brooklyn e poi approdato al business di ristoranti glamour, amava mescolare la gente. Non gli sarebbe mai piaciuto dare una connotazione univoca al suo club, comunque di impronta gay. Ma lui - uno che agli appuntamenti di lavoro con i businessmen si presentava spesso con una graziosa ragazza - voleva mescolare. Mettere insieme, diremmo noi, il colto e l'inclita.

Dunque quella sera di aprile, all'appuntamento con il destino, mise qualcuno alla porta (e ci si mise anzi lui stesso), perché il pubblico fosse esattamente quello che aveva in mente. Nasceva il buttadentro, che doveva mescolare Liza Minnelli e l'idraulico, la coppietta in viaggio di nozze a New York e il travestito ispanico Potassa, Michael Baryshnikov e la drag queen. Saranno queste storie intrecciate di vite così diverse ad ispirare poi il regista e sceneggiatore Mark Christopher per «'54», proiettato in versione originale al Festival.

Il locale era rimasto come un cinema, con la pista al posto della platea, delimitata dal bar, e in balconata i sofà. Ma gli effetti speciali facevano il resto. Luci stroboscopiche, 54 effetti luce, coriandoli, palloni, neve artificiale. Feste a tema, Bianca Jagger nuda a cavallo, droga e sesso a gogò. Ragazzi muscolosi seminudi seduti al bar strizzavano l'occhio ai gay e alle donne sole. Si ballava, anche. Cantavano Donna Summer e Grace Jones, le guardavano sorseggiando bourbon Mick Jagger e Keith Richards, Andy Warhol e il famoso idraulico. Fuori, la gente aspettava anche al freddo, anche fino alle 6 del mattino.

La festa durò fino a metà dicembre 1978, quando una perquisizione trovò doppi libri contabili, sacchi di denaro dovunque e una busta di cocaina nel borsello di Schrager. I due finirono in galera e il club rimase chiuso per 1 anno e mezzo. Dovettero vendere. Il nuovo proprietario, Mark Fleishman, li assunse come consulenti, e il club durò fino alla chiusura definitiva nell'86: ma ormai snobbato dalle star, e privo di quel glamour oltraggioso che ne aveva fatto la gloria per soli 21 spericolati mesi, eterni nel ricordo.







RON ATHEY



La crudeltà di Artaud, il corpo

e la ricerca estrema della verità





GIUSEPPE SAVOCA

Ron Athey, performer, attore, scrittore, critico, è una delle figure emblematiche e poliedriche della cultura contemporanea americana. Protagonista assoluto dei suoi lavori è il corpo, un corpo oggetto martoriato e luogo di contraddizioni ma, contemporaneamente, strumento di riappropriazione di un'identità scelta e non più subita. Da un punto di vista strettamente artistico, si possono trovare similitudini con figure del passato, soprattutto con tutta la generazione di body-artisti europei degli anni Settanta. Se però si deve trovare una vera figura di riferimento, quella è senza ombra di dubbio Antonin Artaud, il suo teatro della crudeltà e il suo provocatorio rapporto con la realtà. Athey pensa che nulla sia troppo estremo per la ricerca della verità, che è la sostanza dei suoi spettacoli. Una verità che non va percepita ma creata, anche a costo di incidere e automutilarsi. Il dolore, la rabbia, la paura, l'amore e ogni sorta di sensazione intensa costituiscono il suo «materiale di lavoro». Questo uso di emozioni forti serve come shock per uscire dalla catatonia e dalla schizofrenia, in cui il contemporaneo ci ha relegato.

Nato nel Connecticut, ma losangelino d'adozione, l'artista esordisce agli inizi degli anni Ottanta in spazi alternativi e gallerie off della città californiana. Oggi la sua carriera ha superato i vent'anni ed è arrivato a presentare i suoi spettacoli in importanti teatri e istituzioni d'arte contemporanea come il Walker Art Center di Minneapolis, l'ICA di Londra, il Kampnagel di Amburgo e il Disney Concert Hall di Los Angeles. È passato dalle visioni erotico-religiose dei primi spettacoli - come «Martyrs & Saints» e «Four Scenes In A Harsh Life» - a complesse rappresentazioni di teatro multimediale come «Joyce» e il nuovo «The Judas Cradle», duodrama operistico realizzato in collaborazione con la soprano/musicologa Juliana Snapper. Grazie alla partecipazione come attore ad alcuni queer cult (tra cui «Hustler White» di Bruce LaBruce e «Hot Man Cool Boyz», porno movie prodotto da Lars von Trier) e alla realizzazione di documentari su di lui, Athey viene conosciuto da un pubblico più ampio e anche festival di cinema internazionale, come Rotterdam e Berlino, gli danno spazio con omaggi o la proiezione di singoli film che lo vedono protagonista.

Oltre ai suoi meriti artistici, Ron Athey è un vero e proprio simbolo della comunità gay e si batte da anni contro le discriminazioni attuate sulle persone affette da Hiv e Aids. Insieme alla fotografa di fama mondiale Catherine Opie, realizza una serie di Big Polaroid, foto polaroid giganti commissionate dall'Estate Project for Artists with Aids.

Questo straordinario lavoro, che vede Athey come soggetto, ha ricevuto critiche positive e lodi dalle più importanti testate di arte contemporanea del mondo.









TORINO GLBT FILM FESTIVAL - IL CONCORSO



DAL 19 AL 26 APRILE



Quegli adolescenti





Lungometraggi, 14 titoli

tra cui cinque film asiatici

Spicca il ritorno alla regia

dell’israeliano Eytan Fox





complessi, ironici, sognatori

alla scoperta del sesso





COSIMO SANTORO

Sono 14 i lungometraggi in concorso: cinque sono asiatici, ma questa non è più una novità. In Estremo Oriente il cinema queer è cresciuto, non è più solo limitato a piccole produzioni indipendenti o quasi clandestine, ma viene promosso ad ampio raggio da un gruppo geograficamente trasversale di registi che ruotano intorno ad Apichatpong Weerasethakul, vincitore di un premio a Cannes e del nostro Festival due anni fa con «Tropical Malady». Il cinema asiatico sbanca i festival; quello asiatico queer non è da meno: basti pensare alle ultime tre edizioni, che hanno premiato due volte la Thailandia e l'anno scorso le Filippine. Fra i titoli in programma, l'appena premiato a Berlino con il Teddy Award «Ci-Qing» della taiwanese Zero Chou, storia d'amore di due donne d'età diversa che si ritrovano dopo qualche anno dal primo incontro, e il coreano «Huhwaehaji anah» (No Regret) di Lee Song Hee Il, premiato al Festival nel concorso video lo scorso anno e nel terzetto dei film nominati per il Teddy 2007, in cui la dolcezza dell'amore si scontra con la durezza della politica e delle differenze di classe attraverso la relazione tra un ragazzo arrivato a Seul a cercare fortuna e il suo datore di lavoro. Da Taiwan arriva anche «Sheng xia guang nian» di Leste Chen, regista che, come gli altri due appena citati, è uno dei nomi più interessanti nel panorama del cinema asiatico. Il film tratteggia le difficoltà emotive che tre adolescenti attraversano nel definire la loro sessualità. Ritorna al Festival, dopo avervi vinto lo scorso anno e dopo aver ricevuto importanti riconoscimenti in giro per il mondo con «Ang Pagdadalaga ni Maximo Oliveros», il filippino Auraeus Solito. Il suo ultimo film si intitola «Tuli», la storia di una ragazza che si ribella contro i machos e una società dominata dai maschi. La ragazza decide di iniziare una relazione con la sua migliore amica e chiede all'unico uomo non circonciso del paese di fecondarla. Altro ritorno, sicuramente atteso dal pubblico che lo ha premiato per ben due volte, è quello dell'israeliano Eytan Fox. I suoi due film precedenti hanno trovato distribuzione italiana e un discreto successo di pubblico in sala. Questo «The Bubble» idealmente continua e approfondisce un percorso in una società problematica e contraddittoria dove un ragazzo ebreo e uno palestinese sono costretti a mettere a confronto il loro amore con cose ben più complesse.

«Fat Girls» e «Wild Tigers I Have Known», due opere prime indipendenti dirette rispettivamente da Ash Christian e da Cam Archer, sono i due volti dell'America di questo Festival e, forse, sono i film da cui arrivano le sorprese più grandi. Il primo, nel cast Jonathan Caouette, il regista di «Tarnation», è una commedia apparentemente innocua che però rivela abilità di scrittura e di regia del giovane regista appena ventitreenne: la storia è quella di uno studente che intraprende un viaggio alla scoperta di sè, sfidando con ironia e leggerezza le difficoltà del crescere in una piccola città americana. Il secondo è una folgorante produzione di Gus van Sant, che indaga in modo poetico e visionario i sentimenti di un adolescente per il suo amico più grande. Ancora adolescenti: rappresentano il filo che unisce quasi tutti i film di quest'anno, li troviamo alle prese con la propria sessualità, vissuta in modo spontaneo a dispetto del contesto dell'Argentina più remota, in «Glue - historia adolescente en medio de la nada» di Alexis Dos Santos, una delle rivelazioni dello scorso Rotterdam, prodotto da Isabel Coixet («La vita segreta delle parole»).

Dalla Francia due coproduzioni, una con la Danimarca, l'altra con l'Italia, portano le firme di Jean-Marc Barr, già attore di Von Trier, e di Zabou Breitman. La prima si intitola «Chacun sa nuit», storia poliziesca che ruota attorno alla scomparsa del protagonista e che è fedelmente basata su eventi avvenuti nella provincia francese pochi anni fa; l'altra, «L'Homme de sa vie» è un rifacimento in chiave gay di «La signora della porta accanto», con un bravissimo Charles Berling. Dall'Italia arriva «Schopenhauer», bella sorpresa di quest'anno, un film di Giovanni Maderna (premio miglior opera prima a Venezia con «Questo è il giardino» qualche anno fa); rigoroso, senza compromessi, che trascende le questioni di genere e si fa osservazione ed espressione del sentire umano. Con lo stesso rigore il tedesco Stefan Westerwelle (premiato a Locarno) affronta la storia d'amore tra un escort e un uomo anziano in «Solange du hier bist»: altra opera prima che è già un film maturo. Altri titoli in concorso sono «Nina's Heavenly Delights», da una delle pioniere del cinema lesbico, Pratibha Parmar, e «Riparo» di Marco Simon Puccioni.



















 
 
 Altri articoli su questo argomento...
"Benedire le unioni gay". Il Sinodo valdese alla svolta
Torino: Debora e Antonella hanno ritirato il certificato di coppia di fatto
Cinema: Museo Torino compie 10 anni, 4.500.000 di visitatori
Torino: si' alle unioni civili, Chiesa all´attacco
 
 

Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player

 
Franco Grillini
 

GAYNEWS

Giornale di Informazione sull'Omosessualità - Registrazione Tribunale di Bologna numero 5735 del 03/5/1989
Sede: piazza di Porta Saragozza, 2 - 40123 Bologna -- P.O. Box: C.P. 219 - 40100 Bologna
info@gaynews.it