CITTÀ DEL VATICANO - «Inaccettabile sul piano dei principi, ma anche pericoloso sul piano sociale ed educativo»: una Nota pastorale dei vescovi ribadirà nei prossimi giorni, con dovizia di parole e concetti tutti i perchè del «no» della Chiesa ai Dico; ma bastano i due aggettivi usati dal neo-presidente della Cei, monsignor Bagnasco, a chiudere ogni possibilità di compromesso sul disegno di legge del governo Prodi. Ciascuno ha il suo stile, e Bagnasco è diverso da Ruini. Così la sua «prolusione», il primo discorso del Presidente della Cei al Consiglio permanente dei vescovi, è differente da quelle a cui ci ha abituato per 15 anni il cardinale Vicario; più succinta, meno articolata, concentrata su punti essenziali. Ma chi si attendeva che l’arrivo del sorridente arcivescovo di Genova potesse segnare un cambiamento di accenti sulle questioni che in queste settimane hanno turbato le acque della politica (e del governo) è destinato a una delusione cocente. Una larga parte della prolusione è dedicata all’«emergente» tema della famiglia. Monsignor Bagnasco affronta il problema, «con la serenità e la chiarezza che sono indispensabili».
La preoccupazione dei vescovi non è «per nulla politica, ma eminentemente pastorale». Più volte nel suo discorso monsignor Bagnasco torna a ribadire sia il diritto della Chiesa a parlare di famiglia, sia il suo non interesse nella politica in senso stretto. Ha citato a varie riprese Benedetto XVI: «Nessuna legge fatta dagli uomini può perciò sovvertire la norma scritta dal Creatore senza che la società venga drammaticamente ferita in ciò «che costituisce il suo stesso fondamento basilare». Sul diritto-dovere dei vescovi di esprimersi, il mite Bagnasco attinge quasi alle armi letterarie dell’invettiva: «Come può l’insistente parlare del Papa e dei Vescovi a questo riguardo essere interpretato come un sopruso, o come un’invadenza di campo, o come un gesto indelicato se non spropositato? O addirittura come una ricerca di potere temporale? Se la Chiesa cercasse il potere, basterebbe imboccare la via facile dell’accondiscendenza». E a proposito del matrimonio ripropone la denuncia che già tante polemiche ha suscitato: «Per cui merita essere solleciti affinché le famiglie più esposte non cedano “sotto le pressioni di lobbies capaci di incidere negativamente sui processi legislativi”, come lo stesso Pontefice ha segnalato».
Un intero paragrafo, che merita di essere riportato nella sua interezza, è dedicato ai Dico. Eccolo: «In questa cornice si colloca ciò che è stato detto, dall’interno della comunità ecclesiale, nel corso delle ultime settimane, in riferimento al disegno di legge in materia di “Diritti e doveri delle persone unite in stabili convivenze”. Personalmente posso solo dire che apprezzo quanto da parte cattolica è stato fatto, impegnandomi ad assumerlo e a svilupparlo. Desidero per un verso rilevare la convergente, accorata preoccupazione espressa dai Vescovi su questo disegno legislativo inaccettabile sul piano dei principi, ma anche pericoloso sul piano sociale ed educativo. Per altro verso, registro la preoccupazione che lo stesso provvedimento ha suscitato in seno al nostro laicato, nelle parrocchie come nelle aggregazioni. Mai come su questo fronte così esposto, loro intercettano ciò che il Concilio Vaticano II dice sia a proposito del matrimonio e della famiglia, sia del dovere della partecipazione per una vita civile più equilibrata e saggia, consci che la famiglia è un bene della società nel suo insieme, non solo dei cristiani».
Le ultime parole della prolusione sono un incoraggiamento alla manifestazione del 12 maggio, e un monito ai cattolici in vista di eventuali operazioni politiche future. Il «Family Day» vuole dare «ragione della speranza che è in noi su questo nevralgico bene della vita sociale, qual è la famiglia nata dal matrimonio «tra un uomo e una donna e aperta alla generazione e dunque al domani». Il Presidente della Cei ha annunciato che il Consiglio permanente si occuperà della Nota pastorale sui Dico. E a questo proposito ha citato Benedetto XVI: «Appare sempre più indispensabile che l’Europa si guardi da quell’atteggiamento pragmatico, oggi largamente diffuso, che giustifica sistematicamente il compromesso sui valori umani essenziali, come se fosse l’inevitabile accettazione di un presunto male minore».