TONINI: «SCELTA MORTIFICANTE CHE CALPESTA LE NOSTRE RADICI»
Il cardinale difende la cultura e le tradizioni cristiane: «E’ l’eredità preziosa dei nostri padri»
giovedì 14 dicembre 2006 , di
Il Mattino di Padova
«Stiamo perdendo la testa. E’ mortificante assistere allo svilimento delle nostre radici, cristiane ma anche tradizionali e familiari, in nome di un malinteso senso di universalismo. Io dico: la fratellanza vera, non quella propagandistica, fonda sui valori di pace, amore, dialogo. Sono i segni di Gesù, sono l’eredità che la cultura occidentale ci ha trasmesso, anche attraverso i riti e la devozione di una moltitudine di creature umili, lontane dai riflettori. Perché autodegradarci così? Questa è dabbenaggine».
Capita di rado che il cardinale Ersilio Tonini si alteri. Eppure, alla vigilia della sua visita nel Padovano (è atteso stasera a Piove di Sacco), la sua bonomia romagnola si incrina alla notizia che una scuola elementare cittadina ha censurato il canto natalizio «Tu scendi dalle stelle».
«Rinunciare a ciò che ci appartiene, perché i nostri genitori ce l’hanno donato con tanta semplicità e amore, è aberrante. Non è idealismo, è ideologia: neanche i più feroci nemici del cristianesimo oserebbero sperare tanto. E poi nel Veneto, a Padova, terre dove la fede ha radici profonde... Provo amarezza».
Prima il presepe, ora le canzoni di Natale. Superficialità, confusione, oppure un preciso disegno che mira a scristianizzare, passo dopo passo, la nostra vita?
«Rispondo con un esempio: io abito a Ravenna, qui il 70% delle mamme immigrate, perlopiù di fede musulmana, manda i suoi bambini nelle scuole cattoliche. E lo fa perché noi rispettiamo la libertà altrui e mettiamo al primo posto la fratellanza e la tensione verso i deboli e i poveri. Ecco chi sono i cristiani. A chi conviene mortificare i nostri valori e in nome di che cosa? Del deserto morale dove un essere umano conta soltanto per ciò che possiede e consuma? Se esiste una minaccia di questo tipo, io spero che a ribellarsi siano non soltanto i credenti ma tutte le persone di buona volontà».
Dieci giorni fa, la maggioranza unionista del consiglio comunale di Padova ha approvato l’istituzione dell’anagrafe delle coppie di fatto. Una scelta aspramente contestata dall’«Osservatore Romano» e criticata, sia pure in toni misurati, anche dalla Diocesi. Qual è il suo pensiero?
«E’ stato un gravissimo errore, anche da un punto di vista strettamente laico. Ricordo che negli anni Ottanta scoppiò il boom delle convivenze, molti ragazzi e ragazze dicevano “Non vogliamo sposarci, né in chiesa né in municipio, perché rifiutiamo timbri sul nostro amore, cerchiamo un rapporto spontaneo, che si rinnova ogni giorno, senza contratti da rispettare”. Ed ecco che ora il Comune ci mette un timbro, certificando una scelta che, liberamente, aveva rifiutato ogni riconoscimento formale. Che senso ha, mi chiedo? E quale messaggio trasmette ai giovani? Forse che sposarsi o meno, convivere o no, è la stessa cosa. Non cambia nulla. E’ l’indifferentismo morale, sì».
Altro tema scottante è quello delle coppie omosessuali, legato al precedente perché l’anagrafe di Padova includerà anche conviventi del medesimo sesso. L’obiettivo dichiarato è superare la stagione della discriminazione, garantendo maggiori diritti a persone finora emarginate, escluse.
«Conosco il dramma omosessuale, a Salsomaggiore mi battei contro un’organizzazione di gente facoltosa che arrivava alle terme e cercava ragazzini a pagamento. Spesso è una realtà di trauma e dolore, non una scelta felice. Sarò sempre a fianco del fratello e della sorella omosessuali ma non possiamo negare la verità: l’amore tra uomo e donna è nella natura, così come la famiglia che fonda sul padre e la padre. Immaginare un mondo di bimbi figli della provetta, di adozioni gay e lesbiche, di manipolazioni genetiche, equivale a condannare le nuove generazioni al caos e alla disperazione. Chi in Parlamento lavora a leggi che vanno in questa direzione, sappia che si assumerà una responsabilità gravissima e che la reazione sarà forte».
Il vescovo Antonio Mattiazzo si è chiesto pubblicamente se Padova sia ancora la città del Santo.
«Sono vicino al pastore di Padova e gli rispondo: ce la faremo, la comunità cristiana non sarà cancellata. Ma dobbiamo lottare, non solo per la nostra fede ma per il futuro di tutti coloro che non si rassegnano alla morte morale. Mia madre mi diceva: un pezzo di pane, volersi bene e la coscienza netta. Io sono vecchio ma questa lezione non l’ho mai dimenticata».