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 SPORT
  "I GAY IN SERIE A? SONO UNA VENTINA"
Grillini, deputato e presidente onorario dell'Arcigay "C'è pure un arbitro che deve fingere di amare le donne"
martedì 24 ottobre 2006 , di La Gazzetta dello Sport
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  di SEBASTIANO VERNAZZA

L'omosessualità, l'ultimo tabù del calcio. Vietato parlarne. E nessun giocatore fa «coming out», dichiara in pubblico di essere gay. A proposito: si dice «coming out» e non «outing», perché quest'ultima espressione esprime una forzatura, indica chi è costretto a uscire allo scoperto, contro la propria volontà. Oggi di calciatori apertamente omosessuali non se ne contano. Bisogna risalire a Justin Fashanu, attaccante anglo- nigeriano del Norwich, del Nottingham Forest e di altri club inglesi. Nel 1990 Justin azzarda il «coming out»: un fratello e la comunità nera lo rinnegano, i tifosi lo massacrano. Fashanu si impicca nel '98, a 37 anni, dentro un garage. Abbandonato da tutti e ricercato dalla polizia perché accusato di aver violentato un 17enne americano.

Franco Grillini, 51 anni, bolognese, è deputato, eletto nelle file dei Ds, e dal 1987 al 1998 è stato presidente nazionale di Arcigay (oggi ne è presidente onorario). Dice Grillini: «L'omosessualità è fenomeno trasversale. In ogni settore la percentuale di uomini gay oscilla tra il 5 e il 10 per cento. Il pallone non è omo-esente. Osservate le scene di esultanza: sono quadretti con omosessualità, conscia e inconscia, a pacchi. Ragazzi che si baciano, si abbracciano, si toccano. In certe immagini si nota la palpatina sulle parti intime».

Ha mai conosciuto calciatori gay?

«Sì. Arcigay gestisce l'80 per cento dei locali omo in Italia, posti in cui, per entrare, è obbligatorio fare la tessera. E abbiamo uno strumento, il "gaydar" o "radar gay", che ci consente di individuare i nostri simili al 99 per cento (gaydar.it è il sito di riferimento, ndr). Risulta che oggi in serie A ci siano venti omosessuali, più o meno».

Arbitri gay?

«Ne frequento uno, considerato molto bravo. È sposato, ha figli e fa una vita d'inferno, poveretto. Mi racconta che ai raduni della categoria è costretto a millantare inesistenti conquiste femminili perché lì è d'obbligo darsi arie da grandi conquistatori di donne. Il mio amico è disperato. Recita e mente, è al limite della sopportazione».

Perché non fa «coming out»?

«Allo stadio lo distruggerebbero. E lo stesso i giocatori: restano coperti, vivono l'omosessualità nell'ombra, perché hanno paura degli ultrà.

I calciatori di oggi sono i gladiatori del circo romano nell'antichità e sono prigionieri di una cultura maschilista. Anzi: più è forte il sospetto che alcuni di loro siano omosessuali, più costoro devono mostrarsi donnaioli».

Che cosa vuole dire?

«Alcuni giocatori di serie A hanno fidanzate o mogli di facciata. La classica ragazza di copertura, messa lì per confondere, nascondere».

I tempi sono maturi perchéuncalciatore italiano gay esca allo scoperto?

«Sarebbe un "coming out" di straordinaria utilità per il movimento. Prima o poi accadrà. Ho scritto a Matarrese, presidente di Lega, gli ho chiesto di invitare le squadre italiane ad imitare il Manchester City, che ha stretto accordi con un'associazione gay. Mi ha risposto e promesso che porterà la questione in consiglio di Lega. Io, però, ho paura delle curve, dove abbondano violenza e omofobia».

In quantità sospette, viene da aggiungere.

«In certe assemblee di maschi chi ha bisogno di allontanare da sé il dubbio su una latente o presunta omosessualità si mette a gridare forte contro i gay. È significativo che negli stadi venga srotolato tutto il repertorio degli insulti contro la nostra categoria. Sono atteggiamenti camerateschi, laddove il cameratismo è un paravento: davanti tutti uomini forti e virili, dietro non si sa».

Il suo calciatore preferito?

«Kakà non ha rivali, in tema di bellezza. Cannavaro fa la sua figura. Beckham resta l'icona gay più forte: un etero con sembianze da omo. Restando etero, forse».
 
 
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