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  RAUTI ESPULSO DAL SUO PARTITO SE LA PRENDE CON LA MUSSOLINI
E' amica dei gay
lunedì 02 febbraio 2004 , di La redazione
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  ROMA - Il Male Assoluto d’un tempo, ormai, se la passa maluccio: «Sono avvilito e disgustato». Con qualche acciacco dell’età: «Per questo avevo lasciato la segreteria a quello lì». Con il magone: «Pure la mia foto e il mio curriculum hanno tolto, dal sito del partito». Non sono più i giorni, epici nella loro cupezza, delle trame nere e delle accuse stragiste, piombo rovente e memoria di Salò. Sono giorni grigi e burocratici, questi - «d’una tristezza infinita», sbotta infine Pino Rauti - in cui ci si divide con un telegramma - «Caro presidente, sei espulso», «Caro segretario, l’espulso sarai tu» - e ci si manda a quel paese con un po’ di carta bollata, come sposi irranciditi: «Deciderà il tribunale». Giorni da travet e non da dannati, da mezzemaniche e non da Figli del Sole, con quei conticini da prefisso telefonico - «lo zero-due di qua, lo zero-otto di là» - buoni per capire chi seguirà chi, ora che la Cosa Nera, l’agglomerato dell’ultradestra messo assieme con Forza Nuova e Fronte Nazionale da Alessandra Mussolini transfuga di An, pare risucchiarsi la Fiamma Tricolore. Rauti era convinto, come un padre premuroso, di poterla tenere accesa dopo Fiuggi, quella fiammella, e di rinfocolarla persino, dopo l’ultimo strappo di Fini a Gerusalemme. Invece, ecco la rissa da pollaio, «una cosa ridicola».

Per via della nipote del Duce, lui, il fondatore di Ordine Nuovo che tutta una vita ha civettato col soprannome perlomeno generoso di "Gramsci nero", il presidente "per acclamazione" del partito che s’era preso la briga, a metà anni Novanta, della "rifondazione fascista", è stato cacciato dal suo stesso delfino (e mica un camerata venuto dalle trincee, macché: un geografo): sì, Luca Romagnoli, il giovane ricercatore della Sapienza che proprio l’ideologo nero aveva fatto ascendere alla segreteria nel congresso di due anni fa a Montesilvano. «E che dovevo fare? L’ho cacciato pure io. Sono il fondatore, è una questione di dignità», spara il vecchio papà della Fiamma: «Non sono nemmeno andato al sedicente comitato centrale che hanno appena fatto e ho convocato il congresso straordinario per il 28 e il 29 febbraio, qui a Roma. Sì, il 29, lo so: bisestile, speriamo bene».

Battuta facile: eravate già pochini, siamo alla scissione dell’atomo. «Eh, ma c’è un nodo politico». Le Europee: «Sì, e non solo». Romagnoli è per l’accordo spinto con la focosa Alessandra. Rauti frena: «Porta aperta, per carità, però dicevo: che venga lei, e non limitiamoci a quei due gruppetti extraparlamentari che si tira dietro. Siamo l’unica formazione a destra di Alleanza nazionale che può presentarsi senza raccogliere le trentacinquemila firme, sono loro che devono venire nel Ms, questa è la lista Fiamma, non la lista Mussolini. A parte che lei è una femminista arrabbiata e che a Bari stava dalla parte dei gay quando i nostri militanti protestavano contro le coppie di fatto. Invece quella ha detto "ci penso io", spadroneggia, e a me nemmeno un colpo di telefono, il silenzio. Già era venuta al congresso del ’96, aveva fatto commuovere la nostra gente e due giorni dopo era tornata con Fini senza una spiegazione».

Insomma: uno s’arruola a sedici anni nella Repubblica sociale, passa la vita a crescersi giovanotti poi condannati per piazza Fontana («ho avuto qualche frequentazione imprudente»), si sbatte in Grecia dai colonnelli e in Spagna dai falangisti, tiene su un unico altare Junio Valerio Borghese e il maresciallo Graziani, Evola ed Ezra Pound, si tira appresso l’ombra di "Caccola" Delle Chaie e un fascicolo mai chiuso per la strage di Brescia («sono ancora imputato, non riesco a farmi interrogare»), scrive tomi e tomi sulla storia del fascismo (3600 pagine in sei volumi) e, alla fine, arriva una biondina quarantenne con l’accento della Loren e quel po’ po’ di carta d’identità, e chi s’è visto s’è visto. Non sembra solo una faccenda politica, ammettiamolo. Rauti sospira: «È vero che la storia poi diventa farsa. Però penso che il Duce mi darebbe ragione». Nostalgia di quel giorno del 1945 al Lirico di Milano, quando "Lui" gli apparve come un "miracolo", anche se tutto gli scricchiolava attorno? «Macché. Accetto molte accuse ma non quella di nostalgismo. La forma-fascismo è irripetibile. Ammiro pure la romanità, ma non è che giro sopra una biga».

Settantasette anni, una figlia - Isabella - sposata con il ministro di An Alemanno («con Gianni ci parliamo poco, ma è solo perché lui sta sempre attaccato al telefonino...»), un nipote - Momo - che va a trovarlo portandosi nello zaino «le merendine americane» e gli strilla «viva McDonald’s, nonno!», che a casa sua è una specie di bestemmia, Pino Rauti combatte in famiglia a colpi di farro («il cibo dei legionari romani») e italianissime friselle. E fuori, ancora, con porzioni calde di politica: «Potevamo aspettare sul fiume che An pagasse lo scotto dei suoi errori, con tutti gli scontenti dopo Gerusalemme. Invece, tac, ecco questo disastro». Romagnoli - sostiene - in omaggio ai nuovi arrivati «ha deciso di rompere col Polo già alle amministrative». Effetto? «Alle Europee prenderemo sì e no un seggio, quello della Mussolini, e tra due anni, alle Politiche, non potremo trattare in posizione di forza». Ci andrebbe di nuovo, col Cavaliere? «Eh eh, vedremo, nel ’96, con 29 collegi, gli facemmo perdere le elezioni. Fosse per me, tornerei al proporzionale. E anche a lui piace. In questo andiamo d’accordo». Fini («un grande cinico») lo bollò con una battuta sprezzante: «Mi ricorda quel personaggio di Aristofane che aveva uno sguardo così acuto da bucare le nuvole, senza accorgersi che stava mettendo i piedi in una pozzanghera». E lui, per il congresso bisestile, ha pronto uno slogan di conseguenza: «La via più breve tra due punti è quella che passa per le stelle». Sogna ancora, nonno Pino. Un pensiero per il geografo: «S’atteggiava a rautiano. Che delusione». Un occhio a Internet: «Mi sto facendo un sito mio, mi arrangio». Un pensiero al passato: «Sono stato l’unico della destra a cui la rivista degli scrittori sovietici, Literaturnaja Gazeta , abbia dedicato un saggio». Ah, dove si sono cacciati i nemici d’un tempo?



Goffredo Buccini

 
 
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Franco Grillini
 

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