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Omosessuali in nome di Allah
Condannati dagli integralisti, gay e lesbiche musulmani lottano per la liberazione

di L'Unità

Quando la legge della religione si incarna nel corpo dello stato, il cittadino, inteso come soggetto di diritti e di doveri di una comunità che si dà norme proprie, non è più tale, è una figura in dissolvenza. Al suo posto nasce una «strana coppia» composta dal fedele, cioè colui o colei che obbedisce alle prescrizioni stabilite dalle gerarchie ecclesiastiche sulla base dei dogmi, e dal suo opposto gemello, l'infedele, cioè chi trasgredisce. Stato e cittadino scompaiono e la società somiglia a una comunità religiosa che ha potere di vita e di morte sui suoi adepti. È, questo, il principio base dell'integralismo. Nel mondo arabo-musulmano e in tutti i paesi asiatici e africani in cui la componente islamica ha assunto una dimensione fondamentalista e la società si organizza sul modello proposto dal Corano, l'integralismo religioso ordina la persecuzione, l'oppressione e il massacro di «infedeli» e, quindi, di etero eretici, di omosessuali, lesbiche, trans.



INTERNET PROIBITO

Una delle conseguenze è che il tempo si rallenta: divenire e trasformazione sono vissuti come minaccia. Un esempio? Abbiamo più volte scritto del valore del Web per le minoranze che possono trovare grazie alla Rete informazioni, contatti, possibilità di aggregazione altrimenti difficilissime. In molti paesi arabi l'accesso a Internet è limitato se non vietato. È proibito negli Emirati arabi uniti visitare il sito della Gay-Lesbian Arab Society (www.glas.org), una risorsa importante per la comunità gay in Medio Oriente (Per info vedi anche: www.gaymiddleeast.com, www.bintelnas.org). Ma le strade della liberazione sono infinite. Come succede per la religione cattolica c'è chi reinterpreta il binomio religione e amore omosex, negandone la contraddizione, celebrandone l'armonia. Parole di Payam, gay iraniano: «Il mio tentativo di autorealizzarmi come omosessuale mi ha portato più vicino alle mie radici persiane e ai miei antenati omosessuali. Affondare nel volto meraviglioso di un altro uomo e amarlo è un esercizio nell'amore di Allah. Dice il poeta Rumi: "La sete mi ha portato all'acqua in cui ho bevuto il riflesso della luna."»



LE LEGGI

Fino a pochi anni fa, come sottolinea la ricercatrice Roberta Padovano («Dove sorge l'arcobaleno, L'omosessualità nella storia e nelle religioni del mondo» «Il Dito e la Luna», Milano 2002) le differenze sul piano del diritto fra paesi islamici erano notevoli. Tra i paesi in cui l'islam è religione di stato, alcuni prevedevano la pena di morte, altri la carcerazione, altri ancora non facevano alcun esplicito riferimento. Tuttavia, in alcuni paesi moderati è stata rapida l'escalation dell'integralismo. In Turchia, anche se non esiste una legge, i turisti gay possono essere cacciati dalla polizia. E Amnesty International ha dichiarato «prigioniera di coscienza» la trans Meline Demirn, che insieme ad altre sette persone trans ha denunciato torture e maltrattamenti. Le leggi , in quanto dettate da un principio superiore, arrivano anche ad esercitare il massimo del Potere, cioè l'emissione e l'esecuzione di condanne a morte. In Arabia Saudita, in Afghanistan, Mauritania, nello Yemen, nel Sudan, in Iran, in Kuwait, nel Qatar, negli Emirati Arabi Uniti, in Cecenia, in Pakistan, l'omosessualità è illegale e punita con la pena di morte nel nome di Allah. Nel Sahara Occidentale, in Marocco, in Algeria, in Tunisia, in Libia, in Siria, in Somalia, è un reato che prevede il carcere fino a cinque anni. Nel Bahrein, nell'Oman, in Giordania, in Pakistan, è soggetta a pene detentive non inferiori a 5 anni. In Libano «ogni congiunzione carnale contro l'ordine della natura sarà punito con la prigione fino a un anno». Dal 2001 in Egitto l'atteggiamento dello stato nei confronti della comunità gay è drasticamente cambiato. L'ong (organizzazione non governativa) Human Right Watch ha descritto in un rapporto di 144 pagine gli abusi e le violenze subiti dai gay. Nel Bangladesh c'è il carcere fino a sette anni. A Zanzibar, la maggioranza integralista islamica ha imposto un giro di vite contro l'omosessualità nel marzo 2004, con una proposta di legge di ergastolo per imaschi e 7 anni di carcere per le donne. In Malesia, il partito islamico al potere ha recentemente approvato la pena di morte per lapidazione. In Iran, la tradizione di omosessualità maschile presente anche nei componimenti dei poeti della antica Persia è stata soppiantata dal regime imposto dagli ayatollah (1979). Nei primi anni della «rivoluzione» komheinista, centinaia di gay sono stati trucidati, e finora il regime ha fatto oltre 4000 vittime, come afferma il gruppo di gay in esilio «Homan». L'influenza islamica integralista si registra sempre piu' fortemente in alcuni stati africani (Nigeria, Senegal, Ciad, Somalia), nelle Filippine e in Indonesia, provocando abusi su omosex e trans.



L'AMORE PUNITO

Esiste comunque, in alcuni paesi, una tolleranza limitata. Ramzi Zakharia, direttore della «Gay and Lesbian Arab Society» (Glas) ha spiegato: «Nel mondo arabo, il concetto di una relazione piena e intera tra due persone dello stesso sesso non esiste. Cosi', se avete fatto sesso con una persona dello stesso sesso, non siete considerati gay. Solo a partire dal momento in cui la relazione si sviluppa, per amore ad esempio, questo termine diviene pertinente». L'idea del matrimonio omosessuale è incongrua per il mondo musulmano ed è una prova della decadenza dell'Occidente, un concetto ripreso anche dai fondamentalisti cristiani di destra. Nel corso di un dibattito che ho coordinato a Torino sul tema minoranze e omosessualità alcuni giovani hanno testimoniato di amori praticati con coetanei musulmani. Amori possibili dal punto di vista sessuale, ma interdetti su altri piani. Ciò che si nega, dunque, laddove si permette la pratica del sesso, è l'amore omosessuale nella sua forma completa, e cioè come relazione. Un interdetto con cui devono misurarsi tantissimi gay, visto che l'islam conta almeno un miliardo e duecento milioni di fedeli nel mondo.



RELIGIONE E PASSIONE

Determinante è il peso delle associazioni che, ad esempio, hanno avuto un ruolo centrale in Israele, vera eccezione sul fronte omosex nel panorama dei paesi mediorientali. Nel 1998 è nata a Boston l'organizzazione internazionale Al-Fatiha, il nome è tratto dal Corano e significa «l'inizio». Discute di omosessualità e islam, fede e sessualità, prospettive storiche dell'omosessualità nelle società islamiche. Un'altra organizzazione, Yeosuf, ha sede in Olanda. Esistono le organizzazioni laiche: Glas, nata nel 1988, e Kelma, nata nel 1996 con sede a Parigi. Figure di spicco lottano per la liberazione. Qualche mese fa è uscito, suscitando una forte eco, il libro di Irshad Manji «The Trouble with Islam: a wake up call for honesty and change». Giornalista, lesbica, femminista, musulmana emigrata in Canada nel '72, l'autrice trentacinquenne ha esortato gli altri musulmani ad adottare la «ijtihad», la tradizione islamica di pensiero indipendente, abbandonando la fissità teologica che rischia di minare il futuro dell'islam e la sua credibilità nel confronto con l'Occidente. Irshad Manji si ispira al versetto coranico, costantemente ignorato, «niente costrizione nella religione». Come la scrittrice Taslima Nasreen è stata sconfessata dalle autorità religiose islamiche locali e minacciata di morte. Storie di infedeli? Storie di liberazione.

Delia Vaccarello

Pubblicato il martedì 27 luglio 2004


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