Claudio Finelli

Claudio Finelli

Qualche giorno fa è accaduto un episodio di bullismo omofobico presso l’azienda sanitaria Cotugno di Napoli. Protagonisti un medico chirurgo e un giovane omosessuale, socio del locale comitato d’Arcigay.

Durante una visita di controllo finalizzata alla valutazione del decorso post-operatorio del militante Lgbti, il medico avrebbe prima ironizzato volgarmente sull'utilità dei genitali del socio Arcigay. Poi, alterandosi e sospendendo bruscamente la visita, si sarebbe rifiutato di rispondere a domande sull’eventuale ripresa delle attività sessuali del paziente, definendo l'omosessualità una patologia.

Avendo il Cotugno attivato da tempo un protocollo di collaborazione sulle malattie sessualmente trasmissibile proprio con Arcigay Napoli, il presidente Antonello Sannino ha inviato al direttore sanitario una formale richiesta di chiarimenti.

Ma per comprendere meglio quanto accaduto, raccogliamo la testimonianza del giovane socio Arcigay che, per opportune ragioni di privacy, ha preferito non rivelare la sua identità. 

Dunque, raccontaci come si è svolto l'incontro con il chirurgo...

Dopo le festività natalizie, mi sono recato nell'ambulatorio di chirurgia dell'ospedale Cotugno di Napoli per sottopormi a un controllo necessario, essendo stato operato il 7 dicembre scorso di fistola perianale. Dopo la rimozione del punto di sutura, chiedo al medico notizie circa un lipoma, già diagnosticatomi, che dalla natica destra arriva fino ai testicoli. Il chirurgo, dopo aver palpeggiato la zona interessata, mi spiega che non è un intervento semplice ma che ritiene di essere in grado di eseguirlo. A questo punto gli ho espresso il timore che l'intervento potesse comportare rischi per i miei organi genitali. Lui allora, ironizzando, ha detto che tanto io non so cosa farmene dei testicoli. Ovviamente, gli ho chiarito che - al contrario di quanto supponesse - il piacere sessuale mi interessa e dunque mi sta a cuore l'uso dei genitali. 

E poi?

Ho subito notato che si è leggermente incupito. Poi ha preso un foglio per la prenotazione dell'operazione di asportazione del lipoma. Mentre compila il foglio per la prenotazione, io ne approfitto per chiedergli quando avrei potuto ricominciare ad avere rapporti sessuali. Il dottore alza un attimo gli occhi verso di me e mi chiede: "Dove?". Io, con discrezione, gli indico la parte posteriore con il dito. A questo punto lui si arrabbia e in maniera arrogante mi dice: Credo 10 ,15 o 20 giorni. Ma poi io che ne capisco di queste patologie". 

Quindi per il tuo medico essere omosessuali è una patologia?

Esatto! Io ho sgranato gli occhi e gli ho fatto notare che l'omosessualità non è una malattia e che certe risposte, dopo l'operazione che avevo subito, potevo averle solo da lui che è il mio chirurgo.  Lui si è stizzito ancora di più, ha sbattuto la mano sul tavolo appallottolando il foglio dell'impegnativa per la prenotazione dell'intervento ed urlando mi ha detto: "Ma insomma basta. Come  si permette? Tanta confidenza chi gliela dà? M chi si crede di essere? Se ne vada". Ed è uscito sbattendo la porta.

E come hai reagito?

Al momento ho avuto solo la forza di alzarmi e uscire accompagnato da un infermiere. Ero allibito e mi veniva da piangere. Mi aveva trattato da "malato". Secondo quel medico essere gay è una malattia. La sensazione è di profondo vuoto. Un vuoto che mano mano si riempie. Ma rimane l'amaro in bocca. Poi ho pensato che se fosse successo a una persona fragile o a un ragazzo più giovane, sicuramente ne avrebbe sofferto moltissimo. Parole del genere sono pesanti da digerire. 

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Torna finalmente sulle scene Gennaro Cosmo Parlato, grandissima voce e interprete originale e poliedrico del panorama musicale e teatrale italiano.

Sabato 13 gennaio, infatti, nei suggestivi spazi della Galleria Borbonica di Napoli, andrà in scena, con una doppia replica, il concerto straordinario L’Araba Felice (usignoli, spalline e polvere di stelle), con le canzoni italiane e internazionali in rilettura originale e una rosa di classici. Da Maledetta primavera a Core ’ngrato, Cosmo Parlato proporrà le sue istrioniche esecuzioni. Quelle stesse che l’hanno reso celebre anche in tv, ospite fisso nel programma Markette di Piero Chiambretti.

Incontriamo Gennaro Cosmo Parlato durante le prove del suo nuovo spettacolo.

Gennaro perché questo tuo ritorno alle scene con uno spettacolo che si chiama L’Araba Felice?

L’Araba Felice è uno spettacolo in cui ripercorro tutto il repertorio artistico dei miei ultimi anni e tra un’esibizione e l’altra racconto episodi e situazioni che mi sono accadute. Il titolo e l’idea de L'Araba Felice nacque una sera che scesi da casa della mia amica Pietra Montecorvino e salii su un autobus molto affollato e rimasi colpito da una ragazza che era totalmente velata da un burka. A parte la questione religiosa, le chiesi subito se non avesse caldo, perché l’autobus era strapieno. Lei si alzò il velo e mostrandomi un elegantissimo e costosissimo Chanel, mi rispose: Io sono araba, mica scema! Tra me e Ivana Trump non c’è differenza: abbiamo entrambi dei mariti coglioni! E da questo episodio e dalla chiacchierata che ne seguì, è nata la storia de L'Araba Felice che racconto durante lo spettacolo.

Qual è la canzone del tuo repertorio che ami di più?

La mia canzone del cuore, nel repertorio, è Maruzzella perché ha tagliato il mio percorso artistico. Prima di Maruzzella non avevo mai cantato in napoletano. Per cantare in napoletano devi essere un grande interprete, perché una cosa è fare la versione bolero di Comprami, altra cosa è cantare dei capolavori come quelli del repertorio classico napoletano portati al successo da mostri sacri come Angela Luce o Sergio Bruni.

C’è invece un brano che avresti voluto interpretare ma non hai osato farlo?

Sì e si tratta di un pezzo scritto da me, Fragile che ho scritto per Mina. Ma sai, dopo che l’ha cantata quell’Alieno della Signora Mazzini, è complicato interpretarla…

Tu sei un interprete che si diverte con l’infrazione e il ribaltamento di ruoli e identità. Secondo te, l'Italia è un Paese libero o è ancora legato a pregiudizi e preconcetti?

Ma perché noi abbiamo un Paese? Esistono delle persone che si impegnano ma non abbiamo più un vero Paese. Se tu calcoli che negli anni ‘80 nel mondo della musica c’erano personaggi come Boy George o Jimmy Sommerville e c’era spazio per l’energia e il colore di tutti! Secondo me, c’è stata una regressione paurosa e una semi-repressione nebulosa: forse la paura, da parte di alcuni, di voler ammettere il proprio desiderio sessuale?  Viviamo in un ventennio di semioscurità: le leggi da sole non servono, se non cambia la mentalità delle persone, per mandare a quel paese i pregiudizi. Il mondo Lgbti si è dato molto da fare in questi anni, è vero, però mi chiedo se in Italia valga ancora la pena sprecare il fiato. Un tempo, l’arte di grandi artisti omosessuali, come Leonardo o Michelangelo, veniva sostenuta e riconosciuta. Oggi, invece, non c’è più alcun riconoscimento. E comunque, e nonostante tutto, noi continuiamo a combattere e una maledetta primavera sarà sempre dietro l’angolo!

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Il 2017 è stato un anno strano.

Da un lato, gli evidenti passi in avanti della società che, come testimoniato anche da una trasmissione quale Stato Civile, inizia a metabolizzare un cambiamento epocale, benché incompleto, come la legge sulle unioni civili approvata dal nostro Parlamento l’11 maggio 2016. Dall'altro, una continua e fastidiosa presenza di velati e opportunisti nel panorama dello spettacolo e dei media italiani.

Quattro personaggi sono campioni paradigmatici di questa triste retroguardia ancora "attiva" nel 2017: Stefano Gabbana, Ferzan Ozpetek, Gianna NanniniCristiano Magioglio.

Le dichiarazioni di Stefano Gabbana e di Ferzan Ozpetek, che rifiutano il termine gay come fosse un'onta e sbandierano una malintesa idea di emancipazione che è l'esito di un processo di conformismo borghese, manifestano tutto il peso storico di uno stigma omofobico interiorizzato e incancrenito nel lusso e nel benessere delle posizioni sociali acquisite.

D'altronde, lo stesso Ozpetek, che sull'estetica e sui sentimenti delle persone omosessuali ha costruito il proprio successo, non è mai intervenuto per condannare la repressione anti-lgbti del regime di Erdogan, pur vivendo a Roma con il suo "compagno di viaggio" (ha detto che bisogna chiamare così suo marito perché i gay non hanno marito).

Ma nell’anno si erano già segnalate le uscite di Gianna Nannini, rockstar lesbica velatissima, che ha rivendicato i propri diritti di genitorialità, dopo essersi nascosta per decenni e senza aver mai fatto nulla per supportare la comunità Lgbti. 

In ultimo ma non da ultimo è da segnalare Cristiano Malgioglio che, dopo non essersi mai esposto per i diritti Lgbti, si è scoperto improvvisamente "militante" nel corso del Grande Fratello Vip. Benché, fino a qualche mese fa, attaccasse gli omosessuali che si baciavano definendoli ridicoli e ritenendo che due uomini che si amano non possono essere una famiglia.

Nulla dunque da imparare da questi questi personaggi. Nulla da ammirare. Nulla meno che mai da spartire.

Resta solo da considerare la distanza siderale da chi può essere invece ravvisato riferimento iconico e paradigmatico per le persone lgbti. Come, ad esempio, l’indimenticabile Paul Newman che ebbe a dire: «Sono da sempre un sostenitore dei diritti dei gay. Non lo sono invece del non dichiararsi».

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A un giorno soltanto dalla distribuzione nelle sale del film ozpetekiano Napoli Velata non è possibile non ripensare alle dichiarazioni del regista turco, che si è detto contrario all’utilizzo della parola gay e vicino alle relative posizioni concettuali di Stefano Gabbana.

Di primo acchito ci si potrebbe stupire del fatto che sia proprio Ozpetek, narratore di storie a tematica Lgbt nella propria produzione cinematografica, a esprimere slogan reazionari nonché improntati a omofobia interiorizzata.

E invece no. Ferzan Ozpetek - come Stefano Gabbana - non hanno nessun interesse per la militanza e l'impegno civile. Forse perché avviluppati in quel lusso e successo in cui si svolge la loro esistenza. Un’esistenza lontana anni luce dalla quotidianità, tutt’altro che dorata, cui deve far fronte la quasi totalità delle persone Lgbti.

D'altronde, proprio rileggendo le affermazioni di Gabbana e Ozpetek, non è possibile non ripensare alla risposta – data, qualche anno fa, allo scrivente – di un regista teatrale (con alle spalle un’ampia esperienza lavorativa in Rai) piuttosto noto in Campania. Nonostante fosse (e sia) manifestamente omosessuale, questi vantava ostentatamente la propria lontananza da eventi culturali interessanti le persone Lgbti col ripetere: Ho sempre vissuto serenamente la mia sessualità nei salotti che ho frequentato e continuo a frequentare.

Ecco, è in tali "salotti" da ravvisare chiave di volta della questione. Gabbana e Ozpetek, esattamente come il regista campano succitato, pensano solo ai "loro salotti": luoghi, cioè, di autorappresentazione di una borghesia menefreghista e conformista, arricchitasi in vario modo negli ultimi quarant'anni.

"Salotti" in cui si muovono omosessuali velati, il cui coming out è consentito - a bassa voce - nel chiuso di una dimensione sostanzialmente privata, in grado di riassorbire come "eccezione" un diverso orientamento sessuale e perfino una relazione (basta non chiamare marito il proprio compagno, come orgogliosamente ha tenuto a ribadire Ozpetek).

E così posizioni, fatte passare quali consentanee ad aneliti libertari (ma in realtà tali solo in apparenza), dopo aver visto in Stefano Gabbana un acceso paladino, trovano una loro nuova Giovanna d’Arco in Ferzan Ozpetek. In quel regista omosessuale, cioè, che ha costruito la sua fortuna sui sentimenti e sulle storie delle persone gay disconoscendone però i diritti in nome di personali privilegi borghesi.

Ma del resto ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di diverso da chi ha sempre rifiutato di esporsi apertamente contro il regime liberticida di Erdogan?

E, allora, #BoycottFerzanOzpetek

#BoycottFerzanOzpetek anche perché, a differenza di quanto ci fa intendere il banale titolo del suo ultimo film (con un chiaro quanto malinteso riferimento all’effigie marmorea del Sammartino), Napoli non è affatto una città velata

Ma, al contrario, una delle città più gay-friendly d'Italia: con i suoi femminielli che vivono le strade di Partenope senza alcun problema, con la sua comunità trans allegra e numerosissima, con le sue lotte e i suoi militanti sempre presenti e sempre fieri di essere quel che sono.

 

 

 

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Stefano Gabbana annuncia il lancio di una nuova t-shirt prodotta dal suo marchio con la frase I am a man, I am not a gay. La ragione che ha spinto Gabbana a una tale decisione è stata così spiegata: «La parola gay è stata inventata da chi ha bisogno di etichettare e io non voglio essere identificato in base alle mie scelte sessuali». «Sono un maschio - ha aggiunto Gabbana - il resto non conta».

La t-shirt promessa dallo stilista gay Stefano Gabbana, dunque, recherà in maniera inequivocabile la scritta Io sono un uomo, non sono gay.

Qualcuno probabilmente potrebbe pensare che dietro questa rivendicazione d'umanità emerge la voglia di spazzare via presunte "etichette" e conseguenti discriminazioni.

In realtà, dietro dichiarazioni del genere, scorgiamo piuttosto una dose massiccia di omofobia interiorizzata e l'assoluta mancanza di consapevolezza e responsabilità di chi, come Stefano Gabbana, vive la propria omosessualità in una situazione di agio e privilegio.

Infatti, quello che Gabbana vuole spazzare via non sono le discriminazioni ma, al contrario, il senso di orgoglio e d'appartenenza che, con fatica e coraggio, la comunità Lgbti si è costruita e si sta costruendo negli ultimi anni.

L'indifferenziazione, a cui aspira lo stilista, non ha nulla a che fare con la libertà ma è solo il tentativo di conformarsi e omologarsi a un sistema politico e sociale in cui la parola gay desta ancora riprovazione e fastidio.

Gabbana, dicendo I am a man, I am not a gay, nega implicitamente che si possa essere fieri e felici di essere uomini gay.

Certo, qualcuno obietterà che Gabbana non nasconde affatto il proprio orientamento sessuale e, dunque, la sua esigenza non è quella di velarsi e nascondersi. Eppure, se Gabbana non fosse ricco e famoso, se fosse un ragazzo come tanti, uno di quelli che in questo Paese stentano ancora a vivere con serenità e orgoglio il proprio amore alla luce del sole, un'espressione come I am a man, I am not a gay non potrebbe che essere fonte di dolore e solitudine: dolore per il fatto di essere gay e solitudine per il fatto che - secondo Gabbana - bisogna rinunciare alla bellezza e alla rivendicazione culturale della propria differenza.

Affermazioni del genere sono veri e propri attentati al lavoro di crescita e progresso che stiamo provando a compiere in questo Paese. In nome di questo progresso e in memoria dei tanti ragazzi che si sono vergognati a tal punto di essere ragazzi gay da preferire la morte (cioè l'apice dell'indifferenziazione) GayNews riprende e fa sua la campagna #BoycottDolceeGabbana, che il presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino ha tempestivamente lanciato sulla sua pagina Facebook.

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Quando le eccellenze imprenditoriali, quelle artistiche e quelle umane s’incontrano e si fondono, è inevitabile che nascano progetti esemplari, in grado di accordare qualità produttive e valori etici, come il progetto lanciato dall'azienda agricola Prodigio Divino, fondata dal regista e attore Fabio Canino e da due stilisti, Bruno Tommasini ed Edoardo Marziani che, tra l'altro, sono anche una bellissima coppia unitasi civilmente all'indomani dell'approvazione della Legge Cirinnà. 

Prodigio Divino, infatti, da qualche anno ha lanciato sul mercato due prodotti di verificabile qualità enologica, il Vinocchio e l'Uvagina, rispettivamente un Sangiovese e un Vermentino, recentemente presenti anche presso il Fico Eataly World, il parco agroalimentare più grande e prestigioso del mondo. Alle vendite di questi due prodotti i tre soci hanno deciso di legare una mission importante, cioè quella di contribuire concretamente e sensibilmente alla lotta alle discriminazioni, con un'attenzione particolare alle discriminazioni fondate su orientamento sessuale e identità di genere. 

Ecco perché a Natale, far trovare sotto l'albero le bottiglie di Vinocchio e Uvagina e festeggiare con amici, pasteggiando con i prodotti di Prodigio Divino, non solo renderà le feste più allegre e gustose, ma concorrerà a costruire una società più giusta e inclusiva. 

Al momento le vendite dei vini di Prodigio Divino hanno permesso di fare donazioni a favore dell'Agedo di Livorno, dell'associazione Diversity, di Arcigay e inoltre la piccola tenuta agricola ha offerto il proprio prezioso contributo anche per la costruzione di un centro polivalente a Camerino, in una zona gravemente colpita dal terremoto.

La notizia di questo brindisi natalizio contro l'omofobia, oltre ad aver raccolto entusiasmi e sostegno in rete, ha suscitato, ohimè, anche le reazioni verbalmente violente dei soliti fascisti e non sono mancati i commenti omofobi soprattutto da parte di un simpatizzante di Forza Nuova che, su Facebook, nascondendosi dietro un'identità di fantasia,  ha offeso e gettato fango sulla dignità e il valore di questa apprezzabilissima iniziativa di imprenditoria "etica". 

Ma anche in quest'occasione, Prodigio Divino, ha saputo rispondere con determinazione alle provocazioni e ha denunciato alla Polizia Postale le offese ricevute pubblicamente sui social. 

Insomma, mai come quest’anno non è Natale rainbow se non si brinda con Vinocchio e Uvagina, i vini contro l'omotransfobia prodotti da Fabio Canino, Edoardo Marziani e Bruno Tommasini. 

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L’ultimo lavoro narrativo di Pasquale Ferro, uno dei pochi autori Lgbti che oggi sia tradotto e distribuito in Russia, si chiama Bambola di stracci. Un apologo semplice, immediato ed esaustivo sulla natura vera e autentica dell’umanità e sulla presenza drammatica e diffusa della cattiveria e dell’ignoranza, della violenza discriminante e dell’esclusione sociale.

Ma il vero cardine del racconto di Ferro è l’amore, il desiderio di amare e di essere amati per quel che si è. Desiderio che a Barbara, la protagonista del romanzo, anima poetica ingabbiata in un corpo che non riconosce come suo, viene continuamente negato.

Pur di essere riconosciuta e accettata per quel che è, Barbara fronteggerà la solitudine, sfiderà lo stigma di chi avrebbe dovuto proteggerla e amarla, si confronterà con la delusione e l’avvilimento e svilupperà la sua forza e la sua personalità, luminosa e bellissima pure fra gli stracci.

La presentazione ufficiale del libro è avvenuta mercoledì 7 dicembre presso la Fondazione Banco di Napoli nel centro storico della città partenopea (in cui Ferro, tra l’altro, vive e lavora).

Nel corso dell'evento l’autore ha rivelato che Barbara non è un personaggio totalmente frutto d’invenzione, ma è ispirata a una creatura incontrata, alcuni anni or sono, nel Foyer del Teatro San Carlo di Napoli: tra gli scintillii di uno dei teatri più chic ed eleganti del mondo, Ferro aveva incrociato lo sguardo di una “bambola di stracci” e aveva immediatamente colto la profonda sensibilità di una storia che bisognava recuperare, sia pur nell’artificio della narrazione romanzata, e restituire al mondo.

Nella medesima presentazione, particolarmente significativa la presenza di Paola Silverii, esponente dell'associazione Vergini Sanità, del presidente del Comitato Arcigay di Napoli Antonello Sannino e del docente di Psicologia clinica Paolo Valerio che, ricordando un toccante episodio della sua lunga carriera professionale, ha sottolineato il valore umano, di testimonianza e divulgazione, di quest’ultimo lavoro di Pasquale Ferro.

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Sabato 9 dicembre, alle ore 18:00, presso il Grand Hotel Parker’s di Napoli avrà luogo la presentazione ufficiale del libro di Claudio Sona e Agnese Serrapica La danza del girasole, pubblicato dalla casa editrice Gaia.

Alla presentazione, coordinata dalla giornalista Anna Copertino, saranno presenti gli autori. Sono previsti interventi di Antonello Sannino (presidente di Arcigay Napoli) e Luca BadialiA seguire ci sarà l’attesissimo firmacopie.

Claudio Sona, protagonista del "trono gay" di Maria De Filippi, seguito da decine di migliaia di followers sui social, ha deciso, infatti, di raccontarsi con un libro in cui attraversa il proprio passato e si proietta nel futuro, riflettendo su amori, delusioni, affetti familiari, speranze e pericoli dei social.

Incontriamo Claudio Sona qualche giorno prima dell’uscita del suo libro.

Claudio, com'è nata La danza del girasole?

Mi è sempre piaciuto annotare quel che faccio, prendere appunti sulle mie esperienze e da ciò è nata l’idea di mettere insieme tutti questi appunti per lanciare un messaggio positivo.  Questo libro lega ricordi e  riflessioni sul mio passato, sul presente e sul futuro con la speranza che i lettori possano rivedersi ed emozionarsi.

L’incipit di questo libro è: “Non sono bravo con le parole”….

Ma davvero credo di non essere bravo con le parole proprio perché tante volte vorrei arrivare agli altri più di quanto riesca fare. Raccontandomi in un libro, spero che la gente possa capire chi è il vero Claudio Sona e capisca che ho molte cose da raccontare.

Su Instagram hai scritto che scrivere è un viaggio terapeutico. Cosa volevi dire?

Le parole hanno moltissimi significati e spesso non le approfondiamo come dovremmo. In questo libro provo ad approfondire, con le parole, argomenti importanti come il cyberbullismo e l’omosessualità, lanciando dei messaggi positivi, soprattutto per i giovani.

Secondo te, c’è ancora tanta discriminazione e omofobia in giro?

È inutile negarlo, esistono ancora tante discriminazioni. Noi dobbiamo essere in grado di dare il giusto peso a quello che ci viene detto ma comunque credo che il Paese abbia fatto notevoli passi in avanti rispetto al passato. Il messaggio che voglio comunicare è un messaggio di fiducia e di speranza perché credo che essere positivi aiuti molto e superare i problemi e, nel tempo, a cancellare l’idea che l’omosessualità possa essere un problema mentre è la normalità. E comunque, consiglio sempre a tutti di circondarsi di persone intelligenti.

Tu hai avuto problemi legati al fatto di essere gay?

Io non ho avuto mai nessun tipo di problema per il mio orientamento sessuale. Credo che se una persona riesce ad essere sempre se stesso,  se porta all’esterno quel che è,  certamente sarà ben voluta perché non c’è niente di più bello che mostrare se stessi per quello che si è.

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Globe-MAE, Rete dei dipendenti Lgbti del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, ha organizzato per mercoledì 22 novembre, alle ore 15:00, un’iniziativa molto importante presso la Casa Internazionale delle Donne. Il titolo dell’evento è Italia e Diritti Lgbti nel mondo. Un anno di applicazione della legge sulle unioni civili.

Vi parteciperanno i senatori Benedetto Della Vedova, Monica Cirinnà, Sergio Lo Giuduce, Luigi Manconi, i deputati Alessandro Zan, Pia Locatelli, Renata Polverini, il ministro plenipotenziario Luigi Maria Vignali e l’assessore del Comune di Torino Marco Giusta. Per Globe-MAE relazioneranno Bianca Pomeranzi e Sergio Strozzi.

Saranno inoltre presenti l’ex parlamentare Franco Grillini, direttore del nostro quotidiano, e l’avvocata Andrea Catizone, presidente di Family Smile, nonché componenti delle varie associazioni Lgbti nazionali.

Ma per capire meglio di cosa si occupa Globe-Mae e quali sono le sue attività e i suoi obiettivi, abbiamo raggiunto telefonicamente il ministro plenipotenziario Fabrizio Petri, presidente dell’associazione.

Ministro Petri, cosa è Globe-MAE  e quando è nata?

Globe-MAE è una rete di dipendenti Lgbti del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. È nata nel 2013, quando a capo del dicastero c’era Emma Bonino.

Globe-MAE nasce con la finalità di sostenere i diritti delle persone Lgbti all’interno del ministero degli Affari esteri ma anche con l’intenzione di fornire il proprio contributo su alcuni aspetti della politica nazionale e internazionale. Quando Globe-MAE è nata, non c’era ancora la legge sulle unioni civili.

Com’è l’atteggiamento nei confronti dei funzionari Lgbti in seno al corpo diplomatico?

All’interno del ministero degli Affari esteri ho sempre percepito una certa sensibilità e attenzione verso le istanze della comunità Lgbti. Anche perché parliamo di un ambiente che è contraddistinto da una continua apertura al dialogo globale e internazionale.

Personalmente non ho mai avuto la sensazione di subire discriminazione e stigma neppure a livello morale, umano e psicologico. Anche se, inutile negarlo, con la legge Cirinnà abbiamo fatto un salto istituzionale vero e proprio.

Quante unioni civili si sono svolte nelle ambasciate e nei consolati italiani all’indomani dell’entrata in vigore della legge Cirinnà?

Tra unioni civili e trascrizioni di matrimoni egualitari contratti all’estero se ne possono contare 621: una cifra considerevole. Non mi aspettavo un numero così alto e sono felicemente sorpreso!

I matrimoni egualitari contratti all’estero e trascritti in Italia che valore hanno?

La legge parla chiaro: la trascrizione è un atto dovuto ma le coppie, che all’estero hanno contratto matrimonio egualitario, in Italia godono solo delle prerogative limitate agli effetti  della legge sulle unioni civili.

A livello internazionale quali sono le “imprese” in cui Globe-MAE ha offerto il proprio decisivo contributo?

Dunque, in primis nel sostegno che il nostro Paese ha dato alla creazione, nel 2016, di un esperto indipendente Sogi (Sexual Orientation e Gender Identity) sui temi Lgbti all’interno delle Nazioni Unite. Si tratta di un mandato triennale che mira a individuare una figura di esperto indipendente che possa monitorare e raccogliere dati relativi alle discriminazioni su orientamento sessuale e identità di genere in tutto il mondo.

Inoltre, Globe-MAE ha svolto un lavoro di sensibilizzazione e facilitazione presso le nostre amministrazioni per consentire all’Italia di essere parte di tre importantissime meccanismi.

La Equal Rights Coalition, nata a Montevideo nel 2016, che raccoglie più di trenta Stati e ha lo scopo di sostenere i diritti Lgbti nel mondo. Il Global Equality Fund, creato nel 2011 da Hilary Clinton, che è un fondo multilaterale che in sei anni ha raccolto più di 50 milioni di dollari per sostenere le associazioni Lgbti, fondo che è già stato rinnovato dall’amministrazione Trump e che, anzi, sarà presto implementato. Infine, Lgbt Icor Group, che coordina le attività Lgbti dei vari Paesi che fanno parte delle Nazioni Unite.

Qual è il significato dell’evento previsto per il 22 novembre a Roma?

Il significato è creare una dinamica dialettica sui temi internazionali e, come Globe-Mae, aiutare il dialogo tra le associazioni, i governi e la società civile su temi Lgbti a livello internazionale e migliorare al massimo l’applicazione della Legge Cirinnà all’estero.

Globe-MAE intende far crescere anche  livello istituzionale la consapevolezza sulle questione Lgbti che sono una parte importante del patrimonio culturale, umano e morale di tutta la società.

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Certamente un iter procedurale atipico, quello con cui in Australia si arriverà presto alla legalizzazione del matrimonio egualitario.

Infatti, lo scorso settembre, con una consultazione referendaria indetta per posta, il governo aveva interpellato la popolazione sul riconoscimento delle nozze tra persone dello stesso sesso e ci sono voluti due mesi circa per conoscere l’esito del sondaggio che, come già si immaginava, ha visto una schiacciante vittoria del sì.

Nonostante si trattasse di un referendum non vincolante, il Primo Ministro Turnbull ha dichiarato che, davanti a un risultato favorevole tanto netto e inequivocabile (circa il 61,6%), il Parlamento non potrà che comportarsi in maniera consequenziale e coerente.

Ma per capire qualcosa in più della questione australiana, abbiamo fatto qualche domanda a Dave Di Vito, scrittore, traduttore, direttore didattico e blogger nato a Melbourne che vive da sette anni in Italia con il suo compagno.

Dave, un omosessuale vive meglio in Italia o in Australia?

Per la maggior parte, un gay vive meglio in Australia. Culturalmente hanno fatto più lavoro e progressi in Australia che in Italia. Generalmente, le  questioni e le polemiche che sono evidenti in Italia (es. la discriminazione omofobica nella casa vacanza in Calabria) sono ormai inconcepibili in Australia.

Forse, l'unica eccezione, è quando ci si confronta con i più giovani: infatti gli italiani sono molto più tranquilli rispetto all'idea di mascolinità e meno aggressivi degli australiani. Detto questo, non sono mai stato aggredito per strada per essere gay in Australia ma in Italia sì.

Cosa ne pensi del fatto che in Australia abbiano deciso di ricorrere a un atipico referendum non vincolante e con procedura “postale” per conoscere il parere dei cittadini sul matrimonio egualitario? Secondo te, si tratta di una procedura giusta e sensata?

Il sondaggio postale è stato veramente imbarazzante. Sono felice per il risultato ma sono molto arrabbiato per la procedura. È ridicolo che un governo - anche di destra - possa sfruttare i diritti per una mossa politica.

Ma, da quando abbiamo avuto Abbott come primo ministro, la destra ha fatto di tutto per rallentare progressi in diverse circostanze e ha abbassato il tono del dibattito. Trovo volgare che, per accontentare una decina di politici e i loro sostenitori (la chiesa e le sue lobby), migliaia di persone hanno dovuto esprimersi in un referendum postale per ottenere un risultato che non era neanche vincolante. Un risultato che poi riflette specularmente quasi tutti i risultati dei sondaggi svolti negli ultimi quattro anni.

Adesso che il referendum ha fatto emergere il largo consenso della popolazione per il matrimonio egualitario, cosa farà il Primo Ministro australiano? Secondo te, procederà all’approvazione della legge e o proverà a insabbiarla?

I risultati sono chiari e stanno già elaborando gli atti in Parlamento. Turnbull è già in una posizione precaria sia in Parlamento che con l’opinione pubblica. Dopo che il suo governo ha strumentalizzato la campagna per il matrimonio egualitario, i cittadini non hanno più pazienza per ulteriori mosse politiche. Adesso gli Australiani vogliono la legge dopo tutto questo spreco di soldi e tempo.

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