Claudio Finelli

Claudio Finelli

Martedì 17 Aprile, presso la Casina Pompeiana di Napoli, la Rvm Entertainment ha presentato in anteprima nazionale il cortometraggio Una semplice verità, scritto e diretto da Cinzia Mirabella e sostenuto moralmente dal Comitato Arcigay di Napoli.

Il cortometraggio mette in luce la  grave problematica dell'omofobia all'interno delle mura domestiche

La storia si svolge sull'isola d’Ischia, dove un uomo è invitato a presentarsi al distretto di Polizia per essere ascoltato come persona informata dei fatti in seguito a una denuncia a suo carico. A denunciarlo è la figlia, interpretata da Giulia Montanarini, vera e propria icona glamour dell’intrattenimento televisivo, che per la prima volta si misura con un ruolo drammatico, quello di una donna di 35 anni, picchiata dai familiari perché dichiaratasi lesbica.

Il ruolo del commissario di polizia è, invece, interpretato da Cinzia Mirabella, attrice brillante di cinema e teatro a cui, nel gioco dei silenzi e delle rivelazioni,  è affidato il colpo di scena finale del film.

Locandina 1

Nel cast del cortometraggio bisogna ricordare anche la presenza di Pietro De Silva, attore cinematografico che tutti ricordiamo per film come La vita è bella, L’ora di religione,  Anche libero va bene e Giovanni Allocca,  attore di teatro, cinema e televisione che ha preso parte anche alla fortunatissima serie televisiva Gomorra.

La direzione della fotografia è stata affidata a un grande maestro del settore, Antonio Grambone, mentre la canzone che accompagna il cortometraggio, con un motivo struggente e intenso come un mantra, è Manname l’ammore, interpretata dalla carismatica Gabriella Rinaldi.

Durante la presentazione è intervenuto il cast del film, il produttore del progetto Gaetano Agliata con la costumista Nancy D’Anna, il responsabile casting Andrea Axel Nobile, il truccatore Antonio Riccardo, il presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino e Daniela Lourdes Falanga, responsabile alle politiche transessuali di Arcigay Napoli.

Parliamo con Giulia Montanarini, subito dopo la kermesse napoletana.

Giulia, in primis, raccontaci come è stato lavorare nella realizzazione di questo cortometraggio.

Per me è stata un’esperienza molto importante perché per la prima volta non compaio nel ruolo consueto della soubrette. Cinzia Mirabella mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con un ruolo intenso, forte e tormentato. Mi ha seguito con grande attenzione e ha fatto uscire queste altre note dalla mia personalità, ha tirato fuori dei sentimenti che non conoscevo. E io sono molto contenta perché il personaggio credo sia molto credibile e mi sembra sia piaciuto molto.

Giulia cosa ti aspetti in termini di riscontro dal pubblico e dalla stampa?

Il pubblico è sovrano e spero che il pubblico rimanga sorpreso nel vedermi in questo ruolo inedito per me, il cinema, come la televisione, ha un ruolo fondamentale perché ha la  possibilità di narrare ad un pubblico molto ampio storie che hanno un valore sociale e civile, storie che fanno riflettere su forme di violenze inaccettabili come quella spesso perpetrata contro le persone omosessuali e credo che Una semplice verità possa davvero aiutare a contrastare le discriminazioni contro la comunità Lgbti. Se avessi un figlio gay, sarei felice e vorrei che lui fosse felice.

Il pubblico Lgbti ti ha sempre amato molto…

E io ringrazio davvero tanto la comunità Lgbti per l’amore che mi ha sempre dimostrato. Non posso che dire grazie, grazie, grazie.

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Tvboy, al secolo Salvatore Benintende, è uno degli Street Artist più affermati e apprezzati della scena internazionale. Palermitano di nascita e milanese d’adozione, vive da diversi anni a Barcellona. Ma le sue incursioni artistiche urbane e le sue opere pop e graffianti sono diventate oggetti di culto tanto in Italia quanto negli Stati Uniti, tanto in Germani quanto in Francia e nel Regno Unito.

Tvboy è stato, negli ultimi anni, protagonista di prestigiosissime esposizioni come quella del Museo MDM di Porto Cervo (2014) o quella allestita allo Spazio OnSider di Barcellona (2015), dove le sue opere ono state presentate insieme a quelle dei padri storici della PopArt come Andy Warhol e Keith Hering.

Qualche settimana fa il suo nome è rimbalzato su tutti i media italiani per il poster del bacio tra Salvini e Di Maio (in Via del Collegio Capranica a Roma), con cui l’artista ha voluto “prefigurare” ironicamente i possibili risvolti dello scenario politico nazionale. Benché diventata virale in brevissimo tempo, l'immagine è stata censurata e rimossa.

Nonostante ciò Tvboy non si è perso d’animo e solo qualche ora fa ha colpito ancora! E l’ha fatto con un’incursione urbana che ha coinvolto la zona dei decumani di Napoli e quella del santuario di Pompei. Nella notte, infatti, Tvboy ha affisso (con la tecnica del paste-up) nei vicoli del centro storico partenopeo i suoi poster, raffiguranti Pino Daniele (vico dei Panettieri), Totò (vico Figurari) e Maradona (via San Biagio del Librai): tre colonne indiscusse della mitografia popolare napoletana.

Si è poi spostato a Pompei e, a pochi metri dal Santuario meta di migliaia di pellegrini che giungono quotidianamente da ogni parte del mondo, TvBoy ha fissato l’immagine di Papa Francesco, con il tipico volto sorridente e bonario, che, alla stregua di un militante durante un Pride, stringe nel pugno un cartello con un cuore arcobaleno, simbolo dei diritti Lgbti, e la scritta Love wins. Stop homophobia. Una chiara risposta a chi, da quando è stato convocato il Pompei Pride, prova a frenare la realizzazione della manifestazione nella città mariana per eccellenza.

Tvboy accetta di parlare ai microfoni di Gaynews proprio mentre realizza le sue opere.

Tvboy, come mai ti è venuta l’idea di dedicare un tuo poster urbano ai diritti delle persone Lgbt?

L’idea mi è venuta proprio quando ho visto che veniva censurato il mio bacio tra Salvini e Di Maio. Ho pensato che venisse censurato proprio perché in Italia c’è ancora difficoltà a parlare delle relazioni d’amore tra persone dello stesso sesso. Allora la frase che mi è venuta in mente per il post di questa immagine è questa: Papa Francesco è già pronto a manifestare in prima linea al GayPride di Pompei perché anche in Italia, come già in altri paesi d’Europa, siano riconosciuti i diritti delle coppie dello stesso sesso! #lovewins #stophomophobia.

Francesco non si è mai schierato apertamente al fianco delle persone Lgbti. Però ha fatto delle dichiarazione nuove per la Chiesa quando ha detto: “Chi sono io per giudicare un gay? Allora ho pensato che potesse essere un testimonial perfetto per il Pride. E poi l’idea mi è venuta anche leggendo delle dichiarazioni omofobe di gruppi di estrema destra, ma senza dare loro troppo protagonismo perché hanno scritto delle cazzate.

La mia opera è bella perché parla del momento che stiamo vivendo. In Spagna già da anni sono permessi i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Anche Obama ha lottato. In Italia abbiamo il bagaglio storico culturale della Chiesa: però io spero che qualcosa si muova.

Ti aspettavi o meno l’oscuramento del bacio tra Salvini e Di Maio?

In realtà non se l’aspettava nessuno ma ha contribuito al successo dell’opera. Quando vuoi censurare e nascondere un’opera, si crea un meccanismo opposto di curiosità perché la gente si chiede perché la vogliano nascondere. La censura ha dato maggiore protagonismo all’opera. Protagonismo che non avrebbe avuto se l’avessero lasciata là.

Da artista italiano che vive e lavora in Spagna, come guardi all’Italia in questo momento così difficile della nostra storia politica?

L’ho sempre detto: quando te ne vai all’estero, allora vedi i pregi del tuo Paese. Se ci vivi, vedi solo i difetti. In Italia abbiamo un grande potenziale, uno straordinario bagaglio storico, artistico, culturale. Però ci perdiamo in un bicchiere d’acqua e questo ci fa restare anni luce indietro rispetto ad altri Paesi. La Spagna era più indietro dell’Italia perché ha avuto la dittatura franchista. Però in pochi anni si è aperta al cambiamento: questo dipende anche dalla politica e da vari fattori.

Ma adesso in Italia siamo in un momento di cambiamento e quest’opera vuole che anche l’Italia si apra al tema del sociale e di come si può migliorare. Questo è il pensiero di un eterosessuale perché i diritti delle persone Lgbti sono diritti di tutti non solo di una parte.

 

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Dal 10 al 15 aprile, al Teatro Out Off di Milano (via Mac Mahon, 16), andrà in scena l’interessante studio teatrale su Mario Mieli, prodotto dal giornalista Maurizio Guagnetti e da Irene Serini. L'attrice, che ha già lavorato con Luca Ronconi, Tonino Conte, Gioele Dix, Serena Sinigaglia e altre importanti realtà artistiche della scena italiana, è anche regista e interprete d'uno spettacolo dai trenta intensi minuti.

Irene Serini recupera la formula del teatro antico che vede il pubblico seduto in cerchio. E, all’interno di questo cerchio, proverà a rievocare la figura e lo spirito di Mario Mieli, rivoluzionario precursore delle lotte italiane di rivendicazione Lgbti. Primo filosofo nostrano ad aver indagato il difficile rapporto con la femminilità propria di ogni essere umano, con l'identità sessuale e con il desiderio represso.

Lo spettacolo si chiama Abracadabra. Incantesimi di Mario Mieli, il mago del gender. Rappresentato per la prima volta lo scorso anno a IT Festival, arriva all'Out Off di Milano con Studio#2, il secondo atto di uno spettacolo non finito e per certi versi infinito.

Per conoscerne di più, raggiungiamo telefonicamente Irene Serini.

Irene, ci spiega come e perché si è avvicinata figura di Mario Mieli? E quali sarebbero i suoi incantesimi?

Il primo a parlarmi di Mieli fu un giornalista e grande amico: Maurizio Guagnetti. Mi diede in mano Elementi di critica omosessuale e, in un giorno d'influenza, lessi la prima pagina: mi staccai dal libro tre giorni dopo. L'influenza era passata ed ero avvolta dalla strana sensazione di essere una persona diversa da prima, non solo per questioni di temperatura. Come se quel libro fosse stato un medicinale iniettato nel cervello, in grado di cambiare il mio sguardo sul mondo. Magia? Chissà. 

Da lì in poi molti sono stati gli incontri: sia con chi ha conosciuto Mieli direttamente (divertendosi assai e avendo molto da ricordare) sia coi libri di chi ha portato avanti il suo pensiero elaborandolo all'interno dei gender studies. Ritrovo gli ingredienti delle sue "pozioni magiche" in alcuni tratti del pensiero di Judith Butler ma anche di Flavia Monceri, quando propone d'interrogarsi a fondo e con cura su cosa sia l'identità, chi sia a determinarla e a chi serva questa [benedetta o maledetta o comunque noiosissima] identità.

Decisi di portare tutto questo a teatro. Ma compresi fin da subito che la natura di Mieli imponeva l'evasione. Che bisognava scombussolare leggi e confini. Fu lì che ritrovai Maurizio, il mio iniziatore, ed insieme elaborammo un progetto di cui il monologo non è che il primo mattone e che prevede, tra le varie, la realizzazione di un docufilm che finanzieremo attraverso una campagna di crowdfunding.

Il suo spettacolo è una specie di seduta spiritica per rievocare domande che più dividono la società contemporanea in tema di sessualità e identità di genere. Ma qual è l’interrogativo che ritiene più pressante e più divisivo in questo momento?

Quando smetti di recitare? Cosa trovi al di là della recita? Può sembrare strano ma questi sono interrogativi realmente incandescenti in questo percorso.

L'identità di genere quanto la sessualità hanno a che fare con la rappresentazione più di quanto non si possa intuire, hanno a che fare con la riconoscibilità da parte degli altri. Aveva ragione Shakespeare: Tutto il mondo è un teatro e gli uomini e le donne non sono che attoriAttori a cui Mario Mieli propone di smettere di recitare per "scoprire le straordinarie risorse dell'esistenza...al di là della recita" È necessario superare i limiti imposti, per scoprire se stessi e l'universo circostante.

Sinteticamente, cosa fece di Mario Mieli un pensatore scomodo e anticonformista? C’è un aspetto dell’eccentricità di Mieli nei confronti della quale lei ha delle reali perplessità?

Del pensiero di Mario Mieli accolgo tutto. Consapevole di avere a che fare con un pensatore anni '70. Anni aggressivi rispetto ai nostri, in cui la provocazione era una modalità d'espressione molto presente. Oggi provocare sembra in parte passato di moda, difficilmente fa ottenere risultati evidenti, tanto meno fa guadagnare una buona qualità d'ascolto da parte di chi la pensa diversamente.

Ribadisco: nulla del pensiero di Mario Mieli mi disturba, perché lo accolgo instaurando un dialogo con esso, e non considerandolo istruttivo alla maniera di una vecchia lezione scolastica. Inoltre in tutto quel che lo riguarda, anche nella cosa più schifosa, risuona sempre uno stato di grazia.

Il suicidio di Mario Mieli è stato spiegato in vari modi. Secondo lei, qual è stata la molla scatenante della sua decisione finale?

Lo spettacolo non indaga la vita di Mieli e la sua aneddotica. Portiamo in scena il suo pensiero, la sua meraviglia. Togliersi la vita è un fatto intimo. Inviolabile. Silenzioso. Le uniche parole che riesco ad accettare in circostanze del genere sono quelle che scrisse Cesare Pavese prima di morire: Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

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La Tarantina, al secolo Carmelo Cosma, è l’ultimo femminiello che vive ancora ai Quartieri Spagnoli, zona popolare nel cuore di Napoli, ed è una figura sostanzialmente “totemica” della geografia antropologico-culturale partenopea. Un personaggio centrale per la centralità che ha occupato e continua a occupare nelle vite di chi, tra i vicoli del quartiere (e non solo) la incontra quotidianamente, circondata da tutti gli artisti e gli intellettuali, a cui racconta la sua incredibile storia: la sua iniziazione alla vita di strada, la sua rocambolesca adolescenza tra Napoli e Roma, i suoi incontri con Fellini, Novella Parigini e Laura Betti, i suoi amori folli e romantici al tempo della Dolce Vita.

Dopo aver ispirato una pubblicazione biografica (Gabriella Romano, “Tarantina e la sua dolce vita”, edita da Ombre Corte), la vita di Tarantina, delle sue frequentazioni “importanti”, sorprendenti e piene di colpi di scena, è diventata motivo ispiratore di un film-documento “La Tarantina genere femm(è)nell”, realizzato dal drammaturgo e regista napoletano Fortunato Calvino, presentato al Festival TGLFF – Torino Gay&Lesbian Film Festival 2016,  al Trieste Film Festival (2017), e al Free Bird: The INTL Gender Freedom Film Fest di New York (2017), ed è proprio da questo film che è nato, poi, anche il progetto per il teatro che sarà in scena, dal 27 al 31 marzo, presso il Teatro Off/Off di Roma.

Un lavoro teatrale che, presentato a Roma in Prima Nazionale, focalizzerà l’attenzione degli spettatori di tutto il Paese sul fenomeno napoletano dei femminielli, incarnazione sui generis di un marcato superamento della dicotomia polare maschio-femmina, individui storicamente posizionati al di là e oltre qualsiasi consuetudinaria partizione binaria del sesso biologico o dell’appartenenza identitaria.

Il Professor Paolo Valerio, docente ordinario di Psicologia Clinica presso l'Università degli Studi di Napoli - Federico II, che da anni si occupa di ricerca nell'area di Identità di Genere, descrive così il mondo dei Femminèlli: "... Vivono nei Quartieri Spagnoli nei loro bassi e si confondono con gli altri abitanti della zona, con i quali vivono in armonia e con cui condividono la difficoltà a trovare un lavoro. In questo contesto, quindi, poco importa come ci si guadagna da vivere, purché si sia generosi con chi sta intorno. Tutti i personaggi appaiono ben integrati nel contesto sociale circostante. Appaiono e si sentono come “star” del quartiere. Non bisogna dimenticare che la tradizione popolare vuole che i femminielli portino fortuna, e come tali siano delegati a distribuire parte di questa peculiare facoltà agli altri nelle riffe, nei giochi o in momenti importanti della vita delle persone, quali matrimoni o battesimi. Di questo lavoro ideato da Fortunato Calvino, e fortemente voluto anche da me, resterà una traccia indelebile, a cui potranno fare riferimento in futuro ricercatori che vorranno conoscere meglio i protagonisti di questo mondo…”.

In scena, oltre Tarantina, è necessario ricordare la presenza di Luigi Credendino, Roberto Maiello e Antonio Clemente. Le scene sono di Paolo Foti e i costumi di La Rossa.

L’Off/Off Theatre è in via Giulia, 20 a Roma.
Info e prenotazioni: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

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Diciamolo subito: Nome di donna di Marco Tullio Giordana è un film bello e intelligente ma è, soprattutto, un film attuale. Un film che unisce una sapiente costruzione cinematografica con un misurato taglio narrativo di tipo“giornalistico”. Taglio che fa di questo film un prodotto “democratico” e di grande qualità, in grado di affrontare una tematica importante, come quella della violenza di genere, mescolando realtà e finzione, denuncia e capacità di introspezione.

Nome di donna è un perfetto women’s movie che racconta  in maniera asciutta e lineare la storia di una giovane madre che rivendica i propri diritti e la propria dignità, Nina, ben interpretata da Cristiana Capotondi. E di donne come Nina è piena l’Italia: donne molestate, subdolamente condizionate da maschi che non sono fisicamente violenti ma la cui autorità sociale diventa leva psicologica grazie alla quale subordinare e influenzare la volontà e la vita altrui. 

Una risposta chiara e intellettualmente onesta a chi, come Catherine Denevue, confonde ancora le molestie con i complimenti e a quanti come Kevin Spacey credono di potersela cavare con delle scuse pubbliche e una superficiale ammissione di responsabilità. 

Nina è una donna che decide di autodeterminarsi come madre e come lavoratrice e non accetta perciò alcun tipo di condizionamento. È una donna che ha paura di ribellarsi a un sistema sessista ed eteropatriarcale ma è, altresì, disposta ad andare fino in fondo per tutelare ciò che è suo e che nessuno può, in alcun modo, compromettere: la sua libertà e le sue scelte.

Questo film di Marco Tullio Giordana ha il pregio di spiegare, chiarire, esemplificare come sia giusto e doveroso parlare di molestie non solo in presenza di evidenti e manifesti atti di violenza fisica ma anche davanti a complesse dinamiche di soggezione all’autorità di turno, allorché la pressione, ancor prima che fisica, è dissimulatamente psicologica e limita e mortifica l’altrui modo di agire.

Nel cast del film, è necessario segnalare la presenza di grandi interpreti come Valerio Binasco, nel ruolo del direttore e molestatore seriale, Bebo Storti, avido prelato corrotto, e una grande Adriana Asti, attrice “sul viale del tramonto”, arguta confidente della giovane e smarrita protagonista.

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Circa una settimana fa, in occasione della Giornata internazionale della donna, l’attenzione della cronaca si è focalizzata nuovamente su un caso di omofobia e molestie in ambito sanitario.

Viola F., 23enne d’origine ischitana ma vivente a Roma per studi universitari, ha infatti denuncito quale incubo la visita ginecologica, cui si era sottoposta a fine gennaio nella capitale. Il medico, avendo appreso dalla paziente il suo orientamento sessuale, nel sottoporla a ecografia transvaginale, era arrivato a usare parole allusive, offensive e umilianti per la stessa.

«Ancora una volta registriamo un caso di discriminazione in ambito sanitario – ha così dichiarato Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli –. Poco più di un mese fa, infatti, un attivista di Arcigay è stato schernito e deriso in quanto omosessuale durante una visita da un medico in servizio in una struttura ospedaliera campana. Oggi tocca a Viola essere discriminata da un ginecologo in quanto lesbica. Queste circostanze gravissime ci fanno riflettere, ancora una volta, sulla scarsa formazione e sulla scarsa sensibilità dei medici e del personale sanitario. Non è tutto così, ovviamente, ma c’è ancora tanto da fare perché un pezzo del nostro Paese è ancora drammaticamente resistente al cambiamento».

Per Gaynews, abbiamo deciso di raggiungere telefonicamente Viola per capire meglio come sono andate le cose.

Viola, ti era mai capitato di trovarti in situazioni simili, cioè di essere stigmatizzata o molestata perché lesbica ?

Sì, mi era già capitato, purtroppo, in due distinte occasioni. La prima volta avevo 17 anni. Mi trovavo a Ischia, dove sono nata, a una festa con la mia compagna di allora. Alcuni ragazzi hanno approfittato di un momento, in cui mi ero allontanata da sola, per andare a prendere da bere e mi hanno accerchiata. Uno di loro mi ha parlato per chiedermi: Perché baci una donna? Io ricordo che risposi: Anche tu baci le donne, no? Dovresti capirmi.

Gli altri allora hanno iniziato a darmi botte sulla testa e sulla schiena. Sono riuscita a uscire da quel cerchio umiliante e violento mettendomi in ginocchio e facendomi spazio tra le loro gambe, tutta bagnata dei drink che mi ero rovesciata addosso. Ricordo che ebbi bisogno di appartarmi per piangere, perché ero sopraffatta dal senso di impotenza e umiliazione. Non so ancora chi fossero quei ragazzi.

La seconda volta avevo 18 anni: entrai in classe una mattina e trovai tutti i miei compagni in piedi davanti al muro, dietro la cattedra. Mi avvicinai e lessi una grande scritta fatta col pennarello: Viola lesbica malata. I miei amici erano riusciti a coprire solo parzialmente quella scritta. Qualche tempo dopo fecero imbiancare l'aula.

Quando hai raccontato la visita che hai subito, quali reazioni hai raccolto nella tua cerchia di conoscenze? Hai ricevuto solidarietà o ti sei confrontata con atteggiamenti di chiusura?

Questa è una domanda fondamentale, la cui risposta chiarisce anche il perché io abbia deciso di raccontare la vicenda proprio in occasione della Giornata della donna.

Come ho già detto, ho raccolto dalle mie conoscenze e amicizie molto sostegno, comprensione e incoraggiamento, ma non da tutti.

La prima cosa che va precisata è che, quando sono uscita da quella visita, mi era venuta a prendere in auto la mia ragazza. Ero molto turbata e soprattutto nervosa, però ancora non avevo metabolizzato l’accaduto a causa dello shock. La mia ragazza mi ha fatto notare quanto assurdo fosse quello che il ginecologo avesse detto e fatto, quanto fosse fuori luogo e inaccettabile. E mi ha scossa da quell'apatia passiva in cui ero precipitata subito dopo.

In seguito, sono state proprio le reazioni di altre persone che mi hanno aiutata a raccogliere le forze: chi ha pianto per il nervosismo e l'ingiustizia, chi mi ha versato del vino e mi ha offerto il suo ascolto per tutta la notte, chi con gli occhi sgranati non sapeva come esprimermi quanto le dispiacesse, chi con le vene delle tempie ingrossate mi diceva che avrei dovuto denunciare. Tutte reazioni che hanno riempito il mio cuore, che mi hanno fatta sentire meno sola davanti a quell'evento che mi aveva profondamente segnata.

Tutti mi sono state accanto, tutti tranne una persona: la mia migliore amica. Era stata lei a consigliarmi il ginecologo, suo medico e amico di famiglia. E questo chiarisce come mai io abbia deciso di raccontare la vicenda l'8 marzo: perché quel giorno di celebrazione della donna, l'unica cosa che riuscivo a pensare era quanto fossi delusa dal mancato sostegno femminile che ritenevo il più importante.

Lei ha dubitato delle mie parole, forse per la sua natura intimamente subordinata al genere maschile, forse per la sua provenienza piccolo borghese, per la sua famiglia molto cattolica. La mia migliore amica ha messo in dubbio le mie parole per paura, per non vedere le cose che non le piacciono. Ecco perché ho invitato le donne, come lei, ad alzare la testa e amare di più sé stesse e le altre. Ma nel resto del mio mondo, per fortuna, ho trovato grande solidarietà.

Hai denunciato l’accaduto all’ordine dei medici? E alle forze dell’ordine?

Ho denunciato solo ai carabinieri, che hanno accolto con grande indignazione il mio racconto. Proprio i carabinieri mi hanno spinto a presentare il caso alla procura sotto la dicitura di "violenza sessuale" invece che come semplice molestia. Hanno detto che il mio caso si trova sulla linea di confine tra violenza e molestia dacché, mentre il ginecologo mi diceva che avrebbe voluto farmi cambiare idea sulla mia omosessualità, stava comunque usando i suoi strumenti su di me e dentro di me. E, inoltre, mentre mi diceva che ero una monella, riferendosi ai miei tatuaggi, aveva le mani sul mio seno. Cose che dovrebbero essere normali durante una visita ginecologica, ma che acquistano un altro colore se accompagnate da quel tipo di frasi.

All'Ordine dei medici non l’ho segnalato, ma spero vengano presto informati. Non vorrei correre il paradossale rischio di essere anche contro-querelata per diffamazione. Sarebbe il colmo.

Tra la visita e la denuncia pubblica della violenza è trascorso un po’ di tempo. Credi ti sia servito a metabolizzare e raccontare l’accaduto o avevi timore di scontrarti con il pregiudizio altrui?

La cosa strana è che ho provato per settimane a scrivere dell'accaduto. All'inizio non avevo la serenità mentale per rivivere tutto nel raccontarlo agli altri, pensavo che le parole avrebbero sminuito la frustrazione, il disgusto, l'umiliazione che avevo provato. Non avevo la forza adeguata per farmi capire. Ma l'8 Marzo è stata la delusione nei confronti della mia migliore amica che mi ha spinta a farmi portavoce della forza femminile. Per esortare le donne a lottare ancora, perché il mondo può migliorare sempre più nei nostri confronti, e per dire a tutte di avere coraggio, denunciare, alzare la testa.

Ci vuole forza perché ci si può ancora imbattere in ignoranza, menti ottuse e pregiudizi. Bisogna far capire a tutte le donne che non si guadagna niente nel denunciare una molestia, né soldi né fama né potere, ma è necessario farlo. Anzi, io ho dovuto affrontare molte difficoltà per esprimere cosa avessi subìto, e ho perso anche un'amica. Ma il torto subito ti dà la forza di gettarti anche in una vasca di squali.

Secondo te, personaggi come il medico che ti ha visitato, poggiano il proprio senso di impunità sulla consapevolezza di essere parte di una società maschilista e omofoba o sul senso di paura e vergogna che suggeriscono alla “vittima”?

Il ginecologo era il tipico maschio alfa, borghese, educato ma dagli atteggiamenti tipici dell’impunito. Sapeva di essere in una situazione di potere, sia come uomo bianco ed eterosessuale, sia come medico affermato, col camice addosso e la possibilità di dire qualsiasi cosa volesse a qualunque giovane e bella ragazza, nel suo intoccabile studio arredato in modo elegante, dove lavora da solo. Di certo, per le libertà che si è preso e la sua nonchalance nel biasimarmi apertamente fin dal primo momento perché omosessuale (con parole crude e dirette), credo abbia puntato anche sul mio senso di disagio, sulla mia inferiorità in quel momento. Lui medico, io paziente. Io mortale, lui Dio.

Giocava con la mia psiche con bastone e carota, alternando frasi di biasimo per la mia omosessualità (fino a dirmi anche: Non dirlo a nessuno perché penserebbero male di te, in ogni ambito della tua vita) a frasi viscide e moleste: dal Come sei bella al Ti avrei fatto cambiare idee, che mi hanno messo a disagio e mi hanno bloccata. Tanto era lui a dirmi di aprire le gambe, di togliere la maglietta, di rispondere a domande indiscrete, ed io lo facevo. Questo era per lui palesemente galvanizzante.

Come ti sentirai, la prossima volta che dovrai sottoporti a visita ginecologica? Pur cambiando medico, riuscirai a essere serena o credi che quest’esperienza comprometterà la tua fiducia nei confronti dei medici che incontrerai?

Per rispondere a questa domanda, devo precisare che sono una studentessa di medicina e che, in generale, non sono propensa a perdere la fiducia nei confronti della classe medica. Ma credo proprio che, nel momento in cui dovrò spogliarmi nuovamente davanti ad un dottore e farmi toccare in una situazione di vulnerabilità, sarà diverso. Se solo ci penso, mi viene la nausea. Purtroppo non solo in questo ambito ha influito la vicenda, non solo nei riguardi dei medici avrò problematiche.

Ma quel che è successo ha avuto riverbero per qualche tempo anche nella mia vita sessuale, nella fiducia nei confronti del genere maschile e ha anche peggiorato i sintomi dell'ansia, di cui già soffrivo in modo blando. Le sue parole, le sue mani, il suo sguardo viscido sul mio corpo giovane non mi condizioneranno solo nel momento in cui dovrò spogliarmi di fronte a un altro medico (che d'ora in poi sarà donna) ma hanno già leso molti aspetti della mia vita, tra cui la mia dignità. Spero davvero che sia condannato, radiato dall'Ordine dei medici e che non possa più traumatizzare nessuna ragazza.

Ormai io quest'orrore l'ho vissuto e niente me lo farà dimenticare… Ma spero almeno che questa brutta vicenda possa essere d'aiuto per le altre, per salvaguardarle, per incoraggiarle a denunciare. Magari stavolta la legge farà qualcosa di buono. E avremo un orco in meno di cui preoccuparci.

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Dal 15 al 18 marzo si svolgerà a Roma la XXIV° conferenza del World Congress of Lgbt Jews con delegati che arriveranno da Canada, Stati Uniti, Messico, Argentina, Brasile, Colombia, Sudafrica, Australia, Francia, Germania, Austria, Regno Unito, Italia e Israele.

L’evento, dal titolo Minorities Alone, Strong Together, focalizzerà l’attenzione sulle inferenze fra diverse tipologie di intolleranza che affliggono le nostre società: da quella religiosa a quella di genere, da quella sessuale a quella etnica e nazionale, analizzandone le scaturigini e proponendo soluzioni che, in qualche modo, si sono già rivelate virtuose relativamente alle vicende della comunità ebraica.

Sono quattro i principali ambiti di indagine selezionati dagli organizzatori della conferenza:

   1)   Attivisti Lgbt ebrei e musulmani: storie di supporto e collaborazione, che vedrà, venerdì 16 marzo, la presenza di Wajaht Abbas Kazmi e Marco Fiammelli (presso la Casa della Memoria e della Storia in via San Francesco di Sales, 5, alle ore 11:30);

   2)   Persone Lgbt richiedenti asilo in Italia e case rifugio per giovani Lgbt allontanati da casa, che vedrà, sabato 17 marzo, la presenza di Fabrizio Marrazzo, presidente del Gay Center, e di Francesco Angeli, presidente di Arcigay Roma (presso il Gay Center in via Nicola Zabaglia, 14, alle ore 11:00);

   3)   Prevenire e combattere la violenza di genere contro le donne, che vedrà, sabato 17 marzo, la presenza di Linda Laura Sabbadini, Maria Grazia Giammarinaro e Vittoria Doretti (presso il Gay Center in via Nicola Zabaglia, 14, alle ore 16:30);

   4)   Diritti civili in Israele, come integrare le libertà individuali e forti tradizioni religiose. Quali lezioni per il mondo occidentale?, che vedrà, domenica 18 marzo, la presenza di Yuri GuaianaImri Kalman e Mohammad Wari (presso il Centro Ebraico Italiano in via dell’Arco de’ Tolomei, 1, alle ore 16:00).

All’interno delle attività previste dall’evento è necessario segnalare anche la presentazione del libro Respect Zone di Philippe Coen (venerdì 16 marzo, alle ore 20:00, presso la Casa della Memoria e della Storia) e la visita guidata del Museo ebraico e dell’ex Ghetto (domenica 18 marzo, alle ore 09:30).

A proposito della manifestazione Federico D’Agostino, cofondatore di Magen David Keshet Italia - Gruppo ebraico Lgbt (l’associazione organizzatrice della XXIV° conferenza), ha dichiarato: «Da qualche decennio nel mondo anglosassone e israeliano si è sviluppato un vivace dibattito sull’intersezionalità, cioè sul modo in cui i movimenti di emancipazione/rivendicazione delle minoranze sociali possono imparare l’uno dall’altro e collaborare sul piano politico. È un discorso faticoso e pieno di insidie, giacché non sempre le pretese di una minoranza sembrano compatibili con quelle di altre minoranze.

Vediamo esempi di queste difficoltà anche nel recente dibattito italiano, per esempio nella frattura fra una parte del movimento femminista e gran parte del movimento Lgbt, nella minaccia per la laicità che settori della società (anche tanti gay e lesbiche) vedono nell’aumento della popolazione musulmana, nell’antisemitismo che fa capolino non appena gli ebrei come comunità, o perfino come singoli, si esprimono su questioni di public policy, nell’antisionismo che vede l’esistenza stessa di Israele come un peccato originale incompatibile con i diritti umani.

Nel tentare di articolare questo insieme di problemi gli ebrei sono nella posizione privilegiata che deriva da secoli e secoli di persecuzione e stigma, secoli in cui hanno elaborato un originale pensiero dell’identità e della differenza. Non è un caso se il mondo ebraico ha dato un impulso fondamentale ai movimenti di emancipazione anche delle minoranze sessuali, in termini intellettuali e di attivismo, da Magnus Hirschfeld a Judith Butler, da Mario Mieli ad Harvey Milk.

Oggi a Roma proviamo a fare il punto su questo dibattito, affrontando alcuni dei temi più caldi sul tappeto: la collaborazione fra ebrei e musulmani in ambito Lgbt da Israele all’Europa; la minaccia che grava sulle persone Lgbt private di protezione perché in fuga; l’allarmante diffusione dei discorsi d’odio; la condizione femminile  come termometro del clima sociale di un Paese; il modo d’affrontare le nuove sfide alla laicità alla luce dell’esempio israeliano».

 

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Guillem Clua è una delle voci più interessanti e versatili della drammaturgia contemporanea spagnola. Noto per la multidisciplinarietà della sua scrittura teatrale, in cui la fiction s’intreccia con storie d’attualità, ha il dono di coinvolgere da vicino lo spettatore attraverso l’ideazione di plot originali. Plot, che perlustrano, ora in maniera drammatica ora in maniera dissacrante, le dinamiche relazionali dei nostri giorni. Al riguardo è celebre è il caso di Smiley, che ha recentemente debuttato a Napoli nella messinscena di Rosario Sparno e che indaga le relazioni tra omosessuali ai tempi delle app per incontri.

Clua ha dedicato una pièce dal titolo La Rondine alla strage di Orlando, cioè alla sparatoria avvenuta nella notta tra 11 e 12 giugno 2016 all’interno del nightclub Pulse, a seguito della quale morirono 49 persone. L’attentatore Omar Mateen sarebbe stato ucciso alcune ore dopo dalle forze di polizia.

La strage di Orlando resta certamente una delle peggiori sparatorie di massa nella storia recente degli Usa. Di esso resta ancora non chiaro il movente. Secondo alcune ricostruzioni si tratterebbe di un attentato non di matrice jiadistica ma ricollegabile all’omofobia interiorizzata dell’attentatore che, stando alle testimonianze, aveva avuto relazioni omosessuali e frequentava saltuariamente il Pulse.

Il Teatro Stabile di Catania, all’interno di una rassegna attenta alla nuova drammaturgia internazionale, ha voluto mettere in scena, per la prima volta in Italia, quest’opera. Protagonisti della storia saranno Lucia Sardo, indimenticabile interprete di Felicia Impastato nel film I cento passi, e l’intenso Luigi Tabita, diretti dal regista Francesco Randazzo.

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Lo spettacolo debutterà il 26 aprile a Catania e sarà in tournée, in tutta Italia, nella stagione 2018/19. Intanto, però, martedì 13 marzo, al Teatro Argentina di Roma (Sala Squarzina), all'interno della XII° Rassegna internazionale di drammaturgia contemporanea In Altre Parole, curata da Pino Tierno e Simone Trecca, il progetto drammaturgico sarà presentato in forma di reading.

«È un testo emozionante ed inquietante dal sapore almodovariano – ha dichiarato per Gaynews Luigi Tabita –. Non a caso il maestro vorrebbe farci un film. Ha una struttura fluida che muta continuamente con colpi di scena.

Un testo che parla di amore e di odio, dell’incapacità di dire: Ti voglio bene e di accettare l’altro con le sue differenze. Oggi  più che mai  si preferisce semplificare, etichettando le persone, i rapporti , così da tenere lontano e gestibile ciò che ci fa paura. Ma è un modo per difenderci al fine d’evitare di porci delle domande che potrebbero generare una crisi. Ed è quello che accadrà ai due protagonisti Marta (Lucia) e Matteo (io)».

 

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Si è scritto tanto su Virginia Woolf. Si è scritto tanto da trasformare la grande narratrice anglosassone in un’icona della letteratura occidentale, chiusa nell’aura di una biografia dolorosa che ce la restituisce come modello della vittima che, non reggendo per la seconda volta agli orrori della guerra, non trovò altra via che quella della morte per acqua, unendo così il gesto finale al topos letterario per eccellenza di tante protagoniste di romanzi e drammi.

E così, immersa per consuetudine in una sorta di “lesbodramma” irrisolto e conflittuale, Virginia Woolf è stata spesso ritratta, soprattutto nei saggi apparsi nel nostro Paese, come una donna algida e depressa, incapace di slanci  intensi, vitalistici e appassionati. E, se è pur vero che la scrittrice non ammise mai esplicitamente la propria omosessualità, non possiamo comunque dimenticare la lunghissima lista di relazioni femminili e frequentazioni omosessuali che  furono il fulcro del suo universo intimo e affettivo.

Dunque, con la convinzione di voler restituire a Virginia quel che è di Virginia, Eleonora Tarabella, studiosa e grande conoscitrice della vita e delle opere della scrittrice – che ha lavorato anche presso il National Trust a Monk’s House, la casa di campagna di Virginia e Leonard Woolf – ha pubblicato il saggio Ti dico un segreto. Virginia Woolf e l’amore per le donne (Iacobelli, Guidonia 2017), in cui schioda la grande narratrice inglese dal profilo austero e drammatico presente nell’immaginario collettivo.

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Chiara e indicativa la citazione di Bonnie Zimmermann, posta in epigrafe all’opera: Non si possono capire appieno né apprezzare le vite delle scrittrici (e di innumerevoli altre donne) se il loro essere lesbiche viene ignorato o negato.

Incontriamo Eleonora Tarabella a Napoli, durante la presentazione del volume a Poetè, il salotto letterario organizzato da circa dieci anni, presso il salottino del Chiaja Hotel de Charme, da Arcigay Napoli.

Eleonora, com'è nata l'idea del libro? Hai trovato difficoltà nel reperire testi critici che affrontassero la tematica del lesbismo nella vita e nelle opere di Virginia Woolf?

L'idea del libro è nata dal fatto che su Virginia Woolf è stato scritto di tutto. È stato affrontato il suo amore per i cani. Sono stati raccolti i necrologi dopo la sua morte. È stato analizzato il suo rapporto con le domestiche ma in Italia sono assenti testi di critica letteraria o biografie che mettano in evidenza la tematica del lesbismo.

Mi sono dovuta pertanto indirizzare alla critica americana o inglese con i saggi di Barrett e Cramer Virginia Woolf Lesbian Readings o di Karyn Z. Sproles, Bonnie Zimmerman, Christopher Wiley... Ovviamente sono opere che non sono state tradotte in italiano.

Mancava uno studio sul rapporto della scrittrice con le donne dal punto di vista amoroso, comprendente anche l'erotismo, e mi piacerebbe che Ti dico un segreto: Virginia Woolf e l'Amore per le Donne aprisse nuove strade alla ricerca degli aspetti lesbici nella vita e nelle opere di Virginia.

Oltre alla famosa relazione con Vita Sackville-West, un'altra figura poco studiata è stata quella di Violet Dickinson con cui Woolf ebbe un rapporto amoroso. Ce ne vuoi parlare?

Violet Dickinson era di 17 anni maggiore di Virginia che la conobbe quando, ancora ragazzina, la vide arrivare in casa sua per un tè organizzato da Stella, la sorellastra della scrittrice. Oltre a distinguersi per il suo metro e 85 di altezza, Violet fu una donna di spicco a livello politico perché ricoprì il ruolo di prima sindaca di Bath fra il 1899 e il 1900. Virginia Woolf scrisse una biografia di Violeet Dickinson dal titolo Friendship Gallery, in cui esplorava il suo carattere anticonformista che scardinava sia i canoni patriarcali sia il “galateo” della brava ragazza vittoriana.

Durante il rapporto con Violet Dickinson, Woolf prese coscienza del suo desiderio lesbico che finalmente viene vissuto ed esperito prima ancora di esplicitarsi, in maniera più matura, all'interno della coppia Virginia /Vita.

L'erotismo prorompe in modo lampante se si leggono brani delle lettere di Virginia a Violet Dickinson raccolte da Nicolson e Trautmann nel libro che uscì per Einaudi Il Volo della Mente. Mi sono divertita ad analizzarli per smembrare il mito di virginea asessualità che aleggia ancora intorno alla scrittrice. Leggere frasi come “ti leccherò teneramente” o “ricordati che la prossima volta tocca a me muovere dentro” mi hanno restituito l'immagine di una giovane donna che, innamorata di un'altra, avvertiva l'esigenza di avere rapporti sessuali con lei.

Nel libro stabilisci un collegamento fra Woolf e De André a proposito delle “Passanti”. Chi erano le Passanti per Virginia Woolf?

La canzone Le Passanti, che De André tradusse da George Brassens, mi ha fatto riflettere su come donne di passaggio, incontrate sull'autobus o per le strade di paesini francesi dove Woolf si recava in vacanza, potevano suscitare un'emozione tale nella scrittrice da spingerla a fissare nero su bianco, quasi in un fermo immagine, certe caratteristiche che l'avevano ammaliata.

Potevano essere commesse, cucitrici, ballerine, prostitute - donne senza nome appunto - ma se un particolare le rendeva affascinanti, bastava quello perché Woolf ne restasse irretita. L'ho chiamato “fascino metonimico” dato che la metonimia esprime l'importanza della “parte per il tutto”.

Un esempio è il racconto di Virginia intitolato Un Romanzo Mai Scritto dove, durante un viaggio in treno, una passeggera resta incantata a guardare la donna che viaggia di fronte a lei e, senza neanche parlarci, inizia a cucirle addosso una storia solo a livello mentale, un romanzo mai scritto, appunto.

Altra figura poco studiata in rapporto a Woolf è Ethel Smyth. Chi era Ethel e come si inserì nella vita di Virginia?

Ethel Smyth era una compositrice e direttrice d'orchestra che scrisse e musicò, fra l'altro, La Marcia per le Donne. Da militante suffragetta a fianco di Emmeline Pankhurst, era finita in carcere per aver lanciato sassi contro la finestra del ministro di gabinetto che si era opposto al voto alle donne. Ethel non si sgomentò troppo per i due mesi di detenzione: dormiva nella stessa cella con Emmeline e diresse cento compagne detenute con uno spazzolino da denti, dopo aver loro insegnato la sua famosa marcia.

Rimase folgorata da Una Stanza Tutta per Sé, uno dei due saggi femministi di Virginia Woolf. Volle conoscerla e s'innamorò di lei tanto che la prima cosa che le disse fu: “Lascia che ti guardi!”

Per parafrasare il titolo di un'opera woolfiana, Ethel Smyth comparve “fra un atto e l'altro” della vita di Virginia: la fine della relazione con Vita Sackville West e il suicidio. In Fra un Atto e l'Altro, Ethel Smyth veste i panni di Miss La Trobe, una regista teatrale dal piglio maschile che aveva convissuto con un'attrice e poi si era data a qualche bicchiere di troppo per la fine della loro storia d'amore.

Come affiorano omosessualità maschile e lesbismo nei romanzi e nei racconti di Virginia?

L'omosessualità maschile, ad esempio, emerge nel personaggio di Septimus Smith che, ne La Signora Dalloway, fa da contraltare alla protagonista. Septimus è sposato con Rezia ma continua a pensare ossessivamente al soldato Evans, un commilitone che morì dilaniato da una mina. Soffre di allucinazioni in cui rivive continuamente la scena del compagno che muore e che lui non è riuscito a salvare. Il lesbismo, sempre ne La Signora Dalloway è invece presente nell'amore fra Clarissa e Sally Seton che si baciano sotto le stelle.

Nel meraviglioso racconto intitolato Un College Femminile dall'Esterno si accenna all'innamoramento improvviso di Angela per Alice, sua compagna di studi. Ma il racconto lesbico per eccellenza, con un altro bacio fra donne è Momenti d'Essere: le Spille di Slater Non Hanno Punta. Fu Woolf stessa a definirlo “un raccontino sul saffismo da mandare agli Americani” perché uscì negli Stati Uniti, per la rivista Forum. È la storia di un amore, appena accennato, fra un'insegnante di pianoforte e la sua allieva.

Come dimenticare poi la passione che Lily Briscoe prova per Mrs Ramsay? È bene chiarire, comunque, che si tratta sempre di brevi cenni. In Woolf domina la reticenza a proposito di lesbismo e omosessualità. Quando affrontava scene d'amore fra due uomini o due donne lanciava il sasso e tirava via la mano. Chi legge deve riempire i vuoti, i puntini di sospensione, le frasi lasciate a metà. Ma s'impara, s'impara presto!

Virginia e Vita: un amore intenso ma anche difficile...

La relazione che Virginia Woolf ebbe con Vita Sackville-West non fu facile. Non solo perché entrambe erano sposate – sebbene Vita fosse molto più libera, avendo stabilito col marito, Harold Nicolson (anche lui omosessuale) una coppia aperta – ma anche perché Sackville-West correva la cavallina. Contemporaneamente a Virginia, Vita ebbe altre fidanzate come Dorothy Wellesley (a cui dedicò la poesia The Land), Mary Campbell, Hilda Matheson, ed Evelyn Irons (oltre a due amori giovanili pre-Virginia: Rosamond Grosvenor e la famosa Violet Keppel Trefusis). Virginia si lamentava dei continui tradimenti di Vita e, quando ne scopriva uno, ritornavano le sue feroci emicranie. Tuttavia non riusciva a troncare la relazione. Anche se la data di pubblicazione di Orlando, a ottobre del 1928, avrebbe dovuto sancire la fine del loro rapporto, Woolf  restò innamorata di Sackville-West.

Si dettero il primo bacio nel 1923 ma finirono a letto solo due anni dopo. Virginia vide persino oscillare le travi del soffitto. Fu l'emozione, la capacità immaginativa e letteraria e, magari, qualche bicchiere in più di vino rosso di Borgogna...

Che rapporto ebbe Virginia con Leonard?

Ho analizzato il rapporto con Leonard Woolf  sfaldando le tante teorie su un matrimonio idilliaco. Basandomi sui saggi di Alma Bond, Christopher Wiley, o Stephen Trombley, per citarne solo alcuni, è emersa una figura di Leonard Woolf estranea al tipico ritratto del bravo infermiere completamente sacrificato e dedito all'accudimento della moglie.

In realtà Virginia si lamentava per come il marito le scandiva le giornate, approvando o impedendole questo o quell'impegno. È vero che Leonard seguiva pedissequamente le prescrizioni mediche ma forse vi si atteneva così tanto da risultare controproducente per il benessere psicologico di Virginia. Lei non poteva ricevere, ad esempio, le visite di Ethel che, secondo il marito, la agitavano troppo oppure aspettava che Leonard fosse fuori per giocare in completa libertà persino con i propri nipoti. Lui, infatti, ristabiliva sempre ordine e decenza e, secondo quanto testimonia Angelica Garnett, la nipote di Virginia, nel suo scritto autobiografico Ingannata con Dolcezza, “era dotato di un'autorità contro la quale non esisteva appello”. 

È pur vero che molte lettere di Woolf esprimono un amore romantico verso il marito chiamato con nomignoli come “Adorabile Mangusta”. Tuttavia, il linguaggio sdolcinato e la ripetizione costante di frasi come “tu mi dai quanto di meglio c'è nella vita” o “non avremmo potuto essere più felici” risultano quasi espressione di un autoconvincimento. Le aveva già usate, inoltre, nei suoi libri. Terence le pronuncia a Rachel, la sua promessa sposa, ne La Crocera, e Rachel muore.

Non sono riuscita a trovare un matrimonio soddisfacente nell'opera di Virginia. Racconti come Il Lascito o Lapin e Lapinova mostrano legami eterosessuali come condanne senza scampo. Nel primo la protagonista si suicida mentre, nell'altro, le tocca inventare una realtà parallela, schizofrenica, direi. Trasforma sé stessa nella regina dei conigli e il marito nel re Lapin. Da esseri umani, infatti, non sanno andare avanti.

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Maria Rosaria Malapena è la delegata sessualità e disabilità del comitato provinciale Arcigay Antinoo di Napoli ed è candidata alla Camera nelle liste di Potere al Popolo per il collegio plurinominale Campania 1 - 03.

La storia personale di Maria Rosaria Malapena è una storia di lotte e di obiettivi raggiunti, come quello di essere la prima Social Car Driver d’Italia. Riconoscimento ottenuto dal Comune di Napoli e con cui si è messa con l'auto personale, in maniera disinteressata, a disposizione della comunità per dimostrare a tutti che anche una persona con disabilità può essere un’eccellente autista nonché una risorsa importante della società.

Un’altra lotta che, da sempre, sta a cuore a Maria Rosaria è quella del diritto alla sessualità delle persone con disabilità che, come ha più volte ribadito, sono costrette non solo a confrontarsi quotidianamente con i limiti imposti da una società che non le considera ma a vedersi anche negare il diritto al piacere sessuale perché, ad esempio, in Italia non c’è alcuna legge che regoli l’attività di sex worker per le persone con disabilità.

Insomma, Maria Rosaria Malapena è una tenace donna di 34 anni che cerca di costruire una società più giusta e più solidale e proprio per questo ha accettato anche la sfida politica.

Incontriamo Maria Rosaria a pochi giorni dal 4 marzo.

Come mai hai deciso di candidarti con Potere al Popolo? Avevi mai pensato, in precedenza, di fare politica?

Sono una donna di sinistra e direi che non sono stata io a scegliere Potere al Popolo, quanto che ci siamo scelti a vicenda. Ho sempre pensato di voler fare politica perché, insieme all’arte e alla cultura, la politica può cambiare la nostra società. E voglio fare politica perché bisogna farla soprattutto per quelli che non possono farla attivamente.

Quali sono le cose su cui vorresti impegnarti maggiormente, qualora fossi eletta?

Ovviamente sui diritti civili, focalizzando l’attenzione sulla genitorialità delle persone Lgbti, sulla necessità di affermare il matrimonio egualitario, sulle urgenze legate al percorso di transizione. I diritti Lgbti non sono solo i diritti delle persone Lgbti ma riguardano tutte e tutti perché sono diritti umani.

Vivi in un piccolo paese: qual è stata la reazione dei tuoi concittadini alla notizia della tua candidatura?

I miei concittadini sono stati molto felici perché sanno che affronto la vita giorno per giorno con grinta e superando i disagi. Sanno anche che una persona come me ha la sensibilità giusta per capire le difficoltà quotidiane di una comunità.

Mi racconti un episodio della tua vita in cui, da donna lesbica e disabile, hai percepito in maniera netta di essere discriminata?

Un episodio che mi ha dato molto fastidio è accaduto mentre seguivo recentementw un corso di studi. Una docente, che ha dato per scontato che io fossi eterosessuale, faceva battute e allusioni, “spingendo” un ragazzo a farmi delle avances. Io, allora, ho provato a parlare con un’altra docente del corso, facendo presente che trovavo sgradevole l’atteggiamento della sua collega. Eppure, durante le lezioni successive, non è cambiato nulla. E ho dovuto sopportare le allusioni “stupide” dell’insegnante. La cosa mi ha offeso sia come donna e sia come donna che si è sempre liberamente e orgogliosamente dichiarata lesbica.

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