Giovane scrittore e sceneggiatore, Emiliano Reali si racconta in quest’intervista a Gaynews.

Chi è Emiliano Reali nella vita di tutti i giorni? Più scrittore, sceneggiatore o libero pensatore?

Nella vita di tutti i giorni sono una persona semplice, che ama la spontaneità del pensiero che si manifesta in azioni e passioni. Adoro la natura, pratico qi gong e amo leggere: la lettura di altri autori è fonte inesauribile di scoperte e inoltre rappresenta la possibilità di vivere tante altre vite! Nei periodi di ispirazione mi chiudo in casa e lascio fluire le emozioni attraverso la scrittura. Indifferentemente che si tratti di romanzo, sceneggiatura, racconto. Non ho preferenze: è un atto per me salvifico che mi fa sentire bello e a posto con tutto il resto.

Da molti anni scrivi su temi Lgbti e lo fai con grazia e senso ironico senza lasciare indietro emozioni. Quali sono per te gli elementi che uniscono le storie e i vissuti che racconti?

L'elemento che vorrei si evincesse dai miei scritti è l'autenticità che ricerco nella scrittura. Narro di vite, nelle quali spesso mi sono immerso o personalmente o di riflesso. Credo che il mestiere di scrivere rappresenti una grossa responsabilità oltre che un'occasione, quindi tento di farlo avendo cognizione di ciò che racconto. L'elemento che unisce i miei lavori è senza dubbio il 'fattore vita'.

Bambi. Molti di noi fin da piccini lo hanno negli occhi. Rimane l'archetipo del cammino nel bosco della vita e degli incontri che stupiscono, che ti fanno pensare, che ti danno dolore o amore. Ma per Emiliano Reali c'è un Bambi tutto suo ?

Credo che ognuno debba proteggere il bambino dentro di sé, la voglia di stupirsi, la curiosità, l'ingenuità, la freschezza. Questo è possibile non cedendo alla staticità, all'assenza di stimoli, all'abitudine: questo è quello che cerco di fare ogni giorno e che serve a tenere in vita il mio Bambi.

Qual è il ruolo del romanzo e della letteratura nel mondo Lgbti? C'è qualche autore che ti ha maggiormente colpito e perché ?

La letteratura - e, ampliando il discorso, la cultura tutta - dovrebbe aprire le menti, abbattere steccati e barriere, rendere noto lo sconosciuto privandolo di quell'alone di pericolo e stranezza che scioccamente si conferisce a ciò che non si conosce. Un buon romanzo può aiutare chi si sente solo, facendogli capire che quello che sta affrontando è stato già superato da altri, asserendo che non c'è nulla di sbagliato nel non essere omologati alla massa. Le lettere di ragazzi che dopo aver letto uno dei miei romanzi mi dicono di aver trovato il coraggio per fare coming out, o che hanno deciso di fare d'ora innanzi sesso protetto, sono la migliore ricompensa al mio lavoro. Un precursore, un'icona della letteratura Lgbti e non solo è stato il grande Gore Vidal che ho ammirato in molti dei suoi libri (La statua di sale e Myra Breckinridge per esempio). Un altro scrittore che apprezzo molto e che ho avuto la fortuna di conoscere è Edmund White.

La scrittura e l’impegno politico per i diritti si parlano tra loro secondo te?

Secondo me si parlano troppo poco, perché il mercato editoriale è maggiormente centrato e attento a ciò che è commerciale, che garantisca vendite, mettendo spesso in secondo piano il valore sociale e l'utilità pubblica di un testo. L'etichetta 'letteratura di genere' ne è una triste conseguenza.

Lgbti è un acronimo molto importante: uno scrittore quale Emiliano Reali come vive i molteplici colori di questo arcobaleno?

Adoro l'arcobaleno, amo la varietà, soprattutto sogno un mondo in cui l'alterità non abbia più bisogno di essere proclamata perché naturale elemento costitutivo della collettività.

Prossimo lavoro in stampa?

Al momento sono impegnato nella promozionale di Ad ogni costo (Meridiano Zero), uscito da appena un paio di mesi, romanzo che completa la Trilogia di Bambi. Sono in attesa di alcune risposte per il mio nuovo romanzo, ma per ora non posso dire di più!

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Torna finalmente sulle scene Gennaro Cosmo Parlato, grandissima voce e interprete originale e poliedrico del panorama musicale e teatrale italiano.

Sabato 13 gennaio, infatti, nei suggestivi spazi della Galleria Borbonica di Napoli, andrà in scena, con una doppia replica, il concerto straordinario L’Araba Felice (usignoli, spalline e polvere di stelle), con le canzoni italiane e internazionali in rilettura originale e una rosa di classici. Da Maledetta primavera a Core ’ngrato, Cosmo Parlato proporrà le sue istrioniche esecuzioni. Quelle stesse che l’hanno reso celebre anche in tv, ospite fisso nel programma Markette di Piero Chiambretti.

Incontriamo Gennaro Cosmo Parlato durante le prove del suo nuovo spettacolo.

Gennaro perché questo tuo ritorno alle scene con uno spettacolo che si chiama L’Araba Felice?

L’Araba Felice è uno spettacolo in cui ripercorro tutto il repertorio artistico dei miei ultimi anni e tra un’esibizione e l’altra racconto episodi e situazioni che mi sono accadute. Il titolo e l’idea de L'Araba Felice nacque una sera che scesi da casa della mia amica Pietra Montecorvino e salii su un autobus molto affollato e rimasi colpito da una ragazza che era totalmente velata da un burka. A parte la questione religiosa, le chiesi subito se non avesse caldo, perché l’autobus era strapieno. Lei si alzò il velo e mostrandomi un elegantissimo e costosissimo Chanel, mi rispose: Io sono araba, mica scema! Tra me e Ivana Trump non c’è differenza: abbiamo entrambi dei mariti coglioni! E da questo episodio e dalla chiacchierata che ne seguì, è nata la storia de L'Araba Felice che racconto durante lo spettacolo.

Qual è la canzone del tuo repertorio che ami di più?

La mia canzone del cuore, nel repertorio, è Maruzzella perché ha tagliato il mio percorso artistico. Prima di Maruzzella non avevo mai cantato in napoletano. Per cantare in napoletano devi essere un grande interprete, perché una cosa è fare la versione bolero di Comprami, altra cosa è cantare dei capolavori come quelli del repertorio classico napoletano portati al successo da mostri sacri come Angela Luce o Sergio Bruni.

C’è invece un brano che avresti voluto interpretare ma non hai osato farlo?

Sì e si tratta di un pezzo scritto da me, Fragile che ho scritto per Mina. Ma sai, dopo che l’ha cantata quell’Alieno della Signora Mazzini, è complicato interpretarla…

Tu sei un interprete che si diverte con l’infrazione e il ribaltamento di ruoli e identità. Secondo te, l'Italia è un Paese libero o è ancora legato a pregiudizi e preconcetti?

Ma perché noi abbiamo un Paese? Esistono delle persone che si impegnano ma non abbiamo più un vero Paese. Se tu calcoli che negli anni ‘80 nel mondo della musica c’erano personaggi come Boy George o Jimmy Sommerville e c’era spazio per l’energia e il colore di tutti! Secondo me, c’è stata una regressione paurosa e una semi-repressione nebulosa: forse la paura, da parte di alcuni, di voler ammettere il proprio desiderio sessuale?  Viviamo in un ventennio di semioscurità: le leggi da sole non servono, se non cambia la mentalità delle persone, per mandare a quel paese i pregiudizi. Il mondo Lgbti si è dato molto da fare in questi anni, è vero, però mi chiedo se in Italia valga ancora la pena sprecare il fiato. Un tempo, l’arte di grandi artisti omosessuali, come Leonardo o Michelangelo, veniva sostenuta e riconosciuta. Oggi, invece, non c’è più alcun riconoscimento. E comunque, e nonostante tutto, noi continuiamo a combattere e una maledetta primavera sarà sempre dietro l’angolo!

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L’ultimo lavoro narrativo di Pasquale Ferro, uno dei pochi autori Lgbti che oggi sia tradotto e distribuito in Russia, si chiama Bambola di stracci. Un apologo semplice, immediato ed esaustivo sulla natura vera e autentica dell’umanità e sulla presenza drammatica e diffusa della cattiveria e dell’ignoranza, della violenza discriminante e dell’esclusione sociale.

Ma il vero cardine del racconto di Ferro è l’amore, il desiderio di amare e di essere amati per quel che si è. Desiderio che a Barbara, la protagonista del romanzo, anima poetica ingabbiata in un corpo che non riconosce come suo, viene continuamente negato.

Pur di essere riconosciuta e accettata per quel che è, Barbara fronteggerà la solitudine, sfiderà lo stigma di chi avrebbe dovuto proteggerla e amarla, si confronterà con la delusione e l’avvilimento e svilupperà la sua forza e la sua personalità, luminosa e bellissima pure fra gli stracci.

La presentazione ufficiale del libro è avvenuta mercoledì 7 dicembre presso la Fondazione Banco di Napoli nel centro storico della città partenopea (in cui Ferro, tra l’altro, vive e lavora).

Nel corso dell'evento l’autore ha rivelato che Barbara non è un personaggio totalmente frutto d’invenzione, ma è ispirata a una creatura incontrata, alcuni anni or sono, nel Foyer del Teatro San Carlo di Napoli: tra gli scintillii di uno dei teatri più chic ed eleganti del mondo, Ferro aveva incrociato lo sguardo di una “bambola di stracci” e aveva immediatamente colto la profonda sensibilità di una storia che bisognava recuperare, sia pur nell’artificio della narrazione romanzata, e restituire al mondo.

Nella medesima presentazione, particolarmente significativa la presenza di Paola Silverii, esponente dell'associazione Vergini Sanità, del presidente del Comitato Arcigay di Napoli Antonello Sannino e del docente di Psicologia clinica Paolo Valerio che, ricordando un toccante episodio della sua lunga carriera professionale, ha sottolineato il valore umano, di testimonianza e divulgazione, di quest’ultimo lavoro di Pasquale Ferro.

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A ridosso della Giornata mondiale di lotta all’Aids si è tenuto a Napoli presso la  Federico II un seminario di studi promosso dal locale Osservatorio Lgbt di Scienze sociali.

A volere l’incontro Fabio Corbisiero, coordinatore dello stesso organismo universitario e ordinario di sociologia nell’ateneo federiciano, che ne ha così spiegato le finalità: «Attraverso la ricerca sociale possiamo ripensare all’identità della comunità Lgbt del nostro Paese in modo nuovo, a partire dal vocabolario, dalle pratiche e dalle politiche mediante le quali si assiste oggi a un vero e proprio meticciato tra ricerca e militanza che implica un coinvolgimento della soggettività e della capacità di “narrazione empatica” del ricercatore che non può essere raggirata con un semplice richiamo all’oggettività scientifica».

Strutturato in due sessioni (1° L’Osservazione militante. I rischi della circolarità nella ricerca sui movimenti di liberazione sessuale. Seminario di studi e ricerche Lgbt; 2° L’accesso ai servizi sanitari dei migranti e della popolazione Lgbt), il seminario ha visto la partecipazione dei docenti Amalia Caputo, Gabriella Grassia, Marina Marino, Pietro Maturi, Dario Minervini, Eugenio Zito, dell’infettivologo Rosario Ferro e del presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino.

Di particolare rilievo la relazione Tecniche e metodi della ricerca partecipativa in contesto militante Lgbt: dall’osservazione sul campo alla pubblicazione scientifica di Massimo Prearo, assegnista di ricerca presso il dipartimento di Scienze umane dell’Università di Verona.

Lo studioso ha così dichiarato a Gaynews: «Una delle questioni a cui tento di rispondere attraverso il mio lavoro di ricerca è “Che cosa sono i movimenti Lgbt?”, “Cos’è il lavoro militante?”. E per rispondere a questa domanda mi sono orientato verso un lavoro fondato sugli archivi della militanza per ricostruire la traiettoria storica di questi movimenti, ossia la traiettoria di costruzione di quello che oggi identifichiamo come movimento Lgbt e che è al contempo prodotto e produttore della militanza Lgbt. Dal punto di vista di una sociologia politica quello che mi interessa è identificare gli spostamenti intervenuti nel momento politico della svolta riformista del movimento, e nel mettere in evidenza una trasformazione cruciale per la comprensione delle politiche dell’omosessualità degli ultimi trent’anni, da un lato, e di proporre un modello analitico del movimento sociale come spazio della militanza, dall’altro».

Ha quindi concluso: «L’ipotesi centrale su cui si sviluppa il mio lavoro è che la politicizzazione delle soggettività Lgbt è il risultato di una volontà di affermazione pubblica dell’orgoglio di una minoranza, attraverso un faticoso e quotidiano lavoro di militanza. Le interazioni fra gruppi, collettivi e associazioni danno forma a un fitto reticolato di organizzazioni che nell’immaginario collettivo e militante prende il nome di movimento Lgbt».

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Intellettuale controcorrente. Figura di spicco del movimento liberazione omosessuale italiano. Componente del Mit, Valérie Taccarelli è stata anche la musa di Alfredo Cohen, che in suo onore scrisse il brano Valery. Poi trasformato da Franco Battiato nel celebre Alexanderplatz. Nel Transgender Day of Remembrance l’attivista per i diritti Lgbti ripercorre per Gaynews la genesi d’una canzone divenuta famosa in tutto il mondo grazie all’interpretazione di Milva.

 

Conobbi Alfredo Cohen nel 1977 a Napoli in occasione del suo recital Come barchette dentro un tram. Sapevo benissimo chi fosse: era uno dei fondatori del F.U.O.R.I. Quindi un mio idolo, un mio padre al quale ero grata.

Avevo 15 anni quando lui cominciò a prendersi cura di me, a proteggermi come una figlio/a. L'anno dopo mi fece andare da lui a Roma. Continuavo a girovagare: Bologna, Napoli, Roma. La sua casa in Via della Pace era al quanto disordinata. Iniziai quindi a prendermene cura e lui mi descrisse così: Ti piace di più lavare i piatti poi startene in disparte come vera principessa che aspetta all'angolo come Marlene. Fu allora, infatti, che scrisse Valery. Brano che, musicato da Battiato e Pio, fu inciso sul lato a dell’omonimo 45, il cui lato b fu costituito da Roma. Canzone, questa, bellissima dedicata alla città eterna e a Pier Paolo Pasolini

A onor del vero Valery non ebbe molto successo. Battiato, poi, nel 1981 scrisse un lp per la “pantera di Goro” dal titolo Milva e dintorni, il primo d'una trilogia. Chiese allora ad Alfredo di poter usare Valery, informandolo però che avrebbe cambiato titolo e ritornello.

Alfredo, prima di dire sì, venne a trovarmi a Napoli per chiedermi di dare il brano a Battiato. Io ero ricoverata in ospedale in quel momento. Con me il quel momento c'era il mio "fidanzato" d'allora, che potrebbe testimoniarlo. Alfredo mi spiegò i cambiamenti.  

Io dissi subito sì, aggiungendo che sarei stata onorata che la Divina Milva cantasse la mia canzone. Ecco com’è nata la canzone Alexanderplatz. Milva ne ha poi fatto un suo cavallo di battaglia, portandola in mezzo mondo, cantandola e incidendola in molte lingue.

Ascolta il brano originale Valery

 

 

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Il caso Braibanti è stato, senza dubbio, uno dei casi giudiziari più clamorosi e drammatici degli anni ’60 del secolo scorso nel nostro Paese. E ha lasciato una ferita mai sanata nell’immaginario collettivo delle persone omosessuali.

Aldo Braibanti (1922-2014), filosofo, poeta, naturalista ed ex partigiano, nel 1964 fu accusato di aver plagiato il 21enne Giovanni Sanfratello. In realtà il giovane, in fuga da una famiglia autoritaria e bigotta, aveva deciso di seguire i propri desideri ed era andato a vivere a Roma con Aldo Braibanti. Non accettando l’omosessualità del figlio, il padre affidò Giovanni agli psichiatri con la speranza di guarirlo dalla “seduzione” che avrebbe subito e denunciò l’artista-filosofo con l’accusa di plagio.

Dalle colonne dei maggiori quotidiani Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Umberto Eco, Alberto Moravia, Marco Pannella, Cesare Musatti e Dacia Maraini si mobilitarono con trasporto a favore di Braibanti ma i loro appelli, come quelli di molti altri, restarono del tutto inascoltati. Il processo si concluse nel 1968 con la condanna per Braibanti per un reato dichiarato poi incostituzionale nel 1981.

Negli ultimi anni Il caso Braibanti, ricostruito da Massimiliano Palmese con documenti d’archivio, lettere e testimonianze, è diventato una pièce di successo diretta da Giuseppe Marini.

Dal 9 al 19 Novembre Il caso Braibanti, spettacolo nato diversi anni fa all’interno della rassegna Garofano Verde – Scenari di teatro omosessuale, ideata da Rodolfo Di Giammarco, torna a Roma nel nuovissimo Spazio 18b della Garbatella (via Rosa Raimondi Garibaldi, 18b).

Nei panni dei due protagonisti Fabio Bussotti e Mauro Conte che sono sempre in scena con il musicista Mauro Verrone e, sempre secondo il disegno registico, recitano anche la parte degli avvocati, dei preti, dei genitori, caratterizzandoli nelle rispettive inflessioni dialettali.

«Il caso Braibanti desterebbe ancora scalpore perché parliamo di un vero e proprio processo farsa – dichiara il regista Giuseppe Marini in una recente intervista radiofonica –. Chi verrà a teatro vedrà e ascolterà le dichiarazioni veramente risibili di periti venduti: ci sono perizie psichiatriche allucinanti, inventate di sana pianta, e non bisogna dimenticare che si tratta di una tragedia che rovinò la vita di un uomo e di un ragazzo per sempre. Nonostante l’appoggio dei più grandi intellettuali del tempo, ad Aldo Braibanti fu comminata una pena di nove anni  e, cosa ancora peggiore, Giovanni Sanfratello fu sottoposto ad atroci trattamenti con elettroshock e coma insulinico».

«Se oggi il nostro Paese è sempre in coda nell’aggiornarsi in tema di diritti civili – aggiunge Massimiliano Palmese - e a distanza di oltre quattro decenni ancora si oppone all’adozione per le coppie omosessuali o a una legge contro l’omofobia, vuol dire che Il caso Braibanti non è pagina del passato ma storia presente, che può e deve, ancora, farci sussultare». 

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Sabato 21 ottobre a Firenze, nella modernissima struttura del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino di Piazza Gui, si è inaugurata con un vernissage a inviti la prima grande mostra dedicata a Paolo Poli, genio dello spettacolo italiano scomparso da poco più di un anno. Realizzata in collaborazione con il Mibact, il Comune di Firenze e il Maggio Musicale Fiorentino, la mostra-album è curata dal critico teatrale Rodolfo di Giammarco e dal compositore Andrea Farri, nipote di Paolo Poli.

Ed è proprio il curatore Rodolfo di Giammarco a proporre, durante la breve presentazione del vernissage, un paragone suggestivo tra Paolo Poli e David Bowie sottolineandone la similarità del sorriso, prova inconfutabile di un medesimo "linguaggio dell'identità". Articolata in 40 monitor come fossero 40 quadri viventi e tecnologici, che restituiscono ai visitatori momenti teatrali ed estratti della storia della carriera di Paolo Poli, la mostra presenta un allestimento davvero contemporaneo che consente al visitatore di percorrere una piacevole maratona lungo l'intera carriera del grande artista fiorentino.

Nel corso della presentazione della mostra, icoordinata dal responsabile della comunicazione del Teatro del Maggio Musicale, Paolo Klun, ha preso la parola anche il sindaco di Firenze Dario Nardella, che, salutando il direttore di Gaynews Franco Grillini seduto in prima fila, ha ricordato l'importanza di Poli anche nell'azione di scardinamento di pregiudizi e stereotipi.

Interessante anche la testimonianza del musicista Stefano Bollani che ha ricordato l'eccezionale personalità del grande artista: "Paolo Poli era uno che faceva esattamente quello che voleva fare - ha sottolineato Bollani -. Non faceva nulla per rompere le scatole, faceva quello che voleva fare senza pensare a quello che bisognava o non bisognava fare"

“Questa è la prima grande mostra dedicata a Paolo a Firenze, e la scelta della città non è casuale - dichiara per Gaynews Lucia Poli - e la particolarità è che tutto il materiale è stato digitalizzato ed è possibile vederlo nel quaranta monitor del percorso. Paolo è stato una grande personalità perché scandalizzava e veniva prima dei suoi tempi. Ha fatto Santa Rita a teatro e, all’epoca, c'è stata un'interpellanza parlamentare. Ha precorso i tempi e molti l'hanno imitato ma non si può imitare Paolo Poli perché lui aveva mille maschere. Dice Nietzsche, se le illusioni e le maschere ci consentono di vivere, liberiamo tutte le illusioni e indossiamo tutte le maschere e lui l'ha fatto"

“Paolo Poli era un maestro e come molti maestri non lascia dietro di sè nessuno. Era unico e non può essere sostituito - aggiunge lo scrittore Stefano Benni, ospite dell'inaugurazione della mostra - questa mostra serve a non dimenticarlo perché non c'è un altro Paolo Poli".

Sarà possibile visitare la mostra “Paolo Poli è…” fino al 6 gennaio 2018 presso il Teatro del Maggio Musicale Fiiorentino, in piazza Vittorio Gui, 1 a Firenze.

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Si è tenuta stamane a Napoli, presso la Sala Giunta di Palazzo San Giacomo, la conferenza stampa della IX° edizione di Poetè. Ideata da un fine intellettuale quale Claudio Finelli, responsabile d’Arcigay Nazionale per la Cultura, firma de Le Monde Diplomatique e principale collaboratore di Gaynews, la rassegna si è imposta negli anni come uno dei principali eventi letterari partenopei. Con una prospettiva inconfondibile. Quella cioè di presentare la cultura come via maestra nell’abbattimento delle barriere delle discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere.

Patrocinata moralmente dalla Regione Campania, dalla Città Metropolitana di Napoli e dal Comune di Napoli, la IX° edizione di Poetè conta sul supporto di diverse associazioni e attori sociali quali Arcigay Napoli, Arcigay Campania, Arcigay Salerno, Coordinamento Campania Rainbow, Lalineascritta, Napoligaypress, Nps, Associazione VoloLibero, Fondazione Genere identità Cultura e Osservatorio Lgbti. Da quest’anno si aggiunge anche quello di Gaynews, la storica testata Lgbti fondata nel 1998 da Franco Grillini, e di Senza Linea, magazine particolarmente attento alla città di Napoli. A dare poi un ulteriore tocco di classe la cura artistica di Luciano Correale, che ha realizzato per la nuova edizione un  progetto grafico di tutto rispetto.

Sede degli appuntamenti da ottobre a maggio 2018 saranno al solito le eleganti sale del Chiaja Hotel De Charme, messe a disposizione dall’imprenditore nonché patron della manifestazione Pietro Fusella. Con la sola eccezione della serata inaugurale del 20 ottobre che avrà luogo al Decumani Hotel De Charme e sarà costituita dalla presentazione del libro postumo di Stefano Fusella Nella mente e nell’anima.

Tanti gli autori che presenteranno le proprie opere edite nel corso dell’anno o in via di pubblicazione: Franco Buffoni, Dario Accolla, Mariano Lamberti, Adriana Pannitteri, Antonello Dose, Paolo Costa, Valentina Lattanzio, Brian Marshall, Bruno Casini, Giovanni Lucchese, Lorenzo Fiorito, Costanzo Ioni, Lina Sanniti, Francesco Lepore, Placido Seminara Battiato di Lampedusa, Antonella Cilento, Antonella Ossorio, Eleonora Tarabella, Paolo Ciufici, Vincenzo Restivo, Carles Cortes, Giuseppe Taddeo, Eduardo Paola, Carlo Kik Misaki Ditto, Sandro De Fazi, Luca Baldoni.

Non senza uno speciale TdoR, fissato per il 23 novembre, che vedrà la presentazione dell’Adattamento italiano delle linee guida per la pratica psicologica per persone transgender e gender nonconforming dell’American Psychological Association a cura di P. Valerio, V. Bochicchio, F. Mezza, A. Amodeo, R. Vitelli e C. Scandurra. 

Raggiunto telefonicamente al termine della conferenza stampa, Claudio Finelli ha dichiarato: «Il claim di Poetè, IX edizione, è Armiamoci d'Amore. Un claim ossimorico che nasce all'indomani delle drammatiche vicende di cronaca che hanno funestato l'estate (su tutti il caso dell'omicidio di Vincenzo Ruggiero). Infatti sembra evidente che, mentre ancora festeggiamo i progressi di una società che si evolve, dobbiamo però registrare un complessivo imbarbarimento della società e delle relazioni.

Contro questa barbarie unico antidoto possono essere la cultura, l'incontro e il confronto, quello autentico tra le persone. I sentimenti. L'umanità».

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Si è inaugurata il 1 settembre a Milano presso la Biblioteca Sormani (fino al 16 settembre dal lunedì al sabato dalle 9:00 alle 19.30) la mostra Queeriodicals. Editoria periodica Lgbt dal 1870 ad oggi. L’esposizione, che presenta una selezione di cento rari periodici Lgbt internazionali dalla collezione privata di Luca Locati Luciani, è stata aperta da un convegno sull’editoria periodica, sul collezionismo e gli archivi Lgbt, che ha visto la partecipazione di Marco Albertini, Luca Locati Luciani, Giovanni Dall’Orto, Sara De Giovanni, Felix Cossolo, Giovanbattista Brambilla, Franco Grillini. La registrazione audio video del convegno è stata curata da Radio Radicale ed è disponibile a questo link.

La mostra, che ha il merito di essere la prima esposizione di documenti storici Lgbt all’interno di un’istituzione culturale pubblica milanese, propone, attraverso un’accurata selezione dei materiali in mostra, una panoramica dell’editoria periodica che ha contribuito a creare una comunità, rafforzandone l’identità e promuovendone visibilità e consapevolezza. La preziosa collezione di Locati Luciani si presenta dunque come un omaggio a tutte quelle persone, lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, veri e propri pionieri che hanno sfidato le convenzioni sociali e le leggi repressive del tempo trovando il coraggio di esprimersi ed assumere una voce pubblica riflettendo sulla loro condizione attraverso queste pubblicazioni.

Le splendide immagini delle copertine ci accompagnano in un percorso visivo attraverso costumi sessuali, desideri, immaginari erotici ed ideali estetici di una comunità. Dalle serissime riviste scientifiche pre-omofile ottocentesche ai periodici tedeschi e francesi degli anni ‘20 con le prime immagini di nudo maschile, fino ad arrivare alle riviste americane degli anni ’50 del Novecento che, con il pretesto di offrire modelli per gli artisti, pubblicavano immagini di muscolosi uomini seminudi. In mostra anche, le bellissime riviste prodotte dalla comunità lesbica internazionale e quelle frutto del grande attivismo politico post Stonewall, comprese le pubblicazioni che hanno fatto la storia dell’editoria periodica Lgbt italiana, dal primo numero di Fuori!, organo di informazione del Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano del 1977, a Lambda, Homo e La Pagina Frocia di Lotta continua, fino alle più recenti Babilonia, Towanda e Pride, l’unica rivista Lgbt ancora pubblicata in Italia.

Per conoscere meglio la genesi del progetto espositivo, abbiamo incontrato alla Biblioteca Sormani una guida di eccezione, il collezionista Luca Locati Luciani.

Innanzitutto: come hai iniziato a collezionare materiali Lgbt?

In pratica è da quando ero soltanto un bambino che ho un po' il tarlo del collezionismo. Ho iniziato con monete straniere, che mi portava mio padre al ritorno da suoi viaggi in giro per il mondo, per poi passare a minerali e pietre, francobolli, e infine vecchi libri. All'inizio però il mio interesse era soprattutto rivolto ai libri con illustrazioni macabro-orrorifiche, campo vastissimo che può comprendere testi di demonologia del XVII° secolo o volumi illustrati da artisti della corrente simbolista di fine Ottocento inizi del Novecento. Tutti testi che, ahimè, hanno quotazioni sul mercato antiquario piuttosto alte; mi ritrovavo quindi a fare vere e proprie follie pur di avere un libro agognato, arrivando persino a pagarlo a rate. Decisi così di dare uno stop a questa passione un po' troppo al di sopra dei miei mezzi, e scoprii con piacere che nei mercatini dell'usato si potevano trovare vecchi testi di saggistica e narrativa Lgbt a cifre abbordabili. Questo circa vent'anni fa: di acqua, o meglio di carta sotto i ponti ne è passata tanta, e ora mi ritrovo la casa invasa da libri, riviste, volantini che testimoniano il lungo percorso che gay, lesbiche, bisessuali e transgender  hanno fatto e continuano a fare per ottenere diritti negati e per abbattere stereotipi e pregiudizi nei loro confronti.

Quali materiali prediligi raccogliere e quale il pezzo acquistato che ti ha emozionato di più?

Forse non posso definirmi un bibliofilo in senso stretto, perché sono molto interessato all'iconografia, e quindi non colleziono solo libri, ma qualsiasi tipo di materiale che possa contenere almeno un'illustrazione o un'immagine fotografica: ad esempio ho centinaia di scatolette di fiammiferi provenienti da vecchi locali gay, tutte abbellite con un disegno o con il logo del locale. Un'altra mia passione è la pornografia gay d'antan: ho vari libri antichi con illustrazioni pornografiche, ma anche cartoline osé, e disegni amatoriali, che rappresentano un prezioso documento di come l'iconografia omoerotica riuscisse a circolare in epoche in cui ancora si pensava che l'omosessualità fosse una degenerazione da punire in maniera esemplare. Ogni pezzo che ho trovato mi ha emozionato e continua a farlo, ma ce n'è uno a cui sono particolarmente legato: è un album fotografico di provenienza statunitense, databile intorno alla fine degli anni Venti del secolo scorso. Dentro ci sono decine di foto di un ragazzo in abiti femminili, che gioca con l'obiettivo posando in modo inequivocabilmente camp. Insieme a questi scatti, ce ne sono altri dello stesso giovane assieme ad altri uomini; con alcuni di questi è abbracciato teneramente, con altri invece si bacia appassionatamente, e sotto ad alcune foto sono scritte dolci parole d'amore. Ogni foto trasuda voglia di vivere, e mi fa impressione pensare che all'epoca magari questa stessa persona abbia affidato a un album un vissuto, delle emozioni che nella vita quotidiana forse teneva nascosti. Ecco, mi emozionano di più oggetti quotidiani come questo di qualsiasi altra cosa, persino di grandi classici della letteratura Lgbt.

Quale o quali pezzi in mostra ritieni più importanti e significativi?

Ce ne sono molti, ma due in particolare credo siano di un certo interesse. Il primo è un volume pubblicato nel 1896 con tutti i numeri dell'Archivio delle psicopatie sessuali, periodico fondato nello stesso anno dal napoletano Pasquale Penta, con lo scopo di rimuovere pregiudizi su quelle che all'epoca erano ancora considerate, appunto, psicopatie sessuali, omosessualità compresa. Letto oggi forse potrebbe fare un po' storcere il naso, ma all'epoca fu una rivista piuttosto unica nel suo genere.

Il secondo pezzo invece è la rivista francese Inversions, il secondo periodico pre-omofilo mai uscito in Francia, fondato a Parigi da Gustave-Léon Beyria, Gaston-Ernest Lestrade e Adolphe Zahnd. Il primo numero uscì il 15 novembre 1924, mentre a partire dall'aprile del 1925 il nome fu cambiato in L'Amitié. In realtà la scelta di cambiare il nome derivava dal tentativo di salvare il periodico da un'inchiesta per "oltraggio al pudore" in cui era coinvolto. Purtroppo uscì solo un numero con questo nome; il 20 marzo 1926 Beyria e Lestrade furono condannati, per "oltraggio al pudore" e "propaganda di metodi anticoncezionali", a una pena di tre mesi di prigione ciascuno. La cosa curiosa di questa rivista, però, è anche che i tre fondatori non erano appartenenti ad alcun milieu intellettuale parigino, e svolgevano lavori piuttosto comuni, rendendo questa esperienza editoriale assolutamente particolare e coraggiosa.

Che rapporto hai con altri collezionisti o archivi Lgbt?

Sono in contatto con vari collezionisti ed archivi, in Italia e nel resto del mondo. È un modo per accrescere la conoscenza reciproca in questo settore di ricerca e collezionismo, attraverso scambi di informazioni su libri in uscita, mostre, scoperte bibliografiche. Colgo l'occasione per dire che sto creando presso il Centro di Documentazione Cassero Lgbt Center un fondo dedicato ad un amico ed attivista scomparso a gennaio, Alessandro Rizzo Lari. È una cosa che ho deciso di fare per tenere viva la memoria di una persona a me cara, e che mi coinvolge emotivamente.

Cosa pensi si possa fare per valorizzare la storia Lgbt italiana e per fare in modo che iniziative come Queeriodicals siano di più nel nostro paese?

Credo occorra una rete di contatti più stretta tra i vari collezionisti e archivi Lgbt, per fare in modo che si possano creare collaborazioni per futuri eventi e, magari, cataloghi online condivisi, così da poter facilitare il lavoro di ricerca di saggisti e studenti. Per quanto riguarda invece il poter ripetere eventi come Queeriodicals, credo che una certa capacità di portare a termine progetti senza perdersi nel percorso sia necessaria, ma va detto che non sono eventi a costo zero, e qualora non ci fosse possibilità di autofinanziarsi, una richiesta di finanziamenti esterni è necessaria. Ad esempio fare una mostra con catalogo ha un certo costo, ma potrebbe essere un modo per storicizzare ulteriormente l'evento, e rendere fruibile il materiale esposto anche a mostra finita: io ho avuto poco tempo per organizzarmi e riuscire a trovare fondi per fare un catalogo della mia mostra, e un po' mi dispiace. Spero in futuro ce ne siano altre, organizzate da chicchessia, fatte in modo ancora più completo.

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Classe 1984, il pugliese Christian Moretti ha ricevuto la nomination per il premio Volunteer/Activist nell’ambito dell’ottava edizione dei GALAs Awards. La cerimonia d’assegnazione dei massimi riconoscimenti Lgbti irlandesi avverà il 21 ottobre a Dublino. Christian è molto conosciuto e apprezzato nella collettività arcobaleno del Paese Verde, dove vive da anni e insegna italiano e spagnolo. Nel 2016 è stato eletto Mr Gay Limerick – contea in cui abita – e il 4 marzo scorsco si è piazzato al secondo posto di Mr Gay Ireland.

È inoltre autore dei romanzi Che morte non vi separi - Fuoco sulla mia carne (Europa Edizioni, Roma 2015), L’Attesa delle Isole (Croce, Roma 2016) e dell’interessante saggio in lingua inglese Glory is for the Vain, Fight is for the Brave su la necessità e l’importanza di essere attivisti. L’opera analizza diverse tematiche importanti che vanno dalla discriminazione al bullismo, dalla violenza contro le donne al sistema educativo, dall’uguaglianza sociale all’importanza dei Pride (con la relativa discussione se sfilare "sobriamente" o meno) fino ai temi dell'Aids, della salute mentale e della necessità di combattere insieme. L’opera, nel complesso, tende a demitizzare i concorsi di Mr Gay come inutili manifestazioni di bellezza.

A fine mese lo scrittore pubblicherà, invece, con la casa editrice digitale goWare (nella collana Lgbti curata da Luigi Carrino) il récit Bravo, ragazzo incentrato sul tema del Bdsm.

Raggiunto telefonicamente, Christian Moretti ne ha spiegato così la trama: «Hunter è un professore di Storia ed Ethan è un suo allievo dell’ultimo anno: i due hanno una relazione Bdsm. Hunter è mosso dalla sua sete di dominare l’altro. Come padrone infligge a Ethan punizioni e torture piacevoli. Come schiavo Ethan soddisfa il suo desiderio di ricevere dolore per far felice Hunter e provare emozioni sempre più forti. Il dolore che i due si infliggono è proporzionale al piacere che scontano quotidianamente.

Non c’è scandalo per il modo di vivere la loro sessualità. Lo scandalo, semmai, è nella forma di amore autentica che ha assunto il loro rapporto. C’è un patto implicito tra master e slave: il padrone deve avere cura del suo schiavo, capire il limite dove fermarsi. Ma tra di loro si inserisce Kieran e sarà lui a superare questo limite»

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