Sarà presentato questa sera al Florence Queer Festival il documentario Il calciatore invisibile che, scritto e diretto da Matteo Tortora, è stato realizzato grazie alla raccolta fondi per Produzioni dal Basso e al sostegno di Toscana Film Commission, Livorno Film Commission, Regione Toscana e Comune di Livorno. 

Come Rafiki (proiettato il 2 ottobre) Il calciatore invisibile è una delle due anteprime che, nell’ambito dell’importante rassegna giunta alla 16° edizione e diretta da Bruno Casini e Roberta, gode della partnership del Festival dei Diritti promosso dal Comune di Firenze. Incentrato sul tema tabù dell’omosessualità nel calcio, il documentario sarà infatti presentato alle 21:30, presso il Cinema La Compagnia, dal regista, dai giocatori della squadra Revolution Team insieme con gli assessori comunali Sara Funaro e Andrea Vannucci.

Saranno proprio i calciatori della Revolution Team a essere i veri protagonisti della serata, dal momento che la pellicola documentale ripercorre la storia della squadra amatoriale fiorentina composta da giocatori omosessuali.

È noto come negli ultimi anni sempre più atleti, anche di fama mondiale, facciano coming out in quei Paesi dove i diritti della minoranza arcobaleno sono tutelati. Nuoto, atletica, tennis, pallavolo, rugby sono tra le discipline sportive col maggior numero di atleti/e Lgbti a differenza del calcio, dove i coming out effettuti si contano sulle dita.

Il documentario racconta l'attuale stato delle cose, ricordando al pubblico la breve ma complessa lista degli episodi legati alla discriminazione, accaduti in campo, negli spogliatoi o in varie occasioni pubbliche.

Con un impianto classico le interviste ad alcuni dei protagonisti della Serie A italiana, tra cui Alessandro Costacurta, Cesare Prandelli, il vicedirettore della Gazzetta dello Sport Andrea Di Caro, si alternano alle testimonianze dei calciatori della Revolution Team: una squadra da anni in campo, per dimostrare al pubblico che il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere non possono e non devono rappresentare un limite per lo sport che si ama. 

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Si è svolta domenica 23 a Bologna, presso il Nuovo Cinema Nosadella (Via dello Scalo 21, Via Lodovico Berti 2/7), la cerimonia di premiazione della X° edizione di Some Prefer Cake - Bologna Lesbian Film Festival (21-23 settembre).

Creata da Luki Massa (scomparsa a 56 anni il 6 settembre 2016) e Marta Bencich, la kermesse cinematografica è stata organizzata dall'Associazione Luki Massa e diretta, quest’anno, dall'agenzia di comunicazione Comunicattive.

Incentrata sul panorama della cinematografia internazionale a tematica lesbica e particolarmente attenta a produzioni indipendenti, progetti artistici e narrazioni politiche, la tre giorni è stata caratterizzata da due importanti anteprime: Nothing to lose dell'attivista e performer Kelli Jean Drinkwater e Water Makes Us Wet - An Ecosexual Adventure di Annie Sprinkle (una delle fondatrici del movimento femminista Sex positive degli anni '80) e della sua compagna, l'artista e docente Elizabeth Stephens.

Nella X° edizione del Some Prefer Cake si sono aggiudicati il Premio della Giuria: Anchor and Hope (regia di Carlos Marques-Marcet, Spagna-Regno Unito 2018 - 111') come lungometraggio narrativo, Fran this summer (regia di Mary Evangelista, Usa 2017 - 11') come cortometraggio e Silvana (regia di Mika Gustafson, Olivia Kastebring & Christina Tsiobanel, Svezia 2017 - 91') come documentario.

Mentre hanno ricevuto il Premio del Pubblico: Anchor and Hope come lungometraggio narrativo, A great ride (regia di Deborah Craig e Veronica Deliz, Usa 2018 - 28') come cortometraggio e The passionate pursuits of Angela Bowen (regia di Jennifer Abod, Usa 2016 - 73') come documentario.

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Gli anni amari, il film che, coprodotto da L'Altra/Cinemare e Rai Cinema, è dedicato alla vita di Mario Mieli, rischia di non poter usufruire del contributo disposto nel 2017 dal ministero per i Beni e le Attività culturali.

A dirlo oggi la sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, che, nell’assicurare un’attenzione alta nel merito, ha dichiarato che, se la pellicola «dovesse ospitare contenuti che promuovano o incitino alla pedofilia, il contributo del ministero sarà revocato».

Il riferimento alla supposta pedofilia dell’intellettuale milanese è ancora una volta all’oramai ben noto passo degli Elementi di critica omosessuale, nuovamente menzionato alcune sere fa da Silvana De Mari.

«Senza entrare nel merito delle scelte, più o meno condivisibili, effettuate dalla commissione che valuta la qualità artistica delle sceneggiature – afferma Borgonzoni – vigilerò personalmente affinché vengano effettuate tutte le opportune verifiche sulla pellicola, al fine di valutare se contenga elementi nel rispetto della vigente normativa, ovvero la legge 220 del 2016».

Su Gli anni amari s’erano invece ieri espressa i consiglieri leghisti emiliani, capeggiati da Massimiliano Pompignoli, per chiedere la revoca del contributo regionale di 105.374 euro, raccontando il film «la vita di Mario Mieli, icona della teoria gender, che praticava la coprofagia e che, com'è noto dai suoi scritti, difendeva i rapporti sessuali con i bambini».

Ha fatto oggi loro eco Giancarlo Tagliaferri, consigliere di Fratelli d'Italia, con un'interrogazione, in cui si chiede dall'esecutivo regionale "come giudichi il pensiero sulla pedofilia riportato nel libro di Mieli 'Elementi di critica omossessuale'

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Il 13 settembre di 50 anni fa la Procura di Roma sequestrò il film Teorema di Pier Paolo Pasolini «per oscenità e per le diverse scene di amplessi carnali, alcune delle quali particolarmente lascive e libidinose, e per i rapporti omosessuali tra un ospite e un membro della famiglia che lo ospitava». 

Per la stessa pellicola Pasolini subì l’ennesimo processo per oscenità, rischiando fino a sei mesi di carcere. A seguito dell’assoluzione il film fu nuovamente proiettato nei cinema del nostro Paese. Il caso di Teorema è particolarmente significativo, perché il film fu sequestrato dopo aver passato la censura

Per saperne qualcosa di più, contattiamo David Grieco, regista, intellettuale e autore de La macchinazione sul delitto Pasolini: libro, questo, da cui ha tratto anche l’omonimo film. Grieco conobbe Pasolini da giovanissimo, diventandone in seguito assistente.

David, so che c’è un aneddoto che lega la tua collaborazione con Pasolini al film Teorema. Potresti raccontarcela?

Pasolini scrisse una parte per me all’interno del film ma, dopo il primo giorno di riprese, gli comunicai la volontà che fosse tagliato ciò che avevamo girato, perché non volevo più fare l'attore. Mi sentivo vittima di un equivoco cominciato quando avevo 15 anni, che io stesso avevo provocato perché conoscevo personalmente tanti registi e molti si erano messi in testa che potessi essere il nuovo Mastroianni. Mentre, in realtà, ero negato quant'altri mai per il semplice motivo che l'obiettivo mi terrorizzava esattamente come terrorizzava certi aborigeni australiani.

Quel giorno dissi a Pasolini di tagliare la parte o di sostituirmi con un vero attore. Gli chiesi contemporaneamente di poter essere il suo assistente. Lui tagliò la parte e diventai suo assistente. Tuttavia, dovetti girare una scena (una sola scena), che lui mi impose, perché altrimenti lo stravolgimento della sceneggiatura sarebbe stato pericoloso per un film che già di suo è tutt'altro che realistico.

50 anni fa la Procura di Roma sequestrò Teorema. Come ti sentiresti di commentare, a distanza di tanto tempo, un episodio così estremo di oscurantismo culturale? Quali sono le ragioni che, a tuo parere, resero Teorema un film così scomodo? 

Cominciamo col dire che Pier Paolo Pasolini in vita sua ha dovuto subire 33 processi per motivi censori, perché era gay e perché era comunista. Teorema è solo un anello di questa lunga catena.  Questo anello contiene entrambi i Pasolini che furono l'oggetto di una maniacale persecuzione. 

a) Il gay, perché il protagonista del film, Terence Stamp, va indiscriminatamente a letto con tutti i componenti, uomini e donne, di questa famiglia borghese in pieno disfacimento.

b) Il comunista, perché dalla tragedia borghese di Teorema esce trionfante la serva (cioè il sottoproletariato) interpretata da Laura Betti, che nel finale ascende in cielo santificata e trionfante sulle macerie. Interpretazione, questa, che valse a Laura Betti il Leone d'Oro come migliore attrice, che rimane il premio più importante che il film ha raccolto.

Va detto, tuttavia, che la vita privata di Pasolini e il suo cinema sono indissolubilmente legati: la censura lo ha sempre perseguitato soprattutto perché era gay e ne faceva una bandiera, in un tempo in cui i gay dovevano far finta di essere eterosessuali per non subire un vero e proprio linciaggio morale e materiale quotidiano.

Bisogna però anche aggiungere, a mio avviso, che la risoluta e generosa battaglia intrapresa dalle persone gay al fianco di Pasolini, subito dopo la sua morte, ha costituito un intralcio, ovviamente involontario, alla ricerca dei suoi assassini.  L'indomani della sua morte, il F.U.O.R.I. affermò che il delitto Pasolini non era un delitto politico in senso stretto, perché tanti altri omosessuali subivano ciò che aveva subito Pasolini e venivano ammazzati come è stato ammazzato Pasolini.

Affermazioni più che giuste e legittime, ripeto, ma che hanno spostato ancora una volta l'attenzione sul concetto di "morte di un frocio" che faceva comodo, molto comodo ai suoi assassini. Pasolini fu ammazzat,o perché aveva scoperto dell'esistenza della P2 nel momento stesso in cui la P2 si stava formando. Questo purtroppo lo abbiamo potuto scoprire con tante prove a supporto soltanto dopo i tre gradi di giudizio (rapidissimi e vergognosi) del processo all'unico imputato del suo delitto, cioè Pino Pelosi.

La vita culturale italiana è, secondo te, ancora oggetto di condizionamenti e pressioni censorie? 

La vita culturale italiana non sembra più afflitta da problemi di censura. Dico sembra, perché in realtà la censura ha trionfato. Siamo ormai sottoposti a forme di condizionamento consolidate e trionfanti, grazie alla manipolazione dei nostri cervelli che viene operata nel web, e soprattutto grazie ai social network. 

Come diceva Pasolini poco prima di morire, noi siamo vittime di una dittatura, una dittatura strisciante, la dittatura del consumismo, che è ben peggiore del fascismo. Perché il fascismo non è riuscito a distruggere le nostre radici e la nostra identità, mentre l'omologazione culturale operata dal consumismo realizza a poco a poco su di noi un autentico lavaggio del cervello. 

Non sappiamo più chi siamo, né in quanto individui, né in quanto rappresentanti di una classe sociale. Siamo soli. Siamo un esercito di persone sole collegate in modo virtuale. Questo secondo me, ma l'ho appunto imparato da Pasolini, è e sarà sempre il vero obiettivo supremo di una dittatura.

Infine, come vivrebbe, a tuo parere, Pasolini il momento politico attuale del nostro Paese? 

Oggi Pasolini non esisterebbe e non potrebbe esistere. E non solo per motivi anagrafici.  Pasolini non potrebbe esistere perché nessuno, nemmeno una persona estremamente colta, forte e coraggiosa, riuscirebbe a farsi ascoltare in una società massificata, anestetizzata e lobotomizzata come la nostra. 

Pasolini usava il mezzo della provocazione in modo pedagogico e propedeutico. Oggi tutti usano il mezzo della provocazione in tv, sul web e ovunque in modo disarmante e greve, per fare audience, per generare like su Facebook o semplicemente per farsi notare. Oggi dobbiamo farci sentire in tanti, e dobbiamo farlo in modo reale, dobbiamo tornare a farlo "fisicamente", nelle piazze, come una volta. 

E, in questo, le persone Lgbti  e l'intero movimento per i diritti civili ci stanno indicando chiaramente la strada da percorrere.

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È stato assegnato alla pellicola guatemalteca José di Li Cheng il 12° Queer Lion Award, premio collaterale della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia per il “miglior film con tematiche omosessuali & Queer culture”.

A deciderlo i giurati Rita Fabbri Jani Kuštrin sotto la presidenza di Brian Robinson, programmatore del London Lgbt Film Festival, che ne hanno così motivato l’attribuzione: «Scritto in maniera sensibile, splendidamente interpretato, questo ritratto appassionato del viaggio di un giovane alla ricerca dell’appagamento emotivo, mostra la complessità di una relazione omosessuale sullo sfondo della dura vita nel Guatemala contemporaneo».

La cerimonia di premiazione ha avuto luogo, alle ore 18:30 di venerdì 7 settembre, presso la Villa degli Autori al Lido di Venezia.

Visibilmente commossi il regista cinese Li Cheng e i due attori protagonisti Enrique Salanic e Manolo Herrera che, insieme col produttore George Roberson, sono stati spettatori di violenze omofobe durante le riprese del film a Città del Guatemala.

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Sarà presentato in anteprima stampa, l’11 settembre alle ore 11:00, presso lo Spazio Cinema Anteo di piazza XXV Aprile a Milano, il nuovo film di Pasquale Marrazzo Te lo dico pianissimo con Lucia Vasini, Stefano Chiodaroli e Pietro Pignatelli.

La pellicola racconta la storia di Cicci che, a seguito della scomparsa della sua ex moglie Dolores, si ritrova a gestire la nuova convivenza con i loro due figli gemelli di 17 anni: Sara e Matteo.

Da oltre 15 anni Cicci vive con il suo compagno Nikolas. La relazione tra i due viene messa a dura prova dalla decisione delle sorelle di Cicci, capeggiate da Giuditta, di trasferirsi nel loro appartamento con lo scopo di proteggere i nipoti dai presunti comportamenti immorali della coppia omosessuale. Il loro amore li costringe a subire soprusi e abusi da parte di Giuditta che è spinta dal desiderio di distruggere l’equilibrio che la coppia ha costruito nel tempo, al punto che Cicci, seppur per un breve periodo, allontana da casa il suo compagno.

La loro casa ospita anche il fantasma di Dolores che si è stabilito in bagno e da lì parla con tutta la famiglia senza più freni e a suo modo da consigli anche a Cicci e Nikolas. Grazie a un percorso interiore e alla scoperta della verità che riguarda i nipoti, Giuditta finalmente capisce che l’amore va guardato da tutte le angolazioni e che la sua visuale non è necessariamente quella giusta. Cicci e Nikolas hanno dimostrano di saper dare la priorità a ciò che merita davvero la loro attenzione: il loro rapporto e l’amore verso i “loro” figli.

A pochi giorni dalla distribuzione del film nelle sale, che avverrà a partire dal 13 settembre, contattiamo il regista Pasquale Marrazzo per saperne di più sulla sua ultima opera.

Pasquale da cosa nasce l’idea di realizzare Te lo dico pianissimo? Quale messaggio credi di voler comunicare al pubblico che assisterà alla proiezione? 

Il film nasce spontaneamente, dopo quattro film piuttosto drammatici e dal dispiacere della morte di una delle mie sette sorelle. Credo sia una naturale reazione alla sopravvivenza psicologica. Cosi ho pensato che realizzare una commedia avrebbe potuto darmi quello slancio ironico necessario per guardare avanti.

Il cinema è una forma di linguaggio eteronomo che nasconde mille insidie, proprio perché incapace di una vera coscienza. Non credo di essermi prefissato un messaggio netto e morale, per una questione tanto complessa come le relazioni fra esseri umani. Uso il termine” esseri umani”, senza sottolineare i generi, perché trovo veramente offensivo che ci sia ancora qualcuno, anzi tanti, che si prendano la briga di pensare che alcune relazioni non siano da considerare leciti.

Questo film è anche un inno all’amore e alla libertà di amare in maniera sincera e spontanea: credi che in Italia oggi ci siano ancora difficoltà concrete per le persone omosessuali che quotidianamente vogliamo vivere la propria vita alla luce del sole?

Cicci e Nikolas “combattono contro tutti” per regalare amore, non è un controsenso? Nessuno dovrebbe combattere contro l’amore. Non credi? Una relazione fra due persone dello stesso sesso è vista, dalla stragrande maggioranza, come un “fatto” e non una normale condizione.

Nel film affronti anche le problematiche e i luoghi comuni contro cui si scontrano le famiglie arcobaleno. Te lo dico pianissimo può essere anche una risposta agli attacchi omofobi dei ministri Fontana e di Salvini?

Potremmo lanciare mille pietre a tutti quelli che ancora additano all’omosessuale, ma la politica dovrebbe partire dal basso e passarsi la mano sulla coscienza rispetto alla costruzione culturale delle coscienze degli altri. “Informare” sarebbe la conditio sine qua non per reificare un popolo emancipato e libero, e non direzionare un pensiero violento teso solo all’odio e alla distanza.

Le famiglie arcobaleno sono la dimostrazione che “altre famiglie” sono possibili e che il limite rimane a chi lo pone e non a chi lo infrange per scoprire nuove e meravigliose verità

Infine, cosa ti aspetti da questo film? Pensi che il pubblico la accoglierà positivamente? Il genere della commedia brillante può aiutare la diffusione di un messaggio di civiltà? 

“Te lo dico pianissimo” è un film semplice e sincero. Quello che vorrei è poter strappare un sorriso alle persone che decideranno di uscire di casa per recarsi al cinema. Parlare con ironia e leggerezza di un argomento come questo non è stato facile e comunque, per quanto mi riguarda, un film non ha il compito di dare risposte, ma, semmai, porre lo spettatore dinnanzi ad ulteriori domande per poter fare una riflessione personale sulle cose. Infondo parliamo sempre di libertà, come lo stato naturale dell’essere umano e allora perché costringere lo spettatore a vedere le cose dal proprio punto di vista? Se di libertà si sta parlando che libera sia

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Zen sul ghiaccio sottile è il film di Margherita Ferri con Eleonora Conti e Susanna Acchiardi che, presentato (1-2 settembre) nella sezione Biennale College della 75° edizione della Mostra d’Arte cinematografica di Venezia, ha anche gareggiato per l’attribuzione del Queer Lion. Assegnato ieri sera, il premio per il “miglior film con tematiche omosessuali & Queer culture” è però andato alla pellicola guatemalteca José.

Zen sul ghiaccio sottile racconta la storia della 16enne Maia Zenasi, che per i suoi compagni di liceo è una "mezza femmina" e una "lesbica di merda". Maia, però, dentro è Zen, un ragazzo che ama l'hockey e ha un debole per Vanessa, compagna di classe fidanzata con il bullo Luca.

Quando Vanessa chiede a Maia le chiavi del suo rifugio di montagna per andare a fare sesso con Luca, Zen gliele consegna. E quando Vanessa deciderà di nascondersi nel rifugio per sottrarsi alle consuetudini di una vita già preordinata, sarà Zen il suo modello di anticonformismo.

Il film ha ricevuto il sostegno importante di Biennale College, che ha creduto in una sceneggiatura già vincitrice di una menzione speciale al Premio Solinas.

La pellicola è stata prodotta anche grazie al contributo concreto di Prodigio Divino che commercializza i vini Vinocchio e Uvagina, presenti fra l'altro all’interno del film, di cui amministratore e socio è Bruno Tommassini, imprenditore e militante Lgbti, particolarmente sensibile alla valorizzazione della cultura e della comunicazione funzionale al contrasto dello stigma omotransfobico.

«Ho proposto e lavorato insieme a tanti bravi giovani talenti per il film di Margherita Ferri perché nella mia vita il cinema è stato compagno di viaggio e di lotta nell’affermazione ancora incompiuta della nostra emancipazione come gay e lesbiche e come comunità che ha molto da dire alla società italiana - dichiara Bruno Tommassini - Il cinema non rappresenta solo ciò che siamo e il Paese in cui viviamo. Il cinema ha la forza di compiere un prodigio: far riflettere, indignare, ridere e piangere.

Sono i sentimenti che cementificano una comunità e che il cinema Lgbti in questi decenni ha portato sempre più al grande pubblico, non solo un pubblico Lgbti. Sono tanti i momenti importanti trascorsi davanti al grande schermo mentre guardavo le pellicole con cui mi sono formato. So quanto hanno influito sulla mia crescita. Mi interessa, dunque, restituire anche solo una parte di quelle emozioni attraverso il lavoro di giovani, che hanno voglia di parlare all’Italia perché vada avanti e non regredisca».

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Giunge alla 12° edizione il Queer Lion, il premio collaterale alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia per il “miglior film con tematiche omosessuali & Queer culture”.

Istituito nel 2007 per volere del giornalista Daniel N. Casagrande e dell’allora direttore artistico della Mostra, Marco Müller, e col sostegno del direttore di Gaynews Franco Grillini, il riconoscimento gode del patrocinaio del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, dalla Regione Veneto, dalla Città di Venezia e dall’università Ca’ Foscari.

Dieci i film in gara per il Queer Lion Award 2018, la cui assegnazione spetterà ai giurati Rita Fabbri e Jani Kuštrin, sotto la presidenza di Brian Robinson, programmatore del London Lgbt Film Festival. La scelta sarà condotta sulla base d’un triplice criterio (contributo artistico, impatto sociale e impegno civile) tra tutte le pellicole queer presenti trasversalmente nelle sezioni della Mostra: Venezia 75, Fuori concorso, Orizzonti, Biennale College, Giornate degli autori, Settimana internazionale della critica.

A concorrere saranno:

a) C’est ça l’amour di Claire Burger (Francia, 98’);

b) José di Li Cheng (Guatemala, 85’);

c) The Favourite di Yorgos Lanthimos (Regno Unito, Irlanda, Usa, 120’);

d) The Other Side of the Wind di Orson Welles (Usa, Francia, Iran, 122’, 1970-1976, 2018);

e) Suspiria di Luca Guadagnino (Italia, Usa, 152’);

f) Zen sul ghiaccio sottile di Margherita Ferri (Italia, 90’);

g) La quietud di Pablo Trapero (Argentina, 117’);

h) Bêtes blondes di Alexia Walther e Maxime Matray (Francia, 100’);

i) Tchelovek kotorij udivil vseh (L’uomo che sorprese tutti) di Natasha Merkulova e Aleksey Chupov (Russia, Estonia, Francia, 105’);

j) Kucumbu tubuh indahku (Ricordi del mio corpo) di Garin Nugroho (Indonesia, 105’).

Per saperne di più abbiamo raggiunto Daniel Casagrande nel pieno della Mostra del Cinema che, iniziata il 29 agosto, terminerà sabato 8 settembre.

Daniel, qual è il film italiano in concorso?

L’unico film italiano è una pellicola presentata nella sezione Biennale College: Zen sul ghiaccio sottile di Margherita Ferri. Una delle sezioni più creative e innovative della Mostra, perché fa parte di un processo lungo e produttivo che coinvolge la Biennale, che segue alcuni progetti e li porta a compimento. Uno di questi progetti è quello di Margherita Ferri e, poiché è a tematica queer, lo abbiamo inserito all’interno delle pellicole in gara per il Queer Lion.

Quali i criteri sottesi alla selezione delle pellicole in gara al Queer Lion?

Il concorso del Queer Lion non seleziona direttamente le pellicole inserite in gara ma le riceve dalle varie commissioni selezionatrici: dalla Settimana della critica e dalle Giornate degli autori. Infatti, solo dopo la conferenza stampa della manifestazione, che ha luogo a luglio a Roma, l’organizzazione del Queer Lion prende contatti con le commissioni e riceve le indicazioni funzionali a individuare i film, che la giuria del Queer Lion deve vedere per assegnare il proprio premio.

Qual è l’attuale stato di salute del cinema a tematica queer?

Il cinema si è trasformato negli ultimi anni e il cinema queer ha sfruttato queste trasformazioni: con il digitale si sono infatti abbassati i costi di produzione e si è eliminata tutta una serie di ostacoli che prima c’erano e adesso non ci sono più. Questo ovviamente non fa sì che la qualità aumenti o i film queer necessariamente migliorino.

Come tutto il cinema, anche il cinema queer ha annate buone e altre meno buone. Cinematografie più vitali e altre meno vitali. La cinematografia queer è trasversale.

     

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Sabato 25 agosto, nella suggestiva cornice del Villammare Film Festival, giunto ormai alle 17° edizione, è stato proiettato il film Le grida del silenzio di Alessandra Carlesi. Un thriller italiano, in cui si dipana la storia d’amore tra due donne, raccontata con grande cura e attenzione.

In effetti il film, interpretato da un apprezzabile cast d’attori tra cui ricordiamo Ivan Castiglione e Roberto Calabrese, racconta tranches de vie di sette ragazzi, ciascuno con le proprie storie e i propri universi emotivi e sentimentali. 

Storie che restituiscono allo spettatore la consueta dimensione di una quotidianità, la nostra, in cui la necessità di aderire a ruoli sociali e stereotipi comportamentali fagocita e neutralizza ogni potenziale e asistematica rivendicazione alla soggettività.

Ma la peculiarità della pellicola è la capacità di raccontare l’avventura dei sette protagonisti e del loro comune viaggio in un minivan, attraverso una narrazione a tratti onirica, sicuramente inquietante, che rivela tutta la fragilità delle maschere indossate nella vita d’ogni giorno.

D’altronde è proprio la paura – sembra suggerire Le grida del silenzio – il sentimento che ci fa perdere il controllo, che ci rende tutti uguali o più simili a noi stessi, che fa cadere le maschere e le barriere che avevamo sapientemente costruito.

Un film, questo di Alessandra Carlesi, che avrebbe meritato una distribuzione più ampia nelle nostre sale e che è stato accolto dagli applausi del pubblico del festival cilentano, diventato negli anni punto di riferimento eccellente della realtà festivaliera nazionale.

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Mark’s Diary, la nuova opera cinematografica del regista Jo Coda, ci conduce nel mondo della disabilità, della sessualità, dell’amore.

Mark e Andrew, due ragazzi disabili, si incontrano e si piacciono. Tra i due si crea un’intensa attrazione “socialmente difficile” da soddisfare. I ragazzi innescano, attraverso una sovrastruttura onirica, una “realtà virtuale” creando due personaggi di fantasia ai quali trasmettono le proprie emozioni, i propri sentimenti. Al termine della giornata emergerà la consapevolezza che nulla sarà più uguale per loro e che la lotta per il “diritto all’amore” è solo all’inizio.

Jo, questo tuo ultimo film è incentrato su una tematica che mostra l'eros e l'amore con altri occhi. Cosa ti ha spinto a farlo?

Mark’s Diary nasce successivamente alla lettura del libro di Maximiliano Ulivieri LoveAbility. L’autore, tra l’altro responsabile del comitato LoveGivers, sottopone all’attenzione dei lettori il tema della sessualità riferito alla disabilità.

Un problema sociale per molti, un tabù per tantissime persone. Il modo di affrontare la problematica, unita al profondo senso della militanza che Ulivieri letteralmente sprigiona ad ogni respiro, mi ha completamente travolto tanto da spingermi a contribuire con questo film alla causa, per rompere insieme silenzi e pregiudizi. 

C'è sempre qualcosa di magico quando le perone si innamorano. In questo tuo lavoro su amore e disabilità qual è l'incanto?

Questo film parla d’amore: tutta la sceneggiatura ruota intorno alla ricerca dell’amore e nell’amore noi includiamo anche il sesso. L’incanto è, una volta tanto, l’amore stesso: incontrarsi, desiderarsi, amarsi. L’amore senza confini irrompe nella sfera del sesso che, quando riferito alle persone diversamente abili, sembra scontrarsi con l’ultimo tabù sociale che nega loro a priori ogni sorta di pensiero, peggio, di azione, legata all’eros.

Viviamo in un’epoca nella quale il corpo perfetto è indice di benessere e di capacità di relazione con gli altri. Ciò che non è perfetto non ha valore. Non credi che tanto bisogno di perfezione nasconda in realtà solo l'incapacità di guardare le proprie angosce? 

Le angosce permangono laddove non si costruiscono adeguate alternative esistenziali o non si attua un ragionevole adattamento al naturale cambiamento a cui il nostro corpo è destinato nel corso della nostra vita. L’alternativa è il senso di inadeguatezza, il risentimento. Il benessere interiore e la nostra capacità di stare bene al mondo e di esporci con gli altri non possono essere delimitati dal tempo, dall’avvenenza della “gioventù” così come la intende il mercato dei consumi, con la sua ossessiva e patologica riproposizione di modelli stereotipati di quasi sovraumana super efficienza, irraggiungibili ai più. La perfezione, se esiste, scorre lungo la nostra vita, al di fuori della nostra stessa fisicità. 

In una sequenza del tuo film i due protagonisti si toccano le mani, si guardano e scoppia l'eros: quello totalizzante. Quale è il significato di  questa immagine?

Che l’amore non ha confini. Il suo potere è praticamente infinito e siamo noi, la società civile – che per ignoranza o per convenienza, tabù del passato e per più recenti esigenze del mercato di omologare e standardizzare corpi, sentimenti e pulsioni – abbiamo sviluppato la necessità di porre dei limiti ad un sentimento che racchiude in sé una parte fondamentale della natura e di ogni essere umano. L’immagine di cui parli, nella sua semplicità, due mani che si carezzano, sintetizza il potere universale dell’amore.

Negli ultimi tempi la politica sta dando il senso di quanto sia forte oggi la discriminazione per i più deboli. Cosa pensi in proposito del neoministero per la Disabilità?

La politica deve fare i conti con la “diversità”, con la “differenza” che non deve essere più intesa come una condizione di inferiorità. La diversità è parte integrante della vita democratica di una nazione, è una trasversalità che in un modo o nell’altro, per un motivo o per l’altro attraversa ogni persona e ogni cittadino che deve potersi esprimere al meglio in ogni situazione quotidiana. L’attuale Governo, in materia, manda segnali molto contrastanti fra loro e pertanto in primo luogo l’invito alla chiarezza è un obbligo. Un governo che non si occupa dei più deboli non mostra altro che il riflesso del proprio fallimento. È ovvio che ciò debba essere contrastato con forza e con ogni strumento che la militanza, il buon senso, e la nostra stessa appartenenza al genere umano ci mette a disposizione.

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