Avrebbe dovuto condurre, il 24 febbraio, la magica notte degli Oscar a Hollywood. Ma l’annunciato incarico è durato meno di due giorni.

Dopo che l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences ha infatti diffuso, martedì, la nomina di Kevin Hart a presentatore della 91° edizione degli Academy Award, sono stati diffusi alcuni tweet omofobi lanciati, tra il 2009 e 2011, dall’attore afroamericano.

Benché col montare della polemica Hart avesse prontamente cancellato i tweet incriminati, gli screenshot degli stessi sono subito circolati in rete. In uno di essi l'attore aveva scritto: «Se mio figlio, tornando a casa, provasse a giocare con la casa delle bambole delle mie figlie, gli spaccherei la testa e gli direi: Smettila. È roba da gay».

Ma non solo. Nel 2010, durante lo special Seriously Funny, dichiarò: «Una delle mie più grandi paure è che mio figlio, crescendo, sia gay. Non sono omofobo. Non ho niente contro le persone gay: facciano quello che vogliono. Ma, essendo un maschio eterosessuale, se posso impedire a mio figlio di essere gay, lo farò».

Ieri il Glaad (Gay & Lesbian Alliance Against Defamation) aveva pubblicamente annunciato d'aver contattato l'emittente Abc, i vertici dell'Academy e il management di Hart per affrontare il tema delle dichiarazioni omofobe.

E così, al termine d'una giornata di polemiche arroventate, il comico ha rinunciato, dopo la mezzanotte di oggi, alla presentazione della notte degli Oscar 2019. E l’ha fatto proprio via Twitter.

«Ho deciso di rinunciare a presentare gli Oscar di quest'anno – ha così cinguettato –, perché non voglio essere una distrazione in una notte che dovrebbe essere celebrata da molti artisti sorprendenti e di talento. Mi scuso sinceramente con la comunità Lgbtq per i miei contenuti insensibili del passato».

In un successivo tweet Hart ha aggiunto: «Mi dispiace aver ferito le persone: sto cambiando e voglio continuare a farlo. Il mio obiettivo è di unire le persone e non dividerle. Tanto amore e gratitudine per l'Accademia. Spero che ci incontreremo di nuovo».

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È morto stamani nella sua casa romana in via della Lungara Bernardo Bertolucci. Regista, sceneggiatore, produttore, il maestro parmense della settima arte aveva 77 anni.

Gaynews vuole ricordarlo attraverso le parole commosse di Giovanni Minerba, cofondatore del Torino Gay & Lesbian Film Festival (oggi noto come Lovers Film Festival - Torino LGBTQI Visions) e presidente della prestigiosa rassegna cinematografica.

Un breve incontro, l’ultimo, fu quello di qualche mese fa a Torino. Giusto il tempo per ringraziarti per quello che, con la solita saggezza, avevi detto durante l’incontro pubblico al Salone del libro e al Museo del Cinema con l’amico comune Luca Guadagnino. Ma soprattutto ringraziarti per il cinema che ci hai regalato

«Meditare è una delle esperienze più fantastiche dell’esistenza»: furono le tue ultime parole in quella occasione. Adesso te ne sei andato, lasciando un segno che resterà indelebile.

I tuoi capolavori da Il conformistaNovecento, Ultimo tango a Parigi, Il tè nel deserto, Piccolo Buddha fino a L'ultimo imperatore nessuno potrà mai dimenticarli. 

Il nostro primo “incontro” per me avvenne già con La commare secca: il tuo primo film. Forse perché arrivava da un’idea di Pier Paolo Pasolini, dal tuo vivere con lui, dalla tua prima rivoluzione o semplicemente perché era un bel film, che negli anni a venire riproposi in una delle retrospettive del TGLFF. 

Poi ci innamorammo di Partner, il tuo ’68, tanto che un po’ di anni dopo con Ottavio Mai decidemmo di dare lo stesso titolo a quello che fu il nostro ultimo film girato insieme: non si trattava del nostro ’68, ma poteva anche esserlo, perchè era parte della nostra vita, purtroppo anche della nostra rivoluzione.

Ciao Bernardo, ultimo grande Maestro!

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Un’inaugurazione burrascosa, mercoledì sera, quella del festival Бок о Бок (Side by Side) che, in programma a San Pietroburgo fino al 1° novembre e giunto alla 10° edizione (con 27 film e documentari in programma), è la prima rassegna cinematografica a tematica Lgbti in Russia

Il deputato Vitaly Valentinovich Milonov, noto quale sostenitore di istanze violemente omofobe e, soprattutto, quale redattore della controversa legge sulla “propaganda omosessuale”, ha cercato di bloccare l’ingresso al Cinema Loft Moscow (dove era prevista alle 19:00 la cerimonia di apertura) e ha quindi chiamato la polizia.

A renderlo noto gli organizzatori della kermesse con un post su Vkontakte, il social network più diffuso in Russia, Ucraina e Bielorussa.

«Vitaly Milonov – si legge – è arrivato poco prima l'apertura del festival. Quando il suo tentativo di bloccare l'ingresso al cinema è fallito, ha chiamato la polizia adducendo accuse calunniose».

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Ciò ha comportato un’ispezione delle forze dell’ordine che, protrattasi per ore, ha fatto slittare gli eventi in cartellone. Ma ieri la rassegna s’è potuta svolgere secondo il programma.

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Al via ieri sera a Bologna la 16° edizione del Gender Bender Festival che, prodotto dal Cassero Lgbt Center, è quest’anno intitolato Cromocosmi. Più di 100 appuntamenti all’insegna della danza, del teatro, del cinema, di laboratori e dibattiti per esplorare, fino al 3 novembre, i molteplici universi del corpo, delle differenze, del genere e dell’orientamento sessuale.  

Nella sezione Danza sono da evidenziare Ignite (25-26 ottobre) di Shailesh Bahoran, versatile coreografo e breakdancer, vincitore nel 2017 del Prize of the Dutch Dance Days Maastricht; Warriors foot del coreografo brasiliano (ma residente nei Paesi Bassi) Guilherme Miotto in prima nazionale il 31 ottobre; AL13FB<3 (31 ottobre – 1° novembre) del performer Fernando Belfiore, anche lui brasiliano ma da anni di casa a Amsterdam; l’immaginifico Filles e Soie (2-3 novembre) dell’attrice, regista teatrale,  marionettista francese Séverine Coulon in prima nazionale il 2 novembre; l’opera satirica per cinque danzatori Le roi de la piste (26-27 ottobre) di Thomas Lebrun, fondatore della Compagnia Illico.

Per la sezione Teatro Alessandro Berti interpreterà, il 29 e il 30 ottobre, le sue Bugie bianche. Capitolo primo: Black Dick, concentrandosi sullo sguardo del maschio bianco sul maschio nero (e in particolare sul suo corpo) e chiedendosi quale rapporto ci sia tra l’oppressione storica del bianco sul nero e la percezione di un’oppressione intima, privata, sessuale, che il bianco sente di subire nel confrontarsi con il nero.

La sezione Cinema prevede, fra l’altro, le proiezioni di Somos tr3s (in prima nazionale il 31 ottobre) dell’argentino Marcelo Briem Stamm; Tinta Bruta (31 ottobre) dei registi brasiliani Marcio Reolon e Filipe Matzenbacher; Diane a les épaules (26 ottobre), commedia irriverente di Fabrice Gorgeart, che affronta con intelligenza il tema della gestazione per altri. 

La presenza di autori e autrici internazionali caratterizzerà la sezione Incontri a partire da quella di Garrard Conley che, il 27 ottobre, a partire dal memoir autobiografico Boy erased – Vite cancellate (da cui è stato tratto l’omonino film con Nicole Kidman e Russell Crowe), parlerà di cosa significhi subire e sopravvivere alle terapie riparative. Da segnalare poi il dibattito (28 ottobre) con la giornalista transgender Juno Dawson, autrice del divertente e dissacrante Questo libro è gay.

Il 29 ottobre è infine previsto il convegno Queer visual culture che, curato da Fruit Exhibition in collaborazione col Master Europeo in studi di genere e delle donne GEMMA dell’Università di Bologna,  vedrà la partecipazione di esperti di pubblicazioni nonché di linguaggio visuale queer e di genere dal calibro di Tori West, Matthew Holroyd, Jacopo Benassi, Erin Reznick e Mike Feswick.

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«Salvini? È un razzista. Lo so che la situazione in Italia è difficile perché siete un Paese che affaccia sul Mediterraneo. Mi dispiace anche che il mio Paese non possa aiutare e accogliere persone da altri Paesi: anche noi abbiamo un razzista come presidente, che non capisce che noi siamo quello che siamo anche grazie a tutti quelli che sono venuti nel nostro Paese.

Sono sicuro che ci siano molte persone intelligenti in Italia che sappiano come affrontare il problema dell'immigrazione e risolverlo e penso anche che gli italiani debbano iniziare a chiamare Salvini per quello che è: una persona bigotta che ha un atteggiamento bigotto».

Non ha usato mezzi termini Michael Moore nell’incontro d’ieri col pubblico in occasione della Festa del Cinema di Roma, dove alle 19:30 è stato presentato Fahrenheit 11/9, nuovo documentario politico del regista statunitense questa volta dedicato a Donald Trump.

E, dopo aver definito il ministro dell’Interno bigotto, oltre che razzista, Moore ne ha dato le seguenti motivazioni: «È contro i gay e i matrimoni tra gay: bisognerebbe invece che cercasse di capire che l'amore è amore a prescindere dal sesso dell'altro. Il consiglio che posso dargli è questo: Salvini, non sposare un gay se li odi, ma lascia che loro si amino e si sposino e i tuoi affari tieniteli per te».

Il regista ha anche aggiunto: «Sono cinque giorni che guardo la vostra tv e non mi piace. Quando i ricchi hanno in mano i media vogliono solo fare programmi che rincretiniscano la gente, si creano grossi problemi. In Usa Trump è bravissimo a cavalcare questo, le persone lo amano per questo. E questo l'ho visto anche in Italia. Credo che le persone sbaglino nel vedere Salvini e Di Maio come persone divertenti, perché non si tratta di intrattenimento, ma di politica». 

Infine da parte del regista e documentarista americano un appello all'Italia: «Siete stati grandi, dovete ritornare ad esserlo». E poi un nuovo affondo a Salvini: «Io non direi Prima gli italiani ma Prima l'Italia».

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Sarà presentato questa sera al Florence Queer Festival il documentario Il calciatore invisibile che, scritto e diretto da Matteo Tortora, è stato realizzato grazie alla raccolta fondi per Produzioni dal Basso e al sostegno di Toscana Film Commission, Livorno Film Commission, Regione Toscana e Comune di Livorno. 

Come Rafiki (proiettato il 2 ottobre) Il calciatore invisibile è una delle due anteprime che, nell’ambito dell’importante rassegna giunta alla 16° edizione e diretta da Bruno Casini e Roberta, gode della partnership del Festival dei Diritti promosso dal Comune di Firenze. Incentrato sul tema tabù dell’omosessualità nel calcio, il documentario sarà infatti presentato alle 21:30, presso il Cinema La Compagnia, dal regista, dai giocatori della squadra Revolution Team insieme con gli assessori comunali Sara Funaro e Andrea Vannucci.

Saranno proprio i calciatori della Revolution Team a essere i veri protagonisti della serata, dal momento che la pellicola documentale ripercorre la storia della squadra amatoriale fiorentina composta da giocatori omosessuali.

È noto come negli ultimi anni sempre più atleti, anche di fama mondiale, facciano coming out in quei Paesi dove i diritti della minoranza arcobaleno sono tutelati. Nuoto, atletica, tennis, pallavolo, rugby sono tra le discipline sportive col maggior numero di atleti/e Lgbti a differenza del calcio, dove i coming out effettuti si contano sulle dita.

Il documentario racconta l'attuale stato delle cose, ricordando al pubblico la breve ma complessa lista degli episodi legati alla discriminazione, accaduti in campo, negli spogliatoi o in varie occasioni pubbliche.

Con un impianto classico le interviste ad alcuni dei protagonisti della Serie A italiana, tra cui Alessandro Costacurta, Cesare Prandelli, il vicedirettore della Gazzetta dello Sport Andrea Di Caro, si alternano alle testimonianze dei calciatori della Revolution Team: una squadra da anni in campo, per dimostrare al pubblico che il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere non possono e non devono rappresentare un limite per lo sport che si ama. 

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Si è svolta domenica 23 a Bologna, presso il Nuovo Cinema Nosadella (Via dello Scalo 21, Via Lodovico Berti 2/7), la cerimonia di premiazione della X° edizione di Some Prefer Cake - Bologna Lesbian Film Festival (21-23 settembre).

Creata da Luki Massa (scomparsa a 56 anni il 6 settembre 2016) e Marta Bencich, la kermesse cinematografica è stata organizzata dall'Associazione Luki Massa e diretta, quest’anno, dall'agenzia di comunicazione Comunicattive.

Incentrata sul panorama della cinematografia internazionale a tematica lesbica e particolarmente attenta a produzioni indipendenti, progetti artistici e narrazioni politiche, la tre giorni è stata caratterizzata da due importanti anteprime: Nothing to lose dell'attivista e performer Kelli Jean Drinkwater e Water Makes Us Wet - An Ecosexual Adventure di Annie Sprinkle (una delle fondatrici del movimento femminista Sex positive degli anni '80) e della sua compagna, l'artista e docente Elizabeth Stephens.

Nella X° edizione del Some Prefer Cake si sono aggiudicati il Premio della Giuria: Anchor and Hope (regia di Carlos Marques-Marcet, Spagna-Regno Unito 2018 - 111') come lungometraggio narrativo, Fran this summer (regia di Mary Evangelista, Usa 2017 - 11') come cortometraggio e Silvana (regia di Mika Gustafson, Olivia Kastebring & Christina Tsiobanel, Svezia 2017 - 91') come documentario.

Mentre hanno ricevuto il Premio del Pubblico: Anchor and Hope come lungometraggio narrativo, A great ride (regia di Deborah Craig e Veronica Deliz, Usa 2018 - 28') come cortometraggio e The passionate pursuits of Angela Bowen (regia di Jennifer Abod, Usa 2016 - 73') come documentario.

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Gli anni amari, il film che, coprodotto da L'Altra/Cinemare e Rai Cinema, è dedicato alla vita di Mario Mieli, rischia di non poter usufruire del contributo disposto nel 2017 dal ministero per i Beni e le Attività culturali.

A dirlo oggi la sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, che, nell’assicurare un’attenzione alta nel merito, ha dichiarato che, se la pellicola «dovesse ospitare contenuti che promuovano o incitino alla pedofilia, il contributo del ministero sarà revocato».

Il riferimento alla supposta pedofilia dell’intellettuale milanese è ancora una volta all’oramai ben noto passo degli Elementi di critica omosessuale, nuovamente menzionato alcune sere fa da Silvana De Mari.

«Senza entrare nel merito delle scelte, più o meno condivisibili, effettuate dalla commissione che valuta la qualità artistica delle sceneggiature – afferma Borgonzoni – vigilerò personalmente affinché vengano effettuate tutte le opportune verifiche sulla pellicola, al fine di valutare se contenga elementi nel rispetto della vigente normativa, ovvero la legge 220 del 2016».

Su Gli anni amari s’erano invece ieri espressa i consiglieri leghisti emiliani, capeggiati da Massimiliano Pompignoli, per chiedere la revoca del contributo regionale di 105.374 euro, raccontando il film «la vita di Mario Mieli, icona della teoria gender, che praticava la coprofagia e che, com'è noto dai suoi scritti, difendeva i rapporti sessuali con i bambini».

Ha fatto oggi loro eco Giancarlo Tagliaferri, consigliere di Fratelli d'Italia, con un'interrogazione, in cui si chiede dall'esecutivo regionale "come giudichi il pensiero sulla pedofilia riportato nel libro di Mieli 'Elementi di critica omossessuale'

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Il 13 settembre di 50 anni fa la Procura di Roma sequestrò il film Teorema di Pier Paolo Pasolini «per oscenità e per le diverse scene di amplessi carnali, alcune delle quali particolarmente lascive e libidinose, e per i rapporti omosessuali tra un ospite e un membro della famiglia che lo ospitava». 

Per la stessa pellicola Pasolini subì l’ennesimo processo per oscenità, rischiando fino a sei mesi di carcere. A seguito dell’assoluzione il film fu nuovamente proiettato nei cinema del nostro Paese. Il caso di Teorema è particolarmente significativo, perché il film fu sequestrato dopo aver passato la censura

Per saperne qualcosa di più, contattiamo David Grieco, regista, intellettuale e autore de La macchinazione sul delitto Pasolini: libro, questo, da cui ha tratto anche l’omonimo film. Grieco conobbe Pasolini da giovanissimo, diventandone in seguito assistente.

David, so che c’è un aneddoto che lega la tua collaborazione con Pasolini al film Teorema. Potresti raccontarcela?

Pasolini scrisse una parte per me all’interno del film ma, dopo il primo giorno di riprese, gli comunicai la volontà che fosse tagliato ciò che avevamo girato, perché non volevo più fare l'attore. Mi sentivo vittima di un equivoco cominciato quando avevo 15 anni, che io stesso avevo provocato perché conoscevo personalmente tanti registi e molti si erano messi in testa che potessi essere il nuovo Mastroianni. Mentre, in realtà, ero negato quant'altri mai per il semplice motivo che l'obiettivo mi terrorizzava esattamente come terrorizzava certi aborigeni australiani.

Quel giorno dissi a Pasolini di tagliare la parte o di sostituirmi con un vero attore. Gli chiesi contemporaneamente di poter essere il suo assistente. Lui tagliò la parte e diventai suo assistente. Tuttavia, dovetti girare una scena (una sola scena), che lui mi impose, perché altrimenti lo stravolgimento della sceneggiatura sarebbe stato pericoloso per un film che già di suo è tutt'altro che realistico.

50 anni fa la Procura di Roma sequestrò Teorema. Come ti sentiresti di commentare, a distanza di tanto tempo, un episodio così estremo di oscurantismo culturale? Quali sono le ragioni che, a tuo parere, resero Teorema un film così scomodo? 

Cominciamo col dire che Pier Paolo Pasolini in vita sua ha dovuto subire 33 processi per motivi censori, perché era gay e perché era comunista. Teorema è solo un anello di questa lunga catena.  Questo anello contiene entrambi i Pasolini che furono l'oggetto di una maniacale persecuzione. 

a) Il gay, perché il protagonista del film, Terence Stamp, va indiscriminatamente a letto con tutti i componenti, uomini e donne, di questa famiglia borghese in pieno disfacimento.

b) Il comunista, perché dalla tragedia borghese di Teorema esce trionfante la serva (cioè il sottoproletariato) interpretata da Laura Betti, che nel finale ascende in cielo santificata e trionfante sulle macerie. Interpretazione, questa, che valse a Laura Betti il Leone d'Oro come migliore attrice, che rimane il premio più importante che il film ha raccolto.

Va detto, tuttavia, che la vita privata di Pasolini e il suo cinema sono indissolubilmente legati: la censura lo ha sempre perseguitato soprattutto perché era gay e ne faceva una bandiera, in un tempo in cui i gay dovevano far finta di essere eterosessuali per non subire un vero e proprio linciaggio morale e materiale quotidiano.

Bisogna però anche aggiungere, a mio avviso, che la risoluta e generosa battaglia intrapresa dalle persone gay al fianco di Pasolini, subito dopo la sua morte, ha costituito un intralcio, ovviamente involontario, alla ricerca dei suoi assassini.  L'indomani della sua morte, il F.U.O.R.I. affermò che il delitto Pasolini non era un delitto politico in senso stretto, perché tanti altri omosessuali subivano ciò che aveva subito Pasolini e venivano ammazzati come è stato ammazzato Pasolini.

Affermazioni più che giuste e legittime, ripeto, ma che hanno spostato ancora una volta l'attenzione sul concetto di "morte di un frocio" che faceva comodo, molto comodo ai suoi assassini. Pasolini fu ammazzat,o perché aveva scoperto dell'esistenza della P2 nel momento stesso in cui la P2 si stava formando. Questo purtroppo lo abbiamo potuto scoprire con tante prove a supporto soltanto dopo i tre gradi di giudizio (rapidissimi e vergognosi) del processo all'unico imputato del suo delitto, cioè Pino Pelosi.

La vita culturale italiana è, secondo te, ancora oggetto di condizionamenti e pressioni censorie? 

La vita culturale italiana non sembra più afflitta da problemi di censura. Dico sembra, perché in realtà la censura ha trionfato. Siamo ormai sottoposti a forme di condizionamento consolidate e trionfanti, grazie alla manipolazione dei nostri cervelli che viene operata nel web, e soprattutto grazie ai social network. 

Come diceva Pasolini poco prima di morire, noi siamo vittime di una dittatura, una dittatura strisciante, la dittatura del consumismo, che è ben peggiore del fascismo. Perché il fascismo non è riuscito a distruggere le nostre radici e la nostra identità, mentre l'omologazione culturale operata dal consumismo realizza a poco a poco su di noi un autentico lavaggio del cervello. 

Non sappiamo più chi siamo, né in quanto individui, né in quanto rappresentanti di una classe sociale. Siamo soli. Siamo un esercito di persone sole collegate in modo virtuale. Questo secondo me, ma l'ho appunto imparato da Pasolini, è e sarà sempre il vero obiettivo supremo di una dittatura.

Infine, come vivrebbe, a tuo parere, Pasolini il momento politico attuale del nostro Paese? 

Oggi Pasolini non esisterebbe e non potrebbe esistere. E non solo per motivi anagrafici.  Pasolini non potrebbe esistere perché nessuno, nemmeno una persona estremamente colta, forte e coraggiosa, riuscirebbe a farsi ascoltare in una società massificata, anestetizzata e lobotomizzata come la nostra. 

Pasolini usava il mezzo della provocazione in modo pedagogico e propedeutico. Oggi tutti usano il mezzo della provocazione in tv, sul web e ovunque in modo disarmante e greve, per fare audience, per generare like su Facebook o semplicemente per farsi notare. Oggi dobbiamo farci sentire in tanti, e dobbiamo farlo in modo reale, dobbiamo tornare a farlo "fisicamente", nelle piazze, come una volta. 

E, in questo, le persone Lgbti  e l'intero movimento per i diritti civili ci stanno indicando chiaramente la strada da percorrere.

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È stato assegnato alla pellicola guatemalteca José di Li Cheng il 12° Queer Lion Award, premio collaterale della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia per il “miglior film con tematiche omosessuali & Queer culture”.

A deciderlo i giurati Rita Fabbri Jani Kuštrin sotto la presidenza di Brian Robinson, programmatore del London Lgbt Film Festival, che ne hanno così motivato l’attribuzione: «Scritto in maniera sensibile, splendidamente interpretato, questo ritratto appassionato del viaggio di un giovane alla ricerca dell’appagamento emotivo, mostra la complessità di una relazione omosessuale sullo sfondo della dura vita nel Guatemala contemporaneo».

La cerimonia di premiazione ha avuto luogo, alle ore 18:30 di venerdì 7 settembre, presso la Villa degli Autori al Lido di Venezia.

Visibilmente commossi il regista cinese Li Cheng e i due attori protagonisti Enrique Salanic e Manolo Herrera che, insieme col produttore George Roberson, sono stati spettatori di violenze omofobe durante le riprese del film a Città del Guatemala.

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