Nonostante i sondaggi la dessero per vincente già al primo turno con oltre il 50% delle preferenze, Zuzana Čaputová ha dato prova che l’elettorato slovacco (l’affluenza è stata del 46,04%) guarda a lei nel desiderio di cambiare il sistema.

Con 870.415 voti conseguiti (40,57%) l’avvocata ambientalista di Bratislava ha ampiamente doppiato Maroš Šefčovič, che si è fermato al 18,66 (400.379 preferenze). Sarà dunque col 52enne diplomatico, attualmente vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per l’unione energetica, che Čaputováandrà al ballotaggio del 30 marzo.

I risultati del primo turno delle presidenziali confermano, dunque, la netta sconfitta di sovranisti, euroscettici e anti-migranti nonché dell’estrema destra, il cui massimo rappresentante Marian Kotleba, leader del partito neonazista Lsns, si è arrestato al 10,39% con 222.935 preferenze.

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Vicepresidente del partito extraparlamentare Progresívne Slovensko e convinta europeista, Čaputová ha così commentato i risultati del primo turno: «Le percentuali confermano il fatto che la gente vuole il cambiamento. Gli elettori slovacchi riescono a immaginare come presidente una persona che, forse, non era in politica da molti anni ma offre una veduta nuova sulla realtà e nuove soluzioni».

Ha poi ribadito come i valori cristiani (in un Paese a maggioranza cattolica) non siano affatto in contrasto con quelli libertari. «Per me la base sono i valori cristiani – ha dichiarato - quali la compassione e l'amore per il prossimo, anche per le minoranze. Il Paese dovrebbe unirsi su questa base».

L’avvocata 45enne, la cui popolarità è cresciuta nell’ultimo anno per il sostegno ai movimenti di piazza anti-governativi susseguenti all’omicidio del giornalista Ján Kuciak e la lotta alla corruzione istituzionale, è convinta sostenitrice dei diritti delle persone Lgbti, puntando, in particolare, al riconoscimento legale dell’unione tra persone dello stesso sesso e all’accesso all’adozione per le coppie di persone omosessuali.

L’avversario Šefčovič, che gode del sostegno del partito al potere Smer-Sd (sui cui presunti rapporti con la criminalità organizzata aveva appunto investigato Kuciak), ha invece puntato la campagna elettorale sulla difesa della famiglia tradizionale e dei valori cristiani in un’ottica di scontro apologetico con le altre culture a partire da quella islamica.

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Il gabinetto Su Tseng-Chang ha presentato ieri un progetto di legge sulla legalizzazione delle unioni tra persone dello stesso sesso in Taiwan.

Il testo pubblicato dal ministero della Giustizia propone di consentire a «due persone dello stesso sesso di formare un'unione permanente di natura intima ed esclusiva con lo scopo dichiarato di condurre una vita insieme» e «dare loro le stesse protezioni legali» accordate al matrimonio compresi i diritti successorii. Sarà inoltre consentita l’adozione del configlio biologico del/la partner. Resterà invece immutata nel Codice Civile la definizione di matrimonio quale unione tra un uomo e una donna.

Se approvata dal Parlamento, la legge entrerebbe in vigore entro il 24 maggio, data ultima data dalla Corte Costituzionale per modificare la legge che vieta alle coppie di persone dello stesso sesso di sposarsi. 

Il progetto di legge, presentato dal Partito Democratico Progressista (Pdp) al potere, è dunque, punta dunque a stabilire un punto d’equilibrio tra le promesse fatte in campagna elettorale alle associazioni Lgbti, la richiesta avanzata dalla Corte Costituzionale e gli esiti dei referendum di novembre, che ha visto il 67,26% dei votanti esprimersi contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Sempre ieri il premier Su Tseng-Chang si è espresso al riguardo con un post su Facebook, in cui ha chiesto ai connazionali di accettarsi e rispettarsi reciprocamente. Ha poi chiarito come il progetto di legge sia rispettoso dell’esito referendario ma costituisca un passo in avanti per il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali, le quali, al contarario, considerano il testo, in ultima analisi, discriminatorio

Secondo Jennifer Lu, coordinatrice di Marriage Equality Coalition Taiwan, la bozza di legge non fornirebbe protezioni legali complete alle coppie dello stesso sesso. Pur riconoscendo il sincero impegno del governo in materia, ha detto che gli attivisti continueranno a lottare per la parità di diritti.

Critiche serrate, soprattutto, da parte dei gruppi religiosi e conservatori, che hanno condotto un’aspra battaglia contro il matrimonio egualitario durante il referendum. La Coalition for the Happiness of Our Next Generation ha ieri definito la bozza «inaccettabile».

In ogni caso, se il testo fosse adottato, si tratterebbe della prima legge a normare le unioni tra persone dello stesso sesso in Asia. Simile percorso si sta attuando in Thailandia, dove il relativo progetto, approvato dalla giunta militare, dovrà passare, entro l'anno, al vaglio del Parlamento. 

Non ci sarebbe invece bisogno d'una legge sul matrimonio egualitario secondo premier cambogiano Hun Sen, che ha però invitato i connazionali a non discriminare le persone Lgbti.

Come riportato dal Khmer Times, Hun Sen, che è primo ministro del Regno di Cambogia dal 1998 (lo era già stato, una prima volta, dal 1985 al 1993), ha dichiarato che non è possibile varare nel Paese del Sud-est asiatico una legge «che consenta il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Alcuni Paesi, fra l'altro, stanno affrontando anche polemiche su questo problema». Ha quindi aggiunto: «Non abbiamo bisogno di una tale legge perché non impediamo le relazioni omosessuali né arrestiamo le persone Lgbti, mettendole in prigione». 

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Sgozzate quella cagna comunista e parassita.

In quelle parole scritte si concentrano i più classici degli stereotipi maschilisti e razzisti: la donna presentata come donnaccia (letteralmente cagna, ndr), la punizione violenta da parte dell’altro, identificabile in chi, nell'immaginario comune, proviene da Paesi, dove lo sgozzamento è subito associato al terrorismo islamici.

Un messaggio di morte che lo scorso lunedì è stato indirizzato alla consigliera dem del Comune di Milano Diana De Marchi - che presiede la Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili -, ospite di una locale trasmissione televisiva di Milano. Episodio che De Marchi ha denunciato pubblicamente in un post sul suo profilo Facebook e alle autorità.

A sette giorni esatti da quell’episodio l’assessora Diana De Marchi parla a mente più serena e lucida di quello che le è successo, di violenza contro donne, di discorso di odio e di differenze come valore.

Un lunedì come oggi, proprio sette giorni fa, è stata vittima di minacce di morte. A distanza di tempo, come rivede e giudica quell’episodio?

Quelle parole mi hanno subito sconvolta, ma devo dire che dopo, riflettendoci sopra, ho trovato quei termini interessanti, con rimandi spaventosi ai quali, a dire il vero, subito non avevo pensato a fondo. Quelle parole sono scelte ben precise, così come la definizione di “cagna” per dire donnaccia. Insomma, è stato messo dentro di tutto, dalla religione alla violenza sulle donne. Ecco, credo che dobbiamo ribellarci fortemente a questo. Se ci riflettiamo, anche nel contrasto del dibattito politico noi donne finiamo sempre con l’essere isolate perché tentano di metterci in una condizione di debolezza, dicendo cose gravissime a livello personale, intimo. Diventa un modo per evitare che una donna possa reagire, una forma di maschilismo spaventoso.

Se fosse identificata, non so cosa direi a quella persona, che immagino sia un uomo. Ritengo però che farò, come mi è stato suggerito, un’azione condivisa, costituendomi parte civile assieme ad associazioni donne e di uomini che lavorano per i diritti. Non cerco vendetta, mi metterei al suo stesso livello. 

Una cosa la voglio dire: al di là della solidarietà importante che mi ha espresso il mio partito, e una parte del centro destra, la cosa che mi ha più meravigliato e mi ha fatto piacere è stato ricevere attestati di solidarietà da associazioni come Agedo, Anpi, Non una di meno, Se non ora quando, la Rete delle Reti, realtà con le quali il Pd non ha dei veri contatti. Ma soprattutto dalle persone comuni. Ho trovato che per fortuna c’è una società civile che reagisce e che non apprezza un certo modo di stare e di rapportarsi con gli altri, ed è contraria a una deriva culturalmente orribile che sta dilagando nel quotidiano di parlarsi usando parole aggressive e violente. Occorre responsabilizzare di più le persone, a tutti i livelli, Non è la prima volta che sono stata attaccata in quel modo, ma è la prima volta che ho apertamente raccontato com’è andata, perché credo che la condivisione sia ciò di cui abbiamo bisogno. 

Eppure, nonostante gli attestati di solidarietà, nei vari commenti dei social la violenza verbale ha raggiunto livelli altissimi. 

Non credo si possa parlare di sovraesposizione. Mi rendo conto che ormai un po’ tutti quanti noi ci lasciamo trascinare, non dico dall’odio, ma dall’aggressività, ad esempio quando veniamo attaccati o provocati. È un modo di rispondere che forse prende tutti. 

Sul come fare a contrastare queste forme di violenza, anche se ripeto c’è una società civile diversa che si contrappone a tutto questo, non lo so ma è qualcosa che voglio capire per prima io stessa. Nelle scuole, dove lavoro, c’è una mobilitazione e c’è una risposta nei ragazzi i quali spesso usano questo linguaggio non per dire davvero quelle cose ma perché sono istintivi o più semplicemente perché si è abituati a sentire alcune espressioni.

Per quanto riguarda i social, non vedere una persona concreta di fianco fa pensare di essere autorizzati a dire cose che altrimenti non si direbbero di presenza. Per questo occorre intervenire facendo capire che anche nei social si parla sempre con una persona e di conseguenza si è responsabili delle proprie parole.  

Rimanendo ancora nei social, tra i commenti più ricorrenti contro la “vecchia politica” c’è l’immancabile “e allora il Pd”?. Ma non sarà che, negli ultimi anni, il Pd e la sinistra si sono scollegati dalla realtà lasciando di fatto un vuoto?

Non nego che il Pd abbia fatto errori enormi che si sono visti coi risultati delle elezioni, tuttavia credo che questo chiudersi in se stesso non sia stato una scelta di slegarsi dalla realtà, ma che ci sia veramente persi, anche in una battaglia di impegno e di convinzione di essere sulla strada giusta, però senza ascoltare chi dava una opinione diversa. Il risultato è stato diventare troppo distanti, indipendentemente dall’obiettivo giusto e guidati dall’idea del “ci siamo noi che ci stiamo lavorando, poi capirete”. 

Tuttavia, secondo me, l’elemento delle relazioni avvicina tutte quelle persone che sono contrarie al clima che si è creato e che, indipendentemente dall’orientamento politico anche di chi ha fatto una scelta di protesta e oggi si pente, insieme vogliono cambiare questo modo aggressivo di stare insieme. Le donne, poi, in questi discorsi di odio sono sempre le prime vittime perché la differenza viene fatta diventare diseguaglianza, mentre invece dobbiamo riportarla come ricchezza. Un lavoro che proprio a partire dalle donne diventa preziosissimo e che vale per tutte le differenze. 

In tema di differenza, donne e rifiuto dell’aggressività e dell’odio, lei si è schierata apertamente per la trascrizione in anagrafe dei bambini figli di due papà. Questo, mentre da una parte il sindaco Sala ancora temporeggia in attesa di una sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite e, dall’altra, qualche associazione Lgbti e alcune femministe si sono dette fortemente contrarie, fino a osteggiarla. A che punto è la trascrizione e cosa pensa di queste critiche così aspre? 

Come Consiglio comunale abbiamo deciso, a maggioranza, di portare avanti queste trascrizioni, di muoverci per quelle che hanno fatto richiesta e di lavorare perché siano recepite senza barriere e ostacoli, anche per dare il segnale che non siano le sentenze a darci le indicazioni. Purtroppo, al momento, siamo bloccati con il Piano di Governo del Territorio che sta richiedendo più tempo del previsto e poi deve esserci un passaggio in Aula. 

Parliamo di un tema molto dibattuto e non mi riferisco tanto a quello della trascrizione, quanto proprio a quello della gestazione per altri, un tema che non è mai stato affrontato in modo approfondito anche all’interno dello stesso Pd e sul quale quindi siamo impreparati.

Personalmente non mi aspettavo che ci fossero anche all’interno del partito tante difficoltà, ma mi sono resa conto che manca la conoscenza e quindi, proprio perché non si hanno gli strumenti, alcuni slogan si acquisiscono con più facilità. Non credo si tratti di contrarietà, quanto piuttosto di non conoscenza di cosa si parla davvero. Per fortuna il nostro partito, secondo me, ha al suo interno posizioni diverse che fanno comprendere le visioni e i bisogni di più parti. Però è chiaro che alla fine occorre prendere delle decisioni e scegliere, ma non vogliamo restare ostaggio della non conoscenza. Io ho preso l’impegno di lavorare proprio su questo tema.

Per quanto riguarda, invece, gli attacchi, Marina Terragni ha fatto proprio su di me anche un blog che ha portato ovunque. Ma credo che anche quello non sia un modo di confrontarsi. Non si può dire “se accetti le trascrizioni allora sostieni lo sfruttamento del corpo delle donne”, perché le due cose non vanno assolutamente in automatico. Oltretutto è una cosa gravissima, anche nella dichiarazione, perché rivela una incapacità di conoscere le situazioni e di capirle e una non volontà di confrontarsi. Insisto invece che su questo bisogna lavorare. 

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In vista delle elezioni regionali del 10 febbraio Matteo Salvini, con lo slogan Mandiamo a casa la sinistra anche in Abruzzo, sta oggi percorrendo per i relativi comizi la provincia di Teramo.

Mentre è in corso quello di Atri, stamani il segretario della Lega ha visitato prima il mercato comunale di Campli (mostrandosi ora in giacca della Polizia di Stato ora in felpa azzurra con la scritta Abruzzo), quindi si è spostato a Sant’Egidio alla Vibrata (dove, alla fine del suo intervento, ha indossato una giacca della Polizia Penitenziaria, corpo delle forze dell'ordine, che, fra l'altro, dipende dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia).

In una piazza gremita il ministro dell’Interno ha arringato la folla con un discorso in cui si sono intrecciati temi diversi: dallo smantellamento della riforma Fornero alle politiche messe in campo in materia migratoria, indicando costantemente le persone fuggite su imbarcazioni di fortuna e, spesso tratte in salvo dalle ong, come clandestine. Discorso, interrotto da applausi scroscianti, misti ad acclamazioni osannanti, in una piazza dominata dalla croce, simbolo cristiano per eccellenza di carità, sormontante la facciata della chiesa parrocchiale.

«Ripartiamo dalla vita reale, dalle mamme… Attenzione! - ha detto a un tratto -. Ho detto mamme e papà, perché è uno dei primi scontri che ho dovuto sostenere quando sono arrivato al ministero dell’Interno e a costo zero. Perché al di là del lavoro, che è fondamentale, dei soldi, del mutuo, della bolletta della luce, l’uomo e la donna, però, sono anche dei valori reali, dei simboli.

Io ho reintrodotto sui moduli per chiedere la carta d’identità elettronica due parole, che qualcuno aveva tolto perché davano fastidio: mamma e papà. Non c’è genitore 1, genitore 2, genitore 32. C’è la mamma e c’è il papà. E io, finché campo, mi batterò perché ognuno sia libero di vivere la sua vita privata come vuole, con chi vuole e facendo quello che vuole. Nel senso che voi, finito questo incontro, tornate a casa, non mi interessa con chi sarete a pranzo, con chi guarderete la televisione, con chi farete l’amore questa sera. Ognuno a casa sua fa quello che vuole, con chi vuole.

Ma il diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà lo difenderò finché campo. Combatterò l’utero in affitto, le adozioni gay, i bambini in vendita come al centro commerciale, le schifezze indegne di un Paese civile. L’egosimo degli adulti sulla pelle dei bambini, no».

Al di là dell’accostamento ancora una volta indebito tra “utero in affitto” – ignorando o volutamente omettendo che la gestazione per altri è una pratica medica, cui ricorrono in percentuale maggioritaria le coppie eterosessuali sterili – e “adozioni gay”, Salvini è tornato a mentire sulla questione modulistica, dove fra l’altro non è mai comparsa la dicitura genitore 1, genitore 2.

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È stato presentato in mattinata, presso l'Aula Magna della Sapienza di Roma, il Rapporto Italia 2019 dell’Eurispes, giunto alla 31° edizione.

Quello di quest’anno è stato condotto sulle seguenti dicotomie tematiche: Pubblico/Privato; Sovranismo/Mondialismo; Lavoro/Tecnologia; Identità/Differenza; Realtà/Rappresentazione; Sicurezza/Insicurezza.

Per quanto rigurarda "i temi etici", trattati in una specifica indagine campionaria, viene, innanzitutto, rilevato come il 65,1% degli italiani sia favorevole alla tutela giuridica delle coppie di fatto, indipendentemente dal sesso, con un risultato in leggera flessione rispetto al 2016 (-2,5%); il dato appare invece in leggera ripresa rispetto al 2015, quando le persone favorevoli erano il 64,4%, ma è fortemente diminuito rispetto agli anni 2013 e 2014 (rispettivamente 77,2% e 78,6% di opinioni favorevoli).

Il 31,1% dei cittadini si dice favorevole all’adozione di bimbi anche per le coppie omosessuali a fronte del 68,9% dei contrari. Negli anni si è registrato un modesto, ma costante incremento delle persone aperte a una eventualità del genere: dal 27,8% del 2015 al 29% del 2016, fino al dato di oggi.

Poco più della metà dei cittadini, il 50,9% si dice a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso, una percentuale che nel 2016 arrivava al 47,8%.

Eutanasia, sì deciso. Suicidio assistito, favorevoli 4 su 10

L’orientamento espresso sull’eutanasia è in larga maggioranza positivo: il 73,4% del campione si dichiara infatti favorevole, un dato in forte ascesa rispetto agli anni passati, quando il 55,2% (2015) e il 59,9% (2016) degli italiani esprimevano la medesima opinione. Ma gli italiani precisano che vi si dovrebbe ricorrere solo in caso di coma irreversibile (77,5%) o di estrema sofferenza fisica (64,6%). Rispetto alla possibilità di ricorrere al suicidio assistito e quindi di avvalersi dell’ausilio di un medico per porre fine alla propria vita, gli italiani esprimono un atteggiamento in maggioranza di opposizione: è contrario il 60,6% (erano il 70% nel 2016). D’altra parte, la quota di chi si dichiara a favore aumenta rispetto al 2016 di circa il 10% (dal 29,9% all’attuale 39,4%).

Sul tema dell’interruzione delle cure che tengono in vita un paziente in coma irreversibile, il 35,4% degli italiani ritiene che sia un atto di clemenza che risparmia inutili sofferenze, mentre il 32,7% ritiene sia una scelta accettabile solo se rispecchia la volontà del paziente. Il 10,2% del campione è radicalizzato su posizioni decisamente più conservatrici e ritiene che non sia accettabile, perché contrasta con la tutela della vita umana, mentre l’8,9% ritiene che equivalga ad un omicidio.

Testamento biologico accolto positivamente dal 67,9% dei cittadini

L’opinione positiva sul testamento biologico vede un decremento dei favorevoli di quasi quattro punti percentuali, passando dal 71,6% del 2016 al 67,9% del 2019, e si attesta su valori vicini, anche se leggermente inferiori, a quelli del 2015 (67,5%).

Legalizzazione delle droghe leggere: aumentano i favorevoli (+10,9%)

Il 43,9% degli italiani si è detto favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere (hashish e marijuana), una posizione di netta apertura rispetto al più modesto 33% delle risposte affermative del 2015.

Legalizzazione della prostituzione: il fronte dei sostenitori crolla di 19 punti

Il 46,5% dei cittadini si è detto a favore della legalizzazione della prostituzione, dato che evidenzia una flessione di 11 punti percentuali rispetto al 2016, quando il campione si era espresso favorevolmente nel 57,7% dei casi e di ben 19 punti percentuali rispetto al 2015 (65,5%).

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Nelle ultime ore del 17 gennaio veniva affisso a Ferrara, nei pressi dell’abitazione del sindaco Tiziano Tagliani, uno striscione recante la scritta No adozioni gay. Un gesto che ha suscitato un’ampia indignazione nella città estense, nella cui Piazza Municipale, domenica mattina, si è tenuta una manifestazione di solidarietà nei riguardi del primo cittadino.

Sul significato del blitz, subito rivendicato dal locale Dipartimento femminile di Forza Nuova, e della mobilitazione domenicale abbiamo chiesto il parere di Eva Croce, neopresidente di Arcigay Ferrara. 

Eva, ci puoi raccontare qual è il clima in città dopo questo evento?

Ferrara, dal dopoguerra a oggi, è sempre stata una città fortemente antifascista. Certo, negli ultimi anni, il clima si è irrigidito: episodi di intolleranza, nei confronti soprattutto di persone straniere, li viviamo purtroppo anche noi, ma di vere e proprie intimidazioni nei confronti delle persone Lgbti non se ne segnalano. Nel Paese si sta creando un clima di scontro culturale: da una parte i “reazionari” e dall'altra chi desidera un Paese più europeo dal punto di vista dei diritti e della cultura democratica e antidiscriminatoria.

Questo gesto intimidatorio, realizzato dai militanti di Forza Nuova nella notte del 17 gennaio, è il primo vero attacco diretto alla nostra comunità in tempi recenti. Quello che preoccupa è che forze di estrema destra e di mentalità fascista vogliono raccogliere consensi. Queste azioni vanno fermate immediatamente. Non sono solo le idee diverse che mi preoccupano: il mio timore è nei riguardi di coloro che agiscono di nascosto e che hanno alla base dei propri comportamenti la violenza e l'intolleranza.

Pur essendo da sempre una città democratica e antifascista, anche Ferrara registra la presenza sempre più consistente di gruppi di estrema destra. Perché, secondo te, queste recrudescenza?

Credo che la crisi economica sia la causa principale di questa recrudescenza. Quando le persone devono fare rinunce, è facile per la politica in cerca di voti lanciare slogan contro coloro che dovrebbero essere la causa dei disagi. Se vuoi è un po' come nel Medioevo, in cui le calamità erano il frutto dell'ira di Dio: oggi si è laicamente sostituito Dio con le minoranze e i più deboli.

Sappiamo che il blitz del 17 gennaio è stato rivendicato dal Dipartimento femminile di Forza Nuova Ferrara. Cosa ti senti di risponde a queste donne?

Sono realmente donne? Hanno agito al buio, di nascosto: non sappiamo nulla di reale nei confronti di chi abbiano compiuto tale azione. Come donna trans faccio veramente fatica ad accettare che ci siano donne, nel XXI° secolo, che sognano un mondo in cui essere sottomesse a una mentalità retrograda e totalmente irrispettosa nei nostri confronti. Ma da attivista mi piacerebbe incontrarle e parlare con loro, per capire meglio cosa le muova ad agire in questo modo.

Quali sono le azioni che avete deciso di mettere in campo dopo quanto accaduto?

Abbiamo aderito a un comunicato stampa di Famiglie Arcobaleno, chiedendo l'adesione di quante più associazioni e gruppi politici della città. E abbiamo organizzato una manifestazione per domenica, alle 11.00 in Piazza Municipale, per respingere con sdegno l'ennesima intimidazione fascista. Manifestazione, cui hanno aderito tante associazioni e tante cittadine e cittadini.

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No adozioni gay. Questa la scritta a due colori (nero e rosso) campeggiante su uno striscione bianco, affisso poco prima delle 22:30 di ieri davanti all’abitazione del sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani.

Un chiaro richiamo alla decisione presa settimane fa dal primo cittadino del Comune estense (ma resa noto dai media il 15 gennaio) di trascrivere un’adozione spagnola per la mamma non biologica di due gemelline, «permettendo così alle stesse – come rilevava Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno – di essere anche per le leggi e nei documenti del nostro Paese figlie di entrambe le madri, italiani anch’esse».

Il blitz è stato rivendicato su Facebook dal Dipartimento femminile di Forza Nuova Ferrara attraverso un post, in cui si fa ricorso al solito armamentario lessicale: famiglia naturale, lobby gay, pratica omicida dell’aborto, perversione, capriccio. E, in cui, Tagliani è accostato all’omologo parmense, Federico Pizzarotti, che ha registrato, in dicembre, quattro bambini quali figli di tre coppie di mamme.

Ecco il testo del post: «Rimaniamo 'retrogradi', grazie!

Dopo Parma anche a Ferrara si dà il via al riconoscimento dei 'figli' di coppie omosessuali. È il caso di una coppia di due donne, sposate anni fa in Spagna e che hanno avuto due gemelline con la pratica della fecondazione assistita. Continuano, incessanti, i passi pesanti come macigni verso la totale distruzione della famiglia naturale

Ed ogni qualvolta un sindaco si arroga il diritto di riconoscere figli di una coppia gay, esercitando un potere che si scontra con la legislazione italiana,non solo viene commesso un illecito penale, in questo caso specifico si presenta anche l'aggravante di aver compiuto la registrazione delle bambine senza alcuna disposizione da parte del giudice.

Che buffa, per non usare altri termini, questa evoluzione sociale che da una parte avvalla [sic], rendendosi complice, la pratica omicida dell'aborto, sostenendo una falsa libertà della donna difronte la decisione di dare vita o meno ad un feto, dall'altra sostenere l'adozione da parte di coppie omosessuali. Specialisti mondiali hanno dato prova delle problematiche nella crescita di questi bambini: problemi psicosomatici, neuropsichiatrici e di depressione, senza considerare lo sviluppo di una identità psicologia e sessuale di questi bimbi.

Questo è amore o forse una imbarazzante follia di chi per capriccio vuol dare quel velo di parvenza di aver creato una famiglia che nulla ha di diverso da quella legittima, formata da uomo e donna?

Un bambino ha il sacrosanto diritto di avere una figura femminile, la madre e di quella maschile, il padre, è ordine naturale, non è imposizione di qualche retrogrado, come le lobby gay sentenziano su chi, come noi, lotta ogni giorno per tutelare le fondamenta di ogni società civile "la famiglia naturale".

E anche il 'caro' sindaco Tagliani, come Pizzarotti, ha voluto raccattare, non potendo fare diversamente, consensi da parte della lobby di potere LGBT, andando oltre al diritto civile e a quel diritto naturale che, da sempre, ha concesso il miracolo della procreazione solamente nell'unione tra uno uomo ed una donna.

Tutto il resto è egoismo, capriccio e perversione.

TaglianiGameOver».

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Era ricorso cinque anni fa, insieme con l’allora compagno, alla pratica della gpa in California per poter concretare il proprio desiderio di genitorialità.

Un desiderio pressoché utopico per una persona omosessuale nella Repubblica di Singapore, dove non solo è priva di riconoscimento legale qualsiasi forma di unione tra individui dello stesso sesso ma sono addirittura vietati agli stessi quale reato (punito fino a due anni di carcere) i rapporti sessuali.

Retaggio, come noto, di una normativa che, pur risalente all’epoca coloniale britannica e scarsamente applicata, è comunque vigente secondo la Sezione 377A del Codice penale di Singapore.

Rientrato in patria, l’uomo, che è un medico 46enne, si era rivolto lo scorso anno a un giudice distrettuale per cercare di assicurare al piccolo la cittadinanza attraverso domanda d’adozione (che nella città-Stato Singapore è concessa sia a single sia a coppie sposate). Ricevendone però un netto rifiuto per essere la donna gestante sia una straniera sia, ovviamente, non coniugata con l'uomo.

Elementi, questi, ostativi alla concessione della cittadinanza singaporiana secondo l’ordinamento giuridico in vigore.

L’uomo ha fatto quindi ricorso all'Alta Corte di Singapore che oggi, nella persona del giudice Sundaresh Menon, ne ha accolto l’istanza nel «migliore interesse del bambino», tutelato, in questo caso, dall'adozione.

L’Alta Corte ha comunque precisato che la decisione va considerata in relazione allo specifico caso e non deve essere letta quale approvazione della pratica della surrogacy.

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«La base per restare all'interno di questo governo è la consapevolezza che il Movimento e la Lega sono due forze rigorosamente alternative. Non potrei rimanere se il percorso prevedesse un'alleanza futura. È solo questo che ci consente oggi di accettare provvedimenti che, se fossimo al governo, avremmo fatto diversamente». 

Così in un’intervista, rilasciata oggi a La Repubblica, Vincenzo Spadafora, deputato M5s e sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità, spiega come le due forze politiche abbiano una visione completamente diversa in moltissimi ambiti

«Su molte cose - premette - non siamo solo noi a non ritrovarci. È il nostro stesso elettorato».

Già, perché per Spadafora non si è lottato abbastanza al riguardo a partire da temi come quelli toccati dal ddl Sicurezza. «Spesso abbiamo sacrificato a un interesse generale dei temi - soggiunge il sottosegretario - che potevano caratterizzare la nostra azione. E lo abbiamo fatto già dall'inizio, al momento della scrittura del contratto". 

Nello specifico, i diritti, ad esempio, "mancano del tutto. Penso ai diritti Lgbt, che vanno affrontati dal punto di vista legislativo e da quello culturale. Ma, se questo governo non farà passi avanti, posso garantire che non consentiremo passi indietro. Dico di più: esaurite le priorità del contratto, penso che l'anno prossimo il Parlamento possa lavorare in modo trasversale a una legge contro la transomofobia". 

Spadafora torna inoltre a parlare dell’accusa mossagli da un gruppo sparuto d’associazioni Lgbti in riferimento al Tavolo permanente che, istituito presso Palazzo Chigi, sarebbe una foglia di fico. 

«No, e le spiego perché – ribatte il sottosegretario –. Per le persone Lgbt si può fare molto a livello ministeriale, ed è per questo che ho istituito un tavolo a Palazzo Chigi, portando molte persone di quel mondo a riunirsi nella Sala Verde. I commessi non avevano mai visto nulla del genere. In più, io resto a favore delle adozioni omosessuali, ma sono consapevole di muovermi in un perimetro che mette un dito nell'occhio al mio caro amico Fontana, che è ministro della Famiglia e non la pensa come me. Mi turo il naso perché so che arriverà un momento in cui le nostre strade si separeranno".

Spadafora è tornato poi a parlare del ddl Pillon alla vigilia della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, che sarà caratterizzata a Roma da una manifestazione nazionale nel pomeriggio d’oggi.

"Così com'è non passerà mai - spiega il sottosegretario -. II modello di famiglia che propone non è solo in contrasto con quello che penso io e che pensa il Movimento, ma collide con la realtà. E io ho sempre pensato che la classe dirigente debba leggere la realtà e non cercare di riportarla indietro. Alcune di queste proposte vanno ben oltre quanto possiamo reggere e non vedranno la luce". 

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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha ieri respinto la richiesta avanzata dall’organizzazione no-profit Catholic Socials Service (Css) di Filadelfia che aveva fatto ricorso contro l’amministrazione locale in materia d’adozioni.

In marzo, infatti, i funzionari della città della Pennsylvania avevano annunciato che la municipalità non avrebbe più lavorato con l’agenzia per il ricollocamento dei minori e di conseguenza sospeso l’erogazione dei fondi destinati a tale fine.

In nome del principio dell’obiezione di coscienza Catholic Social Services s’era detta infatti contraria a riconoscere come candidati idonei alla genitorialità le coppie di persone dello stesso sesso regolarmente sposate. Anche se, come noto, il matrimonio egualitario è legale in tutti gli Stati Usa dal 2015 a seguito della storica sentenza Obergefell v. Hodges della medesima Corte Suprema.

L’agenzia cattolica, facente parte dell’arcidiocesi di Filadelfia, aveva quindi fatto causa alla locale amministrazione presso un tribunale federale, sostenendo che erano stati violati i diritti di libertà religiosa e d’espressione ai sensi della Costituzione degli Stati Uniti. Ma dal giudice competente era arrivato il divieto a Catholic Social Services di accettare nuove richieste per i programmi di ricollocamento finché il contenzioso non fosse stato giudiziariamente risolto.

In luglio l’agenzia aveva quindi chiesto alla Corte Suprema un'ingiunzione per imporre all’amministrazione di continuare la collaborazione in materia d’adozione durante l’iter processuale. Senza spiegare il motivo del diniego, la Corte (benché i giudici Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch avevano affermato che avrebbero acconsentito alla richiesta dell'agenzia) ha confermato la precedente decisione del tribunale federale in merito al divieto di accettare nuove richieste.

Come ribadito dall'amministrazione di Philadelphia, se l’agenzia cattolica vorrà continuare a ricevere fondi municipali per la sua attività, dovrà rispettare l'ordinanza antidiscriminatoria cittadina. Ordinanza che impone di certificare i possibili genitori adottivi a prescindere dalla loro religione, etnia o orientamento sessuale. Altrimenti il gruppo sarà libero di sciogliere ogni vincolo contrattuale con il Dipartimento cittadino per i Servizi sociali. 

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