È vero che sei gay? Questa la domanda con la quale un gruppo di ragazzini di una scuola media del Basso Salento ha ripetutamente tormentato un docente fino ad aggredirlo fisicamente.

Timido e riservato, l’insegnante 43enne non ha retto a una tale persecuzione continuata (che va avanti dall'autunno 2016) e, caduto in uno stato di grave depressione, è stato costretto ad allontanarsi dalla scuola. L'accaduto è stato denunciato ai carabinieri dal padre del docente (un ex dirigente scolastico di 74 anni), secondo il quale il figlio «non è stato tutelato dalle istituzioni». A renderlo noto oggi Il Nuovo Quotidiano di Puglia.

«Inizialmente - racconta l'uomo in una intervista al  giornale - si è trattato di insulti omofobi segnalati da mio figlio con note disciplinari rimaste, perlopiù, lettera morta. Poi sono degenerati in autentiche aggressioni: danneggiamenti della sua auto, insulti omofobi e aggressioni come quella avvenuta in classe con una bottiglia, da parte di un alunno rimasto impunito. Altri episodi più gravi hanno causato le sue assenze prolungate per malattia. Purtroppo mio figlio a seguito di queste continue aggressioni è preda di una profonda depressione».

Il primo episodio risale al 2016, quando il docente fu apostrofato in classe da un alunno con un Oggi non mi rompere i c....... e minacciato con un oggetto che allo stesso insegnante parve essere un coltello. Informato dell'accaduto, il vicepreside si limitò a rispondere di non poter intervenire senza l'assoluta certezza della natura dell'oggetto mostrato, invitando il docente di avvisarlo immediatamente nel caso in cui ne avesse avuto sicura contezza.

Qunado alcuni giorni dopo lo stesso alunno mostrò in classe un grosso coltello, l'insegnante gli fece notare che ciò era vietato in un'aula scolastica. Per tutta risposta si sentì dire: Oggi faccio il coltello a sangue. Ti faccio un bel regalo di Natale: un mazzo di fiori.

Nel novembre 2017 un altro alunno spinse l'uomo, facendogli cadere zaino e occhiali, mentre gli gridava la solita domanda: Prof, è vero che sei gay?.

Alla luce di tali episodi, denunciati al locale comando dei carabinieri, il legale del docente ha indirizzato una diffida al dirigente scolastico e al vicepreside della scuola media.  Quest'ultimo, in particolare, avrebbe avuto, secondo lo stesso avvocato, «atteggiamenti ostili nei confronti dell’insegnante».

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Oltre 40 le associazioni operanti sul territorio che, in collaborazione con brand nazionali e internazionali, saranno impegnate nei 60 eventi caratterizzanti la Pride Week (21 giugno – 1° luglio) di Milano.

È quanto illustrato ieri nel corso della conferenza stampa di presentazione tenutasi a Palazzo Marino alla presenza della vicesindaco Anna Scavuzzo e dell’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino (che sta fra l’altro organizzando una campagna contro l’omotransobia col supporto del fondatore dei Sentinelli Luca Paladini).

Momento culminante della dieci giorni rainbow sarà la marcia dell’orgoglio Lgbti, che partirà alle 15:00 di sabato 30 giugno da piazza Duca d’Aosta per terminare in Porta Venezia. Dopo i discorsi finali Drusilla Foer, madrina del Milano Pride, animerà uno spettacolo, cui seguirà un flashmob a opera di Angelo Cruciani.

Organizzato dal Cig Arcigay Milano e dal Coordinamento Arcobaleno (costituito da 15 associazioni Lgbti), il Milano Pride 2018 si configura come un appuntamento aperto a tutta la città con il motto #CiviliMaNonAbbastanza.

Da segnalare, infine, la Pride Square che, in largo Bellintani, piazzale Lavater e lungo la scalinata di Via Vittorio Veneto, costitituirà dal 28 al 30 giugno un vero e proprio village quale «luogo di incontro e confronto ma anche di svago con l’energia prorompente del Pride».

E in occasione degli eventi del Milano Pride Coca-Cola lancia anche in Italia un'edizione speciale della sua lattina con la scritta Love in sostituzione del logo dell’azienda.

L'azienda sarà presente in Pride Square con un corner (in largo Bellintani - angolo via Lecco) dove ognuno potrà celebrare l’amore con una foto da condividere online con l'hashtag #LoveIsLove e ricevere la lattina a edizione limitata.

«L'uguaglianza e la diversità sono estremamente importanti nel definire quello che siamo come brand e come azienda», ha dichiarato Annalisa Fabbri, direttore Marketing Coca-Cola Italia. Per sottolineare questo impegno, Coca-Cola è partner del Milano Pride e sfilerà alla parata del 30 giugno con i propri dipendenti e le loro famiglie.

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Oltre 8.000 persone ieri sera all’apertura del Padova Pride Village. A fare gli onori di casa il deputato dem Alessandro Zan che ha sottolineato come l’importante kermesse, di cui è l’ideatore e il fondatore, assuma, quest’anno, un’importanza tutta particolare.

La programmazione dell’XI° edizione del Village viene infatti a coincidere con l’inizio del governo giallo-verde, che è stato da subito caratterizzato dalle dichiarazioni negazionistiche del ministro leghista Lorenzo Fontana in riferimento alle famiglie arcobaleno.

Nel riformulare l’invito al responsabile del neodicastero della Famiglia e della Disabilità perché visiti il Village e avvii un confronto sulla questione, Zan ha invitato sul palco Miriam Rizzi e Silvia Pasetti, socie di Famiglie Arcobaleno – Associazione di genitori omosessuali.

Due giovani donne che, unitesi nel 2016 e residenti a Marghera, hanno una figlia di sei anni (Emily) e, lo scorso anno, hanno avuto la gioia di vedere riconosciuta dal Tribunale dei minori di Venezia l’adozione coparentale per la madre non biologica. Poi alcuni giorni fa un'ulteriore soddisfazione: presso l'Ufficio Anagrafe del Comune di Venezia è stato ufficialmente anteposto, l'8 giugno, il cognome di Silvia a quello di Miriam sull'atto di nascita della loro figlia, cui è stato conseguentemente assegnato il doppio cognome.

Le due donne hanno ribadito, davanti a una platea plaudente, che loro sono una prova tangibile dell’esistenza delle famiglie arcobaleno.

Aspetto, questo, che è stato rimarcato anche da Barbara D’Urso, madrina del Padova Pride Village, che, dopo un'esibizione di Cristiano Malgioglio, ha rilanciato al ministro Fontana le parole già rivoltegli negli studi di Canale5.

«Ma non c’è il ministro Fontana? – ha gridato la conduttrice televisiva tra gli applausi scroscianti della folla – Dov’è il ministro? Caro, ministro Fontana, ricordi: la famiglia è dove c’è l’amore».

Oltre al direttore artistico Lorenzo Bosio e al responsabile della comunicazione Giusva Iannitelli erano presenti, fra gli altri, sul palco il sindaco di Padova Sergio Giordani e l'assessore alla Cultura Andrea Colasio.

 

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Alle 02:02 (ora locale) del 12 giugno 2016 Omar Seddique Mateen apriva il fuoco nel nightclub Pulse d’Orlando causando la morte di 49 persone. Poche ore dopo lo stesso attentatore avrebbe perso la vita a seguito d’un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine.

Nel secondo anniversario della peggiore sparatoria – prima di quella del 1° ottobre 2017 a Las Vegas (con 58 vittime) – nella storia moderna degli Usa e del più grave attacco alla collettività Lgbti in quella transnazionale sono stati organizzati nella città, che è capoluogo della contea d’Orange, una serie di eventi commemorativi.

A dare il via, ieri sera, alle celebrazioni l’incontro-dibattito coi genitori di Matthew Shepard, lo studente universitario torturato selvaggiamente, il 7 ottobre 1998, da due uomini per il fatto d’essere omosessuale e morto il 12 ottobre, dopo cinque giorni d’agonia, a Fort Collins. In un parco vicino al Pulse si è invece tenuta la corsa arcobaleno e, successivamente, è stato proiettato un documentario con interviste ai sopravvissuti della strage.

Oggi, invece, le campane del tempio centrale metodista suoneranno a mezzogiorno 49 volte mentre alle 19:00 avrà luogo, presso il memoriale provvisorio all’esterno del Pulse, la cerimonia ufficiale alla presenza del sindaco d’Orlando Buddy Dyer e della presidente del Consiglio di Contea Teresa Jacobs. Sempre in giornata saranno appesi davanti al municipio 49 nastri e si terrà presso il Centro storico della Contea d’Orange una mostra sulla tragedia.

Un fitto programma d’eventi, dunque, in vista del quale alcuni sopravvissuti e familiari delle vittime hanno pensato di citare in giudizio il dipartimento di polizia di Orlando e i proprietari del nightclub, rispettivamente accusati di non aver fatto il possibile per contenere la strage e di non aver dotato la discoteca di adeguate misure di sicurezza.

Venerdì scorso Barbara e Rosario Poma, proprietari del Pulse, hanno preferito non commentare l’accaduto invitando, invece, «tutti a mantenere l'attenzione sul ricordo delle vittime mentre ci prepariamo per questa settimana della memoria».

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Alla vigilia del Roma Pride si è svolta ieri sera, a partire dalle 20:30, presso il Teatro Quirinetta la cerimonia di gala in occasione del 35° anniversario di fondazione del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli. A fare gli onori di casa Sebastiano Secci, presidente della storica associazione romana, insieme con la sua vice Rossana Praitano.

Tanti i momenti salienti della manifestazione ma il più toccante è stato costituito dalla rievocazione che, dei sette lustri di attività del Circolo, ha fatto un socio fondatore dello stesso nonché militante storico quale Vanni Piccolo. E per farlo Vanni ha fatto ricorso al genere epistolare attraverso la struggente lettura d’una lettera a una “giovane amica” sull’esempio – benché con motivazioni ovviamente differenti – dell'Alexis ou le Traité du vain combat di Marguerite Yourcenar.

Di quella lettera, che ha portato alla fine un’intera platea, visibilmente commossa, ad alzarsi in piedi e applaudire per più minuti, Gaynews offre ai lettori e alle lettrici il testo completo.

Mia giovane amica,

Uso volutamente il femminile ribaltando la grammatica di genere perché il femminile ha rappresentato la dimensione di ispirazione della nostra rivoluzione ed è al femminile che il movimento ha iniziato le sue battaglie quella notte del 28 giugno del 1969 nello storico Stonewall.

Non è senza emozione, ma è anche con un certo imbarazzo, che irrompo nella tua giovinezza nella tua spensieratezza nei tuoi sogni nei tuoi progetti di vita. E forse anche nei tuoi amori, per parlarti del passato, della storia del nostro movimento, della nascita del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, al quale tu oggi ti stai avvicinando.

Sono passati ben 35 anni. Difficile rappresentare ad un ventenne di oggi le condizioni storiche degli inizi degli anni 80, ma ci provo.

La tua è la generazione dei social, la nostra quella del passaparola, la tua quella dei WhatsApp, la nostra quella delle cartoline illustrate, la tua quella dei viaggi con Ryanair, Blablacar e Airbnb, la nostra quella dell’autostop e del sacco a pelo, la tua quella delle mail, la nostra quella dei comunicati stampa consegnati a mano, sempre lo stesso itinerario: l’Unità e Paese sera a via dei Taurini, Repubblica a Piazza Indipendenza, il Messaggero a via del Tritone, il Manifesto  e il Corriere della Sera a via Tomacelli, per chiudere con Il Tempo a Piazza Colonna. Per fortuna proprio dietro Piazza del Parlamento c’era il Cinema Olimpia, con proiezioni di film d’essai, e anche uno dei posti d’incontro all’epoca più frequentati a Roma, e con sicuro successo.

Purtroppo è un doloroso fatto di sangue che dà impulso al movimento romano agli inizi degli anni 80. Salvatore Pappalardo, un giovane operaio torinese in vacanza a Roma, nel maggio del 1982 viene selvaggiamente ucciso a bastonate a Monte Caprino.

Questo fatto scuote le coscienze omosessuali romane e nazionali. Le reazioni furono immediate e tali da consentirci di organizzare in poco tempo una emozionante manifestazione nazionale.

Piazza del Campidoglio, quel pomeriggio era proprio stupenda.

C’erano proprio tutti e da Piazza Venezia a Piazza Navona fu una trionfo di striscioni e di slogan,  i nostri famosi slogan. Mille persone, una folla per il 1982, tra cui molti esponenti e militanti dei partiti della sinistra, ma soprattutto tantissimi omosessuali che portavano in piazza il loro dolore e la loro rabbia, ma anche, per la prima volta, la loro identità e le loro rivendicazioni. Grande la commozione  alla fiaccolata che chiuse la manifestazione a Monte Caprino.

Il sostegno delle Istituzioni e della politica ci convinse ad aprire il dialogo, per incalzare i partiti sull’attenzione alla condizione omosessuale e transessuale e venne rinnovata al Comune la richiesta di un Centro Polivalente di Cultura omosessuale.

Quel “sì” del Sindaco Vetere alla Sala Borromini accese molte speranze, ma dovemmo aspettare molti anni.

Ci chiamammo Movimento Unitario omosessuale romano, ma la sigla MUOR  non apparve beneaugurante e si trasformò in CUOR, Coordinamento unitario omosessuale romano.  Via via nacque l’esigenza di essere riconosciuti giuridicamente. Il dibattito fu animato e appassionante sulla scelta del nome da dare alla nascente associazione.

Mi piace ricordare Ugo Bonessi che subito fece il nome di Mario Mieli, conosciuto e amato da tutti, che si era suicidato qualche mese prima.

Sicuramente, la lettura di “Elementi di critica Omosessuale”, l’affettuosa ammirazione e condivisione del suo provocatorio impegno politico, l’originalità del personaggio, convinsero tutti. Ed è così che nel maggio del 1983 nasce il CIRCOLO DI CULTURA OMOSESSUALE “MARIO MIELI”.

Bruno Di Donato, infaticabile attivista del FUORI ne fu il primo Presidente. E Marco Bisceglia, l’ispiratore di Arcigay il primo Vice presidente. A loro è dovuto un doveroso ricordo di affetto e gratitudine.

Io fui il primo segretario.

Il movimento era impegnato in un fermento di programmazione culturale. L’opinione pubblica più attenta, i partiti della sinistra più sensibili, le istituzioni più disponibili. Furono segnali incoraggianti la nascita di Babilonia e la presa del Cassero a Bologna. Indimenticabili i campeggi gay! A Roma vengono celebrate le tre giornate dell’orgoglio omosessuale con il patrocinio e il contributo del Comune di Roma. Voglio trasmetterti l’emozione di un ricordo di quei giorni: su tre enormi striscioni nelle vie del centro la parola omosessuale usciva dalla clandestinità e trionfava scritta in alto nel cielo di Roma.

Stavamo vivendo la nostra favolosità tra discussioni, ironie, ienate, travestimenti, raduni, affetti. Eravamo immersi in una dimensione di orgoglio e di entusiasmo, migrando ovunque ci fosse un’occasione di incontro, di confronto, e soprattutto di conoscenza reciproca delle nostre vite che ha costituito il collante affettivo della nostra militanza, programmando iniziative culturali per abbattere il muro dell’ignoranza e del pregiudizio, senza perdere di vista i piaceri della seduzione e della sessualità, tra tacchi a spillo, parrucche e boe di struzzo. Eravamo irresistibilmente FAVOLOSE!

All’improvviso siamo stati costretti a prendere coscienza che l’Aids, quella strana novità che arrivava da oltroceano, non era solo una parola astratta che i ragazzotti napoletani storpiavano in Adidas, ma una malattia reale che aveva già mietuto molte vittime nella comunità omosessuale americana.

All’improvviso tutto si ferma.

La nostra liberazione sessuale perde di senso reale, bisogna confrontarsi con un nuovo spaventoso nemico: fu il panico, lo smarrimento, la paura, soprattutto per la carenza di informazioni e di punti di riferimento.

La nostra avanzata subisce una profonda battuta d’arresto, e fummo costretti ad organizzarci per far fronte a un bisogno di informazione ancora molto vaga e sicuramente poco rassicurante. La società omofoba e bigotta conia il binomio omosessuale=malato di Aids. Eravamo visti come moderni untori del morbo gay, del castigo di dio, come ebbe a esprimersi il cardinale di Genova Giuseppe Siri. E la chiesa tuonò: “l’Aids lo prende chi se lo va a cercare!” 

Una immensa triste solitudine sociale.

Per questo vorrei raccomandarti il rispetto delle persone sieropositive e la condanna di chi oggi parla di loro come “di persone che si sono fatte allegramente sborrare nel culo senza preservativo”. Queste posizioni bigotte e moralistiche offendono i nostri morti, il nostro impegno, la nostra storia.

Fortunatamente l’Istituto Superiore di Sanità per conto dell’OMS ci chiese di collaborare per un’indagine su un campione di 50 persone da sottoporre a delle analisi. Ci sentimmo cavie, ci sentimmo umiliati, ci sentimmo fragili, ma capimmo l’importanza di questa collaborazione e senza esitazione decidemmo di sostenere la ricerca contro questa malattia.

Non era ancora il tempo del kit ELISA, quindi era necessaria, oltre al prelievo di sangue, l’offerta di urina e di sperma. Non avevamo sedi adeguate come quelle di oggi ma sottoscala di partiti, così in pratica ridendo come pazze sulle foto di giornaletti porno, i video non erano ancora di moda, ci siamo fatti delle grandi seghe nella sede del PDUP che ci ospitava in quel momento,  molestando i compagni del partito per potere arrivare all’orgasmo e donare come fossimo delle mucche la nostra dose di sperma fresco di giornata.

Alla fine la nostra collaborazione diventò un servizio per la comunità.

Informammo con un depliant su tutte le pratiche a rischio, chiamandole  con il loro nome perché la gente capisse, e credimi, quello fu un esaltante momento di grande coraggio.

Perché contrapponemmo la nostra attenzione alla salute, all’approccio moralistico delle istituzioni, che forse in cuor loro speravano che l’AIDS facesse sparire i froci dalla faccia della terra.

Furono momenti terribili. Molti dei protagonisti della nostra rivoluzione non c’erano più. Voltandoti indietro all’improvviso erano spariti. E ci sentimmo ogni giorno più soli.

Ma continuammo nel nostro impegno.

Due nomi per tutti consegno alla tua memoria: Bruno Di Donato e Marco Sanna.

Assistemmo a funerali umilianti senza spazio né per il dolore, né per il rispetto, celebrati frettolosamente tra omelie moraliste e famiglie ansiose che tutto finisse in fretta.

Ho assistito, personalmente, all’allontanamento sprezzante, umiliante e doloroso dal letto di morte della persona amata, del compagno di vita di  tantissimi anni. Ho visto la disperazione negli occhi di entrambi, mentre la famiglia genitoriale si riappropriava cinicamente di quel figlio vergogna, che finalmente la morte cancellava, ripristinandone la rispettabilità sociale.

E’ da questa disperazione che nacque l’esigenza di lottare per ottenere un riconoscimento giuridico dell’amore tra persone dello stesso sesso, perché quella disperazione non si ripetesse più. Perché nessuna madre nessun padre, nessuno, potesse allontanare il compagno del proprio figlio dalle sue braccia e dalla sua vita. E perché quel legame assumesse la dignità, il rispetto e i diritti della famiglia.

Tu oggi ama senza paura, senza riserve, e lotta perché nessuno irrida o addirittura neghi l’esistenza del tuo amore e il tuo desiderio di genitorialità.

Intanto il Circolo Mario Mieli era diventato un importante punto di riferimento per la comunità romana. Siamo stati proprio bravi e così siamo diventati Centro di Sorveglianza dell’Osservatorio Epidemiologico Regionale, diretto da Carlo Perucci e grazie a lui fu aperto il Centro Aids presso l’ospedale San Giovanni Addolorata, con la collaborazione del Circolo Mario Mieli. Pur con pochi mezzi e con una organizzazione improvvisata  credo di poter affermare che la nostra risposta si possa definire “eroica”.

Dalla sede provvisoria di Piazza  Vittorio finalmente occupammo uno spazio in via Ostiense, tra Mangiafuoco e l’Agesci. Ricordo ancora quel tardo pomeriggio quando scaricammo le poche cose , tra cui tutto l’occorrente per allestire uno studio medico che ci aveva fornito l’Assessora alla Sanità del Comune di Roma, Franca Prisco, tra la curiosità e la diffidenza dei vicini. Quello spazio oggi è conosciuto a livello nazionale.

Alla fine degli anni '80, grazie al nostro impegno e al nostro lavoro, il Circolo ebbe un cospicuo contributo da destinare alla informazione e alla comunicazione. Stampammo tanto materiale, ma le strutture ricreative non furono collaborative. E non potevamo certo andare nei luoghi d’incontro a offrire il nostro depliant, spiegare il corretto uso del preservativo, mentre il nostro potenziale interlocutore era intento  a soddisfare altre voglie.

E così per poter incontrare direttamente la popolazione gay cominciammo a gestire una serata  a via dei Fienaroli a Trastevere.

Creativo animatore Francesco Simonetti, che qualche anno dopo, a soli trentatré anni, l’aids si porterà via.

Io intanto facevo la spola da Parma perché avevo vinto il concorso per preside gay, e animavo le serate col mio personaggio surreale, la divina presentatrice Messalina, che si era già sbattuta abbondantemente in tutti i favolosi campeggi gay.

Dopo poche settimane a via dei Fienaroli c’è la fila.

A settembre del '90 ci fu la indimenticabile festa al Mattatoio, chiamata Muccassassina, con riferimento alla grafica molto dark che rappresentava delle mucche con la falce che erano tornate per vendicarsi di essere state mattate.

Grande successo che indusse a cercare uno spazio discoteca individuato al Castello, vicino al Vaticano, dove prima c’era un cinema porno, il Mercury, paradiso dei militari, in particolari dei marinai che…

Mi fermo mi rendo conto che sto inseguendo ricordi , sì  tanti  ricordi…. Ma intanto era nata Muccassassina, che col suo grande successo, che continua ancora oggi, ci aiutò a fare informazione, a distribuire preservativi, e a offrire realmente un luogo di aggregazione.

Per la cronaca la sera dell’inaugurazione alla cassa c’era Messalina, vestita tale e quale come la cassiera del cinema porno, con una splendida cotonatura bionda e un maglioncino rosa con fiori stampati:

“Prenda pure un preservativo, prego. Porta fortuna”.

Ma devi sapere che l’aids non è ancora sconfitto. Come non è sconfitta l’omofobia.  Non sacrificare il tuo piacere ma salva la tua salute, con ogni mezzo che la scienza ti offre a sua tutela. E non sacrificare il tuo amore. In quegli anni, in una scuola, una ragazza mi disse: “ma cosa mi vorresti dire, che la prima volta che lo faccio devo usare il preservativo?” Le risposi: “mi piange al cuore, ma devo risponderti “sì”. E se tu oggi mi chiedessi: “cosa vorresti dirmi, che io non posso baciare per strada la persona che amo?”, ti risponderei: “ne hai tutto il diritto ma mi piange il cuore dirti che nella la società ancora c’è tanta omofobia che spesso si manifesta in violenza contro la nostra felicità”.

Questa è la testimonianza che ti consegno.

Con lo stesso impegno con la stessa gioia con lo stesso amore con lo stesso orgoglio.

Ti voglio bene.

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Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha presentato oggi la sua nuova squadra di governo al re Felipe VI. Il nuovo esecutivo composto dal 46enne segretario del Psoe, che è succeduto a Mariano Rajoy rimosso con una mozione di sfiducia, è quello col maggior numero di donne nella storia moderna: 11 ministre e sei ministri.

Di questi due sono gay dichiarati: Fernando Grande-Marlaska, ex giudice della Corte nazionale, sarà ministro dell'Interno mentre l’autore pluripremiato Màxim Huerta Hernández andrà alla Cultura. 

Nato a Bilbao nel 1962, il giudice basco Grande-Marlaska, finora separato dalla politica, gestirà nel suo portafoglio la situazione aperta dopo lo scioglimento annunciato, il mese scorso, dal gruppo armato della sua comunità autonoma di provenienza.

Su Grande-Marlaska, famoso per la ferrea durezza nella lotta al terrorismo basco, gravano, in ogni caso, le accuse di non aver impedito che 40 componenti del collettivo Jóvenes Independentistas, tratti in detenzione nel novembre 2008 con l'accusa d'appartenere a Segi (branca dell'Eta), fossero sottoposti a tortura durante gli interrogatori da lui tenuti in qualità di giudice centrale istruttore. Nel 2014 l'Audiencia Nacional assolse gli imputati dall'accusa d'appartenenza a Segi annullandone anche le dichiarazioni rilasciate durante il processo istruttorio.  

Classe 1971, il giornalista e scrittore Huerta Hernández è, invece, un voto molto noto della tv spagnola come presentatore di due programmi del canale La 1 nonché componente dell'Academia Tv de España.

Dalla marcata connotazione europeista, il nuovo esecutivo è prevalentemente "rosa": l’ex ministra della Cultura Carmen Calvo sarà vicepresidente e ministra dell'Uguaglianza; Nadia Calviño andrà all'Economia; l’andalusa María Jesús Montero al Bilancio; l'ex procuratrice antiterrorismo Dolores Delgado alla Giustizia; l'ex giudice della Corte Suprema Margarita Robles alla Difesa; Magdalena Valerio al Lavoro; Maria Jesus Montero alle Finanze; Isabel Celaá all’Educazione; Carmen Montón alla Sanità; Teresa Ribera all’Ambiente; Reyes Maroto all'Industria, Commercio e Turismo. Alla catalana Meritxell Batet, infine, va il dicastero della Politica territoriale e della Funzione pubblica.

I restanti quattro ministri, che completano la squadra di governo, sono: José Luis Ábalos allo Sviluppo economico; l'ex presidente del Parlamento europeo Josep Borrell agli Esteri; l'astronauta Pedro Duque alla Scienza, Innovazione e Università; Luis Planas all'Agricoltura, Pesca e Alimentazione.

E, sempre oggi, importante nomina femminile al quotidiano El Pais, che avrà, per la prima volta, nella storia una direttrice. Si tratta di Soledad Gallego-Díaz, che sostituirà Antonio Caño Barranco.

Nata a Madrid nel 1951, Gallego-Díaz ha lavorato come corrispondente del quotidiano da Bruxelles, Parigi, Londra, Buenos Aires e New York. È stata successivamente vicedirettrice e condirettrice dell'importante giornale, fondato nel 1976 da José Ortega Spottorno, Jesús de Polanco e Juan Luis Cebrián.

 

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Per il quarto anno consecutivo l’assemblea consiliare di Palazzo Vecchio ha respinto, il 4 giugno, la richiesta di patrocinio comunale sottoscritta da Articolo 1 - Movimento Democratico e Progressista, Firenze Riparte da Sinistra, Movimento Cinque Stelle, La Firenze Viva. A votare ancora una volta contro il Pd col sostegno di Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Per saperne di più, abbiamo raggiunto telefonicamente Tommaso Grassi, capogruppo consiliare di Firenze Riparte a Sinistra, formato da Sinistra italiana, Firenze a sinistra, Rifondazione Comunista.

Consigliere Grassi, come valuta l’esito della votazione del 4 giugno?

È Una scelta priva di qualunque senso politico. Il Pd, mentre al Governo un Ministro si permette di parlare di normalità contro la 'diversità' di chi vorrebbe sposarsi e creare una famiglia crescendo dei figli, non trova altro da fare che opporsi per il quarto anno consecutivo a chi, come noi, ha proposto che al prossimo Toscana Pride fosse concesso il patrocinio del Comune di Firenze.

Che cosa è successo a Palazzo Vecchio?

L’altroieri in Consiglio comunale è andata in scena la peggiore politica che potessimo aspettarci dalla maggioranza. Un Pd, con qualche pregevole distinguo ma inutile ai fini dell'esito, che, da una parte, vota contro il nostro atto rivendicando di aver fatto già tanto in Parlamento per i diritti – ma certo non troppo diciamo noi – per le unioni civili, dall’altra attacca il M5s che, dopo aver definito come poca cosa la legge Cirinnà, si sarebbe apprestato a votare la fiducia a un Governo dove il Ministro Fontana è il peggior profilo politico che potesse esser scelto per occuparsi dei diritti delle famiglie. Ministro che – e questo è innegabile –  ha già dato prova di ottusità e di voler imprimere una regressione in materia di diritti.

Fra l’altro le consigliere del M5s hanno votato a favore della concessione del patrocinio…

Sì, ma hanno votato come se fossero altra cosa e altro movimento rispetto al livello romano. Rivendicando come un vanto il patrocinio concesso da molti Comuni a guida grillina, hanno in realtà fatto questo per attaccare il Pd fiorentino. Ieri, nessuno escluso, avremmo avuto l'opportunità di mandare da Firenze un messaggio chiaro e determinante al Governo: non un passo indietro sui diritti. Un atto per dire che non accettiamo la politica di Fontana, che è lontana anni luce dal sentire della cittadinanza. Un atto per dire che il prossimo Pride sarebbe stato il primo appuntamento per arginare questa pericolosa e bigotta deriva che vorrebbe togliere diritti alle coppie omosessuali e cancellare dal vocabolario della politica le famiglie arcobaleno.

Nel suo intervento ha fatto riferimento, in particolare, a qualche dichiarazione sulla questione Fontana, tra le tante che sono state rilasciate

Sì, ho citato l’onorevole Brambilla che, pur essendo anni luce lontana dal mio pensiero politico, ha avuto parole sagge e intelligenti per dire che il ministro e questo Governo sta sbagliando di grosso. «Il ministro Fontana si deve occupare delle famiglie arcobaleno, è il ministro della Famiglia. Che cosa sia una famiglia non ce lo dicono le parole. La famiglia è lì dove c'è amore e si crescono i figli e che ci sono diritti garantiti dalla legge  che vanno salvaguardati, senza riserve». Sono le parole della deputata forzista ma le faccio mie, perché i diritti sono un fatto di civiltà e di crescita della società: non devono essere certo un campo di scontro politico che risenta delle divisioni partitiche.

E Nardella?

Sarebbe proprio il caso di sapere se la scelta di bocciare l'atto da parte della maggioranza targata Pd sia arrivata direttamente dal sindaco Nardella, che ha nella sua Giunta chi queste battaglie le ha condotte in prima fila e per anni durante il Governo Berlusconi. Parlo dell'assessora Anna Paola Concia, troppo spesso in silenzio quando si parla di questi temi nelle aule dove fa l'assessora.

Capisco che, dopo le ultime uscite pubbliche di Nardella annuncianti un nuovo assessore – quando non lo potrebbe nominare avendo già riempito tutte le caselle –, le poltrone siano precarie per ogni componente della sua Giunta. Ma uno scatto di orgoglio su un tema, su cui ha speso tanto impegno, me lo sarei senza dubbio aspettato. Anche perché non va dimenticato che all'ultima Assemblea nazionale del Pd è stato votato all'unanimità un documento che impegna sindaci e politici del partito ad aderire convintamente ai Pride: che cosa è successo? Un dietrofront o un cortocircuito davvero inspiegabile alla cittadinanza?

Un Pd, quello fiorentino, che ricalca, insomma, posizioni di destra?

La lotta nelle prossime settimane, mesi e anni – se questo governo andrà avanti – sarà ancor più dura del passato. Il rischio reale è quello di andare indietro, di corrodere diritti conquistati e dover rinunciare quanto permetterebbe il matrimonio egualitario e l'accesso alle adozioni da parte di coppie omosessuali come quelle etero. Tra pochi giorni mi sposerò. Non riesco a capire come possa esistere qualcuno che non vuol permettere a chiunque di godere di una così gran gioia e di poter formare una famiglia vera e piena. E di godere, così, d’avere diritti e doveri uguali a tutte e tutti. Avremmo pensato che Firenze fosse senza dubbio al fianco di chi viene definito da un ministro della Repubblica non normale. Che fosse pronta a condannare chi si crede eroe nel difendere la famiglia di un uomo e una donna, per il quale esiste una mamma e un babbo, ritenendo che due mamme o due babbi non siano in grado di dare e ricevere lo stesso amore dai figli.

Purtroppo così facendo il Pd, che certo e per fortuna non ha le posizioni della Lega e del ministro Fontana, non rimarca le distanze e dà maggior spazio a quella parte del partito che, nello scorso mandato, ha chiesto e ottenenuto lo stralcio della stepchild adoption.

Lei e il suo gruppo consiliare cosa farete adesso in tema di diritti?

Non rinunceremo mai a darci per vinti sul terreno dei diritti e saremo sempre presenti alle iniziative delle associazioni, delle organizzazioni e dei singoli che vogliono andare avanti in questo difficile cammino verso il riconoscimento di diritti pieni e completi. Porteremo, quindi, le proposte e i casi dentro le istituzioni.

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«Anche se gli Stati membri sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio tra persone dello stesso sesso, essi non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione europea rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non Ue, un diritto di soggiorno derivato sul loro territorio».

Questo il punto nodale della sentenza emessa, il 5 giugno, a Lussemburgo dalla Corte di giustizia dell'Unione europea.

Il caso su cui la Corte ha emesso il suo verdetto è quello di un cittadino romeno, Relu Adrian Coman, che si era visto rifiutare dalle autorità del suo Paese il diritto di soggiorno superiore a tre mesi per il proprio compagno, il cittadino statunitense Robert Clabourn Hamilton, con cui si era sposato a Bruxelles nel 2010.

Per una valutazione della sentenza Gaynews ha chiesto il parere dell’avvocato trentino Alexander Schuster.

La sentenza Coman del 5 giugno è una sentenza molto attesa ed è stata adottata dalla Grande Sezione, cioè dalla composizione massima della Corte per questo tipo di procedure. È una causa che come ECSOL abbiamo seguito negli ultimi anni, intervenendo anche nella procedura in Romania.

Complici i soliti titoli enfatizzati dei quotidiani, mi pare però che la sua portata sia stata fraintesa. Non è una sentenza propriamente sul riconoscimento fra Stati membri dell’Unione europea del matrimonio fra due persone dello stesso genere. È più correttamente una sentenza sul diritto di colui che in uno Stato membro risulta validamente come coniuge di godere del diritto di soggiornare in quanto stretto familiare di un cittadino dell’Unione in un altro Stato membro.

In altri termini, la Corte di giustizia non entra nel merito di un obbligo generalizzato di riconoscimento dei matrimoni e si limita ad affermare che il coniuge deve essere trattato quale coniuge ai fini del diritto di entrare e soggiornare in qualsiasi Stato membro dell’Unione. Questa era la questione posta dalla Corte costituzionale rumena e non è prassi della Corte di giustizia fare considerazioni al di là di quanto necessario per rispondere al quesito posto.

In tal senso è l’esito che attendevo. Nulla di più, perché non è nello stile della Corte. Ma anche nulla di meno, perché affermare che gli Stati potevano negare il diritto di vivere insieme alle coppie omosessuali sarebbe stato un grave segnale e soprattutto un passo incompatibile con sentenze della Cedu come Pajic c. Croazia e, soprattutto, Taddeucci e McCall c. Italia.

Ci sono nella sentenza, però, alcuni segnali utili per capire l’orientamento della Corte rispetto al grande tema del matrimonio.

La Grande Sezione afferma che gli Stati membri sono liberi di optare o non per il matrimonio egualitario. Quindi, i 28 Stati membri non incorrono agli occhi dell’Unione, almeno ad oggi, in nessuna violazione se non consentono l’accesso al matrimonio. È, infatti, ribadita la loro competenza in materia di stato civile e, quindi, di matrimonio.

E tuttavia – e qui c’è margine per futuri sviluppi – i cittadini dell’Unione godono del «diritto di condurre una normale vita familiare» quando circolano da uno Stato all’altro. La Corte cita così il filone giurisprudenziale da Vallianatos c. Grecia a Orlandi c. Italia, che incorpora l’importante principio enunciato in Oliari c. Italia.

Per quanto fosse scontato che la tutela della vita familiare nell’Unione dovesse essere almeno pari di quella garantita dalla Convenzione europea per i diritti umani, l’espresso riconoscimento che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione tutela le coppie dello stesso genere quale famiglia è un recepimento espresso di assoluto rilievo. I cui frutti speriamo di cogliere in giurisprudenza futura.

In tal senso il paragrafo con la giurisprudenza di Strasburgo sulla vita familiare appare più che la conclusione del ragionamento dei giudici di Lussemburgo, l’annuncio di un percorso appena iniziato.

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Tra i più vivaci comitati d’Arcigay e più fattivamente attenti all’esigenze dei migranti, Gioconda di Reggio Emilia ha da due giorni una nuova sede di 100 m². Avvenuta nel pomeriggio del 3 giugno presso i locali del Circolo Gardenia, l’inaugurazione ha visto la presenza del sindaco Luca Vecchi, della consigliera regionale Pd Claudia Mori, del presidente nazionale d’Arcigay Flavio Romani, del direttore di Gaynews Franco Grillini, dell’ex presidente d’Arcigay Reggio Emilia Fabiana Montanari.

200 le persone partecipanti alla cerimonia d’apertura, nel corso della quale la senatrice Monica Cirinnà, socia del circolo Gioconda, ha rivolto un saluto in diretta telefonica. Allestita, per l'occasione, una mostra storico-documentaria sui 22 anni d'attività del comitato reggiano.

Il presidente Alberto Nicolini ha così commentato ai nostri microfoni l’inaugurazione della nuova sede nel capoluogo emiliano, che si è candidato a ospitare il prossimo Congresso nazionale elettivo della storica associazione Lgbti.

«Ora Arcigay a Reggio Emilia – ha dichiarato – ha una sede di 100 metri quadri, ad uso esclusivo. Finalmente potremo tenere aperto più ore, ospitare eventi e formazioni, offrire rifugio alle persone Lgbti e non solo. Lo abbiamo detto, che saremo rifugio in questi anni bui, e lo saremo concretamente in una casa accogliente per famiglie, studenti, migranti, persone sieropositive, giovani, trans, donne vittime di tratta e la brava gente che crede nei diritti civili: la nostra casa è la loro casa.

La mostra storica rappresenta da dove veniamo, come abbiamo lottato, e dove vogliamo andare. Se siamo qui è grazie a chi a Reggio, nel 1996, aveva il coraggio di uscire dal buio, venire allo scoperto, parlare chiaro.

Ecco, vogliamo un’Arcigay che parli chiaro, che incida nelle vite, che non creda che l’azione politica si faccia con dichiarazioni sobrie e chiacchiere nei corridoi dei partiti. Per questo candidiamo ufficialmente Reggio Emilia, città del tricolore e della prima unione civile, a sede del XVI° congresso nazionale di Arcigay a novembre.

Sarà una bella festa, perché siamo persone favolose: mai più nascoste, mai più spaventate, mai più inesistenti, sempre a viso alto».

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Le dichiarazioni di Lorenzo Fontana sull’inesistenza delle famiglie arcobaleno continuano a far discutere nonostante la moderata sconfessione di Matteo Salvini che, oscurato mediaticamente da una polemica andata ben al di là del previsto, ha cercato di prenderne le distanze pur ribadendo di condivedere le posizioni del ministro della Famiglia.

Nella giornata di oggi si sono registrate le critiche di tre noti cantanti che, molto amati soprattutto dal pubblico giovanile, hanno affidato ai social il proprio pensiero.

Tiziano Ferro su Instagram, rilanciando l’hastag #gayfamily, ha risposto così alle affermazioni di Fontana: «Non voglio supporto, mi basterebbe smettere di sentirmi invisibile».

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Ha scelto invece twitter Emma Marrone. L'artista 34enne, pubblicando una foto che la ritrae mentre canta con un bimbo in braccio dalle guance dipinte coi colori dell’arcobaleno, ha scritto: «Ciao, Fontana #arrestatecitutti».

Ha puntato infine su Facebook Ermal Meta. «Rientro oggi - così si legge sul suo post - e leggo di dichiarazioni da parte del ministro #fontana che in nome del suo essere cristiano dichiara invisibili le unioni arcobaleno. Ma davvero credete che al buon Dio interessi come raggiungete l’orgasmo? Non gli interessa nemmeno di cosa vi rende felici, ma che siate felici.

E allora Siate persone felici, di questo c’è bisogno. Di persone felici. A qualsiasi costo»

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