Mohammad Reza Pahlavi, ultimo Shāh  di Persia dal 16 settembre 1941 all’11 febbraio 1979, era omosessuale e “si concedeva” ad altri uomini.

A rivelarlo il generale Mohammad Reza Naqdi, responsabile culturale dei Pasdaran, sulla base di testimonianze di Gholam Reza Kianpour che, giustiziato l’8 maggio 1979, fu l’ultimo ministro della Giustizia prima della caduta della monarchia in Iran.

A lui Reza Naqdi ha attribuito la notizia di party privati, in cui lo Shāh avrebbe danzato in abiti femminili. Il componente dello Staff congiunto dei Guardiani della Rivoluzione islamica ha inoltre ricordato come Reza Pahlavi avesse accusato le prime due mogli, l'egiziana Fouziyeh e l'iraniana Soraya, di non potergli dare un erede e perciò ripudiate.

Il generale ha anche richiamato il dato della separazione della camera da letto dello Shāh da quella dell’ultima consorte, Farah Diba, nel Palazzo Bianco a Teheran.

Al momento non si registrano ancora commenti al riguardo da parte dei componenti della famiglia reale. Silenzio assoluto da parte dell'imperatrice Farah Diba e del figlio primogenito Ciro.

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Il Senato romeno ha ieri adottato la proposta di revisione della Costituzione per la ridefinizione del concetto di famiglia.

A votare a favore del provvedimento 107 senatori del Partito Social Democratico (Psd), di Alleanza dei Liberali e dei Democratici (Alde), del Partito Nazionale Liberale (Pnl) e dell'Unione Democratica Magira di Romania (Udmr). Gli unici voti contrari quelli dei 13 parlamentari di Unione Salva Romania (Usr).

Il voto del Senato è stato l'ultimo passo prima del referendum di riforma costituzionale, fissato al 7 ottobre. Per Liviu Dragnea, leader del Psd (partito di governo) e presidente della Camera dei deputati, il referendum sarà «un momento cruciale per i valori fondamentali della società rumena».

L’iniziativa referendaria era stata lanciata mesi fa da alcune associazioni che, vicine alla Chiesa ortodossa romena e riunite nella Coalizione per la famiglia, hanno raccolto circa tre milioni di firme.

Secondo il testo che verrà sottoposto a consultazione e che in caso di vittoria del sì sarà inserito nella Carta costituzionale, il matrimonio «rappresenta l'unione tra un uomo e una donna» e non tra «sposi» come prevede l'attuale articolo.

La legislazione romena non consente le unioni tra persone dello stesso sesso ma secondo Coalizione per la famiglia un esplicito divieto in Costituzione renderebbe difficile se non impossibile modificare o introdurre una norma in tal senso.

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«In ottobre saremo in Commissione e, se tutto va bene, prima di Natale in Aula». Risponde così un ottimista Simone Pillon nel corso dell’intervista rilasciata oggi a La Stampa sul ddl che, relativo all’affido condiviso, lo vede primo firmatario.

Un disegno di legge che, eliminando l’assegno di mantenimento e imponendo la mediazione familiare obbligatoria nei casi di separazione con minori, sta suscitando ovunque una levata di scudi.

Per Linda Laura Sabbadini c’è una volontà – come scrive, sempre sul quotidiano torinese, l'insigne studiosa di statistica sociale a commento dell’intervista - «a farci tornare al matrimonio indissolubile. E così le violenze contro le donne più facilmente continueranno, i conflitti esploderanno tra i separati in casa, e chi ci rimetterà? I bambini sempre meno sereni, e le madri e i padri più responsabili.

Non votate questa legge, è un attacco ai diritti dei bambini, delle donne e dei padri responsabili. Uccide la genitorialità, quella vera, del cuore e della responsabilità. Uniamoci tutti. Indietro non si torna».

Colpisce nel segno Sabbadini, dal momento che il senatore leghista non esita a dichiarare: «Vorrei introdurre in Italia il convenant marriage americano: una forma di matrimonio indissolubile».

È vero che si tratta di una risposta a una serie di domande sulla base della premessa «Facciamo un gioco: Pillon dittatore d’Italia». Ma è indicativa del modo di pensare dell’avvocato bresciano vicino a Gandolfini ed esponente del Family Day, anche se visto come una sorta di traditore e opportunista dagli adinolfiani del Popolo della Famiglia.

In questo gioco sull’agire di un Pillon quale ipotetico dittatore non mancano le dichiarazioni sull’aborto: «Noi sosteniamo la vita e dunque dobbiamo convincere ogni donna a tenere il suo bambino» fino all’extrema ratio: «Glielo impediamo». Come quelle sul matrimonio egualitario: «Matrimonio gay? Non esiste, perché la famiglia è quella naturale. Se intende le unioni civili, le abolirei».

Non per niente, prima delle risposte al “gioco del dittatore”, Pillon afferma: «Per me, esistono mamma e papà. Genitore 1 e genitore 2 sono una vergogna; l’utero in affitto, un abominio».

Affermazioni che per Pillon discendono dall'essere «cattolico, apostolico e romano. Anzi, papista». Perché per lui «la fede non è un fatto privato, ma ha una dimensione pubblica».

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«Ho visto due ragazzi che si stavano baciando e ho provato un senso di schifo».

Queste le parole che, pronunciate, venerdi 7 settembre, dal conduttore radiofonico Roberto Marchetti durante il Morning Show di Radio Globo, ha suscitato le reazioni di Nunzia, un’ascoltatrice: «L’Italia così non andrà mai avanti. Verso la civiltà, la tolleranza. Sei incivile, intollerante».

Ma Marchetti, anziché scusarsi, ha prima ribattuto: «Qui non diamo nessun messaggio, questo non è un programma educativo, io personalmente nel momento in cui vedo due uomini che si baciano provo un senso di ribrezzo». Per poi uscirsene, di fronte a ulteriori osservazioni di Nunzia, con un «Sti cazzi».

A seguito di ulteriori repliche è arrivata, alla fine, l’interruzione della telefonata con la motivazione di andare in pubblicità.

Le uscite di Marchetti e il suo comportamento con l’ascoltatrice hanno sollevato una reazione indignata che è esplosa nelle ultime ore. Tanto più che non si è registrata nessuna presa di distanza da parte di Radio Globo che, con il proprio atteggiamento, ha così avallato quanto detto durante il Morning Show, di cui ha la piena responsabilità editoriale. 

Durissima la reazione di Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli e portavoce del Roma Pride, che in un comunicato ha dichiarato: «Quando Radio Globo si è offerta come media partner del Roma Pride eravamo felici che una radio generalista si impegnasse a divulgare i valori del Pride. Per questo la vicenda ci ha provocato delusione e rabbia: non solo per la gravissima affermazione del conduttore ma anche, e soprattutto, per il silenzio colpevole dell’editore.

Il Roma Pride, nei suoi ormai quasi 25 anni di storia, ha fatto della propria piattaforma valoriale e politica l’elemento centrale della sua azione, senza aver timore di rifiutare sponsorship e partnership con aziende e marchi noti ma che non avevano delle policy rispettose dei diritti e della dignità di tutte e tutti. Per questo abbiamo intenzione di interrompere qualsiasi partnership con Radio Globo riservandoci di agire in ogni sede per tutelare il nostro nome e la nostra storia.

Nel merito della vicenda ci dispiace dover spiegare a professionisti che lavorano nel campo della comunicazione che la libertà di espressione non è libertà di insulto e che si esercita contro chi è detentore di potere, non contro le minoranze oppresse della società. Questa è solo vigliaccheria che qualifica chi se ne rende autore e complice.

Quelle parole gravissime possono avere un impatto ingiustamente doloroso sulle tante persone che ancora oggi lottano per accettarsi pienamente e per ottenere piena dignità nella nostra società. Dispiace che si sia scelto di speculare sulle loro vite e sulle loro difficoltà per ottenere qualche momento di visibilità».

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Il 2° weekend di settembre Berlino si riempie di fetish sopratutto gay. Ma in realtà persone di ogni orientamento sessuale prendono parte a uno dei principali eventi europei a caratura internazionale.

Berlino è città legata alla cultura leather da tempo e, da 15 anni, ospita il Folsom Europe ispirato al tradizionale Folsom Street Fair di San Francisco. La kermesse di cultura Bdsm e leather è gestita da una organizzazione che dà lavoro ai suoi addetti durante tutto l'anno e si sta sviluppando sempre di più in una collaborazione che coinvolge diverse organizzazioni a livello internazionale. 

L'aspetto leather fetish, che connota questo evento, è declinato in tantissime sfumature: dai sex party e cruise bar a momenti di socializzazione per gli amanti dei diversi generi (leather uniform, rubber, sporty, puppy) fino agli eventi culturali. Come la mostra fotografica a tema fetish More Pixx ospitata presso lo Schwules Museum, unico museo europeo dell'omosessualità. O come il concerto di musica classica Classics meets Fetish, dove musicisti, esponenti del mondo leather fetish e comprendenti talvolta celebri pornoattori come Dirk Caber e Jesse Jackman, eseguono brani di musica classica davanti a un pubblico in uniforme in pelle o in gomma. 

Non solo sex party, quindi, ma anche momenti di socializzazione e connessione fra tanti amanti del genere con l'instaurazione di una rete di contatti e relazioni, che sta creando una contaminazione sempre più profonda fra la cultura europea e quella americana a tutti i livelli. 

Ma il Folsom è anche occasione di fundraising come la cena di beneficienza e la raccolta organizzata dalle Sorelle della Perpetua Indulgenza (Spi Sisters), drag queen in abiti simil-monastici che, con un impegno assiduo durante tutto l'anno, presidiano gli eventi della comunità e raccolgono fondi per iniziative contro la diffusione delle Mts e HivLa fiera è poi l'appuntamento clou della kermesse con la presenza di stand di varie ditte del settore ma anche con talk show e interviste.

Sempre più forte al Folsom Europe la presenza della comunità leather italiana con tanto di "foto di famiglia" - scattata la domenica pomeriggio - davanti al ristorante lucano La  Montagnola, cui partecipano gli esponenti di tutti i club (Leather Clubs Roma, Leather Friends Italia e Leather & Fetish Milano, ai quali si è recentemente unita la neonata Tuscany Fetish & Leather League) e i detentori dei singoli titoli nazionali dell'anno: Mr Leather Italia, Mr Rubber Italia, Mr Puppy Italia.

Insomma, Berlino sempre più cuore fetish di Europa. Anzi, si potrebbe parlare di centralità fetish a livello intercontinentale insieme con Leather Pride Belgium e la Berlin Easter. Basterebbe inqatti pensare alla partecipazione dei vincitori degli specifici titoli europei agli eventi statunitensi come nel caso dei 12 Mister europei all'International Mr Leather. O anche come giudici ai concorsi d'oltreoceano: il prossimo novembre, ad esempio, Gennaro, Mr Rubber Italia 2017, parteciperà in tale veste a Mr Rubber Mexico mentre, a gennaio, Fabrizio, Mr Leather Italia 2017, sarà componente di giuria in occasione di Mr Mid-Atlantic Leather a Washington. 

Una connessione internazionale che va di pari passo col rafforzamento della battaglia sia contro i pregiudizi sessuali e di genere sia per la salute delle persone Lgbti con le campagne preventive delle Mst e Hiv. Ma anche con l'accettazione della propria sessualità e della propria identità, spesso rappresentata dal personale interesse feticistico. Aspetto, questo, cui sta contribuendo anche la derubricazione dei feticismi dall'Icd da parte dell'Oms (così come dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell'Apa).

Il cammino verso la liberazione dai tabù sessuali e dallo stigma relativo alle diversità ha dunque ulteriori armi a disposizione. Ed eventi come il Folsom Europe rappresentano un vero e proprio bagno di accettazione e rappresentazione di sé, libera da ogni giudizio.

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Meno di una settimana fa una coppia di giovanissimi palermitani (15 e 16 anni) veniva aggredita nel parco di Villa Giulia da un branco di 20enni. Pugni in bocca e in faccia mentre il più giovane dei due fidanzati riceveva anche un colpo di casco sulla testa.

Un episodio di violenza omofoba che ha scosso il capoluogo siciliano anche per il suo carattere di unicità. Mentre proseguono le indagini della questura per fare piena luce sulla vicenda e identificare gli autori dell’aggressione, i due adolescenti hanno trovato un immediato sostegno in Alessandra Barone, Miss Trans Europa 2015, e dell’intero comitato di Arcigay Palermo.

Abbiamo perciò raggiunto Gabri, una delle vittime, e sua madre, per sapere come stanno vivendo quanto accaduto.

Gabri, come ti senti dopo la drammatica esperienza del 29 agosto?

Sono molto sofferente sia fisicamente sia psicologicamente. Vado avanti grazie a delle gocce calmanti e antidepressive.

Ti è stata manifestata solidarietà?

Sì, ho ricevuto attestati di solidarietà da tutti. Nessuno mi ha voltato la faccia.

Signora, prima dell’aggressione subita da suo figlio, era a conoscenza della sua omosessualità?

Certo, lo sapevo.

Come vive l’omosessualità di suo figlio?

Male. Molto male. Ci sto lavorando ma la vivo male.

Perché?

Non glielo posso spiegare. Lei è genitore?

No...

Allora non può capire!

Però può provare a spiegarmelo...

Io, oggi, sono accanto a mio figlio, lo sostengo e lo rispetto. Rispetto la sua personalità e il suo orientamento sessuale. Ma non è certo questa condizione quella che una madre desidera per il proprio figlio.

Ma, intorno a lei, quale atteggiamento ha notato rispetto alla violenza subita da Gabri?

Un atteggiamento di grande civiltà e grande vicinanza.

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Dopo 63 anni di attività chiude i battenti per problemi finanziari The Village Voice, lo storico settimanale alternativo che, vincitore di tre premi Pulitzer (1981, 1986, 2000), si è imposto sulla scena della stampa internazionale per le inchieste scandalistiche, gli articoli di critica musicale e cinematografica, i fumetti nevrotici, i provocatori annunci pubblicitari.

A darne ieri l’annuncio Peter Barbey, attuale proprietario della testata, che dal 2017 era sopravvissuta nella sola versione online. Nel comunicato stampa l’editore ha reso noto «che, anche se The Village Voice non continuerà le sue pubblicazioni, sarà nostro compito fare in modo che la sua eredità possa continuare a ispirare generazioni di lettori e scrittori».

Otto degli attuali 18 impiegati sono stati già licenziati. I rimanenti sono invece impegnati a digitalizzare l’ampio archivio stampa.

Fondato nel 1955 nel quartiere newyorkese di Greenwich Village da Ed Fancher, Dan Wolf, John Wilcock e Norman Mailera, il Voice (come venne popolarmente chiamato) arrivò ad avere una tiratura settimanale di 250.000 copie e a ospitare articoli dei migliori giornalisti investigativi e critici musicali della città della Grande Mela.

Il settimanale ha coltivato talenti come lo storico ed esperto di jazz e musica country Nat Hentoff, il reporter Wayne Barrett (noto per le sue inchieste su Rudolph Giuliani e Donald Trump), il padre della critica musicale moderna Lester Bangs, il cartonista Jules Feiffer e Manohla Dargis, attuale critica cinematografica per il New York Times.

«Questa è una tragedia e mi fa male al cuore – ha twittato Manohla Dargis –. È qui che ho iniziato la mia vita di scrittrice professionista e ho incontrato autori brillanti e molti amici: troppo numerosi per citarli».

E sono state infatti veramente tante le firme prestigiose del settimanale newyorkese. Basterà menzionare nomi dal calibro e da orientamenti contrapposti come Ezra Pound, Henry Miller, Barbara Garson, Katherine Anne Porter.

Ma il Voice non potrà non essere ricordato anche per il suo stretto legame con la gay community newyorkese, verso la quale passò da posizioni di critica ad aperto sostegno nella battaglia per i diritti civili.

Nei servizi d’inchiesta sui moti di Stonewall del ’69 (il bar Stonewall Inn era nelle vicinanze della sede del settimanale) il Voice ne parlò come The Great Faggot Rebellion.

I due reporter Howard Smith e Lucian Truscott IV utilizzarono ripetutamente i termini spregiativi faggot e dyke nei loro articoli sulla rivolta. Ebbero però il merito di darne un resoconto dettagliato: Smith era infatti rimasto intrappolato nel bar con la polizia, mentre Truscott descriveva quanto avveniva all’esterno.

the village voice

Dopo i moti il Gay Liberation Front tentò di promuovere all’interno del Voice un approccio lessicale più rispettoso delle persone gay, lesbiche e trans. Non riuscì tuttavia a imporre l’uso dei termini gay e omosessuale, che il giornale considerava ridicoli e insultanti.

Ma al riguardo il Voice cambiò la sua politica dopo un’esplicita richiesta da parte del Glf. Nel corso del tempo il settimanale s’impose, infatti, come fedele sostenitore dei diritti Lgbti e annulmente dedicò in giugno un intero numero al Pride di New York.

Nel 1982, inoltre, The Village Voice divenne la seconda organizzazione negli Stati Uniti ad aver esteso i benefici familiari (prestazioni sanitarie, assicurazione sulla vita e indennità per invalidità) ai dipendenti omosessuali con partner considerati come "coniugi equivalenti".

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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha ieri respinto la richiesta avanzata dall’organizzazione no-profit Catholic Socials Service (Css) di Filadelfia che aveva fatto ricorso contro l’amministrazione locale in materia d’adozioni.

In marzo, infatti, i funzionari della città della Pennsylvania avevano annunciato che la municipalità non avrebbe più lavorato con l’agenzia per il ricollocamento dei minori e di conseguenza sospeso l’erogazione dei fondi destinati a tale fine.

In nome del principio dell’obiezione di coscienza Catholic Social Services s’era detta infatti contraria a riconoscere come candidati idonei alla genitorialità le coppie di persone dello stesso sesso regolarmente sposate. Anche se, come noto, il matrimonio egualitario è legale in tutti gli Stati Usa dal 2015 a seguito della storica sentenza Obergefell v. Hodges della medesima Corte Suprema.

L’agenzia cattolica, facente parte dell’arcidiocesi di Filadelfia, aveva quindi fatto causa alla locale amministrazione presso un tribunale federale, sostenendo che erano stati violati i diritti di libertà religiosa e d’espressione ai sensi della Costituzione degli Stati Uniti. Ma dal giudice competente era arrivato il divieto a Catholic Social Services di accettare nuove richieste per i programmi di ricollocamento finché il contenzioso non fosse stato giudiziariamente risolto.

In luglio l’agenzia aveva quindi chiesto alla Corte Suprema un'ingiunzione per imporre all’amministrazione di continuare la collaborazione in materia d’adozione durante l’iter processuale. Senza spiegare il motivo del diniego, la Corte (benché i giudici Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch avevano affermato che avrebbero acconsentito alla richiesta dell'agenzia) ha confermato la precedente decisione del tribunale federale in merito al divieto di accettare nuove richieste.

Come ribadito dall'amministrazione di Philadelphia, se l’agenzia cattolica vorrà continuare a ricevere fondi municipali per la sua attività, dovrà rispettare l'ordinanza antidiscriminatoria cittadina. Ordinanza che impone di certificare i possibili genitori adottivi a prescindere dalla loro religione, etnia o orientamento sessuale. Altrimenti il gruppo sarà libero di sciogliere ogni vincolo contrattuale con il Dipartimento cittadino per i Servizi sociali. 

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Jamel Myles aveva appena 9 anni. Ma, giovedì scorso, si è tolto la vita nella sua casa di Denver non riuscendo a sopportare gli atti di bullismo, cui lo avevano sottoposto i compagni di classe per il fatto d’essere gay.

A denunciare l’accaduto all’emittente telesviva Kdvr Leia Pierce, madre del piccolo.

La donna ha raccontato come durante l’estate Jamel le avesse detto durante un viaggio in auto: Mamma, sono gay. «Ho creduto che stesse scherzando – ha spiegato Leia – ma l'ho visto spaventato. Gli ho detto: Ti amo ancora».

La scorsa settimana Jamel aveva iniziato i corsi per il quarto anno di scuola primaria presso la Shoemaker Elementary School. Il primo giorno si era recato in classe con la volontà di «dire a tutti d’essere gay perché orgoglioso di sé stesso».

Tre giorni dopo la tragedia.

«Aveva detto alla mia figlia maggiore – così Leia –  che i bambini a scuola lo avevano invitato ad ammazzarsi. È doloroso che non sia venuto da me».

Il coroner ha confermato che si è trattato di suicidio. «Per il bullismo - ha dichiarato la madre di Jamel - devono essere accertate responsabilità: credo che i genitori siano responsabili di ciò che insegnano ai propri figli. Nessuno deve provare dolore se il proprio bambino è differente dagli altri».

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Ho incontrato Lindsay Kemp a Napoli, per intervistarlo, nel marzo del 2016, nei giorni in cui il coreografo e ballerino inglese era in città per esibirsi in uno dei suoi assoli di maggior successo, Il volo dell’Angelo che, per l’occasione, avrebbe eseguito sulla scalinata monumentale della chiesa di San Francesco di Paola in Piazza Plebiscito.

Da ragazzo, avevo amato lo spirito iconoclasta e anticonformista di Lindsay Kemp. La mia formazione estetica e culturale, inoltre, era stata particolarmente influenzata da uno dei suoi capolavori, Flowers, ispirato all’opera Nostra Signora dei Fiori di Jean Genet.

La sua capacità di infrangere schemi identitari, ribaltare i ruoli di genere e rappresentare il volo dell’amore universale - perché Kemp volava, non ballava - hanno reso quest’artista un antesignano delle rivendicazioni Lgbti e i modelli culturali a cui legava la sua arte, da Wilde a Jarman, da Ken Russell a Garcia Lorca e allo stesso Genet, erano modelli ideali per demolire pregiudizi e luoghi comuni.

D’altro canto, la realizzazione dei concerti The Rise and Fall of Ziggy Stardust e The spiders from Mars del suo allievo e amante David Bowie costituisce un atto rivoluzionario non solo nella storia della musica rock. Ma nella stessa narrazione dei nostri desideri e delle nostre identità, poiché Ziggy era una rockstar aliena e pansessuale, inviata sulla Terra per diffondere un messaggio d’amore e di felicità.

Mi piace ricordare questo maestro indiscusso del teatro degli ultimi sessant’anni, recuperando la risposta che mi diede quando gli chiesi qual è il ruolo dell’arte nel contrastare i pregiudizi e costruire un mondo migliore. Lindsay Kemp, infatti, non ebbe dubbi nel rispondermi che il proposito dell’arte è liberare il popolo: «Abbiamo la grande responsabilità di liberare la gente. La mia arte – mi confidò Kemp – ha lo stesso scopo che hanno le organizzazioni come Arcigay: aiutare le persone a sentirsi libere. Libere da loro stesse e libere dai condizionamenti dei regimi. Quello per cui siamo qui, quello per cui lavoriamo, è la possibilità di rendere questo mondo, un mondo migliore».

Stride, infine, rileggere proprio in questi giorni il giudizio che Lindsay Kemp mi rilasciò circa l’Italia, paese che aveva sempre amato e che negli ultimi anni aveva scelto come luogo per vivere e lavorare: «L’Italia non è ancora un Paese libero e aperto, però è un Paese gentile e mi fa piacere constatare come si sta aprendo ai rifugiati a differenza di altri Paesi. L’Italia è un Paese umano».

Ovviamente, nel marzo del 2016, nessun ministro italiano aveva posto sotto sequestro per giorni una nave con 177 migranti, mettendone a repentaglio la vita e alimentando odio e violenza. Ma questo, chiaramente, è un altro discorso.

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