Le dichiarazioni di Lorenzo Fontana sull’inesistenza delle famiglie arcobaleno continuano a far discutere nonostante la moderata sconfessione di Matteo Salvini che, oscurato mediaticamente da una polemica andata ben al di là del previsto, ha cercato di prenderne le distanze pur ribadendo di condivedere le posizioni del ministro della Famiglia.

Nella giornata di oggi si sono registrate le critiche di tre noti cantanti che, molto amati soprattutto dal pubblico giovanile, hanno affidato ai social il proprio pensiero.

Tiziano Ferro su Instagram, rilanciando l’hastag #gayfamily, ha risposto così alle affermazioni di Fontana: «Non voglio supporto, mi basterebbe smettere di sentirmi invisibile».

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Ha scelto invece twitter Emma Marrone. L'artista 34enne, pubblicando una foto che la ritrae mentre canta con un bimbo in braccio dalle guance dipinte coi colori dell’arcobaleno, ha scritto: «Ciao, Fontana #arrestatecitutti».

Ha puntato infine su Facebook Ermal Meta. «Rientro oggi - così si legge sul suo post - e leggo di dichiarazioni da parte del ministro #fontana che in nome del suo essere cristiano dichiara invisibili le unioni arcobaleno. Ma davvero credete che al buon Dio interessi come raggiungete l’orgasmo? Non gli interessa nemmeno di cosa vi rende felici, ma che siate felici.

E allora Siate persone felici, di questo c’è bisogno. Di persone felici. A qualsiasi costo»

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Le affermazioni del neoministro leghista Lorenzo Fontana sulla non esistenza di altre famiglie, che non siano quelle tradizionali, sono del tutto sbagliate esattamente come il nome del suo dicastero che dovrebbe chiamarsi Ministero delle famiglie.

Fontana forse vive in un mondo a parte di qualche secolo fa. Sarebbe meglio che si svegliasse e si rendesse conto che esiste la modernità dove ognuno costruisce, spesso faticosamente, la propria vita familiare contribuendo così alla coesione sociale e al benessere collettivo. Ogni famiglia di qualsiasi tipo è un bene per la società.

Farebbe bene a studiare la sentenza cosiddetta “Oliari” (dal nome di uno dei ricorrenti) del 21 luglio 2015 con cui la Corte europea dei diritti umani ha condannato all’unanimità l'Italia per violazione dell'articolo 8 della Convenzione dei diritti dell'uomo. Quello, cioè, sul "diritto al rispetto della vita familiare e privata". Stabilendo, inoltre, che lo Stato dovrà versare a ognuno dei ricorrenti 5mila euro per danni morali.

Il ministro sembra, in realtà, ignorare la pluralità di modelli familiari come desumibile da principi costituzionali e ribadita da numerose sentenze a partire da quelle della Cassazione. È di alcuni giorni fa il verdetto della Suprema Corte che non solo ha riconosciuto la validità del provvedimento francese a favore di Giuseppina La Delfa e Raphaëlle Hoedts in riferimento alla reciproca adozione dei rispettivi figli biologici ma ha anche respinto ogni pregiudizio di omogenitorialità. La stessa legge 76/2016 (legge Cirinnà) fa riferimento in un passaggio alle coppie unitesi civilmente, anche in presenza di figli, come “famiglia”.

È pur vero che le affermazioni odierne di Fontana sull’inesistenza delle famiglie arcobaleno non sorprendono poi del tutto. Sono infatti note le dichiarazioni, da lui rilasciate nel 2016, sulla famiglia naturale sotto attacco da parte dei gay.

Verrebbe da chiedere al ministro a quale concetto di natura si riferisce nel parlare di “famiglia naturale”. Ad Aristotele? A Tommaso d’Aquino? A Giusto Lipsio? A Spinoza? A Kant? A Baumann? In realtà Fontana con le sue affermazioni paga lo scotto non solo a personali convinzioni passatiste ma anche a quei gruppi cattoreazionari, dal Family Day a CitizenGo, che hanno sostenuto elettoralmente il programma xenofobo, razzista e discriminatorio di un partito come la Lega.

Non esiste un solo modello familiare e, questo, non da oggi. Una riflessione sul concetto di familia in epoca romana e medievale nonché l’estensione dello stesso a entità diverse, come ad esempio quello di “famiglie religiose” con riferimento a frati e suore, lo potrebbe aiutare in tal senso.

Ciò detto, un ministero della Famiglia, per dirsi tale, dovrebbe dunque cercare in tutti i modi di allargare il concetto di vita familiare visto che viviamo in un mondo dove ci si sposa sempre di meno e dove i nuclei familiari sono sempre più ristretti. Che senso ha escludere e discriminare tutti coloro che non sono eterosessuali, che non sono sposati o che non hanno figli? Una follia, peraltro molto minoritaria nella società.

Le affermazioni di Fontana sembrano preludere a una stagione di campagna diffamatoria e di azioni umilianti nei confronti non solo delle persone Lgbti ma anche nei confronti delle donne libere (i riferimenti odierni al tema dell’aborto ne sono una riprova). Cosa, questa, possibilissima anche senza toccare i diritti fondamentali conquistati finora. È ben noto come tali posizioni politiche abbiano ricadute negative in termini di malessere e di atti omo-transfobici. Non c'è peggiore politica di quella che calpesta la dignità dei suoi cittadini e cittadine.

Per questo motivo lanciamo oggi una sfida al ministro Fontana: ci riceva e ascolti le nostre ragioni che sono quelle dei diritti universali di qualsiasi coppia tanto etero quanto omosesauale. Che sono quelle della coesione sociale e del bene comune.

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Presentato ieri il 24esimo Roma Pride, dedicato quest’anno al tema della resistenza e dell’antifascismo. 

“La campagna di quest’anno - ha spiegato il portavoce Sebastiano Secci -  vuole attualizzare il tema dell’antifascismo, in opposizione alla campagna elettorale più densa di messaggi d’odio, xenofobia e omofobia che si ricordi in Italia, stando a quanto dichiara Amnesty International”.

“Noi non sapevamo che stavamo facendo la liberazione anche per voi”. Queste sono state le parole, riportate dallo stesso Secci, con cui Tina Costa, staffetta partigiana e volto storico dell’Ampi, ha accettato di essere testimonial della campagna realizzata dal fotografo Fausto Podavini e da Alessia Crocini. 

La grande parata prevista per il 9 giugno sarà preceduta da una settimana di eventi, arte e musica presso la Gay Croisette, organizzata quest’anno nel quartiere prendeste, in Via Biordo Michelotti. Tra gli ospiti più attesi Susanna Camusso, Monica Cirinnà, Franco Grillini, che parteciperà insieme a Daniele Viotti all’iniziativa promossa da Gaynews il 7 giugno sulle leggi antidiscriminazione nei vari paesi europei. 

Tema caldo della giornata è stato certamente la chiusura della sindaca Raggi alla trascrizione dell’atto di nascita di una bimba con due mamme. L’assessora comunale Baldassarri, presente all’incontro, ha dichiarato che il comune avrebbe  una interlocuzione con il ministero degli interni a proposito:

“Vogliamo realizzare atti che siano difendibili in tutte le sedi e su questo tema c’è un vuoto normativo sul quale va coinvolta anche l’associazione dei comuni d’Italia”.

Alla domanda di Gaynews su come pensano di relazionarsi su questo tema con un futuro ministro degli interni leghista, Baldassarri ha replicato: “Non è solo il ministero degli interni a decidere ma anche l’avvocatura dello stato. Non è solo una questione di orientamento politico. L’impegno che posso prendere oggi è quello di iniziare a confrontarmi anche con le Famiglie Arcobaleno”. 

A questo proposito, Marilena Grassadonia, presente sul palco, ha replicato che fino a questo momento non aveva avuto modo di interloquire con la sindaca su questo tema e che non era a conoscenza di alcuna interlocuzione in merito con il ministero, ribadendo infine determinazione ad insistere nei tavoli istituzionali per ottenere risultati concreti. 

Tra gli interventi anche i rappresentanti di AMPI, V Municipio, della Regione Lazio, con il Vicepresidente Massimiliano Smeriglio che ha annunciato la presenza in parata del Presidente Zingaretti. 

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Venerdì 15 giugno al via l’XI° edizione del Padova Pride Village che, nell’arco dell’intero periodo estivo, attira annualmente oltre 120.000 persone all’interno del polo fieristico del capoluogo veneto.

Madrina d’eccezione sarà Barbara D’Urso, volto noto della televisione italiana nonché da tempo in prima linea per i diritti delle persone Lgbti. «Nella mia vita mi sono sempre battuta per i diritti civili, contro l'omofobia e la violenza sulle donne – ha dichiarato la conduttrice dei talkshow di Mediaset –. Ho quindi accettato con grande piacere l’invito a partecipare al Padova Pride Village come madrina. Sono sicura sarà una bellissima serata».

Ad affiancarla nell’opening party il cantautore Cristiano Malgioglio, la cui attività di paroliere è legata ai maggiori succesi di Mina, Raffaella Carrà, Adriano Celentano, Ornella Vanoni, Patti Pravo. Sarà il suo ultimo singolo Danzando Danzando, presentato durante la semifinale del Grande Fratello, a fare da sigla ufficiale all’intera stagione del Padova Pride Village 2018.

Sulla scelta dei due testimonial così si è espresso il deputato Alessandro Zan, ideatore e fondatore del più importante festival Lgbti del Nord Italia: «Barbara D’Urso e Cristiano Malgioglio apriranno l’XI° edizione del Padova Pride Village: due icone del mondo dello spettacolo e della musica che hanno sempre sostenuto i diritti di tutti.

Barbara da anni, grazie al suo impegno personale e ai suoi programmi, fa entrare nelle case degli italiani un messaggio di uguaglianza e parità; Cristiano con le sue canzoni e i suoi testi, talvolta irriverenti, da sempre conduce una campagna di sdoganamento delle tematiche e dei sentimenti Lgbti. Con questi due ospiti vogliamo ribadire con chiarezza che questa estate sarà dedicata alla lotta alle discriminazioni e all’omotransfobia».

L’XI° edizione del Padova Pride Village sarà caratterizzato, fino al 15 settembre, da un fittissimo programma di concerti, serate disco ed eventi culturali con figure di spicco del mondo del giornalismo, del teatro, del cinema, della musica, della letteratura.

Gemellato da quest’anno col Padova Pride Village, si aprirà nella serata di oggi, alle 21:30, la stagione romana del Gay Village, giunto alla sua XVII° edizione.

«E lo fa – come si legge nele comunicato ufficiale – nel cuore pulsante della Roma testaccina, lì dove nacque nel lontano 2002, nel segno della giovinezza, della romanità e soprattutto del talento, come quello indiscusso di Ilenia Pastorelli, madrina della stagione, vincitrice come miglior attrice protagonista del David di Donatello nel 2016 con il pluripremiato Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti.

In apertura della festa non mancheranno i saluti delle istituzioni comunali, l'atteso arrivo dell'onorevole Stefania Pezzopane che dal palco del villaggio lancerà il suo messaggio d'amore contro la discriminazione e il bullismo, seguita dai saluti del Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, grande amico e sostenitore della manifestazione arcobaleno più importante d'Italia.

Ad accogliere gli ospiti si sarà la coppia di padrone di casa Imma Battaglia ed Eva Grimaldi che, insieme all'ineguagliabile Pino Strabioli, daranno il benvenuto anche a Giovanni Ciacci reduce dal programma Ballando con le Stelle, dove con il ballerino Raimondo Todaro, si è classificato finalista con non pochi dissensi per la partecipazione come coppia di uomini al noto talent Rai.

Prima della mezzanotte si scalderanno le piste del villaggio con la presentazione della nuova sigla a cura di Cut, un vero e proprio invito al divertimento esteso a tutti, compreso alla Sindaca Virginia Raggi ricordata dal personaggio Virgy interpretato dall'attrice Liliana Fiorelli. A seguire ci sarà la presentazione delle nuove stage direction a cura di Akkademi, Andrea Pacifici e Gabriele Riccio, che coordineranno i corpi di ballo nell'arco della stagione e che nella serata inaugurale danzeranno sulle note del dj Cristiano Colaizzi in Happy Floor, mentre nel Guest Floor comincia la sua avventura il direttore artistico Fabio Di Domizio, che accoglierà i tanti party internazionali nell'arco dell'estate.

In occasione del grande opening party, il Gay Village ha il piacere di ospitare Masterbeat Party, direttamente da Los Angeles e per la prima volta in Italia. Ad aprire il palco ci penserà il social webstar e dj Manuel Coby, preziosa novità delle console rainbow».

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Perché mi definisco essere umano. Questo il titolo della manifestazione che ieri sera ha portato centinaia di persone nella piazza centrale di Angri (Sa) a reagire all’evento Perché non mi definisco gay che, organizzato da Punto Famiglia e dalla Comunità di Emmaus in collaborazione con l’associazione Courage, si è svolto in contemporanea presso la Cittadella della carità “Don Enrico Smaldone”, rigorosamente a porte chiuse (nonostante la locandina parlasse esplicitamente di ingresso libero).

Ciò che ha spinto da giorni i cittadini angresi e tante associazioni alla mobilitazione di piazza è senza dubbio il contenuto dell’incontro, ispirato all’omonimo titolo del libro di Daniel Mattson che, presente ad Angri, ha testimoniato la propria esperienza di negazione dell’identità omosessuale quale viatico per trovare la pace come uomo creato a immagine e somiglianza a di Dio.

La presentazione del volume è stata inoltre caratterizzata dalla proiezione del documentario Il desiderio delle colline eterne, che narra la storia di tre persone omosessuali impegnate nel cammino della castità e raggiunte dalla pace grazie all’amore di Cristo. Un evento, insomma, che eleva l’esperienza individuale della castità a norma di comportamento universale per le persone omosessuali che, nell’astensione dalla concreta realizzazione del proprio legittimo desiderio di amare e essere amati, troverebbero un presunto riscatto esistenziale.

Anche se rivolta direttamente alle persone omosessuali cattoliche, l’operato di Courage veicola, di fatti, il generale messaggio d’un esercizio negativo della sessualità al di fuori dell’ambito matrimoniale, che riguarda esclusivamente due persone di sesso opposto. Una visione, quella dell’organizzazione internazionale diretta dal sacerdote Paul Ceck (ex capitano dei Marines) e fatta propria da Mattson, in totale antitesi a quella espressa dal gesuita James Martin, consultore della Segreteria per la Comunicazione, nel suo libro Building a bridge.

Nonostante una pubblica dichiarazione di smentita di Courage International con riferimento all’evento di Angri, le istanze dell’organizzazione sono implicitamente correlate alle cosidddette terapie riparative come, d’altra parte, testimoniato da una specifica inchiesta de L’Espresso. Ecco il perché della mobilitazione delle associazioni che hanno partecipato a Perché mi definisco essere umano.

Tantissime le voci che hanno ricordato che, in uno Stato laico e democratico, le differenze devono essere valorizzate e ogni essere umano deve essere incluso e deve legittimamente godere di pari diritti senza distinzione e senza discriminazioni fondate su orientamento sessuale e identità di genere.

Erano presenti in piazza e hanno preso la parola le associazioni angresi Diparipasso, Officine delle idee, Controra e Stay Angri, La Bottega del consumo critico di Nocera Inferiore, il Collettivo transfemminista Autodeterminiamoci di Salerno, Human Gender di Salerno, Zap! di Napoli, Agedo Napoli con la presidente Carmela Smaldone, Arcigay Salerno con il presidente Francesco Napoli, Arcigay Napoli con i delegati Daniela Lourdes Falanga, Claudio Finelli e il presidente Antonello Sannino, l’Associazione di Omosessuali Cristiani Ponti Sospesi con il presidente Antonio De Chiara, la dissacrante e goliardica Chiesa Pastafariana e tanti altri.

Preziosi contributi alla realizzazione della mobilitazione di piazza sono stati anche quelli di Maria Sole Limodio, Nicola Ingenito, Chiara e Francesca Postiglione, dei consiglieri comunali di Angri, Carmen Fattoruso, Eugenio Lato e dell’artista Gerardo Amarante.

Infine, va segnalato che al termine della manifestazione, un piccolo gruppo di militanti di Arcigay Napoli e Agedo si sono recati davanti ai cancelli della Cittadella della Carità per ricordare, a quanti erano presenti all’evento , la violenza implicita in una manifestazione che sostiene la via della castità come unica possibilità di felicità per chi scopre di essere omosessuale o transessuale.

Tanto più che alla presentazione del libro di Mattson erano presenti don Silvio Longabardi, esperto di pastorale familiare, e il vescovo locale Giuseppe Giudice, la cui diocesi è stata anch’essa interessata dalla recente questione dei sacerdoti impegnati in una via del tutto opposta a quella della castità tanto decantata da Courage e Mattson.

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Quella del bullismo contro gli insegnanti è oramai una vera e propria emergenza educativa. Nei primi quattro mesi del 2018 ben 26 docenti sono stati aggrediti dagli alunni. Cosa che aveva spinto, a fine aprile, l’ex titolare del Miur Valeria Fedeli a parlare di minacce e offese «inaccettabili: è necessaria una linea rigorosa nelle sanzioni».

Ma, nonostante l'annunciata linea di tolleranza zero, i casi non hanno accennato a diminuire. Anzi, sono talora arrivati a reiterarsi per il corso d’un intero anno scolastico a danno d’uno stesso insegnante. E, questo, nel totale silenzio di genitori e di dirigenti scolastici.

È quanto successo in una scuola superiore d’Imola, dove un prof è stato ripetutamente offeso verbalmente e per iscritto da quattro alunni perché gay. Gaynews rende oggi noto l’accaduto pubblicando la lettera d’un conoscente dell’insegnate, anche lui vittima dei medesimi attacchi per il solo fatto d’uscire con lo stesso per le vie della città emiliana.

Un mio caro amico fa l’insegnante in una scuola superiore di Imola. Qui ha subito, durante l’anno, vari attacchi di stampo omofobo da parte di quattro alunni: frasi offensive e scritte volgari alla lavagna con espliciti riferimenti non solo alla sua omosessualità ma anche alla mia. E, questo, per il solo fatto che siamo amici e spesso usciamo insieme per Imola.

Il vicepreside della scuola aveva adottato dei provvedimenti al riguardo di questi alunni, suscitando così le lamentele dei genitori, che non si sono mai preoccupati di chiedere scusa all’insegnante dei loro figli né tantomeno al sottoscritto.

In più la dirigente scolastica non ha fatto neppure una telefonata al mio amico per esprimergli solidarietà né si è presentata ai collegi straordinari dei docenti per l’adozione di provvedimenti disciplinari nei confronti dei quattro alunni. Anzi, è arrivata a cancellare dal registro eletronico le note che facevano riferimento a questi gravi atti.

È tutto l’anno, come dicevo, che si ripetono questi episodi. Eppure, la dirigente non si è mai fatta viva nonostante le numerose segnalazioni. Perché cancellare le note, prova dei ripetuti insulti a un pubblico ufficiale qual è l’insegnante? Per non parlare di alcuni colleghi del mio amico che prima hanno sottoscritto lettere di solidarietà e poi non hanno esitato a criticarlo alla spalle per paura di andare contro la preside.

Scrivo questo un po’ come sfogo ma anche per rendere nota questa storia che mette in luce il livello palesemente omofobico della società e della scuola imolese. Sono sconcertato per la censura e il totale silenzio della dirigente in merito a questi fatti di omofobia, che mi riguardano in prima persona visto che nella sua scuola sono stato diffamato verbalmente e per iscritto.

Personalmente presenterò a giorni querela per diffamazione nei riguardi di questi quattro alunni. Per quanto riguarda il mio amico insegnante anche lui ha intrapreso il percorso legale. Staremo a vedere.

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Oggi ricorre un duplice compleanno speciale: quello di Gaynews.it e dell'associazione Gaynet. Nati insieme 20 anni fa, continuano a lavorare insieme.

Decisi di fondare le due realtà in maniera correlata nel 1998 a seguito del Congresso dell’Arcigay, che elesse in giugno Sergio Lo Giudice quale presidente. Dopo tre anni quale Segretario nazionale (dal 1985, anno di fondazione di Arcigay nazionale, al 1987) e 11 di presidenza, avevo deciso di lasciare l’incarico per favorire il ricambio della dirigenza dell'associazione.

Inizialmente il giornale si chiamò NOI (Notizie omosessuali italiane) e tale fu il suo nome fino al 2005, quando fu mutato in quello attuale di Gaynews.it. Lo scopo era quello di fornire un'informazione quotidiana sulle tematiche Lgbti, non garantita da altre testate su web. Contemporaneamente fondai Gaynet (Italia gay network) con lo scopo di associare, per la prima volta in Italia, gli operatori Lgbt dell'informazione e gestire tanto tecnicamente quanto giuridicamente il quotidiano online.

Come Gaynet abbiamo organizzato numerosi corsi di formazione giornalistica con i vari Odg regionali a partire dal primo che fu tenuto a Bologna nel novembre 2013. Grazie all’impegno di Rosario Coco, Valerio Mezzolani e Alessandro Paesano si è riusciti a riproporre e ad affinare tale modello formativo a Roma. A loro si è affiancato, nel maggio 2017, Francesco Lepore che, oltre ad essere stato da me nominato caporedattore di Gaynews, ha assunto l’incarico di coordinatore nazionale dei corsi di formazione. In tale veste è riuscito ad organizzare, tra febbraio e giugno 2018, in collaborazione con l’Odg della Campania i corsi di Napoli (che ha visto la partecipazione del presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti Carlo Verna), Benevento, Pompei e con l’Odg dell’Emilia-Romagna quello di Reggio-Emilia

Gaynews, al contempo, ha spiccato in quest’ultimo anno il volo con interviste a figure del mondo della politica, della cultura, dell’attivismo, con speciali sulla storia del movimento, con approfondimenti su temi spinosi come quelli afferenti alla religione, che hanno portato a pubblici riconoscimenti. Merito, questo, della cura anche linguistica con cui vengono scritti gli articoli e dell’entusiasmo attivistico di collaboratori come Elisabetta Cannone, Claudio Finelli, Giuseppe Giulio, Maurizio Gelatti, Rosario Murdica.

Nei prossimi mesi festeggeremo sia Gaynews sia Gaynet con un'iniziativa alla Camera dei deputati e, probabilmente, entro la fine dell'anno ci sarà un grande incontro con i giornalisti e le giornaliste italiane che più ci sono stati vicini. 

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Sacerdozio, accesso al seminario e omosessualità. Un tema in sé antico ma trattato solo recentemente da Oltretevere con determinati pronunciamenti disciplinari. Non si va infatti al di là del 2005 quando Benedetto XVI approvò una specifica Istruzione della Congregazione per l’Educazione cattolica, i cui contenuti sono stati ripresi ed esasperati nei toni dalla recente Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis della Congregazione per il Clero dal titolo Il dono della vocazione presbiterale (approvata l'8 dicembre 2016 da Francesco).

Si scorrano i precedenti documenti vaticani o conciliari. Si compulsino pure i classici manuali di telogia morale – soprattutto quelli di Alfonso de’ Liguori per oltre due secoli (a partire dal XIX secolo) punto “canonico” di riferimento per quella che Ratzinger ama chiamare ortoprassi –. Ma al riguardo non si troverà parola alcuna. Per il patrono dei moralisti, appunto Liguori (noto ai più per aver scritto Tu scendi dalle stelle), a contare è unicamente la castitas probata, di cui il vocato deve dare prova prima di accedere agli Ordini per lo spazio minimo di un anno. Castità provata, ossia non esercizio della sessualità (compresa la masturbazione) senza alcuna distinzione tra rapporti con persone di sesso opposto o dello stesso sesso.

È pur vero che quelli dell’orientamento sessuale e della condizione omosessuale sono dati su cui psicologia e antropologia hanno fatto luce solo in un passato relativamente recente. Il che spiega l'unico concentrarsi di teologi e magistero, fin quasi ai nostri giorni, su quello che veniva, e da taluni ancora definito, “vizio nefando o innominabile”. Ma è pur vero che, posta una dettagliata classificazione delle varie inadempienze al sesto comandamento secondo una scala di progressiva gravità (ma al di sotto della sodomia c’erano pur sempre la bestialità, la necrofilia e il “coito coi demoni”), a interessare con riferimento a seminaristi e sacerdoti era, stringi stringi, soltanto un aspetto: l’osservanza della castità e, ovviamente per gli ordinati, l’obbligo celibatario.

Il trasgredirlo con uomini poneva unicamente il problema morale della species peccati. Ma da un punto di vista sanzionatorio nessuna differenza con chi l’avesse fatto con donne: rinvio dell’ordinazione o dimissioni dal seminario per gli aspiranti, sospensione o dimissioni dallo stato clericale «per il chierico concubinario […] e il chierico che permanga scandalosamente in un altro peccato esterno contro il sesto precetto del Decalogo». Citazione, quest’ultima, che, tratta dal vigente Codice di Diritto Canonico (can. 1395, §1), non fa altro che ricalcare i precedenti disposti canonici compresi quelli del Codice piano-benedettino.

Le prese di posizione da Ratzinger a Bergoglio in tema di formazione seminariale e omosessualità inaugurano dunque una nuova stagione – in totale rottura col passato –  che per i difensori di Oltretevere risponderebbero a un mutato clima. Quello, cioè, affermatosi con il contemporaneo movimento di liberazione omosessuale, sprezzantemente indicato dalla citata Ratio fundamentalis (nr. 199) con la «cosiddetta cultura gay», ai cui sostenitori devono essere sbarrate le porte dei seminari secondo la Ratio fundamentalis bergogliana. Ma non solo.

Stesso trattamento non solo per chi pratica l’omosessualità (come, d’altra parte, l’eterosessualità: il che è pienamente comprensibile col vigente obbligo celibatario dei presbiteri) ma anche per chi presenta «tendenze omosessuali profondamente radicate». Affermazioni, quest’ultime, non solo ambigue (che cosa intendono per tendenze Bergoglio, il cardinale Beniamino Stella e i componenti della Congregazione per il Clero si piacerebbe capirlo) ma pericolose in quanto sottendono una concenzione patologizzante dell’omosessualità da cui, in molti casi, “si potrebbe guarire”. Non a caso le teorie riparative di Nicolosi e associazioni come Courage sono viste con benevolenza da Oltretevere e larga parte dell’episcopato.

In questo scenario s’innestano le recenti dichiarazioni di Bergoglio alla 71° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Dichiarazioni che sono anche da leggersi alla luce degli scandali che hanno travolto numerose diocesi del Sud Italia a seguito del “dossier Mangiacapra”. Ma una cosa è riflettere sulle cause che portano seminaristi e sacerdoti a non vivere la castità, un’altra è problematicizzare il tutto sull’omosessualità.

La questione di fondo resta soltanto una: l’obbligo celibatario per i chierici. Obbligo che, come la storia bimillenaria della chiesa insegna, prescinde dall’orientamento sessuale. Le parole bergogliane: «Se avete anche il minimo dubbio che siano omosessuali, è meglio non farli entrare» o, peggio ancora, «Abbiamo affrontato la pedofilia e presto dovremo confrontarci anche con quest'altro problema: l’omosessualità» suonano non solo offensive ma fortemente ipocrite. E qui non c’è bisogno di scomodare Dante, Lutero o le carte d’archivio per provare, oggi come per il passato, il numero elevatissimo di seminaristi, preti e vescovi omosessuali. Chiunque potrebbe addurre qualche testimonianza in tal senso a partire da un diffuso costume clericale di parlare al femminile.

Qui si tratta, soprattutto per Bergoglio (a meno che la sua non sia un’operazione di whitewashing o di cerchiobottismo), di conciliare affermazioni come quelle rivolte alla Cei e le altre, quasi in contemporanea, su «Dio ti ha fatto in questo modo e ti ama in questo modo. Devi essere felice di chi tu sia» (ma se ne potrebbero citare altre, cui la stampa ha dato spesso, con acritico entusiasmo, risonanza) rivolte al cileno Juan Carlos Cruz.

Giustamente il teologo gesuita Paolo Gamberini ha scritto su Facebook: «Se l'astinenza dall’esercizio della sessualità è richiesta nei candidati al sacerdozio (omosessuali ed eterosessuali allo stesso modo), i formatori in seminario dovrebbero valutare in quelli tale capacità e non esaminare se sono omosessuali o eterosessuali».

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Si è spento il 12 maggio nella sua casa di Manhattan all’età di 86 anni, a seguito di complicazioni di un cancro alla prostata, l'artista statunitense Geoffrey Hendricks. Ma la notizia è stata resa nota solo oggi dai familiari al New York Times.

Nato a Littletone (New Hampshire) nel 1931, Hendricks è considerato il pioniere della Body Art. Docente d’arte presso la Rotgers University dal 1956 al 2003, fu uno degli esponenti di spicco del gruppo internazionale Fluxus che, dal 1965 al 1978, raccolse artisti, compositori, designer e letterati nell’ottica di un percorso performativo e multimediale.

La sua attività creativo-sperimentale come quella di Bob Watts, Allan Kaprow, George Brecht e di altri componenti del movimento fu documentata nel volume Critical Mass: Happenings, Fluxus, Performance, Intermedia che, pubblicato nel 2002, fu da lui curato. Hendricks era anche conosciuto col soprannome Cloudsmith, attribuitogli da Dick Higgins per le immagini di cielo ad acquerello con cui accompagnava le sue opere.

Nel 1961 Geoffrey Hendricks sposò l’artista Beatrice Forbes (attualmente nota col nome di Nye Ffarrabas). Il matrimonio durò fino al 1971 quando i due si confidarono l’un l’altra d’essere omosessuali. Essi trasformarono la loro separazione coniugale in arte performativa, mettendo in scena nella loro casa di Manhattan quello che è diventato il noto Fluxus Divorce.

Dopo il divorzio Geoffrey strinse una lunga relazione affettiva con l’artista Brian Buczack, che morì per complicazioni da Aids nel 1987. Successivamente sposò Sur Rodney, noto col nome d’arte Sur.

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Spalla@Spalla. Le (dis)avventure di Carlo e Luana, pubblicato nella colonna Lgbt della casa editrice napoletana Milena, è il romanzo d’esordio di Christian Coduto, consigliere del circolo Arcigay Rain di Caserta.

Un romanzo scritto come una sit-com, con un evidente sguardo al canone della commedia brillante: quella della migliore tradizione anglosassone, in cui si ride, si evidenziano tic e luoghi comuni della società corrente e si riflette, con ironia e sarcasmo, sulle quotidiane difficoltà con cui si devono misurare i protagonisti che, nella fattispecie, sono persone Lgbt.

Un romanzo incardinato sul rapporto di complicità e amicizia dei due personaggi che condividono lo stesso appartamento e lo stesso orientamento sessuale ma che sono, per il resto, estremamente diversi. Carlo, con l’insulina sempre pronta per il suo diabete, è un giovane biologo gay disordinato e logorroico mentre Luana, una 30enne lesbica misantropa e silenziosa, è una pubblicitaria pignola e ordinatissima.

Il loro ménage, già di per sé esplosivo, è messo continuamente a soqquadro dall’irruzione di parenti spesso indesiderati, amici che non sempre sono effettivamente d’aiuto, colleghi di lavoro con le loro convinzioni infondate (come Tania, la “scema delle mele” convinta che Carlo finga di essere gay perché, in realtà, vuole conquistare le donne) e amanti, più o meno disastrosi, capaci di frantumare i loro già precari equilibri.

Le dinamiche relazionali raccontate da Coduto, benché narrate con grande leggerezza, ci consegnano l’immagine di una collettività Lgbt vittima sia degli stereotipi, che il contesto sociale continua a reiterare a danno delle persone omosessuali, sia dello stigma interiorizzato dagli stessi soggetti appartenenti alla comunità.

Un tema che attraversa l’intero romanzo, declinando la propria presenza in molteplici circostanze, è quello della verità e dell’autenticità. Carlo, Luana, Iris, Marco e gli altri vivono una società che non li considera. Pur anelando a una vita migliore, sono costretti alla menzogna e alla farsa: costrizione che, in alcuni casi, crea una sorta di assuefazione e si ritorce contro la stessa qualità della vita.

C’è da dire che la commedia di Coduto è ambientata nel 2002. In una realtà sociale, dunque, non del tutto diversa dalla nostra ma che, non essendo ancora stata investita né dalla rivoluzione dei social e degli smartphone né da alcune importanti conquiste come, ad esempio, la legge sulle unioni civili, patisce maggiormente meccanismi di esclusione e di pregiudizio. Anche se è perfettamente narrata dall’autore la più spiccata capacità di vivere la vita in maniera “relazionale”, non essendo ancora intervenuta la progressiva e compulsiva dipendenza da social che è possibile constatare nelle nuove generazioni. 

Insomma, un romanzo divertente e pieno di colpi di scena, che gode del sostegno morale dei circoli Arcigay di Napoli e Caserta. E che ha il sicuro merito di raccontare una storia in cui, sia pur tra mille difficoltà, la vita delle persone Lgbt risulta sostanzialmente “ordinaria” nella sua eccezionalità ed eccezionale nella sua “ordinarietà”. Nel suo essere, cioè, conforme a qualsiasi altra esistenza fatta di alterni momenti di euforia e di tristezza, picchi di gioia e di inevitabile disincanto.

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