Con un comunicato diffuso in giornata il comitato Arcigay Antinoo di Napoli ha gettato luce su un caso d’emarginazione sociale, di cui è vittima Sergio, un 40enne omosessuale di Monte di Procida (Na).

Dopo aver accuratamente verificato una serie di segnalazioni pervenute all’associazione, Arcigay Napoli ha denunciato le inumane condizioni di vita in cui, da alcune settimane, si trova a vivere Sergio, invalido al 100% dopo un incidente sulla nave da carico su cui lavorava.

L’uomo è stato cacciato di casa il 2 ottobre scorso di ritorno da una degenza ospedaliera: il fratello che già in altre occasioni l’avrebbe vessato perché gay, gli ha infatti impedito di mettervi piede, buttandone vestiario e oggetti dal secondo piano dell’abitazione.

Da quel giorno Sergio vive in un sottoscala lurido, utilizzando un bidone come wc e lavandosi nottetempo in una fontana nelle vicinanze per la vergogna di essere visto dai vicini durante il giorno.

Nel sottoscala il 40enne condivide lo spazio con alcuni topi e le sue condizioni di salute, già molto precarie, sono messe ancora più in pericolo da questa situazione igienicamente invivibile.

Sergio, che vive in uno stato di totale indigenza, ha problemi concreti di sostentamento e non ha mezzi per provvedere autonomamente alle cure necessarie e ai bisogni minimi di un’esistenza decente.

«Ho incontrato il sindaco e i servizi sociali di Monte di Procida – ha dichiarato Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che ha raggiunto Sergio all’ospedale di Boscotrecase, dove è ricoverato per un'emorragia dovuta ai ripetuti morsi di topi – che mi hanno assicurato un rapido intervento. Queste situazioni di degrado, che appartengono più al Medioevo che al 2018, sono inaccettabili.

Ci auguriamo che l’amministrazione intevenga fattivamente e che la comunità di Monte di Procida si indigni ridando dignità alla vita di Sergio. La tempestività e l’efficienza, con cui le istituzioni e la società tutta daranno risposte concrete alla tragedia di Sergio, saranno cartina di tornasole della civiltà e dell’umanità di una comunità che non piò restare indifferente davanti a questa sconvolgente storia di violenza e omofobia».

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«Salvini? È un razzista. Lo so che la situazione in Italia è difficile perché siete un Paese che affaccia sul Mediterraneo. Mi dispiace anche che il mio Paese non possa aiutare e accogliere persone da altri Paesi: anche noi abbiamo un razzista come presidente, che non capisce che noi siamo quello che siamo anche grazie a tutti quelli che sono venuti nel nostro Paese.

Sono sicuro che ci siano molte persone intelligenti in Italia che sappiano come affrontare il problema dell'immigrazione e risolverlo e penso anche che gli italiani debbano iniziare a chiamare Salvini per quello che è: una persona bigotta che ha un atteggiamento bigotto».

Non ha usato mezzi termini Michael Moore nell’incontro d’ieri col pubblico in occasione della Festa del Cinema di Roma, dove alle 19:30 è stato presentato Fahrenheit 11/9, nuovo documentario politico del regista statunitense questa volta dedicato a Donald Trump.

E, dopo aver definito il ministro dell’Interno bigotto, oltre che razzista, Moore ne ha dato le seguenti motivazioni: «È contro i gay e i matrimoni tra gay: bisognerebbe invece che cercasse di capire che l'amore è amore a prescindere dal sesso dell'altro. Il consiglio che posso dargli è questo: Salvini, non sposare un gay se li odi, ma lascia che loro si amino e si sposino e i tuoi affari tieniteli per te».

Il regista ha anche aggiunto: «Sono cinque giorni che guardo la vostra tv e non mi piace. Quando i ricchi hanno in mano i media vogliono solo fare programmi che rincretiniscano la gente, si creano grossi problemi. In Usa Trump è bravissimo a cavalcare questo, le persone lo amano per questo. E questo l'ho visto anche in Italia. Credo che le persone sbaglino nel vedere Salvini e Di Maio come persone divertenti, perché non si tratta di intrattenimento, ma di politica». 

Infine da parte del regista e documentarista americano un appello all'Italia: «Siete stati grandi, dovete ritornare ad esserlo». E poi un nuovo affondo a Salvini: «Io non direi Prima gli italiani ma Prima l'Italia».

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È iniziata oggi con un’ulteriore gigantografia, come quella contro la legge 194, la campagna nazionale che, promossa da Pro Vita e Generazione Famiglia (due delle tre associazioni promotrici del Family Day e del Congresso mondiale delle Famiglie di Verona) «per il diritto dei bambini a una mamma e un papà», durerà 15 giorni.

Nei manifesti, affissi a Roma, Milano, Torino e accompagnati da camion vela, appaiono due giovani uomini raffigurati mentre spingono un carrello con dentro un bambino disperato e individuati quali genitore 1 e genitore 2. Accanto la scritta: «Due uomini non fanno una madre. #StopUteroinAffitto».

La campagna è finalizzata, nella mente degli organizzatori, a reagire all’iniziativa di sindaci e sindache che hanno disposto la registrazione anagrafica di bambini quali figli di due papà (benché si voglia condannare anche quella di figli di due mamme, dimenticando altresì che la gpa è una pratica cui ricorrono al 90% coppie eterosessuali sterili). A novembre toccherà infatti proprio alla Cassazione pronunciarsi sulla trascrizione d'una atto di nascita estero avvenuta a Trento.

Non sono mancate reazioni all'affissione dei manifesti, uno dei quali è stato strappato a Roma. Gesto che Pro Vita ha subito bollato con aria vittimale «l'intolleranza dei "tolleranti"».

L'iniziativa ha riscosso il plauso di Vittorio Sgarbi, Alessandro Meluzzi, Massimo Gandolfini, Diego Fusaro, che sono ricorsi ai motivi della «trasgressione non legiferabile», della «compravendita dei bambini», dello «sfruttamento della donna», della «disumanizzazione del nascituro».

«La nostra iniziativa - ha dichiarato Toni Brandi, presidente di Pro Vita - intende sottolineare ciò che non si dice e non si fa vedere dell'utero in affitto, perché noi siamo dalla parte dei più deboli, i bambini, ma anche per la salute delle donne, trattate come schiave e ignare dei rischi per la salute a cui si espongono».

Gli ha fatto eco Jacopo Coghe, presidente di Generazione Famiglia, col dichiarare: «L'utero in affitto è vietato in Italia e i bambini non si comprano, perché sono soggetti di diritto e non oggetti. Con l'utero in affitto la dignità delle donne viene calpestata per accontentare l'egoismo dei ricchi committenti. Dall'immagine si vede bene cosa manca a questo bambino: la mamma».

Nel giugno scorso proprio Generazione Famiglia aveva presentato, insieme con Fondazione CitizenGo (con la quale aveva anche chiesto via mail donazioni per «le spese non indifferenti» delle consulenze legali), cinque esposti alle Procure della Repubblica presso i Tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna, Pesaro «circa le iscrizioni anagrafiche di figli nati da “due madri” e “due padri” compiute e politicamente rivendicate dai relativi Sindaci». Non senza una confusione terminologica e concettuale - di cui si è dato nuovamente prova oggi nel comunicato stampa della campagna #Stoputeroinaffitto - da parte delle stesse associazioni ricorrenti, dal momento che l'iscrizione anagrafica di figli o figlie di coppie omogenitoriali riguarda unicamente quelli o quelle di due mamme.

Per quanto riguarda figli o figlie di due uomini, invece, si tratta sempre di trascrizione di atti di nascita esteri come nel caso di Gabicce Mare (al cui riguardo è stato presentato l’esposto alla competente Procura di Pesaro), che Generazione Famiglia e Fondazione CitizenGo si ostinano ignorantemente a far passare come iscrizione anagrafica.

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Bergoglio ha oggi canonizzato in piazza San Pietro sette beati. Tra questi anche Óscar Arnulfo Romero y Galdámez, l’arcivescovo salvadoregno ucciso da un cecchino degli squadroni della morte il 24 marzo 1980, e papa Paolo VI (1897-1978).

In un periodo come quello attuale, in cui non tendono a scemare le voci sulla presunta lobby gay in Vaticano e su prelati nonché porporati omosessuali menzionati nel dossier Viganò, non si può non ripensare a simili polemiche in riferimento alla persona di Giovanni Battista Montini.

L’omosessualità del primo collaboratore di Pio XII e poi arcivescovo di Milano – che Pacelli non volle mai elevare alla dignità cardinalizia – era vociferata al di là del Tevere ancor prima che questi fosse eletto, il 21 giugno 1963, successore di Giovanni XXIII. A farsene portavoce, attraverso chiacchiere di palazzo, fu il cosiddetto pentagono pacelliano e, soprattutto, l’allora cardinal Vicario Clemente Micara, la cui antipatia verso Montini era ben nota. 

Chiacchiere che si ingigantirono a dismisura, quando Paolo VI si fece prosecutore dei lavori del Vaticano II e ne attuò le auspicate riforme. Furono soprattutto i presuli conservatori e certa stampa libellistica a diffondere l’immagine di un pontefice progressista, omosessuale e, secondo don Luigi Villa, massone. Una ripresa del classico topos della letteratura eresiologica, che vedeva nel devius a recta fide il devius a recta praxi.

Ma a dare pubblico rilievo a un Montini omosessuale fu il celebre diplomatico e scrittore francese Roger Peyrefitte (profondo conoscitore d’Oltretevere), che nel 1976, due anni prima della morte del pontefice, parlò - nel corso di un'intervista prima al magazine francese Lui, poi al quotidiano romano Il Tempo, dove fu pubblicata il 4 aprile col titolo Mea culpa? Ma fatemi il santo piacere - di colui che ne sarebbe stato l’amante: l'attore Paolo Carlini, protagonista di celebri sceneggiati televisivi come Il romanzo di un giovane povero o L'ultimo dei Baskerville. Peyrefitte sostenne che, proprio in onore dell'amato, Montini avrebbe scelto di chiamarsi Paolo una volta eletto pontefice.

Siccome la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva da poco emanato il documento Persona humana (29 dicembre 1975), nel cui paragrafo 8 veniva riconfermata la condanna magisteriale dei rapporti omosessuali, si volle leggere nell’accusa di Peyrefitte una reazione calunniosa a una tale dichiarazione.

Argomento, questo, che lo stesso Paolo VI utilizzò durante l’Angelus del 4 aprile 1976: «Noi sappiamo che il nostro Cardinale Vicario e poi la Conferenza Episcopale Italiana vi hanno invitati a pregare per la nostra umile persona, fatta oggetto di scherno e di orribili e calunniose insinuazioni di certa stampa, irriguardosa dell'onestà e della verità. Noi ringraziamo voi tutti di codeste dimostrazioni di filiale pietà e di morale sensibilità. Così siamo riconoscenti a quanti hanno corrisposto a queste esortazioni di spirituale solidarietà. Grazie, grazie di cuore. 

Ci siamo ricordati, quasi a nostro malgrado, d’una bellissima parola degli Atti degli Apostoli: "una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui»", Pietro (Act. 12, 5). Ancora, grazie! Noi ricambiamo codeste attestazioni di religiosa fedeltà invocando dal Signore per tutti lo Spirito di verità e la cristiana franchezza di dare sempre a cotesto senso cristiano, con la parola e con la vita, generosa testimonianza.

Siccome questo e altri deplorevoli episodi hanno avuto pretestuosa origine da una recente dichiarazione della nostra Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni di etica sessuale, noi vi esortiamo a dare a questo documento e al complesso di insegnamenti, di cui esso fa parte, un'attenta considerazione ed una virtuosa osservanza, tali da tonificare in voi uno spirito di purezza e di amore, che faccia argine al licenzioso edonismo diffuso nel costume del mondo odierno, e che alimenti nei vostri animi la padronanza delle umane passioni accrescendo il senso forte e gioioso della dignità e della bellezza della vita cristiana».

Le vibranti parole di Montini non bastarono a tacitare le voci tanto più che Carlini, morto nel 1979 a un anno dal pontefice, non le smentì mai. L’argomento omosessualità, come noto, è stato poi affrontato nelle Positiones compilate in vista del processo di beatificazione e canonizzazione di Paolo VI, sia pur liquidate come prive di fondamento.

A meno che non compaiano prove documentali – e gli archivi sanno sempre regalare sorprese – resterà quel dubbio, da cui all’epoca furono rosi moltissimi presuli cattolici.

È noto il caso d’un vescovo lombardo che, dopo aver tuonato dall'ambone contro l’infame di Parigi (ossia Peyrefitte), nell’attraversare il presbiterio, dove erano riuniti i canonici del Capitolo Cattedrale, si rivolse loro a bassa voce: «Ma non è che sarà vero?».

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Con 31 voti favorevoli e uno contrario (quello del capogruppo di Sinistra in Comune Michele Bertucco) il Consiglio comunale di Verona ha approvato, nella seduta di ieri notte, l’ordine del giorno 506 sulle dichiarazioni rilasciate, il 6 ottobre, da Alberto Zelger alla trasmissione La Zanzara.

Il consigliere leghista, primo firmatario della discussa mozione 434 (oramai conosciuta come mozione anti-abortista), si era precedentemente scusato in aula affermando che le sue dichiarazioni erano state estrapolate e male interpretate, aggiungendo: «Mi scuso con tutti coloro che possono essersi sentiti offesi dalle mia affermazioni, con le quali non intendevo ferire nessuno».

Si sarebbe dovuto quindi procedere alla votazione dell'odg proposto dallo stesso capogruppo della Lega Mauro Bonato, che però, dopo una sospensione dei lavori consiliari protrattasi per oltre un'ora, ha presentato un testo modificato.

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In quello originario, sottoscritto da 23 consiglieri (di cui quattro della Lega) e molto più ampio recante Presa di posizione del Consiglio comunale su dichiarazioni omofobe rese alla stampa, non solo venivano riportati ampi passaggi (completamente scomparsi nel testo successivo) delle dichiarazioni rilasciate da Zelger alla trasmissione di Cruciani e Parenzo.

Ma veniva anche affermato: «Sui giornali nazionali siamo stati etichettati come una città intollerante, omofoba, discriminatoria, ma non ci meritiamo di essere conosciuti per le vergognose e inaccettabili parole pronunciate dal consigliere comunale Alberto Zelger». 

Passaggio, quest'ultimo, che espunto nel testo approvato, introduceva le conclusioni da trarre: «Pertanto il Consiglio comunale esprime il proprio disappunto perché Verona agli occhi dell’Italia è apparsa come una città intollerante, discriminatoria e omofoba; la ferma e la decisa condanna delle parole inaccettabili pronunciate dal consigliere Alberto Zelger per aver calpestato la dignità della persona umana; una ferma censura per tali affermazioni che sono personali e non corrispondono alle idee della maggioranza di questa assemblea democratica».

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Nel testo modificato, e poi approvato, recante Presa di posizione del Consiglio Comunale su dichiarazioni omofobe e contro la donna si afferma invece: «Pertanto il Consiglio Comunale esprime che Verona è una città tollerante, accogliente, che non discrimina ed è sempre stata a favore della vita; la presa di distanza dalle parole pronunciate dal consigliere Alberto Zelger che vanno contro la dignità della persona; una ferma censura per tali affermazioni che sono personali come riconosciuto dallo stesso».

Un ordine del giorno, dunque, così annacquato che non solo ha indotto il consigliere Bertucco a non votare ma ha spinto le associazioni Lgbti scaligere (Circolo Pink e Arcigay Verona) a reagire contro quello che è stato definito «il solito teatrino indegno sulla pelle delle persone gay» a tutela del buon nome della città.

Un clima quanto mai rovente dunque a Verona mentre si apprende la notizia che Carla Padovani resterà come capogruppo del Pd e ci si prepara alla manifestazione che, indetta per domani da Non una di meno, è una secca protesta alla mozione 434 e alle varie mozioni anti-abortiste, che si stanno presentando presso vari Consigli comunali.

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Il 12 ottobre 1998 moriva a Fort Collins il 21enne Matthew Shepard. Il 7 ottobre lo studente universitario 21enne era stato rapito da James McKinney e Russell Arthur Henderson, che lo avevano derubato, torturato e legato alla staccionata di un ranch a Laramie (Wyoming) per il solo fatto d'essere omosessuale.

Shepard fu trovato 18 ore dopo, vivo e in stato d’incoscienza, da un ciclista. Ma il trasporto in ospedale non avrebbe salvato il giovane dalla morte, sopraggiunta dopo cinque giorni d'agonia.

Il suo decesso scosse gli Usa ma sollevò anche fiere proteste omofobe. Sia durante i funerali sia durante il processo agli aggressori numerosi manifestanti, guidati dal pastore battista Fred Phelps, protestarono infattii con cartelli recanti le scritte Matt Shepard marcisce all'inferno, L'Aids uccide i finocchi morti e Dio odia i froci.

Ciò spinse i genitori di Matthew a non rivelarne il luogo della sepoltura per evitare che venisse dissacrato.

20 anni dopo da quelle drammatiche giornate i resti dello studente universitario saranno interrati nella capitale statunitense presso la Cattedrale episcopaliana dei SS. Pietro e Paolo, generalmente conosciuta come Cattedrale Nazionale di WashingtonLa comunità episcopaliana della capitale è da tempo attenta alle questioni Lgbti. Nella cattedrale è stato celebrato il primo matrimonio tra persone dello stesso sesso in città e uno dei suoi pastori è apertamente gay.

«È il posto perfetto - ha dichiarato Dennis Shepard, padre di Matthew -. Siamo sollevati per aver trovato per lui l'ultima dimora: un posto che anche lui avrebbe amato».

La sepoltura avverrà in forma privata il 26 ottobre, cui seguirà una pubblica commemorazione.

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Non si placa la polemica sollevata dalle dichiarazioni che Alberto Zelger, consigliere comunale leghista a Verona, ha rilasciato, il 6 ottobre, a La Zanzara su Radio 24. 

Dopo aver commentato l’approvazione della mozione consiliare 434 anti-abortista, di cui è stato il primo firmatario e alla cui approvazione ha concorso l'oramai ex capogruppo del Pd Carla Padovani, e inneggiato alla Russia di Putin, l’analista informatico, classe 1948, aveva dichiarato: «I gay sono una sciagura per la riproduzione e la conservazione della specie. Provate a mettere in una città una popolazione di omosessuali. Dopo cent’anni è estinta. È matematico e io sono laureato in matematica». 

Per poi aggiungere, con riferimento al teorico delle terapie di riparazione: «I rapporti omosessuali dipendono molto dalla psicologia della persona: lo dicono esperti americani, tra cui Joseph Nicolosi. Cioè, molto spesso, le attrazioni gay dipendono da traumi infantili, violenza subita oppure assenza del padre o della madre.

Una cosa vera e dimostrata in America, ad Atlanta, è che oggi la diffusione dell’Aids avviene al 70% tra uomini che fanno sesso con altri uomini. Il sesso omosex fa male alla salute: fa venire malattie di tutti i tipi».

Il clamore mediatico sollevato dall’intervista a La Zanzara ha spinto ieri Mauro Bonato, capogruppo consiliare della Lega a Verona, ad annunciare un odg di condanna delle affermazione di Zelger contro le persone gay.

L’ordine del giorno, che ha il sostegno dei tre consiglieri leghisti Roberto Simeoni, Thomas La Perna e Laura Bocchi nonché di tutti i capigruppo di maggioranza e opposizione, sarà presentato giovedì 11 ottobre.

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Dopo la denuncia sporta ai carabinieri Christian Murgo ha raccontato su Facebook, nella mattinata di ieri, la drammatica aggressione subita a Pisa in Borgo Stretto da tre adolescenti.

Il pestaggio è avvenuto ai suoi danni e a quelli del compagno Marco Barone, mentre entramni passeggiavamo per le strade della città toscana. Marco, inoltre, ha rischiato di perdere un occhio per i pugni ricevuti. 

A due giorni dall’aggressione abbiamo raggiunto Christian per coglierne stati d'animo e prime valutazioni.

Christian, ti era mai capitato, prima d’ora, di subire un’aggressione a sfondo omofobico? 

Non mi era mai capitato di essere vittima di un'aggressione omofoba, né tantomeno osservarne una. L'accaduto mi ha sorpreso, infatti, in un certo senso, mai avrei pensato di assistere in vita mia a cose del genere.

Quanto influisce, a tuo parere, il clima politico attuale nell’aumento di violenza omofobica nel nostro Paese? 

A mio parere in buona parte, le nostre classi politiche dando il cattivo esempio agli altri, danno automaticamente agli ignoranti la possibilità e la giustificazione per compiere questi atti.

Quale atteggiamento hai riscontrato, quando hai raccontato l'aggressione? Quando avete denunciato l’accaduto, come hanno reagito le forze dell’ordine? 

Non mi sarei mai aspettato tanto calore e tanto interesse dalle persone e dalle comunità che abbiamo attorno. La notizia si è sparsa a macchia d'olio e abbiamo ricevuto tanto sostegno da molte persone. Le forze dell'ordine ci hanno accolto con molta professionalità e sono già all'opera per trovare i colpevoli.

Pensi che questa storia influirà in qualche modo sui tuoi comportamenti in futuro? 

Assolutamente no. Sarò sempre il solito: non avrò paura di continuare a camminare in giro per Pisa, perché non sono colpevole di niente. Sono come tutti gli altri.

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Aveva fatto la sua prima apparizione accanto a Elisabetta II il 9 giugno scorso in occasione del Trooping the Colour, la grande parata londinese effettuata dai reggimenti del Commonwealth e della British Army.

Ma l’attenzione mediatica legata al suo essere apertamente gay e i numerosi articoli apparsi su magazine Lgbti gli si sono ritorti contro.

È terminata così l’esperienza di primo accompagnatore della monarca britannica per il 21enne Ollie Roberts, che è stato degradato a semplice valletto per l’interesse crescente verso la sua persona. Affronto, questo, che l’ex pilota della Royal Air Force non ha digerito, preferendo dimettersi.

Tra i doveri di Roberts c'era quello di accompagnare Elisabetta in carrozza a eventi come Ascot, raccogliere la posta a Buckingham Palace e portare a passeggio i Corgis, gli amati cani della regina.

Come riferito da The Sun, «gli hanno detto che il suo profilo stava diventando troppo alto e che non era li' per attirare l'attenzione su di se».

Il giovane ha preferito non commentare. Atteggiamento assunto anche da Buckingham Palace.

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Charles Aznavour, il re degli chansonnier, si è spento all'età di 94 anni nella sua casa in Provenza a pochi giorni da un tour in Giappone.

Aznavour, nome d'arte di Shahnour Varinag Aznavourian, nacque a Parigi nel 1924 da genitori armeni (negli anni si sarebbe sempre battuto per la causa armena con una fitta attività diplomatica fino a diventare nel 2009 ambasciatore dell'Armenia in Svizzera) e debuttò a teatro a soli 9 anni.

Fu nel dopoguerra che, grazie a Edith Piaf – la quale lo portò in tournée in Francia e negli Stati Uniti –, si mise in luce come cantautore. Il riconoscimento mondiale arriva nel '56 all'Olympia di Parigi con la canzone Sur ma vie.

Negli anni ’60 fu un’escalation di successi a partire da Tu t'laisses aller (1960). E poi Je m'voyais déjà (1961), Il faut savoir (1961), La mamma (1963), For me formidable (1964) Que c'est triste Venise (1964) e La Bohème (1965).

Il fatto che cantasse in molte lingue (francese, inglese, italiano, spagnolo, tedesco, armeno, russo e perfino in napoletano) gli consentì di esibirsi in tutto il mondo diventando ovunque famosissimo.

Ma c’è un brano che ha una storia e un messaggio tale da non poter essere dimenticato.

Si tratta di Quel che si dice che, cantato per la prima volta in francese con il titolo Comme ils disent, è la prima hit musicale ad aver sdoganato il tema dell’omosessualità nella storia del èop. Era il 1972 e nessun brano era mai stato così chiaro ed esplicito prima di allora.

A ricordarlo lo stesso Aznavour, che in passato dichiarò: «Il brano prende in considerazione per la prima volta il destino degli omosessuali, ma anche quello delle loro madri, delle loro sorelle etc». 

Quel che si dice, infatti, racconta la storia di un uomo che ha un legame molto forte con la madre e che di giorno conduce una vita ordinaria mentre di notte si esibisce in un locale in abiti femminili.

La canzone, inoltre, per la prima volta denuncia la dimensione di stigma e solitudine in cui vivevano le persone omosessuali negli anni '70. Anni, questi, in cui il progetto di coppia e di relazione era molto raro mentre frequente era l’insulto e lo scherno omofobo da parte dei benpensanti.

Insomma, Aznavour non solo fu un acuto precursore ma fu un uomo veramente coraggioso che, da eterosessuale, in una società ancora fortemente segnata dal primato eteronormativo, decise di interpretare il dolore e il disagio vissuto da tanti amici che non avevano la possibilità, gli strumenti o la forza di raccontarsi e di lottare.

Come sempre, se l’immaginario collettivo negli anni è cambiato, lo dobbiamo soprattutto a uomini di cultura e spettacolo come Aznavour, che hanno infranto un tabù per la prima volta e hanno spianato così la strada ad altri artisti che si sono misurati con l’argomento.

E gli amici omosessuali del cantautore francese, dopo aver ascoltato in anteprima il brano, come reagirono?

Purtroppo male e infatti chiesero ad Aznavour: «Non canterai mica questa canzone qua?». Ma questa è la vecchia e drammatica storia relativa all’interiorizzazione dello stigma e della vergogna con cui, purtroppo, dobbiamo ancora misurarci.

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