Jamel Myles aveva appena 9 anni. Ma, giovedì scorso, si è tolto la vita nella sua casa di Denver non riuscendo a sopportare gli atti di bullismo, cui lo avevano sottoposto i compagni di classe per il fatto d’essere gay.

A denunciare l’accaduto all’emittente telesviva Kdvr Leia Pierce, madre del piccolo.

La donna ha raccontato come durante l’estate Jamel le avesse detto durante un viaggio in auto: Mamma, sono gay. «Ho creduto che stesse scherzando – ha spiegato Leia – ma l'ho visto spaventato. Gli ho detto: Ti amo ancora».

La scorsa settimana Jamel aveva iniziato i corsi per il quarto anno di scuola primaria presso la Shoemaker Elementary School. Il primo giorno si era recato in classe con la volontà di «dire a tutti d’essere gay perché orgoglioso di sé stesso».

Tre giorni dopo la tragedia.

«Aveva detto alla mia figlia maggiore – così Leia –  che i bambini a scuola lo avevano invitato ad ammazzarsi. È doloroso che non sia venuto da me».

Il coroner ha confermato che si è trattato di suicidio. «Per il bullismo - ha dichiarato la madre di Jamel - devono essere accertate responsabilità: credo che i genitori siano responsabili di ciò che insegnano ai propri figli. Nessuno deve provare dolore se il proprio bambino è differente dagli altri».

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Ho incontrato Lindsay Kemp a Napoli, per intervistarlo, nel marzo del 2016, nei giorni in cui il coreografo e ballerino inglese era in città per esibirsi in uno dei suoi assoli di maggior successo, Il volo dell’Angelo che, per l’occasione, avrebbe eseguito sulla scalinata monumentale della chiesa di San Francesco di Paola in Piazza Plebiscito.

Da ragazzo, avevo amato lo spirito iconoclasta e anticonformista di Lindsay Kemp. La mia formazione estetica e culturale, inoltre, era stata particolarmente influenzata da uno dei suoi capolavori, Flowers, ispirato all’opera Nostra Signora dei Fiori di Jean Genet.

La sua capacità di infrangere schemi identitari, ribaltare i ruoli di genere e rappresentare il volo dell’amore universale - perché Kemp volava, non ballava - hanno reso quest’artista un antesignano delle rivendicazioni Lgbti e i modelli culturali a cui legava la sua arte, da Wilde a Jarman, da Ken Russell a Garcia Lorca e allo stesso Genet, erano modelli ideali per demolire pregiudizi e luoghi comuni.

D’altro canto, la realizzazione dei concerti The Rise and Fall of Ziggy Stardust e The spiders from Mars del suo allievo e amante David Bowie costituisce un atto rivoluzionario non solo nella storia della musica rock. Ma nella stessa narrazione dei nostri desideri e delle nostre identità, poiché Ziggy era una rockstar aliena e pansessuale, inviata sulla Terra per diffondere un messaggio d’amore e di felicità.

Mi piace ricordare questo maestro indiscusso del teatro degli ultimi sessant’anni, recuperando la risposta che mi diede quando gli chiesi qual è il ruolo dell’arte nel contrastare i pregiudizi e costruire un mondo migliore. Lindsay Kemp, infatti, non ebbe dubbi nel rispondermi che il proposito dell’arte è liberare il popolo: «Abbiamo la grande responsabilità di liberare la gente. La mia arte – mi confidò Kemp – ha lo stesso scopo che hanno le organizzazioni come Arcigay: aiutare le persone a sentirsi libere. Libere da loro stesse e libere dai condizionamenti dei regimi. Quello per cui siamo qui, quello per cui lavoriamo, è la possibilità di rendere questo mondo, un mondo migliore».

Stride, infine, rileggere proprio in questi giorni il giudizio che Lindsay Kemp mi rilasciò circa l’Italia, paese che aveva sempre amato e che negli ultimi anni aveva scelto come luogo per vivere e lavorare: «L’Italia non è ancora un Paese libero e aperto, però è un Paese gentile e mi fa piacere constatare come si sta aprendo ai rifugiati a differenza di altri Paesi. L’Italia è un Paese umano».

Ovviamente, nel marzo del 2016, nessun ministro italiano aveva posto sotto sequestro per giorni una nave con 177 migranti, mettendone a repentaglio la vita e alimentando odio e violenza. Ma questo, chiaramente, è un altro discorso.

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È morto nella notte nella sua casa di Livorno, dove viveva da anni, Lindsay Kemp. A dare l’annuncio della scomparsa del coreografo, attore, ballerino, mimo e regista britannico l’artista Nendi Pinto-Duschinsky, autrice del documentario Lindsay Kemp's Last Dance e curatrice dell’omonima pagina Fb, su cui ha pubblicato un commovente post sulle ultime ore del maestro.

Nato a Cheshire sull'Isola di Lewis il 3 maggio 1938, Kemp attese agli studi presso il Bearwood College nei pressi di Wokingham, da cui si fece espellere per aver interpretato Salomè ricoperto solo di carta igienica («E la ragione dell'espulsione fu lo spreco di carta», avrebbe commentato anni dopo).

Trasferitosi con la madre nello Yorkshire, dove frequentò il Bradford Art College e fu condiscepolo del pittore David Hockney, si trasferì quindi a Londra per frequentare la scuola del Ballet Rambert e perfezionarsi con Sigurd Leeder, Charles Wiedman, Marcel Marceau. Dopo aver lavorato in varie compagnie, costituì nel 1962 The Lindsay Kemp Dance Mime Company.

La fama arrivò nel 1968 con Flowers, ispirato al romanzo di Jean Genet Notre-Dame-des-Fleurs. «Lo produssi con 500 sterline ricevute in eredità da una zia – avrebbe raccontato nel 2015 a Milano nel discorso per il conferimento del diploma honoris causa in arti multimediali interattive e performative da parte dell’Accademia di Brera – e da allora per 25 anni l’ho messo in scena in tutto il mondo, sempre attaccato per oscenità».

Noto per la ricerca di una propria sintesi fra i diversi linguaggi teatrali nonché per un approccio personale e innovativo al teatro, Kemp negli anni ’70 diventò il precursore di un genere di danza onirico, ricco di contenuti e ispirazione, al limite dell'acrobatico e forte di effetti spettacolari, ancorché ottenuti in modo semplice attraverso l'uso sapiente della musica e delle luci.

Kemp ha inciso sull'immaginario popolare non solo con spettacoli come Nijinski, Mr Punch e Onnagata. Ma la sua influenza e insegnamento si sono estesi anche al mondo della musica: fra i suoi allievi si contano infatti Kate Bush, Peter Gabriel ma soprattutto David Bowie, di cui s’innamorò follemente e col quale strinse una relazione sentimentale (presa però poco sul serio dal Duca bianco). Il frutto del loro sodalizio fu il celebre tour mondiale Ziggy Stardust del 1972.

Dopo essersi trasferito in Spagna nel 1979, a partire dal 2002 Kemp si stabilì definitivamente in Italia vivendo prima a Roma, poi a Todi e infine a Livorno.

Kemp non ha mai smesso anche negli ultimi anni le sua attività 'parallele' di pittore, allestendo mostre dei suoi dipinti e dei suoi disegni in tutto il mondo, e di insegnante attraverso incontri, conferenze e stage. Dal 19 al 30 settembre dello scorso anno Firenze gli ha dedicato dieci giorni di eventi con mostre di suoi disegni, bozzetti di costumi di scena e foto d'archivio, oltre a master-class di teatrodanza, incontri col pubblico e una rappresentazione di Kemp Dances, lo spettacolo che la sua Lindsay Kemp Company porta in tour da due anni.

Tra i primi messaggi di cordoglio per la morte di Kemp quello dell’attore e regista Alessandro Gassmann: «Quando muore un rtista come Lindsay Kemp – così in un twitter – scompare un monumento di emozioni, un creatore coraggioso e rivoluzionario. Thanks for the emotions».

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«Se non stiamo attenti, le chiese potrebbero svuotarsi e quello che abbiamo qui è una fiorente comunità di persone». Un monito chiaro quello che Nick O'Shea, cattolico gay dell’arcidiocesi di Westminster, ha pronunciato ieri sera a Dublino nell’ambito di una delle quattro presentazioni conclusive della prima giornata del Congresso pastorale del Word Meeting of Families.

Incontro che, svoltosi dalle 19:00 alle 20:00, è stato incentrato sulle iniziative pastorali per i cattolici Lgbt nella parrocchia londinese dell’Immacolata Concezione in Farm Street, più conosciuta come Chiesa di Farm Street, nel quartiere di Mayfair.

A illustrarne storia e finalità anche il gesuita Dominic Robinson, parroco di Farm Street fino al 2012 e attualmente superiore della locale comunità della Compagnia di Gesù.

Su richiesta dell’arcivescovo di Westminster Vincent Nichols (creato cardinale da Bergoglio nel 2014), che aveva posto fine all’esperienza delle cosiddette “Messe di Soho” per cattolici Lgbti nella parrochia di Nostra Signora dell’Assunzione e San Gregorio in Warwick Street, i gesuiti di Mayfair aprirono le porte della loro chiesa alle e ai componenti della collettività arcobaleno nel marzo 2013.

Da allora, ogni 2° e 4° domenica del mese, i cattolici Lgbt partecipano insieme con i parrocchiani alla messa delle 17:30 e al susseguente incontro per il tè pomeridiano. Il gruppo, i cui rapporti ufficiali col card. Nichols sono tenuti per il tramite di mons. Keith Barltrop (parroco di Santa Maria degli Angeli a Bayswater), ha un proprio consiglio pastorale per la valutazione delle istanze della collettività cattolica Lgbti e la programmazione dei vari incontri.

All’interno d’esso ci sono due sottogruppi: quello dei Giovani Adulti (Yag), che, composto di cattolici Lgbti tra i 20 e i 40 anni, si riunisce per attività sociali e spirituali; quello Trans, che collabora, fra l’altro, con organizzazioni ecumeniche come The Sybils.

«Tutto ciò – ha spiegato padre Robinson – fa parte dell'intero processo di quanto chiamiamo Aprire le nostre porte».

Nick O’Shea ha invece invitato le parrocchie a creare un ambiente inclusivo per i/le componenti della collettività Lgbt. Ha poi concluso: «Abbiamo bisogno di una “messa gay” ad ogni angolo di strada? No, personalmente non lo penso. Ma ritengo che ciò di cui abbiamo bisogno è un benvenuto in ogni parrocchia per le persone che hanno difficoltà a unirsi alla Chiesa».

Le tematiche Lgbt saranno nuovamente affrontate nella mattinata di oggi dal noto gesuita statunitense James Martin, consultore della Segreteria vaticana per la Comunicazione, la cui partecipazione al World Meeting of Families ha suscitato ampie contestazioni da parte dei cattolici conservatori. La sezione irlandese di Tradition, Family, Property (organizzazione, la cui omologa italiana è Alleanza cattolica) è arrivata a raccogliere 10.000 firme per chiedere – ma invano – «che la partecipazione di padre Martin venga cancellata dall’Incontro mondiale delle Famiglie».

Puntando il dito contro «alcuni cattolici d’estrema destra», l’autore di Building a bridge (edito in Italia per i tipi veneziani della Marcianum Press col titolo Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt e con tanto di prefazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi) ha ieri dichiarato nel corso d’un’intervista a L’Avvenire: «È paradossale che noi spesso riduciamo le persone Lgbt a un problema di sesso. Loro sono molto più di questo; esattamente come le coppie sposate sono più della loro vita sessuale.

Le sole persone la cui vita sessuale è guardata con il microscopio “morale” sono quelle Lgbt. Avere cura pastorale di loro, invece, vuol dire avere la stessa cura che si ha per qualsiasi altro: aiutarli nella loro relazione con Dio; accoglierli nella comunità; parlare loro di Gesù Cristo».

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Abdelouahab Taib, il 29enne algerino ucciso ieri nel commissariato di Cornellà de Llobregat (comune della provincia di Barcellona) dove aveva fatto irruzione al grido di Allāhu akbar e accoltellato un agente, era gay e voleva per questo motivo suicidarsi.

A riferirlo ai Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, la moglie di Abdelouahab, che ha raccontato come il 29enne marito le avesse confessato due mesi fa di essere omosessuale e di provarne "vergogna".

Ne erano sorte incomprensioni e liti anche perché la donna di nome Luciana, una spagnola già madre di due figli convertitasi all’Islam per amor suo, l’aveva accusato d’averla sposata solo per avere i documenti.

Due settimane fa Abdelouahab aveva quindi annunciato l'intenzione di divorziare. Luciana aveva subito sospettato che volesse suicidarsi, anche perché il giovane aveva già minacciato precedentemente di farlo, convinto che il suo orientamento sessuale l'avrebbe allontanato dalla comunità musulmana.

Abdelouahab Taib non aveva precedenti penali né era stato mai segnalato. Prima dell'assalto al commissariato – a 150 metri dalla sua abitazione –, aveva pregato a lungo nella vicina moschea. Nè il ministero dell'Interno spagnolo nè i Mossos hanno voluto finora confermare la notizia riportata da tutti i media spagnoli a partire da El MundoLa Vanguardia ed El País

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Omosessualità e sacerdozio. Un dibattito che è tornato ad accendersi, soprattutto negli Stati Uniti d’America, dopo le accuse mosse all’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick (privato del cardinalato da Papa Francesco benché il processo canonico a carico del presule sia ancora in corso) e il Rapporto dal Grand Jury della Pennsylvania relativo agli abusi commessi, nel corso degli ultimi 71 anni, da 301 sacerdoti di sei diocesi dello Stato americano su oltre 1000 minori.

Dibattito che sta agitando gli animi, in queste ultime ore, dopo la pubblicazione della lettera di Papa Francesco a seguito di tali eventi in una con la volontà di «ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità».

Pedofilia e omosessualità secondo i conservatori cattolici

Due realtà contrapposte, quelle della pedofilia e dell’omosessualità, che tornano a essere invece accomunate e correlate da esponenti conservatori della gerarchia e del laicato secondo un modo d’argomentare talora caro anche a uomini della Curia romana. Perché alla fine, nonostante i nominali distinguo, resta profondamente radicata nella comunità ecclesiale quella repugnantia adversus personas homosexuales che, secondo il Lexicon Latinum hodiernum di Carlo Egger, non è nient’altro che l’omofobia.

Se la stessa condizione omosessuale è oggettivamente disordinata (Catechismo della Chiesa Cattolica, nr 2358), fonte di atti intrinsecamente disordinati (ibid., nr 2357) e rende perciò inidonea all’accesso agli Ordini una persona che ne presenti tendenze radicate (Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, nr 199), la pedofilia - secondo tale modo d'argomentare - non potrà che discenderne come conseguenza. E i casi McCarrick-sacerdoti della Pennsylvania ne sarebbero l’ultima (in ordine di tempo) palmare riprova.

L’ex arcivescovo di Washington è soprattutto accusato – tranne un presunto caso di molestie su un 11enne quand’era giovane parroco – di ripetuti rapporti con seminaristi maggiorenni e giovani presbiteri. Mentre l’80% dei casi segnalati dal citato Rapporto sono minori di sesso maschile.

Dati, questi, artatamente utilizzati da quei presuli d’Oltreoceano, che ravvisano nell’adesione concettuale e pratica di larghi strati del clero a quanto chiamano sprezzantemente omosessualismo l’imperante eresia da combattere. Con una conseguente richiesta d’epurazione di presbiteri, vescovi, cardinali omosessuali anche se non accusati di abusi su minori.

Morlino, vescovo di Madison: "Nella gerarchia cattolica una sottocultura omosessuale"

Ne ha dato prova il 18 agosto Robert Charles Morlino, vescovo di Madison (noto per aver vietato nel 2017 esequie religiose alle persone omosessuali unitesi in matrimonio), che in una lettera pastorale sui recenti scandali ecclesiali ha dichiarato: «C'è stato un grande sforzo per mantenere separati gli atti, che rientrano nella categoria di atti di omosessualità culturalmente accettabili, dagli atti di pedofilia pubblicamente deplorevoli. Il che significa che, fino a poco tempo fa, i problemi della Chiesa sono stati dipinti puramente come problemi di pedofilia: questo nonostante prove evidenti del contrario.

È ora di essere onesti perché i problemi sono entrambi. Cadere nella trappola di analizzare i problemi secondo ciò che la società potrebbe trovare accettabile o inaccettabile, significa ignorare il fatto che la Chiesa non ha mai ritenuto nessuna di queste cose accettabili: né l'abuso di bambini, né l'uso della propria sessualità al di fuori della relazione coniugale, né il peccato di sodomia, né rapporti sessuali tra chierici, né l'abuso e la coercizione da parte di chi ha autorità».

Per concludere: «È tempo di ammettere che esiste una sottocultura omosessuale all'interno della gerarchia della Chiesa cattolica, che sta devastando grandemente la vigna del Signore. L'insegnamento della Chiesa è chiaro sul fatto che l'inclinazione omosessuale non è di per sé peccaminosa ma è intrinsecamente disordinata in un modo che rende ogni uomo, stabilmente afflitta da esso, inadatto a essere prete».

Il card. Burke: "Abusi su minori atti omosessuali"

Argomenti, questi, che si ritrovano tutti nell’intervista rilasciata dal card. Leo Raymond Burke che, in un'intervista rilasciata a Church Militant, ha dichiarato: «La maggior parte degli abusi erano in realtà atti omosessuali commessi con giovani adolescenti. C'è stato un voluto tentativo di ignorare o negare tutto ciò.

Ora, alla luce di questi recenti terribili scandali, sembra chiaro che in effetti esiste una cultura omosessuale, non solo tra il clero ma anche all'interno della gerarchia, che deve essere purificata alla radice. È ovviamente una tendenza disordinata.

Penso che a ciò abbia contribuito con considerevole aggravante l'attuale cultura anti-vita, vale a dire la cultura contraccettiva che separa l'atto sessuale dall'unione coniugale. L'atto sessuale non ha alcun significato se non tra un uomo e una donna nel matrimonio, poiché l'atto coniugale è per sua stessa natura finalizzato alla procreazione.

Credo che sia necessario riconoscere apertamente che abbiamo un problema molto grave di una cultura omosessuale nella Chiesa, specialmente tra il clero e la gerarchia, che deve essere affrontato onestamente ed efficacemente». 

È evidente come in tali dichiarazioni si sposti volutamente l’accento dalla pedofilia (sempre e comunque deplorevole) all’omosessualità (che si vuole far invece passare sempre e comunque come deplorevole nonché causa della prima).

Una cosa la pedofilia, un'altra gli abusi su maggiorenni

Ora nel parlare di abusi sessuali da parte del clero sarebbe sempre opportuno distinguere tra pedofilia (da distinguere, a sua volta, dalla pur sempre grave efebofilia) e rapporti con maggiorenni, su cui è stata esercitata una costrizione psicologica attraverso un uso spregiudicato dell’autorità sacerdotale, episcopale o cardinalizia. Si tratta sempre di atti d’inaudita violenza ma specificamente distinti: una cosa è abusare di un un bambino, un’altra di un maggiorenne psicologicamente costretto.

Non solo. Ma la correlazione tra omosessualità e pedofilia è smentita non solo da ogni evidenza con la vita delle persone gay in generale ma anche dai dati relativi agli abusi sui minori, la maggior parte dei quali, consumandosi tra le mura domestiche o attraverso il turismo sessuale, vede protagonisti predatore e preda di sesso opposto.

Il gesuita James Martin, vicino a Bergoglio: "Dire che tutti i preti gay sono molestatori è uno stereotipo"

Posizioni che sono liquidate come insostenibili da una figura di spicco della Chiesa negli Usa come il gesuita James Martin, consultore del neodicastero vaticano per la Comunicazione e autore di Building a bridge (edito in Italia per i tipi veneziani della Marcianum Press col titolo Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt e con tanto di prefazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi).

Per Martin sarebbe necessario che i sacerdoti omosessuali, che s’impegnano nell’osservanza dell’obbligo celibatario, facciano coming out. Necessario, inoltre, che l’accesso agli Ordini non sia precluso – come d’altra parte è sempre stato – alle persone omosessuali, perché l’obbligo celibatario prescinde dall’orientamento sessuale. Quindi no a qualsiasi forma d’epurazione.

Nel postare un articolo del New York Times il gesuita ha ieri scritto: «Cari amici, in risposta a molti commenti disinformati e dettati da odio: chiaramente molti dei preti che hanno commesso abusi erano gay. Ma questo non vuol dire che tutte le persone Lgbti siano abusatori né che tutti (o la maggior parte) i preti gay siano dei molestatori. È uno stereotipo.

Tristemente, come indica questo articolo, anche gli uomini eterosessuali (preti inclusi) commettono abusi sessuali.

Ancora una volta: perché non vediamo gli esempi di molti preti cattolici integri e casti nell’esercizio del loro ministero? Perché a molti preti è impedito da vescovi e superiori religiosi di fare coming out e molti hanno paura di farlo. Nell’attuale contesto, in  cui perfino i vescovi equiparono l'omosessualità sia ad abusi sia alla pedofilia, quella paura forse non è sorprendente».

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In Armenia è stato avviato un procedimento giudiziario a carico di attivisti gay, accusati di aver aggredito e ferito agenti di polizia.

La colluttazione è avvenuta nella serata d’ieri a Erevan, presso una cui locale stazione di polizia era stato poco prima condotto un uomo per aver attaccato un gruppo di persone Lgbti nel centro della capitale.

In seguito all’arresto gli attivisti si sono recati presso la stazione di polizia nel tentativo di vendicare l'aggressione. A seguito dell’irruzione due poliziotti sono rimasti feriti e uno di loro è stato ricoverato in ospedale.

Se dovessero essere giudicati colpevoli, gli attivisti rischiano fino a cinque anni di prigione.

Nonostante i rapporti omosessuali siano stati depenalizzati nel 2003, in Armenia si registra una situazione di diffusa intolleranza e discriminazione verso le persone Lgbti.

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Una manifestazione per ribadire con fermezza la necessità di reagire a ogni forma di violenza omotransfobica.

Questo il senso del presidio di solidarietà che, organizzato da Arcigay Torino, Città di Torino e Circoscrizione 8, ha avuto luogo, nel pomeriggio d’ieri, presso la Casa del Quartiere di San Salvario nel capoluogo piemontese. A pochi passi, dunque, dall’uscita della metropolitana dove, sabato 21 luglio, è avvenuto il pestaggio del 19enne Marco, accusato di «essere troppo frocio».

Presente all’incontro proprio la vittima, che ha deciso di uscire allo scoperto. «È una guerra lunga – ha dichiarato il giovane –. Non siamo riusciti a combatterla in tanti anni. Non sarà questo a sconfiggere il pregiudizio ma aiuta a sensibilizzare».

Accolto da un lungo applauso, Marco ha ringraziato «tutti per la solidarietà. Solidarietà che allevia il dolore fisico e non solo». Mostrando i segni dell’aggressione, a seguito della quale ha riportato la frattura di una clavicola e di un piede, ha aggiunto: «Quanto mi è accaduto è purtroppo soltanto uno dei tanti episodi che dobbiamo sentire. Sarebbe bello non sentirli, perché vorrebbe dire vivere in un mondo migliore. Raccontarli serve ad aiutare, spero, a non farli più capitare».

Per Francesca Puopolo, presidente di Arcigay Torino, «troppo spesso la violenza omotransfobica passa in silenzio. Le persone hanno paura. Noi invece vogliamo invitare le persone a vivere la loro unicità in maniera serena, a denunciare qualunque prevaricazione».

Al presidio hanno partecipato anche vari esponenti del mondo delle istituzioni, tra cui gli assessori comunali pentastellati Alberto Unia e Federica Patti, il deputato Andrea Giorgis (Pd) e la vicepresidente del Senato Anna Rossomando (Pd).

«Non lasceremo spazio all'odio, alla violenza e all'intollenza – così Rossomando –. Sappiamo che le buone leggi, sempre perfettibili, non bastano. Bisogna tenere viva una cultura civica. Bisogna coltivare i valori ogni giorno, perché la violenza nasce dalla solitudine. Bisogna fare capire che chi è vittima di violenza non è solo. Oltre al dolore fisico c'è il dolore psicologico. Torino non ha solo una tradizione di diritti, ma anche un futuro che vuole continuare ad avere».

Tra i presenti anche Gianni Reinetti, la cui unione civile con Franco Perrello (scomparso a 83 anni il 25 gennaio 2017) è stata la prima celebrata a Torino nell’agosto 2016.

«Capita anche a me – ha dichiarato l’uomo, protagonista di una storia d’amore durata 53 anni –: ci sono persone che mi vedono per strada, mi riconoscono e sputano per terraA Torino c'è un aumento di omofobia che non mi aspettavo. Viviamo in un'epoca in cui dovremmo essere tutti liberi, ma non è così. Manca la cultura e si sta tornando indietro».

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Si riapre lo scontro sulle famiglie arcobaleno. A dare nuovamente fuoco alle polveri i ministri Salvini e Fontana.

Il titolare del Viminale si è espresso, nel corso del Question Time pomeridiano alla Camera, a seguito d’una specifica interrogazione parlamentare del senatore leghista Simone Pillon.

Interrogazione parlamentare che si è aperta con un gustoso siparietto. «Senatore Pillon, prego. Ci tengo alla differenza di genere»: questa la risposta piccata dell’avvocato di Gandolfini a Maria Elisabetta Alberti Casellati, che l’aveva presentato erroneamente quale senatrice.

Rivolgendosi al sodale leghista, Salvini ha dichiarato: «L'articolo 12 della legge n. 40 del 2004 considera le pratiche dell'utero in affitto e della compravendita di gameti umani e di bambini quali fattispecie delittuose. Sono dei reati.

Finché campo e finché sarò membro di questo Governo, l'utero in affitto e i bambini in vendita non esisteranno in Italia, come pratica che lede il diritto del bambino, della mamma e del papà.

Quindi attendiamo la sentenza dell'Avvocatura dello Stato. Nell'interesse collettivo e in particolare dei bambini, il diritto ad avere una mamma e un papà è un diritto a cui io e il Governo daremo fiato, voce e difesa in ogni sede possibile e immaginabile».

Simile posizione anche da parte  del ministro della Famiglia Lorenzo Fontana che, in audizione presso la Commissione Affari sociali della Camera sulle linee programmatiche del suo dicastero, ha dichiarato: «Rilevo come l'attuale assetto del diritto di famiglia non possa non tenere in conto di cosa sta accadendo in questi ultimi mesi in materia di riconoscimento della genitorialità, ai fini dell'iscrizione dei registri dello stato civile di bambini concepiti all'estero da parte di coppie dello stesso sesso facendo ricorso a pratiche vietate dal nostro ordinamento e che tali dovrebbero rimanere».

La gpa, ha aggiunto, è vietata in Italia «anche penalmente» perché non si possono «mercificare bambini e donne». Ed è vietato, «e tale dovrebbe rimanere», riconoscere «i bambini concepiti all'estero da parte di coppie dello stesso sesso».

Immediata la reazione della presidente di Famiglie Arcobaleno Marilena Grassadonia: «La fecondazione eterologa, oggi non prevista nella legge 40 per le coppie omosessuali, prevede però che lo status dei figli debba essere riconosciuto e tutelato, qualunque sia il sesso dei genitori. Se la società va più avanti della politica, allora vuol dire che la politica è un problema. Rimandiamo le parole del ministro, piene di pregiudizi, ideologie e convinzioni personali, al mittente perché non si muovono nell'interesse del minore».

E, poco fa, è intervenuto anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora, che ha dichiarato: «Su questi temi è necessario andare al di là delle battaglie identitarie, perché tutto questo incide realmente nella nostra società e coinvolge i più indifesi, i bambini.

Non esistono infatti, bambini di serie A o di serie B, tutti devono essere tutelati. Per questo la Corte Costituzionale, con la sentenza 162 del 2014, ha superato il principio espresso dalla legge 40 del 2004, per il quale vi doveva essere coincidenza fra genitorialità biologica e genitorialità sociale. Secondo la Corte Costituzionale infatti, questo principio è illegittimo sul piano costituzionale e non costituisce un bene giuridico meritevole di protezione».

Ha poi aggiunto: «Il preminente interesse del minore è l'unico principio che deve guidare tutte le scelte nella materia dello status familiare. Proprio per questo, secondo la giurisprudenza, è illegittimo il rifiuto dell'Ufficio di Stato Civile di iscrivere nei registri i bambini concepiti con tecniche di procreazione medicalmente assistita da coppie dello stesso sesso.

Invito il ministro Fontana a fermare la propaganda ed aprire un dialogo culturalmente serio, di riflessione e di discussione, per evitare che il nostro Paese torni 10 anni indietro, contravvenendo anche alle indicazioni della Corte Costituzionale».

Propaganda che sembra anche fatta per accontentare quella fetta d’elettorato cattolico leghista, di cui Pillon è punto di riferimento in Senato. Un Pillon, fra l’altro, che nel suo intervento a difesa d’una concezione biologistica di genitorialità è arrivato oggi ad affermare: «Madre è solo colei che partorisce, padre è colui che concepisce».

Cassando così secoli di riflessione teologica su Giuseppe di Nazareth, che per Agostino, Beda, Tommaso d’Aquino fu verus Christus pater, pur non avendolo concepito

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«Ieri è stato un susseguirsi di telefonate violente e volgari e non poche minacce di morte e di danni al locale, che pertanto oggi resterà chiuso. Per non parlare della violenza sui social».

È quanto riferisce in una nota la direzione della Locanda Rigatoni, il ristorante romano in cui, giovedì 19 luglio, una coppia di due giovani si è vista consegnare da un cameriere uno scontrino con la dicitura: No pecorino, Si frocio.

Vicenda che, rimbalzata sui media nazionali, ha spinto i gestori a licenziare il cameriere, su cui è stata scaricata la piena responsabilità del gesto, mentre il Campidoglio annunciava verifiche e si susseguivano sui social commenti a valanga.

«Stamattina - riportano ancora i gestori del ristorante in via Domenico Fontana - ci siamo ritrovati uno striscione omofobo e razzista di Forza Nuova di fronte il nostro locale, che è stato poi rimosso da noi stessi.

La vicenda dello scontrino ci offende come imprenditori, come lavoratori e come cittadini. Le conseguenze di un atto inqualificabile di una persona che è stata prontamente allontanata, stanno coinvolgendo le famiglie nostre e dei nostri lavoratori.

Rinnoviamo la nostre scuse alla coppia coinvolta in questa spiacevolissima vicenda e la richiesta di un confronto e di un percorso condiviso con la comunità Lgbt, in modo tale che episodi vergognosi come quello capitato non possano e non debbano più ripetersi».

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