In occasione della presentazione del libro di Monica Cirinnà L’Italia che non c’era presso l’Auditorium Parco della Musica in Roma, il presidente del Coni Giovanni Malagò si è espresso a lungo sul coming out di Rachele Bruni a Rio 2016 e ha sottolineato il grande messaggio di pace che lo sport ha saputo dare in riferimento al riavvicinamento delle due Coree per i prossimi giochi olimpici invernali.

Rispondendo alle domande di Enrico Varriale, volto noto di RaiSport sin dagli anni '90, Monica Cirinnà ha confermato ancora una volta il suo impegno nel proseguire la battaglia non solo per il matrimonio egualitario, ma anche per un mutamento culturale che possa consentire a tutti gli sportivi di poter vivere liberamente la propria identità.

A seguire, sono intervenute le associazioni presenti.

Il presidente di Gaycs Adriano Bartolucci Proietti ha confermato ufficialmente l’organizzazione dei prossimi Eurogames 2019 a Roma, la manifestazione sportiva gayfriendly che si tiene in tutta Europa dal 1992 ed è promossa dalla Eglsf (European Gay and Lesbian Sport Association), per la quale Gaycs aveva vinto il bando internazionale nel 2016. Gli Eurogames muovono circa 4000 atleti da tutta Europa e sono caratterizzati dalla apertura a chiunque, a prescindere dall’orientamento sessuale, voglia contribuire alla battaglia contro l’omofobia. Giovanni Malagò ha risposto assicurando il patrocinio e il pieno sostegno del Coni, ribadendo che il contrasto alle discriminazioni è una questione di cultura sportiva.

Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli e responsabile Sport Arcigay, è intervenuto ricordando l’impegno dell’associazione per la modifica dello Statuto del Coni in materia di omofobia, formulata nel 2012 e accolta nel 2016, e chiedendo un impegno concreto per le prossime Universiadi 2019 a Napoli (i giochi olimpici universitari), affinchè possano essere ricordate in contrapposizione ai giochi invernali di Sochi come i giochi dell’inclusione e dei diritti. Il presidente Malagò ha accolto la richiesta lasciando intendere che il commissario governativo che verrà nominato in queste ore per i giochi avrà certamente sensibilità su questo tema.

Rosario Coco, coordinatore del progetto europeo Outsport di Gaycs/Aics (Associazione Italiana Cultura Sport), è intervenuto riscontrando ampia disponibilità da parte degli interlocutori nella richiesta di sostegno alla prima ricerca europea sulle discriminazioni omo-transfobiche nel mondo sportivo condotta dalla German Sport University di Colonia nell’ambito dell’iniziativa a guida italiana finanziata dall’Unione Europea. Nel mese di marzo verrà presentato ufficialmente il survey in quattro diverse lingue dell’Unione europea, grazie al quale sarà possibile raccogliere anche in forma anonima l’esperienza di moltissimi atleti e atlete.

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Qualche giorno fa è accaduto un episodio di bullismo omofobico presso l’azienda sanitaria Cotugno di Napoli. Protagonisti un medico chirurgo e un giovane omosessuale, socio del locale comitato d’Arcigay.

Durante una visita di controllo finalizzata alla valutazione del decorso post-operatorio del militante Lgbti, il medico avrebbe prima ironizzato volgarmente sull'utilità dei genitali del socio Arcigay. Poi, alterandosi e sospendendo bruscamente la visita, si sarebbe rifiutato di rispondere a domande sull’eventuale ripresa delle attività sessuali del paziente, definendo l'omosessualità una patologia.

Avendo il Cotugno attivato da tempo un protocollo di collaborazione sulle malattie sessualmente trasmissibile proprio con Arcigay Napoli, il presidente Antonello Sannino ha inviato al direttore sanitario una formale richiesta di chiarimenti.

Ma per comprendere meglio quanto accaduto, raccogliamo la testimonianza del giovane socio Arcigay che, per opportune ragioni di privacy, ha preferito non rivelare la sua identità. 

Dunque, raccontaci come si è svolto l'incontro con il chirurgo...

Dopo le festività natalizie, mi sono recato nell'ambulatorio di chirurgia dell'ospedale Cotugno di Napoli per sottopormi a un controllo necessario, essendo stato operato il 7 dicembre scorso di fistola perianale. Dopo la rimozione del punto di sutura, chiedo al medico notizie circa un lipoma, già diagnosticatomi, che dalla natica destra arriva fino ai testicoli. Il chirurgo, dopo aver palpeggiato la zona interessata, mi spiega che non è un intervento semplice ma che ritiene di essere in grado di eseguirlo. A questo punto gli ho espresso il timore che l'intervento potesse comportare rischi per i miei organi genitali. Lui allora, ironizzando, ha detto che tanto io non so cosa farmene dei testicoli. Ovviamente, gli ho chiarito che - al contrario di quanto supponesse - il piacere sessuale mi interessa e dunque mi sta a cuore l'uso dei genitali. 

E poi?

Ho subito notato che si è leggermente incupito. Poi ha preso un foglio per la prenotazione dell'operazione di asportazione del lipoma. Mentre compila il foglio per la prenotazione, io ne approfitto per chiedergli quando avrei potuto ricominciare ad avere rapporti sessuali. Il dottore alza un attimo gli occhi verso di me e mi chiede: "Dove?". Io, con discrezione, gli indico la parte posteriore con il dito. A questo punto lui si arrabbia e in maniera arrogante mi dice: Credo 10 ,15 o 20 giorni. Ma poi io che ne capisco di queste patologie". 

Quindi per il tuo medico essere omosessuali è una patologia?

Esatto! Io ho sgranato gli occhi e gli ho fatto notare che l'omosessualità non è una malattia e che certe risposte, dopo l'operazione che avevo subito, potevo averle solo da lui che è il mio chirurgo.  Lui si è stizzito ancora di più, ha sbattuto la mano sul tavolo appallottolando il foglio dell'impegnativa per la prenotazione dell'intervento ed urlando mi ha detto: "Ma insomma basta. Come  si permette? Tanta confidenza chi gliela dà? M chi si crede di essere? Se ne vada". Ed è uscito sbattendo la porta.

E come hai reagito?

Al momento ho avuto solo la forza di alzarmi e uscire accompagnato da un infermiere. Ero allibito e mi veniva da piangere. Mi aveva trattato da "malato". Secondo quel medico essere gay è una malattia. La sensazione è di profondo vuoto. Un vuoto che mano mano si riempie. Ma rimane l'amaro in bocca. Poi ho pensato che se fosse successo a una persona fragile o a un ragazzo più giovane, sicuramente ne avrebbe sofferto moltissimo. Parole del genere sono pesanti da digerire. 

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A meno d’un mese dal sondaggio governativo (che aveva visto il 61,6% dei partecipanti a favore) il Parlamento federale dell’Australia aveva approvato il 7 dicembre scorso il disegno di legge che legalizza il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il giorno dopo con la ratifica da parte del governatore generale Peter Cosgrove, rappresentante della Regina nell’isola, la norma entrava in vigore.

Ma solo oggi i primi scambi d’anello nuziale tra le coppie in fila per dire il proprio sì.

Hanno scelto lo scoccare della mezzanotte per contrarre matrimonio i due atleti Luke Sullivan (23 anni) e Craig Burns (29 anni) a Summergrove Estate nel Nuovo Galles del Sud, lo Stato australiano con capoluogo Sidney. «Ci sentiamo molto fortunati ad essere una delle prime coppie di persone dello stesso sesso ad essersi sposate in Australia», ha dichiarato Craig Burns.

Hanno invece atteso il primo minuto dopo la mezzanotte per dire il loro sì Diana e Deanna Ribero, che si sono sposate a Balaclava, sobborgo di Melbourne. 

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Il 12 dicembre la senatrice dem Monica Cirinnà è divenuta socia del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Ulteriore iscrizione, dunque, a un’associazione Lgbti per la madrina della legge sulle unioni civili, già tesserata ad Arcigay a partire dal 2016 e al Wand di Benevento il 4 dicembre scorso.

A Gaynews così la parlamentare ha spiegato motivi e finalità sottese al gesto: «Sono contentissima di essermi tesserata alla più importante associazione Lgbti della capitale qual è il Mieli. Un onore essere socia di una realtà che nei decenni non ha mai perso di vitalità ma si è sempre distinta per il coraggio delle idee e l’impegno in prima linea nelle battaglie per i diritti.

Mi piace soprattutto ricordare la presentazione del pdl regionale in materia di discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere nonché il sostegno a un dialogo serio e sereno sul tema della gestazione per altri. Tema presente nel bel documento politico del Roma Pride 2017, frutto dell’opera di coordinamento svolto appunto dal Mieli e dal portavoce Secci».

E proprio Sebastiano Secci, divenuto da qualche mese presidente dell’associazione romana, ha commentato così il tesseramento di Monica Cirinnà: «È con grande piacere che abbiamo accolto la senatrice Monica Cirinnà fra le socie e i soci del Circolo Mario Mieli.

Il rapporto che il Circolo ha avuto con la senatrice è stato caratterizzato, prima, durante e dopo la discussione della legge sulle unioni civili, da estrema schiettezza e correttezza reciproca. Schiettezza e correttezza che nascono da una profonda consapevolezza e rispetto del diverso ruolo e compito svolto dal movimento Lgbt+ da un lato e dalla politica dall'altro.

Apprezziamo Monica Cirinná, fra le altre cose, anche perché è una delle poche parlamentari che, nonostante la delicatezza dell'attuale fase politica, non esita a parlare liberamente di  matrimonio egualitario, di adozioni ma anche di riconoscimento di figli dalla nascita e di gestazione per altri

Argomento, quest’ultimo, sicuramente complesso ma che noi del Circolo Mario Mieli abbiamo fortemente voluto nella piattaforma rivendicativa dell'ultimo Roma Pride proprio perché simboleggia le sfide culturali e politiche che il movimento Lgbt+ sarà chiamato ad affrontare da oggi in poi».

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Prevenzione delle malattie che colpiscono le donne. Patrocinio di progetti riguardanti la parità di genere. Opera di sensibilizzazione e controllo per l’utilizzo d’un linguaggio non sessista nel lavoro giornalistico. Questi i fini della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei giornalisti della Campania, ufficialmente costituita il 30 novembre scorso.

A comporla 15 donne e giornaliste: Titti Improta (presidente), Concita De Luca (vicepresidente), Fiorella Anzano, Gabriella Bellini, Valeria Bellocchio, Trisha Calandrelli, Titti Festa, Nicoletta Lanzano, Marilù Musto, Monica Nardone, Annamaria Riccio, Francesca Salemme, Monica Scozzafava, Filomena Varvo, Cristina Zagaria.

Per raggiungere gli obiettivi prefissisi, la Commissione lavorerà in sinergia con la Cpo del Sindacato unitario dei giornalisti della Campania e con Arcigay Napoli. Tra le iniziative in programma, inoltre, anche un corso di formazione giornalistica organizzato con Gaynet e dedicato a temi Lgbti e media.

Abbiamo percià rivolto qualche domanda a Titti Improta.

Presidente, qual è l’importanza della Commissione Pari Opportunità?

La Commissione punta molto a sensibilizzare il mondo della scuola. Riteniamo che sia proprio lì, dove inizia il percorso formativo dei giovani, che si debba lavorare per dialogare con gli studenti e offrire loro la giusta percezione dell’utilizzo delle parole e della forza discriminatoria che la comunicazione può avere. Oggi attraverso i social network assistiamo quotidianamente allo sciacallaggio comunicativo. Lasciando impunite queste azioni c’è il rischio che i giovani perdano di vista il valore e il peso emotivo che le parole possono avere.

Nel comunicato ufficiale d’insediamento della Commissione è stata messa in luce l'importanza d’un lavoro sinergico con la collettività Lgbti. Può spiegarcene i motivi?

L’intenzione della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti è quella di iniziare un dialogo oltre che una collaborazione con la comunità Lgbti. La Commissione si avvale del lavoro di colleghe di grande professionalità e sensibilità umana.

Per questo motivo abbiamo ritenuto doveroso intraprendere questo percorso. Affinché si inizi a parlare non solo di violenza sulle donne ma di violenza di genere. Riteniamo intollerante ogni forma di violenza e discriminazione, anche verbale. Per questo motivo iniziare un percorso, attraverso iniziative e corsi di formazione, insieme alla comunità Lgbti, può rappresentare un piccolo,ma importante passo verso l’abbattimento di pregiudizi, violenze e discriminazioni. 

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Che hanno è stato il 2017 per la collettività Lgbti? un anno certamente non facile. Prima ancora delle cose accadute vale la pena ricordare ciò che non è accaduto. Dopo il passo delle unioni civili e le dichiarazioni di Boschi sull'impegno nella riforma delle adozioni, di questo tema la politica si è puntualmente disinteressata nel corso degli ultimi 12 mesi, riuscendo a portare a casa in tema di diritti civili solo il testamento biologico in zona cesarini, con buona pace di chi ha sperato fino all’ultimo nello Ius soli.

Nel complesso, è stato un anno che ha mostrato in modo chiaro i pregiudizi che permangono ancora nel profondo della nostra società e in molti casi anche i limiti evidenti del movimento Lgbti, che non ha ancora trovato una linea chiara per il dopo Cirinnà.  

IL CASO UNAR-IENE

L’anno si è aperto il caso Unar, che ci ha accompagnato tra Febbraio e Aprile. Le Iene accusano Anddos di aver vinto un bando pubblico per finanziare i propri circoli tramite il direttore dell’Unar Francesco Spano, uno degli oltre 200.000 tesserati. “Orge finaziate dal governo”. La speculazione mediatica sul tabù della sessualità ci riporta indietro di decenni e, improvvisamente, gli stessi circoli che erano stati l’ossatura della nascita del movimento e della stessa Arcigay diventano il più squallido dei gironi infernali, in una situazione in cui alcuni casi isolati connotano l’intero circuito come il regno della prostituzione e del degrado. Pochi mesi dopo si risolverà tutto in una bolla di sapone, senza alcun avviso di garanzia né indagine, e in compenso innumerevoli danni come una persona distrutta nella propria privacy, Spano, un intero movimento screditato di fronte all’opinione pubblica, un ufficio del Governo come l’Unar tuttora bloccato, un’associazione come Anddos costretta a ritirarsi nel silenzio per non danneggiare la propria base associativa, composta per la maggior parte di persone non dichiarate che non meritavano certo di stare nel mirino dei riflettori e delle minacce di Forza Nuova. Rimane la rinuncia ai fondi di Anddos per salvare i progetti delle altre associazioni, nonostante la validità del progetto presentato, e la più che fondata (e inquietante) sensazione che il tutto sia partito non dalle Iene ma ad una fonte interna al movimento.

IL CASO CECENIA

Un caso che ha mostrato quanto ci sia da lavorare ancora contro i pregiudizi sessuofobici nel nostro Paese, come spiegava bene Enzo Cucco in questa intervista che riguardava anche il caso Cecenia, esploso nel mese di aprile.   La diffusione della notizia di Novaya Gazeta di oltre centro persone rinchiuse, uccise e torturate fa il giro del mondo in pochi giorni, suscitando l’indignazione della comunità internazionale. Minime le reazioni da parte del nostro Paese, al contrario, invece, di Germania e Francia, in cui i rispettivi ministeri degli Esteri si attivano per facilitare l’accoglienza delle persone in fuga dalla Russia. L’attivista russo Igor Kochetkov giunge in Italia a luglio denunciando il folle piano di Kadirov di “purificare la razza dagli omosessuali”. Reazioni quasi inesistenti dalla politica, se si esclude una breve dichiarazione del ministro Orlando.  A Roma si mobilitano le associazioni e Amnesty International. Un gruppo di attivisti diffonde lo slogan “Noi esistiamo” in cinque lingue, per non dimenticare le persecuzioni degli omosessuali nelle altre parti del mondo. Il network internazionale All Out promuove una petizione internazionale rivolta a Putin, ma al momento della consegna delle firme, Yuri Guaiana e altri attivisti vengono arrestati e trattenuti a Mosca. Le interviste e le testimonianze sul caso ceceno non lasciano spazio a nessuna tesi complottista che vedrebbe questo episodio come una montatura per screditare Putin. L’orrore di uno stato membro del Consiglio d’Europa in cui si nega l’esistenza degli omosessuali e si nascondo le peggiori nefandezze è reale. Tra i media a diffondere la notizia in Italia va ricordato Huffington post.

IL “FLOP” DELLE UNIONI CIVILI

Nel mese di maggio, intanto, ricorreva l’anniversario delle unioni civili. A rovinare la festa ci pensava Repubblica con l’incredibile gaffe del “flop sui numeri delle unioni civili”. Un titolo poi prontamente corretto, tranne che sulla carta stampata, e smentito dalla comparazione dei numeri con il resto dei Paesi europei, che vede l’Italia perfettamente allineata nei dati, nonostante l’idea di misurare l’importanza di un diritto dalla quantità di persone che lo esercitano è qualcosa di estremamente contrario alla filosofia dello stato di diritto stesso.

L’ESTATE INTOLLERANTE

Il clima non migliorava con l’arrivo di quell’estate costellata da episodi di omofobia e rifiuto delle coppie omosessuali: ricordiamo il caso di Gallipoli e il divieto di baciarsi in pubblico a cui si tentò di rimediare con una bottiglia di spumante. Avremmo avuto di li a poco il tragico omicidio di Vincenzo Ruggiero, sul quale il nostro giornale riuscì a far correggere alcuni titoli de “Il Mattino” che parlava di “delitto gay”, e lo stupro di Rimini, in cui la vittima trans passava regolarmente in secondo piano e diventava spesso il trans. Anche, in quel caso, grazie alla pressione dei social, anche Enrico Mentana passò da “il trans” a ”la trans”.

LA CONFERENZA SULLA FAMIGLIA

Superata l’estate, il Governo ci regala a settembre una Conferenza sulla Famiglia identica a quelle del 2007 e del 2010, in cui la famiglia è una sola ed eterosessuale. Unica novità l’invito, solo a presenziare, di Arcigay e Agedo e l’amara esclusione di Famiglie Arcobaleno e Rete Genitori Rainbow. Pesa, in questo caso, la scelta delle associazioni di non organizzare una protesta, che si inserisce in un più generale senso di disorientamento e inefficacia nell’esprimere una piattaforma rivendicativa visibile e chiara nel dibattito politico. La polemica sulla Gpa e la presa di posizione di Arcilesbica, costituiscono un esempio di un dibattito interno qualitativamente sterile, che non riesce ad uscire dalla logica dell’ “io non lo farei” e a muoversi sul terreno della regolamentazione e dell’autodeterminazione.  

LE LINEE GUIDA DEL MIUR

Passano un paio di mesi, in cui ricordiamo tra l’altro l’uscita del libro di Monica Cirinnà, l’Italia che non c’era, e arrivano, finalmente, le linee guida del Miur relative al comma 16 articolo 1 della Buona Scuola, quello che per intenderci diede vita alla “propaganda antigender” del fronte conservatore.  Per molti un passo avanti (dopo quasi tre anni di attesa), ma scorrendo il testo si scopre che la parola omofobia non c’è e che l’espressione “orientamento sessuale” compare in un paragrafo che parla delle “altre discriminazioni” subito dopo “convinzioni personali”. Questa scelta (che non può essere imputata solo a Valeria Fedeli) ci da la misura di quanto siano forti le pressioni conservatrici sul mondo della scuola e di quale sia effettivamente il punto di vista maggiormente condiviso nel senso comune nel 2017 sull’omosessualità: una minoranza capricciosa che ha avuto quello che voleva e che adesso deve smetterla di “strafare”. Le idee dell’uguaglianza, dei diritti umani universali, di una educazione sessuale seria che garantisca la sicurezza e la salute di tutti e tutte (come raccomanda anche l’OMS), sono ancora lontane dall’immaginario della maggior parte della cittadinanza.

IL CASO GABBANA

Questo scenario lo aveva disegnato perfettamente il rapporto della Commissione Joe Cox, pubblicato a luglio per opera di Laura Boldrini, che ha fornito preziosi dati sul discorso d’odio: 1 italiano su 4 crede ancora che l’omosessualità sia una malattia, mentre il 41% ritiene che non debba fare l’insegnante.

Infine, l’anno si è concluso con la recente polemica sulle parole di Stefano Gabbana, che rinnega in sostanza la portata storica del termine “gay”, al quale ha risposto Franco Grillini in questo editoriale

LE BUONE NOTIZIE

Solo una serie di segni meno, quindi? Per fortuna non c’è solo del negativo, anche perché i fatti fino ad ora riportati ci offrono la possibilità di guardare in faccia la realtà, senza filtri e retorica. Il 2017 è stato tuttavia anche un anno in cui i tribunali hanno confermato definitivamente il proprio atteggiamento positivo nei confronti delle famiglie omogenitoriali, continuando a colmare il vuoto lasciato dallo stralcio della stepchild adoption. Vanno anche ricordati fatti ed eventi che testimoniano che, nonostante tutto, “c’è vita”: ci sono stati per la prima volta 24 Pride in tutta Italia, grazie all’impegno dei comitati Arcigay, il Circolo Mario Mieli ha candidato Roma ad ospitare il World Pride 2025, è stato lanciato il progetto Outsport di Aics/Gaycs che porterà alla prima ricerca scientifica su omotransfobia e sport, è stata strutturata la formazione professionale con l’ordine dei giornalisti da parte di Gaynet, con l’ultimo corso a novembre. La Trans freedom March, quest’anno, si è svolta sia a Torino che a Napoli, Il coordinamento Torino Pride ha presentato il primo vademecum su lgbti e lavoro riunendo i tre sindacati principali, Tommaso Cerno è stato nominato condirettore di Repubblica, Agedo ha presentato il suo secondo calendario dopo la riuscita iniziativa dello scorso anno. Anche Globe Mae ha proposto su finire dell’anno una bella iniziativa sui diritti lgbti nel mondo.

Infine, per il primo dicembre, il movimento ha dato una bella prova di collaborazione nell’iniziativa "We Test", che ha visto realtà locali e nazionali lavorare insieme per somministrare in tutta Italia i test rapidi HIV.

PROSPETTIVE

Sul piano internazionale, nonostante i pesanti venti di intolleranza che soffiano dagli Stati Uniti di Trump e dai populismi europei, vanno registrate le belle notizie dall’Austria, che è giunta per mano della Corte Costituzionale al Matrimonio egualitario, e dell’Australia, che ha conseguito lo stesso risultato per via politica a seguito di un referendum consultivo.

Tanto da fare dunque, prima ancora che sul terreno dei diritti sul piano culturale. Portiamo a casa tuttavia gli strumenti, se si vuole, per aprire gli occhi e lavorare su priorità e strategie, specie considerando la difficile legislatura che si prepara, in cui il movimento sarà chiamato probabilmente ad una stagione di “opposizione” e rivendicazione pura delle proprie istanze.

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L’uscita di Stefano Gabbana sulla questione omosessuale non è né nuova né originale. Si erano già pronunciati in merito persone più o meno ruotanti intorno alla collettività Lgbti.

È un dibattito che si svolge da tempo soprattutto per quanto riguarda i Pride (i Pride fanno bene o meno al movimento? Bisogna rivendicare o no la propria identità?). E ne approfitto per rimarcare un aspetto connesso alla questione. Aspetto che in realtà non ho mai accettato: l’eliminazione, cioè, del qualificativo gay dalla parola Pride in riferimento alle manifestazioni del 28 giugno. Cosa, in realtà, voluta e fatta dal movimento. Gabbana non dev’esserne informato. Altrimenti l’avrebbe potuto utilizzare come argomento. Naturalmente io continuo a parlare di Gay Pride forse perché sono un vecchio militante tradizionalista. Per utilizzare una frase di un film di Ozpetek, «Gay io? No, io sono frocio.

In questo annoso dibattito era intervenuto tempo fa anche Giorgio Armani – sia pur in modo diverso – dicendo: «Un uomo omosessuale è uomo al 100%. Non ha bisogno di vestirsi da omosessuale... Un uomo deve essere uomo».

Stupisce questa preoccupazione del maschile a tutti i costi. E stupisce per due ragioni.

In primo luogo uno è quello che è e non dovrebbe avere bisogno di sbandierarlo in giro per il mondo. Il doverlo fare rivelerebbe infatti l’esistenza di un problema. Se io, in riferimento all’identità di genere, sono e mi sento uomo (o donna) ma ho il bisogno di riaffermarlo su una maglietta, vuol dire che ho qualche problemino, e non da poco, al riguardo. Se invece non ho nessun problema, potrò conseguentemente decidere in piena libertà se dire di essere gay o meno.

E qui emerge l’altro punto dolente. Perché Gabbana mostra di confondere identità di genere con orientamento sessuale.

È vero che la distinzione al riguardo è recente. Distinzione dovuta alle culture della liberazione sessuale, al riconoscimento delle identità, ai Gay Studies, allo sviluppo degli studi scientifici in materia psicologica, alla militanza della collettività Lgbti. Ma l’errore è grossolano perché, come sappiamo tutti, è proprio su questo che si distingueva la vecchia guardia delle persone omosessuali in Italia.

Da questo punto di vista mi sovviene un ricordo dell’autunno dell’84. Era in corso una riunione con gli amici di Catania per dare vita al locale circolo dell’Arcigay (quello fu un periodo particolarmente importante per la nascita dei circoli, che poi avrebbero aderito, tra marzo e dicembre ’85, all’Arcigay Nazionale). In quell’incontro la metà dei presenti non si definiva omosessuale e sosteneva che l’omosessuale vero non si accompagna mai con un altro omosessuale. L’omosessuale vero, secondo gli intervenuti, sarebbe stato quello che si accompagna con un eterosessuale, aiutandolo a mettere su famiglia e, magari, ad allevare i di lui figli.

Sappiamo che Pasolini affermava più o meno la stessa cosa negli Scritti Corsari. Sappiamo anche che alcuni intellettuali d’orientamento omosessuale, appartenenti alla vecchia generazione, dicono tuttora che si stava meglio quando si stava peggio. Nel senso che nel periodo in cui la questione omosessuale non aveva un nome, non aveva una definizione, non era identificata, era impossibile non trovare un maschio che non fosse disponibile a fare sesso (magari da attivo) con un altro maschio. È noto che in passato (si parla di 40/50 anni fa) il ruolo dell’omosessuale di paese era quello di svezzare i ragazzi in modo che poi potessero finire sulla "retta via" sposandosi e facendo figli. È un’idea che non era solo delle persone omosessuali di vecchia generazione. Era un modo di pensare l’omosessualità condiviso anche dalla Chiesa cattolica che liquidava l’omosessualità quale fase transitoria dell’adolescenza.

In realtà, soprattutto nei piccoli centri, era fortissima la pressione sociale che spingeva a sposarsi e a farsi una famiglia. Al punto che persino molti giovani eterosessuali se ne lamentavano. Ricordo benissimo alcune mie conferenze nel corso delle quali, parlando di un tale argomento, intervenivano spesso 20/30enni etero dicendo: «I miei genitori e i miei amici mi hanno rotto le scatole perché non mi fidanzo». La stragrande maggioranza degli omosessuali finiva, d’altra parte, per sposarsi. Per poi continuare a frequentare i luoghi di battuage secondo una modalità ricorrente in passato e, in misura minore, ancora oggi.

Da un tale quanto complesso contesto deriva la su accennata preoccupazione. Preoccupazione che possiamo anche pensare come sincera. Non tutto, infatti, è sempre complotto, non tutto è sempre cattiveria, non tutto è sempre manipolazione. 

Personaggi come Gabbana od Ozpetek, intervenuti su questa materia, mostrano di essere sostanzialmente feriti da due realtà.

Da una parte, che sia dato finalmente un nome alle cose. Non avendo un nome, infatti, il movimento e la stessa questione omosessuale banalmente non esistevano. Dall'altra, che si siano rese conseguentemente visibili tutte le omosessualità. Perché, giova ricordarlo, non esiste un solo modo d’essere omosessuali. Visibilità emergente soprattutto durante le manifestazioni dei Pride, che - come già detto sopra - continuano a far discutere sulla loro necessità.

Com’è noto, io milito tra coloro che dicono che i Pride fanno benissimo. In primo luogo, perché consentono il ritrovarsi in una manifestazione corale che ci fa vedere in grande quantità. Quest’anno ci sono stati 24 Pride (il massimo della storia in Italia) e quasi dappertutto dominati dalla presenza di giovanissimi, che non troviamo più nelle manifestazioni di partiti o sindacati. I Pride sono anche l’occasione per ribadire le piattaforme locali e le richieste che esse avanzano: da quelle ai servizi socio-sanitari a quelle assistenziali, dalle case d’accoglienza alla lotta contro povertà delle persone Lgbti.

Tornando alla questione del nome, confesso di essere molto affezionato alla parola gay come a quella in parte sinonimica di omosessuale. Sono affezionato perché è un mezzo fondamentale per rendere visibile l’omosessualità. Perché, piaccia o non piaccia, noi abbiamo una religione civile che è quella della visibilità. Veniamo da un mondo dove sono vissuti i nostri critici, compresi alcuni militanti. Un mondo dove ci si doveva nascondere. Dove ci si vergognava di essere omosessuali. Dove l’essere gay significava il perdere lavoro o gli affetti più cari. La doppia vita e la clandestinità sono state le cifre che hanno caratterizzato per troppo tempo la vita delle persone omosessuali. Frutto di quel compromesso concretatizzatosi in Italia in quella che Giovanni Dall’Orto ha chiamato “tolleranza repressiva”, creando quella sofferenza aggiuntiva che Vittorio Lingiardi ha definito come “Minority Stress”.

Ci si deve infatti sempre chiedere quali sono i costi sociali del negare se stessi o se stesse. Quale livello di infelicità domini ancora in milioni di donne e uomini omosessuali che continuano a non “dirlo” a se stessi prima ancora che alla famiglia e agli amici.

È sufficiente per tutte queste persone dire "Io sono uomo” o "Io sono donna” per determinare un processo di liberazione e di vivibilità? Io direi di no.

Per non parlare, e qui torniamo alla preoccupazione di molti nel sottolineare la propria mascolinità, del rischio di un pericoloso ritorno del maschilismo anche in campo gay. Sappiamo bene che questa cultura incistata fin dalla nascita nei nostri cervelli e coltivata dalla scuola, dallo sport, dalla famiglia, ha prodotto i danni più rilevanti, i conflitti più dolorosi. Ha prodotto l'esercizio del potere escludente, il bullismo, la violenza verso la diversità (proprio quella che Trump vuole cancellare dai report dell’Acdc, l'agenzia sanitaria di Stato Usa).

Stiano attenti, quindi, alcuni amici: mettendosi controvento e obiettivamente dalla parte di tutti i nostri avversari storici, essi scherzano col fuoco. Si può essere - e, in non pochi casi, si deve essere - critici verso il movimento Lgbti. Ma senza toccare mai il fondamento della nostra esistenza e della nostra lotta.

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A un giorno soltanto dalla distribuzione nelle sale del film ozpetekiano Napoli Velata non è possibile non ripensare alle dichiarazioni del regista turco, che si è detto contrario all’utilizzo della parola gay e vicino alle relative posizioni concettuali di Stefano Gabbana.

Di primo acchito ci si potrebbe stupire del fatto che sia proprio Ozpetek, narratore di storie a tematica Lgbt nella propria produzione cinematografica, a esprimere slogan reazionari nonché improntati a omofobia interiorizzata.

E invece no. Ferzan Ozpetek - come Stefano Gabbana - non hanno nessun interesse per la militanza e l'impegno civile. Forse perché avviluppati in quel lusso e successo in cui si svolge la loro esistenza. Un’esistenza lontana anni luce dalla quotidianità, tutt’altro che dorata, cui deve far fronte la quasi totalità delle persone Lgbti.

D'altronde, proprio rileggendo le affermazioni di Gabbana e Ozpetek, non è possibile non ripensare alla risposta – data, qualche anno fa, allo scrivente – di un regista teatrale (con alle spalle un’ampia esperienza lavorativa in Rai) piuttosto noto in Campania. Nonostante fosse (e sia) manifestamente omosessuale, questi vantava ostentatamente la propria lontananza da eventi culturali interessanti le persone Lgbti col ripetere: Ho sempre vissuto serenamente la mia sessualità nei salotti che ho frequentato e continuo a frequentare.

Ecco, è in tali "salotti" da ravvisare chiave di volta della questione. Gabbana e Ozpetek, esattamente come il regista campano succitato, pensano solo ai "loro salotti": luoghi, cioè, di autorappresentazione di una borghesia menefreghista e conformista, arricchitasi in vario modo negli ultimi quarant'anni.

"Salotti" in cui si muovono omosessuali velati, il cui coming out è consentito - a bassa voce - nel chiuso di una dimensione sostanzialmente privata, in grado di riassorbire come "eccezione" un diverso orientamento sessuale e perfino una relazione (basta non chiamare marito il proprio compagno, come orgogliosamente ha tenuto a ribadire Ozpetek).

E così posizioni, fatte passare quali consentanee ad aneliti libertari (ma in realtà tali solo in apparenza), dopo aver visto in Stefano Gabbana un acceso paladino, trovano una loro nuova Giovanna d’Arco in Ferzan Ozpetek. In quel regista omosessuale, cioè, che ha costruito la sua fortuna sui sentimenti e sulle storie delle persone gay disconoscendone però i diritti in nome di personali privilegi borghesi.

Ma del resto ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di diverso da chi ha sempre rifiutato di esporsi apertamente contro il regime liberticida di Erdogan?

E, allora, #BoycottFerzanOzpetek

#BoycottFerzanOzpetek anche perché, a differenza di quanto ci fa intendere il banale titolo del suo ultimo film (con un chiaro quanto malinteso riferimento all’effigie marmorea del Sammartino), Napoli non è affatto una città velata

Ma, al contrario, una delle città più gay-friendly d'Italia: con i suoi femminielli che vivono le strade di Partenope senza alcun problema, con la sua comunità trans allegra e numerosissima, con le sue lotte e i suoi militanti sempre presenti e sempre fieri di essere quel che sono.

 

 

 

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Arcobaleno, tacchi a spillo, una persona che invita a una festa chiamata What is love.  E’ così che nei giorni scorsi ci eravamo imbattuti nel video promozionale dell’evento che si è svolto venerdì scorso in Sapienza, organizzato da diverse realtà studentesche e sociali.

E così, io e un paio di amici abbiamo deciso di andare. 

“Vivi con noi una notte libera, senza distinzioni, senza etichette, in cui scatenarti fino alle luci dell’alba tra le mura della Facoltà di Lettere, che al nostro ritmo di danza si tingeranno di mille colori”.  Questa la descrizione su Facebook 

Arriviamo e troviamo l'ingresso della Facoltà di Lettere e Filosofia di Piazza Aldo Moro illuminato con i colori arcobaleno. Entriamo e iniziamo a vedere un vero e proprio mosaico. Diversi modi di vestire, diversi look, diversi modi di fare, diversi modi di guardarsi e di sorridersi. Diversità ovunque, come raramente se ne vede nello stesso luogo. Lo spazio è l’atrio della Facoltà, riempito oltre le aspettative da alcune centinaia di persone. 

Fingendomi un po’ ‘neofita’ chiedo a un ragazzo: "Ma questa è una festa gay?" 

"Beh mi sembra sia una festa per tutti. Io sono etero, lui è gay – indicando un amico a fianco – ma qui importa poco“.

Quando si indicano le feste in cui si ritrova la comunità lgbti, comunemente si usa l’espressione “feste o serate gay”. Anche se è più corretto scrivere “feste gayfriendly” o lgbti, perché si tratta comunque di eventi aperti al pubblico e non di riserve indiane, nel dialogare con i presenti abbiamo continuato a parlare di “serate gay”

“Andiamo spesso alle serate del sabato e del venerdì, oggi siamo venuti qui perché è la prima volta che all’Università si questo tipo di serata”. Questa la risposta di Federico, un ragazzo che è venuto alla festa con il suo compagno a cui abbiamo chiesto se frequentava anche le serate gay.

“Un altro ragazzo poco fa ci ha detto che non va nei locali gay perché non vuole ‘ghettizarsi’, rispondiamo.

“Provate a rimorchiare un ragazzo, se siete ragazzi, alla festa del liceo, oppure a fare lo stesso con una ragazza se siete ragazze. Difficile. Quasi impossibile. Le serate gay storicamente esistono per questo. Anche se adesso per fortuna le discriminazioni sono relativamente meno rispetto a prima. E comunque sono eventi rivolti a tutti, basta avere una mentalità aperta”

Tra la gente troviamo anche un ragazzo di 39 anni, intento a scherzare con degli amici. “Quando andavo all’Università io, una situazione del genere era fantascienza – ci dice Piero. Eri gay solo in certi luoghi, ben circoscritti, dove entravano a volte quelli che gli americani definiscono gli allies, gli alleati. Adesso qui sto prendendo in giro un ragazzo etero appena conosciuto perché millanta di andare con tante ragazze dicendo che io invece ho più ragazzi di lui. Una scena del genere, a 20 anni, era come immaginare un volo intergalattico.

Ci spostiamo ancora un po’, tra la musica e l’impianto piazzati in fondo all’atrio e scorgiamo una ragazza che balla a centro pista insieme ad altre due persone.

“Sono qui con la mia ragazza e un’amica. Considerando che ho finito di studiare due anni fa, torno volentieri qui in Sapienza. Devo dire che si respira una bella aria. Non è una festa gay, ma non è nemmeno una festa universitaria come le altre. E’ una cosa nuova. Forse il futuro delle “serate gay” è che quella parolina ‘gay’ diventi rottura degli schemi per tutti.

“Insomma - chiediamo infine a Riccardo, che fa parte dell’organizzazione – avete fatto una festa gay senza chiamarla gay?”

What is love è una festa gay, una festa antifascista, una festa antisessista. È una festa in cui tutte e tutti possono ritrovare sé stesse e andare oltre i ruoli che vengono loro imposti dalla società! È una festa gay nel senso più bello del termine gay: non solo un target di persone di riferimento, ma soprattutto un modo di vivere la vita, senza confini, favoloso, libero, senza costrizioni...tutte e tutti possono venire alla festa e divertirsi, perché è una festa di tutte e tutti. Uno spazio sicuro, uno spazio libero, uno spazio irriverente”.

 Mentre completavo questo articolo, in questi giorni è nata la querelle intorno alle frasi pronunciate da Stefano Gabbana: “basta con l’etichetta gay, io sono un uomo”. Gabbana è stato seguito a ruota persino da Ozpetek, che ha detto di essere infastidito quando chiamano il suo compagno "marito". 

Ci mancherebbe che non sei un uomo caro Gabbana. Però ci piacerebbe sapere cosa ne pensi di questa nuova generazione, che al Pride come a queste feste inizia socializzare, a conoscersi e a fare l’amore dicendo con una risata “io sono gay, etero, bisex” o semplicemente “mi va di andare con te”. Senza conoscere alcuna vergogna. Perché la vera differenza è che la frase che scriverai su quelle magliette, I’m a man, not a gay, trasuda imbarazzo, vergogna e machismo. Forse la migliore risposta te l’hanno già data loro: non serve mettere in soffitta la parola “gay”, bensì riappropriarsi del suo vero significato di liberazione offrendolo a tutti e tutte. Tradotto: il famoso tacco a spillo di Silvia Rivera non significa che “i gay fanno le donne”. Significa che rompono gli schemi di genere, ironizzano sugli stereotipi e si sentono uomini ognuno a modo proprio (o al di là del genere assegnato, nel caso delle persone trans). Significa una rivoluzione, insomma, perché grazie a tutto questo anche gli eterosessuali stanno uscendo dalla gabbia del maschio per eccellenza che non deve mai chiedere, non deve mai piangere e così via.  

Di certo resta vero un fatto: senza quella storia di orgoglio e lotta che tu chiami “etichetta”, quello che vediamo oggi non ci sarebbe mai stato.

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Stefano Gabbana annuncia il lancio di una nuova t-shirt prodotta dal suo marchio con la frase I am a man, I am not a gay. La ragione che ha spinto Gabbana a una tale decisione è stata così spiegata: «La parola gay è stata inventata da chi ha bisogno di etichettare e io non voglio essere identificato in base alle mie scelte sessuali». «Sono un maschio - ha aggiunto Gabbana - il resto non conta».

La t-shirt promessa dallo stilista gay Stefano Gabbana, dunque, recherà in maniera inequivocabile la scritta Io sono un uomo, non sono gay.

Qualcuno probabilmente potrebbe pensare che dietro questa rivendicazione d'umanità emerge la voglia di spazzare via presunte "etichette" e conseguenti discriminazioni.

In realtà, dietro dichiarazioni del genere, scorgiamo piuttosto una dose massiccia di omofobia interiorizzata e l'assoluta mancanza di consapevolezza e responsabilità di chi, come Stefano Gabbana, vive la propria omosessualità in una situazione di agio e privilegio.

Infatti, quello che Gabbana vuole spazzare via non sono le discriminazioni ma, al contrario, il senso di orgoglio e d'appartenenza che, con fatica e coraggio, la comunità Lgbti si è costruita e si sta costruendo negli ultimi anni.

L'indifferenziazione, a cui aspira lo stilista, non ha nulla a che fare con la libertà ma è solo il tentativo di conformarsi e omologarsi a un sistema politico e sociale in cui la parola gay desta ancora riprovazione e fastidio.

Gabbana, dicendo I am a man, I am not a gay, nega implicitamente che si possa essere fieri e felici di essere uomini gay.

Certo, qualcuno obietterà che Gabbana non nasconde affatto il proprio orientamento sessuale e, dunque, la sua esigenza non è quella di velarsi e nascondersi. Eppure, se Gabbana non fosse ricco e famoso, se fosse un ragazzo come tanti, uno di quelli che in questo Paese stentano ancora a vivere con serenità e orgoglio il proprio amore alla luce del sole, un'espressione come I am a man, I am not a gay non potrebbe che essere fonte di dolore e solitudine: dolore per il fatto di essere gay e solitudine per il fatto che - secondo Gabbana - bisogna rinunciare alla bellezza e alla rivendicazione culturale della propria differenza.

Affermazioni del genere sono veri e propri attentati al lavoro di crescita e progresso che stiamo provando a compiere in questo Paese. In nome di questo progresso e in memoria dei tanti ragazzi che si sono vergognati a tal punto di essere ragazzi gay da preferire la morte (cioè l'apice dell'indifferenziazione) GayNews riprende e fa sua la campagna #BoycottDolceeGabbana, che il presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino ha tempestivamente lanciato sulla sua pagina Facebook.

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