Quel Pd che non riesce a diventare laico

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DI TOMMASO CERNO

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La via Crucis del Pd, che non riesce a diventare laico, conta finora quattro stazioni. Fermate sulla strada dell’adesione profonda alla socialdemocrazia, che giungono senza troppo clamore nell’Italia divisa fra renziani e gufi, dopo che il premier- segretario dei Dem ha condotto la nave del suo partito nel porto del Pse, cambiandogli pure nome a Strasburgo.Eppure, se si guarda bene in casa nostra, appare chiaro che il percorso avviato e celebrato dall’area riformista dei democratici è molto più accidentatao di quanto possa sembrare a una prima occhiata. Basta ripercorrere le quattro fermate che, nel giro di meno di un mese, ne hanno segnato il cammino. La prima risale a poche settimane fa. Dopo avere designato Gianni Pittella, laico convinto dai toni radicali, a capogruppo del Pse all’Europarlamento, i democratici dovevano decidere chi sarebbe stato il capogruppo della delegazione italiana del partito. In un primo momento, il nome che sembrava uscire naturale dal cilindro era quello di Simona Bonafé, classe ’73, donna, renziana, l’italiana più votata alle elezioni europee con quasi 300 mila preferenze. Eppure quel nome non è mai stato formalmente speso. Al suo posto, grazie a un accordo fra aree del Pd, e pure con il voto dei civatiani, è stata nominata su quel seggio Patrizia Toia, 64 anni, 3 legislature, teodem convinta, da sempre avversa a parole e nei fatti (basta ripercorrere le votazioni in Europa degli ultimi dieci anni) ai diritti civili, dall’aborto al fine vita passando per i matrimoni gay. Una scelta passata sotto silenzio, che ha unito nell’ipocrisia tutte le anime del partito (basti pensare che Daniele Viotti, eurodeputato gay del Pd, s’è incassato la tesoreria del gruppo e ha votato Toia senza colpo ferire). Un segnale chiaro, invece, di quanto dentro il partito di Renzi tornino a pesare, e parecchio, i teodem, i democratici cattolici reazionari, capaci di alleanze-ponte con i teocon, i conservatori della destra, ogni qual volta sul piatto ci sia da discutere dei cosiddetti temi etici. Passa qualche giorno ed ecco un secondo, pesante segnale, anche stavolta passato praticamente sotto silenzio. Dopo otto mesi di discussioni in commissione giustizia, era stato approvato il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili, diventando testo base di una ipotetica discussione in autunno. A pochi giorni da varo, anche a centrodestra – pur fra molti distinguo – si era aperto un dibattito e, grazie anche alla fuga in avanti di Francesca Pascale, dai vertici di Forza Italia – Berlusconi compreso – era arrivato un sostanziale via libera ai diritti civili per i gay, negati ormai da decenni. Troppo laico per essere vero, però. Pochi giorni dopo il voto in commissione, infatti, è stato il premier Matteo Renzi a stoppare tutto, anche stavolta senza polemiche né polveroni. In un’intervista a “l’Avvenire”, il giornale dei vescovi italiani, Renzi ha lasciato intendere che il disegno di legge Cirinnà, già frutto di mille mediazioni, non sarà votato perché – ha detto – il governo presenterà una sua proposta. Un modo per mandare all’aria il dibattito, rispondere all’aut aut delle frange cattoliche più integraliste e ridefinire al ribasso i diritti dei gay. Ed ecco la terza fermata, il famoso voto a scrutinio segreto del Senato in cui il governo va sotto. Immediatamente scatta il dibattito sul ritorno dei 101 che avevano affossato Prodi, ma a ben guardare quel che succede a palazzo Madama è molto diverso. In discussione, infatti, vi era un emendamento che allargava al Senato i poteri – guarda caso – proprio in materia di temi etici. Ed ecco di nuovo, nel segreto dll’urna, il fronte teodem unirsi a quello teocon, spostando la maggioranza renziana e facendo soccombere il premier, che ha poi minimizzato. Non è finita, ancora. Ultimo episodio è la bufera sull’eterologa. Dopo che la Consulta aveva bocciato il divieto, il fronte dei cattolici integralisti si è addirittura diviso in due correnti, per essere certo che il Pd non varasse un provvedimento laico e parificabile a quello dell’Europa o degli Stati Uniti. Da una parte il ministro Lorenzin, alfaniana dell’Ncd, non potendo vietarla si lancia in una strampalata difesa dei principi anti-razzisti, spiegando che una coppia in Italia non avrebbe il diritto di sapere nemmeno il colore della pelle del figlio che andrà a nascere. In totale contrasto con i principi medici, che impongono invece sul piano psicologico – per i genitori e soprattutto per il bambino – la ricerca del donatore in tutto e per tutto più adatto. Un modo, evidentemente, per mettere paura alle giovani coppie che, di fronte a questo scenario, certamente frenerebbero l’enstusiasmo. Non bastasse, dopo avere annunciato il via libera, ecco di nuovo il governo a fermare tutto, riportando l’Italia indietro di una trentina d’anni rispetto a tutto il mondo occidentale e invadendo i diritti di milioni di coppie. Se due indizi sono una coincidenza, tre una prova?. Beh il quarto fa scattare il dolo. E porta a dire che ancora una volta il Pd italico fa fatica a diventare laico.

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