Dopo il successo registrato nella scorsa stagione teatrale, torna in scena dal 2 al 7 aprile, all’Off/Off Theatre di Roma la pièce teatrale L’effetto che fa.
 
Liberamente ispirata al caso dell'omicidio Varani "l’fffetto che fa" fu la risposta che Manuel Foffo e Marco Prato diedero agli inquirenti quando fu loro chiessto come mai avessero torturato e ucciso il giovane Luca Varani. Lo spettacolo, che prova a penetrare sentimenti, emozioni e sofferenze sia dei carnefici sia della vittima, è scritto e diretto dal giovane regista Giovanni Franci e vede in scena tre attori under 35, coetanei dei veri protagonisti della storia, Valerio Di BenedettoRiccardo Pieretti Fabio Vasco
 
Gaynews ha deciso di contattare i tre attori durante le prove dello spettacolo e chiedere loro come ci si sente a portare in scena personaggi segnati da una storia così profonda di violenza, dolore e sofferenza.
 
Riccardo Pieretti, che in scena interpreta Luca Varani, ha affermato: “Il regista e autore Giovanni Franci ammanta di grande simbolismo la figura di Luca Varani, in senso quasi cristologico. Da attore, nel cercare di adempiere a questo compito, sono posto di fronte ad una responsabilità etica finora insondata in campo teatrale. Che io sappia, infatti, nessuno ha mai interpretato su di un palco la vittima di un omicidio, diventato caso di cronaca nera, accaduto appena tre anni fa. Interpretare Luca Varani comporta un grande rispetto e un grande amore. Il primo nei confronti di chi ha subito gli effetti di questa vicenda, il secondo nei confronti del mio mestiere.”
 
Valerio Di Benedetto, che in scena è Manuel Foffo, il giovane nel cui appartamento al Collatino è avvenuto l’omicidio, ha dichiarato: “L’errore che si potrebbe fare in questi casi è quello di porci con giudizio nelle azioni e nei pensieri del personaggio. Questo porterebbe ad avere distanza e una controproducente superiorità, che ci impedirebbe di riconsegnare la verità più profonda, che invece cerchiamo di fare con questo testo. Non sta a noi giudicare, non è il nostro ruolo. Noi siamo solo a servizio della storia e per farlo dobbiamo empatizzare al massimo con la sofferenza e l’oscurità dei protagonisti, cercando un punto di incontro con quella che è la nostra sofferenza, la nostra oscurità. Toccare l’umanità dell’altro partendo dalla nostra umanità. Questo, per me, è l’unico modo per affrontare un personaggio, qualsiasi esso sia. Non ci dobbiamo mai dimenticare che stiamo raccontando una storia e ogni storia sarà sempre pervasa dall’umanità dei suoi protagonisti.”
 
Infine, Fabio Vasco, che interpreta Marco Prato, il personaggio forse più controverso della drammatica notte al Collatino, ha detto: “Sicuramente per me è stato difficile approcciarmi al personaggio di Marco Prato ma dall’altra parte è stata una sfida poterlo interpretare, studiarlo e capire la sua disperazione. Quando interpreti un personaggio molto lontano da te, la cosa che non bisogna assolutamente fare è giudicarlo ma bisogna cercare di entrare nella sua testa e capire perché si è arrivati a tanto e cosa lo ha portato a fare qual che ha fatto. Sono partito da alcune cose in comune con Prato, per esempio l’insicurezza adolescenziale, poi ho sviluppato tutto il suo percorso formativo, umano ed emotivo tramite il testo di Giovanni in cui viene fuori tanto di Marco Prato, della sua vita e della sua famiglia.”
 
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«Truman Capote è stato, ed è, quello straordinario scrittore che rivoluzionò la letteratura americana e non, con un romanzo agguerrito e terribile come A sangue freddo. A dispetto di quel titolo, in me, come attore e come essere umano, è caldissimo il sangue quando me lo vesto addosso, quando provo a piegarni verso di lui, come canna al vento, come sarebbe piaciuto a Grazia Deledda

Mi vesto di lui e io mi svesto, come se rimanessi nudo al suo cospetto. Rimane la mia anima lì su ogni palcoscenico. E ogni recita diventa una delle tante "preghiere esaudite"».

Con queste parole Gianluca Ferrato presenta Truman Capote – Questa cosa chiamata amore, pièce di cui è assoluto protagonista, in scena al Teatro Off/Off di Roma fino a stasera.

Lo spettacolo, dedicato a Capote, scritto da Massimo Sgorbani con la regia di Emanuele Gamba, è un omaggio ad uno dei più grandi scrittori americani del '900, autore di grandi classici della letteratura come Colazione da Tiffany o A sangue freddo.

È il Capote più irriverente, quello che emerge dal testo in scena nell’elegantissimo spazio di via Giulia: il Capote dandy, esibizionista, personaggio pubblico e irriverente prima ancora che grande scrittore. Ma anche l'anticonformista per eccellenza, che può permettersi di parlare con la stessa dissacrante arguzia di Hollywood e della società letteraria newyorkese, di Jackie Kennedy e Marilyn Monroe, di Hemingway e Tennessee Williams, senza mai risparmiare se stesso, i suoi vizi, le sue manie, i suoi successi e fallimenti.

Il suo stile, decadente, ironico e iconoclasta, ha segnato la letteratura degli Stati Uniti, dopo un'infanzia difficile e con l'aggravante, per l'America dell'epoca, dell'omosessualità. Capote, sotto i lustrini di feste e copertine di riviste, ha saputo raccontare tanto la frizzante società newyorkese quanto il cuore più nero del suo Paese. Il tutto con una lingua costruita alla perfezione, vero elemento distintivo della sua produzione, tanto quanto i temi di cui si è occupato nei suoi libri.

Partito dai bassifondi, lavorando come fattorino, Capote ha conosciuto il successo con i racconti, per poi imporsi definitivamente con il romanzo-verità A sangue freddo (1966), storia del massacro di una famiglia e capostipite di un nuovo tipo di giornalismo letterario. Poi alcol e droga hanno infiacchito il suo talento, a lungo cristallino e unico. Ma 30 anni dopo la sua morte, per cirrosi epatica nell'agosto del 1984, a neppure 60 anni di età, non possiamo che rimpiangere il suo genio e anche la sua candida e disperata voglia di stupire e, probabilmente, di essere apprezzato e amato.

«Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta è intesa unicamente per l'autoflagellazione». Se per Capote il suo talento è stato una frusta, per tutti noi è stato e resta solo piacere puro.

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Fino a domenica 17 Febbraio, presso il Teatro Piccolo Bellini di Napoli, andrà in scena Un eschimese in Amazzonia, progetto scenico di Liv Ferracchiati, ultimo capitolo della trilogia dell’identità ideato dalla stessa regista. Un eschimese in Amazzonia ha vinto il Premio Scenario 2017 e porta in scena un confronto tra una persona transgender – l’eschimese – e la società, qui rappresentata dal coro.

Il titolo prende spunto da una dichiarazione dell’attivista trans e sociologa Porpora Marcasciano, figura di spicco del transfemminismo italiano, e fa riferimento a quel contesto socio-culturale che «compromette, ostacola e falsifica un percorso che potrebbe essere dei più sicuri e dei più tranquilli».

Per saperne di più, abbiamo contattato Liv Ferracchiati durante le repliche napoletane dello spettacolo.

Un eschimese in Amazzonia fa parte della sua trilogia dell’identità: ci presenta questo progetto?

La trilogia dell’identità consta di tre capitoli, tre spettacoli, che affrontano i temi del transgenderismo e, soprattutto, dell’identità delle persone FtM. Il tentativo è quello di raccontare il viaggio mentale che una persona transgender compie senza far uso di ormoni o interventi chirurgici per riappropriarsi della propria identità. Io ho voluto raccontare l’ordinarietà e la normalità del transgenderismo. Per far ciò ci siamo serviti di opere importanti di riferimento per gli studi di genere, come quelle di Judoth Butler, ma anche delle registrazioni che abbiamo fatto intervistando tante persone transgender.

Cosa accade in questo suo progetto per la scena?

Un eschimese in Amazzonia utilizza un linguaggio teatrale un po’ diverso. Il linguaggio si svolge su due piani: la parola strutturata quasi musicale del coro che rappresenta la società e la parola improvvisata dell’eschimese. Riprendo la celebre frase della leader del Mit Porpora Marcasciano perché le persone transgender, cioè gli eschimesi, vivrebbero un’esistenza molto serena se non fosse la società ad essere impreparata ad accoglierli. La fragilità della parola improvvisata è la metafora della difficoltà che vive l’eschimese che non sa come raccontare la sua condizione. Un eschimese in Amazzonia gioca molto con il pubblico e lo fa in maniera ironica e con leggerezza.

La presenza di un eschimese in Amazzonia mette in crisi le regole sociali vigenti. Quali regole in particolare sono messe in discussione da tale presenza?

L’eschimese mette in crisi la percezione dei ruoli di genere perché osservare sul palco un performer che vive al maschile essendo percepito con un corpo femminile mette in crisi un sistema di valori che prevede che un uomo sia quello che biologicamente ha un determinato corredo cromosomico e un organo genitale maschile. Non basta la biologia però per la costruzione dell’identità di genere ma si tratta di un adeguamento culturale che l’individuo opera durante la propria crescita e della mente che fa funzionare tutto il corpo come corpo maschile o femminile.

Secondo lei, a che punto è la notte, soprattutto in Italia, relativamente alle questioni che riguardano l'identità di genere?

L’Italia sta conoscendo un periodo di diminuzione dell’apertura verso ciò che è considerato diverso. Ovviamente, è una convenzione decidere ciò che è diverso e ciò che è uguale. La parola diversità è bella perché siamo tutti diversi ed è bello esaltare la diversità di ognuno anche delle persone cisgender. Poi siamo anche tutti molti simili nei percorsi di vita perché nasciamo e andiamo verso la morte. Sicuramente, c’è un inasprimento dei rapporti sociali relativamente a determinati temi perché la politica dell’attuale governo lavora sul l’intolleranza e non sulla tolleranza, è un gioco a raccogliere dei voti attraverso la paura, un gioco che può essere premiato nel breve termine ma che porterà a una situazione disastrosa.

Però ci sono anche dei varchi di speranza per esempio abbiamo messo in scena al Teatro India di Roma Un eschimese in Amazzonia davanti a delle classi di liceo e i ragazzi erano entusiasti del linguaggio utilizzato è molto sereni rispetto alla tematica affrontata è questo mi fa ben sperare nel futuro.

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Giacomo Alvino, stilista e autore, ha 46 anni e dalla nascita convive con un grave disabilità. Il suo desiderio di "Bellezza" è stato però sempre più forte delle sue difficoltà: Giacomo ha lavorato, infatti, per 13 anni nell’ambito della moda, raggiungendo traguardi importanti e vestendo personaggi di rilievo del mondo dello spettacolo. 

Il teatro è stato fondamentale nella sua formazione artistica e umana e l'ha vissuto intensamente anche in virtù delle amicizie strette nell’ambiente in cui è cresciuto e ha lavorato. 

Quattro anni fa Giacomo ha sentito il bisogno di scrivere NidoBianco2.0, un testo teatrale che narra la difficoltà di vivere serenamente la propria bisessualità a causa dei condizionamenti familiari e della fragilità del protagonista. Fabio, attratto dalla "normalità", fa un percorso evolutivo che attraversa varie fasi scoprendo un reale rapporto con "l’altro" e con se stesso.

Per consentire la realizzazione di questo progetto, è online da qualche giorno un crowdfunding sul sito di Produzioni dal BassoIl budget sarà totalmente utilizzato per la concreta realizzazione della performance ideata da Giacomo Alvino.

Lo stesso Giacomo, contattato da Gaynews, ci spiega perché è importante partecipare a questo crowdfunding: “NidoBianco2.0 metterebbe in scena il quotidiano che talora non mostriamo neanche a noi stessi. Abbiamo paura di vivere realmente. Sto cercando di vivere senza filtri: ci sono riuscito in NidoBianco2.0.”

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Da venerdì 25 a domenica 27 gennaio a Roma, presso lo spazio dell’Altrove Teatro Studio (via Scalia, 63), andrà in scena lo spettacolo Processo a Fellini, scritto da Riccardo Pechini e diretto da Mariano Lamberti. Un vero e proprio evento che segna l’approdo del regista di God As You e di Una storia d’amore in quattro capitoli e mezzo al teatro. 

Un approdo che, però, non dimentica l’amore per il cinema, dacché protagonisti della pièce sono il grande Federico Fellini e la sua compagna, l’attrice Giulietta MasinaIncontriamo Mariano Lamberti mentre è impegnato nelle prove dello spettacolo per saperne di più su questo progetto per la scena. 

Mariano come mai dedicare uno spettacolo a Federico Fellini? O forse dovremmo dire a Giulietta Masina? Quanto si amarono e a quale costo? 

Processo a Fellini è uno spettacolo quanto mai puntuale: il 2018 si sono celebrati i  25 anni dalla sua morte e il 2020 si festeggierà  il centenario della sua nascita. Fellini è uno dei più grandi artisti del ventesimo secolo, quindi mi sembrava doveroso fare un omaggio alla sua arte. La  piece è anche un omaggio all' immenso talento di Giulietta Masina, troppo in fretta dimenticata. La loro storia d'amore è stata leggendaria, archetipica, umanissima, con tutte le luci e le ombre che un amore così complesso  può generare. Lo spettacolo si sofferma doverosamente  sulle ombre del loro rapporto, privato di carne e sangue nell'immaginario pubblico.

Il tuo è, in qualche modo, anche uno spettacolo sul ruolo delle muse (o dei musi). Hai avuto anche tu, nella tua carriera artistica, un modello di ispirazione? 

Ho avuto pochi, pochissimi modelli di ispirazione. Pasolini e il grande Federico Fellini sono senz'altro quelli a cui devo di più. Fellini rimane ancora una fonte di ispirazione per  questa sua immensa libertà di creare. Una libertà che ha avuto la fortuna di poter sperimentare fino in fondo, senza compromessi, una sorta di competizione con Dio, come lui la chiamava. La libertà (e non solo quella artistica) è uno dei doni più belli che l'essere umano possa ricevere dalla vita.

Con questo spettacolo, porti a teatro il tuo grande amore: il cinema. Quale regista ti ha davvero cambiato lo sguardo e ti ha fatto innamorare del cinema? 

Fellini è sicuramente il regista che per molti versi ha cambiato la mia visione del cinema: portando sullo schermo disadattati, esseri fragili, esclusi, diversi,  dimenticati, scomodi. Ci ha regalato un  immensa lezione di poesia che non solo ogni artista ma anche ogni uomo, dovrebbe sempre tenere con sè e custordire gelosamente.

Infine, se potessi dire qualcosa a Giulietta Masina, dopo la realizzazione di questo spettacolo, cosa le diresti?

Cara Giulietta, la tua arte sarà ricordata per sempre, ma il mio desiderio è che venga celebrata anche la tua grandissima umanità. Cosa alla quale spero di avere contribuito con questo spettacolo. 

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Lo spettacolo La Felicità, prodotto dall'associazione culturale Madé per la regia di Nicola Alberto Orofino, andrà in scena, nell’ambito della VII° edizione del Roma Fringe Festival 2019, all’ex-Mattatoio di Roma, nello spazio "La Pelanda" (Piazza Orazio Giustiniani), il 10 gennaio alle ore 22.00, l’ 11 gennaio alle ore 19.00 e il 12 gennaio alle ore 20.30.
 
Si tratta del racconto di tre donne nella Catania del ‘68, donne che fanno cose da femmine. Recluse nei perimetri dei propri ruoli di genere e degli spazi, in cui la società le ha relegate. Una zitella, tutta casa e chiesa, baciapile e bacchettona, intollerante e maschilista. Una donna sposata con un uomo che non c’è mai perché si spacca la schiena, ma non le fa mancare nienteUna donna sposata con un imprenditore e che, a differenza delle altre due, inizia a sentire dentro di sé un desiderio di indipendenza e comincia a non sopportare più la subordinazione nei confronti del marito.
 
Fuori e lontana c’è la Catania che cresce, si allarga, s'allonga, si stira, come un pane in pasta, la Catania dei cantieri edili, con l’ambizione e la speranza di diventare la Milano del SudL’infelicità di queste donne ci appartiene, nonostante la storia sia ambientata nel ‘68, perché ci accorgiamo che dentro quel racconto ci siamo anche noi, qui e ora, in questo 2018, inverno del nostro scontento
 
A poche ore dalla prima messinscena romana incontriamo il regista Nicola Alberto Orofino.
Alberto, quale ragione ti ha spinto a portare in scena questo lavoro?
 
Lo spettacolo nasce da una studio fatto assieme ad un gruppo di attori sul '68 catanese. Anche nel profondo Sud, come del resto in Italia e in Europa, la contestazione, l’occupazione delle università, se pur di breve durata, produssero ragionamenti, immaginari, progetti di cambiamento nei campi della politica, della cultura, dei costumi. Ma interi strati sociali, e in particolare i ceti più popolari e le donne, anche quelle più culturalmente elevate di quelle che a Catania popolano "i quatteri", saggiarono poco o niente dei ragionamenti rivoluzionari che invece occupavano tanto i salotti borghesi. La vita per loro ha continuato a scivolare come sempre dentro le proprie case, gabbie ordinate e pulite. Dividersi tra marito, suoceri, figli e zii, spesso con l’aggravio di angherie, condizionamenti e violenze era percepito come l’unica possibilità per la propria vita. Così tra sofferenze intime e sorrisi finti, la vita “felice” di queste donne continuava a scorrere fino alla fine delle loro esistenze. La Felicità nasce con l’intento di raccontare queste donne, troppo dimenticate nei festeggiamenti, per la verità un po’ grotteschi, dei cinquant’anni dal '68.
 
La Felicità è uno spettacolo “al femminile” e racconta una storia di emancipazioni ed emancipazioni mancate. Oggi le donne vivono ancora un’urgenza “emancipazione”? Vivono ancora in strutture sociali e familiari maschiliste?
 
Basta fare un giro nella Catania dei “quatteri” e ci si rende immediatamente conto che le vite raccontate dalle nostre mamme o dalle nostre nonne sono ancora lì, immutate bloccate e solidissime. Detto questo però bisogna intendersi su cosa possa significare “urgenza di emancipazione” oggi. Le elaborazioni intellettuali e contestatarie, dal '68 ai nostri giorni, ci hanno lasciato tanto in termini legislativi e culturali. E oggi le possibilità di riscatto ci sono. Ma non possiamo nasconderci che in certe realtà si tratta di un percorso difficile, faticoso, che le donne possono compiere solo attraverso lotte solitarie e poco sostenute. Percorsi che richiedono in certe situazioni veri e propri atti di eroismo. Questa la ragione per cui manca in tante di loro una vera e propria assunzione di responsabilità per un vero riscatto. La conseguenza più immediata è che le strutture familiari e sociali di certi contesti permangono fortemente maschiliste. Mi sembra che sia questo il punto. Un misto di ignoranza e apatia, di solitudine e consuetudini ataviche portano le vite di certe donne di ieri, come di oggi, ad accettare che le loro esistenze siano totalmente gestite dagli uomini. Che forse la ricerca della propria felicità non possa risolversi nel declinare ogni responsabilità sulla propria vita? Si può essere veramente felici così? La felicità è un pensiero di rivoluzione, ma può anche essere un rimedio per evitarla… la rivoluzione.
 
L’emancipazione di cui narra il tuo spettacolo riguarda anche la città di Catania che, alla fine degli anni ‘60, sembrava destinata a diventare la Milano Glam del Sud Italia. Leggendo in prospettiva quel che è accaduto negli anni, Catania è oggi una città emancipata o ha definitivamente perso l’occasione di emanciparsi? E quali sono le responsabilità del fallimento del promesso boom degli anni '70?
 
Catania è una città alla ricerca perenne di felicità. Ma è una felicità di consumo, istantanea, che procura ebbrezze forti e momentanee. Catania è una città semplicemente disinteressata al riscatto. Non mi pare che abbiamo perso occasioni, perché una reale volontà di emancipazione dalla malavita, dal malaffare, da tutto ciò che è brutto e sporco è sempre stata soffocata. Ciclicamente è sembrato (è successo negli anni ‘70, all'inizio degli anni '90) che fermenti di rinnovamento potessero radicarsi. Abbiamo tante volte, troppe, parlato di rinascita, di primavera, di ripresa, di risveglio… Fuochi di paglia. La totale incapacità di una prospettiva lunga impedisce qualsiasi ipotesi progettuale. Catania ha dimostrato di interessarsi solo di felicità a basso costo. Non voglio rassegnarmi a ciò che è sempre stato. Ostinarsi a raccontare la propria comunità, può essere un tentativo piccolo ma concreto di sovvertire decenni di fallimento.
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Stasera a Napoli un significativo appuntamento con la cultura Lgbti avrà luogo presso il Nuovo Teatro Sanità, dove andrà in scena lo spettacolo Quando ero una “boy” di Antonella Monetti che ha, tra gli interpreti, Nicole De Leo, esponente del Movimento Transessuale Italiano e presidente del Mit di Bologna. 

Lo spettacolo racconta la storia di Anna Fougez, stella del varietà italiano nei primi anni ’20 del '900. Era l’epoca dei cafè-chantant e le soubrette, vestite di strass e piume di struzzo, erano considerate le regine di quel mondo spettacolare.

Tra tutte Anna Fougez si distinse per la sua eleganza e per le sue doti interpretative, incarnando la sciantosa per antonomasia. E come ogni diva, anche lei, aveva le sue capricciose richieste. La sua particolarità era quella di circondarsi, sul palco, di boy, che dovevano essere tutti rigorosamente omosessuali.

In scena, oltre a Nicole De Leo, anche Dolores Melodia e Christian Palmi, giovane danzatore di talento, che è tra i responsabili del Teatro delle Spiagge di Firenze che ha fortemente voluto, con Teatri d’Imbarco e Mario Gelardi del Nuovo Teatro Sanità, la produzione di questo progetto teatrale.

Raggiungiamo Nicole De Leo, durante le prove, per saperne di più sulla pièce a poche ore dalla messa in scena.

Nicole, stasera, a Napoli, sarai in scena con Quando ero una “boy”: di cosa racconta lo spettacolo? Come nasce questo progetto teatrale?

Questo spettacolo nasce dall’incontro tra me e Antonella Monetti. Avevamo già lavorato insieme in passato. Questo spettacolo si ispira proprio alla vita di Anna Fougez. Il lavoro nasce anche grazie alla produzione del Teatro d’Imbarco di Firenze e di Mario Gelardi del Nuovo Teatro Sanità di Napoli. Abbiamo già presentato un primo studio dello spettacolo lo scorso 17 maggio in occasione della Giornata mondiale di lotta all’omotransfobia.

Lo spettacolo, ambientato negli anni '20, tratta anche il tema delle discriminazioni. Credi che oggi, a quasi un secolo di distanza, il nostro sia ancora un Paese che discrimina le persone Lgbti?

La protagonista della vicenda che raccontiamo è Anna Fougez, una grande vedette degli anni '20. Ma è un pretesto per raccontare in realtà la storia dei suoi boy che erano tutti omosessuali. E quindi si racconta anche la violenza che subirono le persone omosessuali durante il fascismo. Chiaramente oggi non siamo scevri da queste discriminazioni e il pericolo è reale, perché il nuovo assetto politico del Paese torna a non riconoscerci. I diritti si conquistano con lunghe lotte ma si possono perdere molto rapidamente: dipende da chi detiene il potere.

Oggi assistiamo agli esiti di un impoverimento culturale che è iniziato più di venti anni fa e, nonostante i frutti anche positivi delle nostre lotte, basta davvero poco per alimentare un clima discriminatorio. È necessario, oggi più di prima, che la nostra parola e i nostri corpi siano presenti. Non possiamo sederci sugli allori di qualche battaglia vinta.

Lo spettacolo è anche uno spettacolo sul talento delle donne. C’è una diva del mondo dello spettacolo a cui la De Leo deve dire grazie per essere stata un modello di vita o sensibilità?

Lo spettacolo intende rivalutare il talento delle donne di allora e anche di quelle di oggi. Non si tratta tanto di esaltare la cifra del divismo, quanto quella della creatività delle artiste e della concreta determinazione di un’artista come Anna Fougez che deve portare avanti una compagnia di quaranta artisti. Una forza davvero ammirevole. I miei punti di riferimento artistico sono grandi attrici come Margaret Leighton, Judi Dench o Glenda Jackson, personaggi che avevano uno spessore umano oltre che artistico. Oggi non esistono “dive” del genere. Forse Raffaella Carrà. Ma le donne che mi hanno ispirato sono quelle che hanno segnato la storia del cinema. Alcune anche meno conosciute, come Thelma Ritter che interpretava il ruolo della cameriera di Bette Davis in Eva contro Eva.

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Questa sera a Firenze, presso il Teatro delle Spiagge di Firenze (via del Pesciolino 26/A), andrà in scena lo spettacolo La rosa del giardino. Lorca e Dalì, l’ultimo ballo a Fuente GrandeScritta da Claudio Finelli e diretta da Mario Gelardi, la pièce inaugurerà la stagione 2018/19 del teatro fiorentino nell’ambito della 2° edizione del Festival Portraits On Stage.

Salvador Dalì e Federico García Lorca, come noto, s'incontrarono nel 1922 a Madrid e intessettero una relazione colma di stima e complicità, della quale rimangono le tracce in una lirica di Lorca e in alcune lettere che il pittore scrisse al poeta.

Finelli ricostruisce, come in un sogno, la storia di un’amicizia, di un’intesa intellettuale, di un desiderio e forse di un amore.

Per saperne di più, contattiamo l'intellettuale partenopeo, collaboratore del nostro quotidiano, delegato cultura di Arcigay Napoli, direttore artistico della rassegna letteraria Poetè.

Claudio, come è nata l’idea di questa pièce?

L’idea, in realtà, è venuta a Mario Gelardi che, quest’estate, mi ha chiesto di scrivere un testo sulla relazione tra Federico García Lorca e Salvador Dalì a partire dalle lettere che l’artista scrisse al poeta. Si tratta di un epistolario molto articolato, in cui Dalì comunica al poeta riflessioni personali sull’arte e sulla poesia ma anche le proprie emozioni, le proprie paure e le proprie paranoie. Non siamo in possesso, purtroppo, delle lettere con cui Lorca rispondeva a Dalì, forse anche per colpa di Gala…

Si può, allora dire, che hai provato a ricostruire la relazione tra questi due geni della cultura del XX° secolo?

Non credo di aver ricostruito la loro relazione dal punto di vista storico. Io non sono uno storico. Credo di aver, invece, operato nel senso di una ricostruzione poetica dei loro sentimenti, dei loro desideri, della loro innegabile attrazione. Si tratta dell’attrazione di due giovanissimi uomini belli e affascinanti, sfacciati e anticonformisti, poco più che adolescenti, con un immaginario e un’emotività straripanti. Il luogo ideale in cui attecchisce il fuoco dell’amore e della passione. Se poi questa passione e quest’amore siano stati concretamente consumati, lo deciderà lo spettatore.

È ancora difficile, secondo te, parlare dell’omosessualità di grandi personaggi della storia della civiltà occidentale?

Direi di sì. Ovviamente, Lorca fu uno dei pochissimi intellettuali della prima metà del '900 la cui omosessualità non fosse un mistero. E, al di là di altre implicazioni politiche, fu ucciso proprio perché era omosessuale. La sua omosessualità lo rendeva meno degno di vivere agli occhi dei franchisti che lo fucilarono. Lo fucilarono, nonostante la mobilitazione in favore di Lorca di grandissimi intellettuali in tutto il mondo. Lo fucilarono e, ad oggi, non sappiamo ancora dove siano state lasciate le sue spoglie mortali. Non ebbe neppure l’onore di una sepoltura e di un luogo certo per i suoi resti. La sua vita – agli occhi dei falangisti che lo uccisero – valeva meno di qualsiasi altra cosa perché era omosessuale.

Ma, secondo te, Lorca e Dalì si amarono?

Secondo me non potevano non amarsi. La differenza tra i due era nel coraggio di amare. Ad amare ci vuole un gran coraggio, sempre. Lorca era un uomo coraggiosissimo. Spesso i poeti sono uomini molto coraggiosi perché sperimentano l’abisso più di qualsiasi altro individuo e l’amore, soprattutto un amore omosessuale negli anni venti del secolo scorso, era una sfida all’abisso. Dalì era un grande artista ma era un uomo superficiale e codardo. Non bisogna mai innamorarsi dei codardi e dei superficiali. Lorca lo capì troppo tardi. 

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Da mercoledì 28 novembre a domenica 9 dicembre, l’Off/Off Theatre, il nuovo spazio teatrale romano di via Giulia con la direzione artistica di Silvano Spada, ospiterà Carta Straccia di Mario Gelardi: unas storia romantica, ambientata nella Roma del 1968, con Pino Strabioli, Sabrina Knaflitz e Barnaba Bonafaccia e le musiche di Carlo Vannini.

I protagonisti di Carta Straccia sono Teresa e Agostino, due fratelli immersi nel loro laboratorio di carta artigianale, molto lontani dagli accadimenti rivoluzionari del ‘68 che cambieranno nel profondo il volto del mondo. Teresa e Agostino saranno sorpresi dall’inatteso arrivo del giovane e bellissimo Remo, un nipote che rivoluziona le loro vite ma cela un terribile segreto, destabilizzante come la rivoluzione che avanza.

Per sapere qualcosa in più sullo spettacolo, abbiamo incontrato Pino Strabioli che porta in scena il personaggio di Agostino, un omosessuale che ama Patty Pravo e vive con la sorella, vivendo ora con timidezza, ora con disinvoltura, il proprio orientamento sessuale.

Il protagonista di Carta Straccia è Agostino, omosessuale che vive la propria sessualità alla fine degli anni 60 e tu ne sei l’interprete. Come descriveresti il tuo personaggio? Cosa ti sentiresti di dire a quanti, come Agostino, hanno vissuto la propria omosessualità in una società certamente più omofoba di quella attuale?

Mario gelardi mi ha fatto un altro regalo, dopo il sartino del nostro fortunato precedente spettacolo (L’abito della sposa) questa volta ha creato per me Agostino, un operaio della carta nato negli anni ‘20 che alle soglie dei cinquant’anni si trova a fare i conti con lo scorrere di un’esistenza fatta di lavoro, famiglia e fughe notturne alla ricerca di emozioni erotiche. Siamo nel 1968 e per lui non era certo facile vivere appieno la propria omosessualità. Ha un rapporto morboso con una sorella e nutre un amore smodato per Patty Pravo che in quell’anno infilava un successo dietro l’altro.

Erano anni di rivoluzione per alcuni, di fatica per altri. Era un’Italia sicuramente più omofoba sotto certi aspetti ma forse più rilassata sotto altri. Anche oggi, in alcuni angoli del Paese, purtroppo, continuano ad esistere situazioni faticose, a volte addirittura inaccettabili da vivere.

La nostra è una commedia che mischia la tenerezza alla risata, la solitudine all’evasione, attraverso la musica.

La pièce tocca in maniera brillante le dinamiche “insane” ed esasperate che si manifestano all’interno dell’ambiente domestico. Insomma, è giusto pensare che Carta Straccia, col sorriso sulle labbra, voglia anche suggerirci che tutte le famiglie, pure quelle tradizionali, possono diventare luogo di recriminazioni ed egoismo? 

Assolutamente sì, in quella casa-laboratorio si consumano dinamiche insane e prepotenti, come spesso accade nella tipica famiglia italiana, quella tradizionale, quella “perfetta”.

Lo spettacolo ci racconta anche la “potenza” della bellezza fisica che seduce e conquista tutti, rivelandosi poi in tutta la sua natura violenta. Quanto conta, secondo te, la bellezza nel successo personale di un individuo?

Il tema della bellezza vuole essere e un omaggio al grande Palazzeschi: il giovane Remo che irrompe nella vita delle mitiche Sorelle Materassi. Ma anche l’illusione di poter possedere la bellezza, in qualche maniera comprarla, è un gioco teatrale toccante, violento e comico. Comunque sì, oggi sembra che la bellezza conti molto, ma per fortuna contando contando non si arriva mai a cento....passata una bellezza ecco che ne arriva un’altra. Come diceva l’indimenticabile Bette Davis, la bruttezza ha un vantaggio sulla bellezza: dura.

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Al via ieri sera a Bologna la 16° edizione del Gender Bender Festival che, prodotto dal Cassero Lgbt Center, è quest’anno intitolato Cromocosmi. Più di 100 appuntamenti all’insegna della danza, del teatro, del cinema, di laboratori e dibattiti per esplorare, fino al 3 novembre, i molteplici universi del corpo, delle differenze, del genere e dell’orientamento sessuale.  

Nella sezione Danza sono da evidenziare Ignite (25-26 ottobre) di Shailesh Bahoran, versatile coreografo e breakdancer, vincitore nel 2017 del Prize of the Dutch Dance Days Maastricht; Warriors foot del coreografo brasiliano (ma residente nei Paesi Bassi) Guilherme Miotto in prima nazionale il 31 ottobre; AL13FB<3 (31 ottobre – 1° novembre) del performer Fernando Belfiore, anche lui brasiliano ma da anni di casa a Amsterdam; l’immaginifico Filles e Soie (2-3 novembre) dell’attrice, regista teatrale,  marionettista francese Séverine Coulon in prima nazionale il 2 novembre; l’opera satirica per cinque danzatori Le roi de la piste (26-27 ottobre) di Thomas Lebrun, fondatore della Compagnia Illico.

Per la sezione Teatro Alessandro Berti interpreterà, il 29 e il 30 ottobre, le sue Bugie bianche. Capitolo primo: Black Dick, concentrandosi sullo sguardo del maschio bianco sul maschio nero (e in particolare sul suo corpo) e chiedendosi quale rapporto ci sia tra l’oppressione storica del bianco sul nero e la percezione di un’oppressione intima, privata, sessuale, che il bianco sente di subire nel confrontarsi con il nero.

La sezione Cinema prevede, fra l’altro, le proiezioni di Somos tr3s (in prima nazionale il 31 ottobre) dell’argentino Marcelo Briem Stamm; Tinta Bruta (31 ottobre) dei registi brasiliani Marcio Reolon e Filipe Matzenbacher; Diane a les épaules (26 ottobre), commedia irriverente di Fabrice Gorgeart, che affronta con intelligenza il tema della gestazione per altri. 

La presenza di autori e autrici internazionali caratterizzerà la sezione Incontri a partire da quella di Garrard Conley che, il 27 ottobre, a partire dal memoir autobiografico Boy erased – Vite cancellate (da cui è stato tratto l’omonino film con Nicole Kidman e Russell Crowe), parlerà di cosa significhi subire e sopravvivere alle terapie riparative. Da segnalare poi il dibattito (28 ottobre) con la giornalista transgender Juno Dawson, autrice del divertente e dissacrante Questo libro è gay.

Il 29 ottobre è infine previsto il convegno Queer visual culture che, curato da Fruit Exhibition in collaborazione col Master Europeo in studi di genere e delle donne GEMMA dell’Università di Bologna,  vedrà la partecipazione di esperti di pubblicazioni nonché di linguaggio visuale queer e di genere dal calibro di Tori West, Matthew Holroyd, Jacopo Benassi, Erin Reznick e Mike Feswick.

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