«Un atto di violenza gratuita frutto del clima di odio che pervade il nostro paese. Al di là della matrice che non spetta a noi decidere, è evidente che qualcuno si sente autorizzato a vandalizzare uno spazio importante per la comunità Lgbti+ salernitana. Dobbiamo rispondere con coraggio e determinazione a questi gesti. La migliore risposta sono i colori dei nostri affetti. A breve annunceremo la data del Salerno Pride 2019».

Così Francesco Napoli, presidente d’Arcigay Salerno Marcella Di Folco, ha commentato la devastazione della sede del comitato, in via Pandolfina Fasanella, da parte di ignoti il 18 gennaio. 

La porta di ferro tagliata, distrutta quella in vetri, messi a soqquadro i locali di proprietà comunale ma da tempo dati in gestione ad Arcigay Salerno per attività di contrasto alle discriminazioni. E proprio dal sindaco Vincenzo Napoli e dalla Giunta comunale è stata espressa piena «solidarietà ad attivisti e militanti Lgbt per il grave atto vandalico». Ma anche «ferma condanna per il gesto con l’auspicio di indagini immediate che portino all'individuazione dei responsabili. Salerno è città democratica e rispettosa dei diritti civili».

Ieri mattina Francesco Napoli ha provveduto a sporgere denuncia in Questura. «Speriamo  - ha dichiarato in un comunicato ufficiale - si possa risalire agli autori del gesto. Resta l'amarezza di una triste scoperta e la consapevolezza di dover ancora lottare e resistere per i diritti e le tutele di tutte e tutti».

Laura Boldrini in visita alla sede d'Arcigay

Nel pomeriggio d'ieri la sede del comitato, rimessa in ordine da soci e socie, è stata visitata dalla deputata LeU Laura Boldrini, che ha dichiarato: «Ogni giorno le conquiste in tema di diritti vengono rimesse in discussione. Si devono mettere in campo tutti gli anticorpi. C'è un clima pesante nel Paese, di oscurantismo, di intolleranza e questo clima, purtroppo, può arrivare anche a manifestarsi con questi atti antidemocratici».

L’ex presidente della Camera ha quindi mosso un fermo j’accuse a esponenti del governo e della classe politica di maggioranza, affermando: «Il ministro della Famiglia, al singolare, dice che non esistono altre famiglie se non quella tra uomo e donna. Dunque, nega anche le unioni civili, legge che noi abbiamo approvato nella scorsa legislatura.

Verso le donne c'è ugualmente questo atteggiamento di rimettere in discussione le conquiste delle donne: il disegno di legge Pillon è un disegno di legge oscurantista, che impone la mediazione anche quando c'è la violenza domestica contro la donna, e questo è vietato dalla convenzione di Istanbul che abbiamo ratificato nella scorsa legislatura. Si rimette in discussione il diritto della donna di interrompere la gravidanza.

Quando c'è un vento di restaurazione e le lancette dell'orologio vengono rimandate indietro, tutto questo avviene sempre sulla pelle delle donne e sulle conquiste civili.

Io sono molto preoccupata e penso che sia giusto fare delle battaglie di rivendicazione di questi diritti perché sicuramente non vogliamo ritornare ai tempi in cui le ragazze dovevano morire per un aborto clandestino o ai tempi in cui la violenza domestica era considerata normale o le persone omosessuali venivano messe al bando. Tutti gli italiani e le italiane democratici devono adoperarsi affinché questo non avvenga mai più nel nostro Paese».

La condanna del sottosegretario Vincenzo Spadafora

Sull'atto vandalico è intervenuto, in serata, anche Vincenzo Spadafora, sottosegretario alle presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e alle Politiche giovanili, che sulla sua pagina Facebook ha scritto: «Apprendo del gesto vandalico compiuto ai danni della sede di Arcigay Salerno ed esprimo la mia vicinanza al Presidente e a tutti i componenti della associazione. Condanno con forza l'azione compiuta ed auspico che le forze dell'ordine riescano ad individuare rapidamente i responsabili.

Le associazioni sono la linfa vitale del movimento Lgbt, un movimento le cui attività non vengono arrestate da gesti come quello di oggi, come testimoniato dalla ripresa di questo stesso pomeriggio, con gli associati che si sono riuniti per far fronte ai danni. L'augurio che rivolgo alla Arcigay Salerno è di riprendere rapidamente tutte le proprie attività».

Il duro j'accuse di Futura Lgbtqi

Ma contro il sottosegretario Spadafora ha mosso un duro attacco Futura Lgbtqi, «che giusto ieri aveva definito la legge contro l’omotransfobia a malapena "auspicabile anche se non è nel contratto”. Le sue parole pavide come quelle di Don Abbondio rendono ancora più chiaro il perché delle importantissime defezioni dal tavolo proposto alle associazioni Lgbtqi, che hanno capito ben presto che non si trattava altro che di un’operazione di facciata.

Non siamo mai stat* e mai saremo quell* di cui vantare l’amicizia per scansare le accuse di omotransfobia. Non siamo vostr* amic* e mai lo saremo.

Esprimiamo la nostra solidarietà al Sindaco e al Circolo Arcigay di Salerno, mettendoci a disposizione per le iniziative che saranno intraprese a contrasto della violenza omo transfobica che ormai è a un passo dal punto di non ritorno ennesimo.

Siamo stanch* di piangere mort* e ferit*, ma non ci piegheremo. Nel 50esimo anniversario dei moti di Stonewall saremo ovunque a gridare la nostra libertà e il nostro orgoglio».

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Il preside è gay. Questa la scritta comparsa ieri su un muro esterno del Liceo Scientifico Alfredo Oriani di Ravenna.

Ma quando alcuni docenti gliel'hanno fatto notare, il dirigente scolastico Gianluca Dradi ha deciso di lanciare un messaggio chiaro contro un inequivocabile atto di bullismo omofobico.

«Ciò che offende - ha scritto sul suo profilo Facebook - non è la falsa attribuzione di una condizione, ma il fatto che uno studente del mio liceo l'abbia pensata come un'offesa. Non la farò cancellare: resti lì come pietra d'inciampo per l'intelligenza umana. #Nonnellamiascuola».

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Il post è divenuto in breve tempo virale. Tantissimi i commenti di plauso,  soprattutto da insegnanti del Liceo.

Emanuela Serri, ad esempio, ha scritto: «Hai ragione preside. Approvo completamente quello che scrivi. Nella mia fantasia dovremmo entrare tutti in classe lunedì e dire IO SONO GAY e da lì approfittare per crescere».

Poche, invece, ma quanto mai significative le parole di Sofia Dradi«Fiera di essere figlia di quest’uomo».

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«Secondo resoconti credibili dei media e delle organizzazioni internazionali per i diritti umani almeno 40 persone Lgbti nella Repubblica russa di Cecenia sono state detenute da agenti delle forze locali dell'ordine, imprigionate e torturate dal dicembre 2018. I rapporti indicano anche che almeno due delle persone detenute sono morte a causa delle torture da parte dei loro aggressori. Queste gravi violazioni dei diritti umani si aggiungono alla lunga lista di quelle promosse a livello statale in Cecenia».

Così si è espressa oggi Maja Kocijancik, portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas), sulla nuova ondata di repressione omofoba nella Repubblica federata russa di Cecnie, di cui hanno dato notizia Novaya Gazeta e Russian LGBT Network.

«Le autorità russe – conclude Kocijancik – hanno il dovere di proteggere tutti i loro cittadini nel pieno rispetto dei principi dei diritti umani. Dovrebbero e devono urgentemente garantire la sicurezza di tutte le persone a rischio in Cecenia a causa del loro orientamento sessuale. Dovrebbero inoltre svolgere indagini in modo rapido, completo e trasparente.

L'Unione europea si aspetta che le autorità russe svolgano indagini rapide, complete e trasparenti sulla persecuzione denunciata, sulle torture e sulle uccisioni di persone Lgbti in Cecenia. Si aspetta, inoltre, che dalle stesse piena garanzia che chiunque sia riconosciuto colpevole o complice in tali crimini sia consegnato alla giustizia».

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Maggiore sostegno economico ai centri antiviolenza. Un incremento del fondo per le vittime della tratta da 22 milioni a 24 milioni di euro. 40 milioni per il 2019 destinati ai giovani fino ai 35 anni, da condividere con le Regioni «non con interventi a pioggia» ma con un progetto unitario, e 200 milioni per il Servizio Civile Universale, che saranno aumentati nel corso del 2019 fino a diventare 300. 

Sono alcune delle linee programmatiche che Vincenzo Spadafora, sottosegretario alle presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e alle Politiche giovanili, ha oggi illustrato in relazione al proprio incarico nel corso dell’audizione in Commissioni riunite Affari costituzionali, Lavoro e Affari sociali alla Camera.

Per Spadafora resta il vulnus dell'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar) che «dovrebbe diventare del tutto autonomo e indipendente. Sono convinto che l'autonomia è fondamentale. Sto immaginando questo percorso per renderlo il più possibile conforme a quello che ci chiede l'Europa». 

Tra gli impegni promossi dall'Ufficio, Spadafora ha ricordato quello dei diritti sul fronte Lgbti. «Abbiamo rilanciato un tavolo con 45 associazioni. Rimane l'auspicio sulla legge contro l'omofobia anche se non la prevede il contratto».

Infine, il sottosegratario è tornato a toccare il tema del ddl Pillon, «che, così com'è, non credo che possa essere approvato. In particolare la parte che consente di 'spacchettare', dividere un bambino al 50% tra mamma e papà. Occorre decidere caso per caso. Ribadisco che ci vorrà un approfondimento, che secondo me è nella natura delle cose». 

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11 pagine, di cui nove dedicate all’elucidazione dei motivi sottesi alla condanna della di Silvana De Mari per aver diffamato in maniera continuata e aggravata a mezzo stampa il movimento Lgbti

Condanna che, irrogata dalla giudice Maria Eugenia Cafiero il 14 dicembre, prevede una multa di 1500 euro (oltre al pagamento delle spese processuali) e un risarcimento danni tanto al Coordinamento Torino Pride  quato a Rete Lenford (costituitesi parte civile) per la somma di 2500 euro ciascuno, nonché la rifusione alle stesse della metà delle spese di costituzione, rappresentanza e difesa (quantificate in 4.860 euro per il Coordinamento e in 3.420 per Rete Lenford).

Per saperne di più abbiamo raggiunto l’avvocato Michele Potè, che nel processo a carico della medica d’origine casertana ha sostenuto le parti di Rete Lenford.

Avvocato Potè, qual è, a suo parere, il punto nodale della sentenza di condanna di Silvana De Mari?

Il punto nodale della sentenza sta nel riconoscimento di coordinamento Torino Pride e Rete Lenford quali espressione del movimento Lgbti, "soggetto organizzato e dotato di una considerazione sociale ed il cui decoro collettivo, quale bene morale di tutti gli associati o suoi membri considerati come unitaria entità capace di percepire l'offesa, è tutelabile".

Nell’aver individuato nel movimento Lgbti - a differenza delle persone Lgbti in genere - un soggetto collettivo, leso dalla dichiarazioni diffamatorie, la giudice Cafiero ha agito in maniera innovativa o c’è un continuum con una giurisprudenza precedente?

C'è un continuum con alcune recenti sentenze che avevano riconosciuto la sussistenza delle offese nei confronti di enti.

Nella sentenza è più volte toccato il diritto costituzionale della libertà di manifestazione del proprio pensiero. In riferimento al caso De Mari e alla luce delle motivazioni addotte nella sentenza, che cosa implica nello specifico un tale diritto?

Il richiamo alla libertà di manifestazione del pensiero e ai suoi limiti è più che corretto nel senso che la stessa non è assoluta. Spetta al giudice valutare il superamento dei limiti alla libera manifestazione del pensiero alla luce della legislazione vigente.

Silvana De Mari cantò vittoria il 14 dicembre dicendo di non essere stata condannata per le sue dichiarazioni a carattere medico sull’omosessualità. Che cosa dice propriamente la sentenza nel merito?

Le frasi oggetto di assoluzione riguardano la generalità indifferenziata degli omosessuali e alla luce dell'attuale giurisprudenza l'assoluzione è corretta. Diverso sarebbe stato il verdetto nel caso fosse stata approvata una legge contro l'omofobia con l'estensione della legge Mancino a tali fattispecie. Del resto la giudice ha richiamato il principio di tassatività in materia penale.

Personalmente è soddisfatto di questa sentenza o si aspettava di più?

Sono soddisfatto della sentenza perché mi pare molto equilibrata alla luce dell'attuale giurisprudenza e legislazione. L'imputata ha preannunciato appello e dunque non è così soddisfatta.

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Sulla nuova ondata di arresti e torture a morte di persone Lgbti in Cecenia si erano già espressi nella giornata d’ieri i Radicali Italiani e l’Associazione Radicale Certi Diritti, chiedendo un intervento esplicito del ministro dell’Economia Giovanni Tria presso il premier russo Dmitrij Anatol'evič Medvedev.

Nella giornata di oggi è intrevenuto al riguardo il deputato del Pd Alessandro Zan con una specifica interrogazione parlamentare indirizzata al ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Enzo Moavero Milanesi.

Interrogazione che, cofirmati dagli omologhi di partito Roberto Giachetti, Luca Rizzo Niervo, Francesca La MarcaEnza Bruno Bossio, Martina Nardi, Angela Schirò, Antonella Incerti, Stefania Pezzopane, Lucia Ciampi, Maria Chiara Gadda, appare così motivata: «Si apprende da numerosi organi stampa nazionali e internazionali che in Cecenia, Repubblica della Federazione Russa, sono in corso operazioni di polizia volte all’identificazione, al fermo, all’arresto e alla deportazione di persone ritenute omosessuali. Secondo fonti appartenenti ad associazioni locali per la tutela dei diritti umani e Lgbt, le persone arrestate sarebbero poi trasferite in un campo di prigionia ad Argun, sottoposte a tortura, fino anche all’eliminazione fisica. Il quotidiano Novaja Gazeta, tra gli ultimi indipendenti in Russia, ha confermato gli arresti di decine di persone e l’uccisione di due uomini, in quanto omosessuali.

Già nella primavera del 2017 erano state denunciate dalla stampa alla comunità internazionale sistematiche persecuzioni in Cecenia contro la comunità Lgbt, ordinate direttamente da Ramzan Kadyrov (presidente ceceno che ha di fatto reso la regione una dittatura islamica), il quale aveva smentito tali operazioni con la frase “non si possono arrestare o reprimere persone che non esistono nella Repubblica Cecena”, negando quindi l’esistenza stessa delle persone omosessuali».

Fatti, questi, che, secondo gli interroganti, «rappresentano una gravissima violazione della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), di cui la Federazione Russa e quindi anche la Repubblica Cecena sono firmatarie», sì da presentarsi quale urgente «un intervento della Repubblica Italiana nelle opportune sedi internazionali per verificare i fatti e, nel caso, ripristinare lo stato di diritto e il pieno rispetto dei diritti umani, oltre che dovere del governo italiano applicare il comma 3 dell'articolo 10 della Costituzione italiana e garantire dunque immediato asilo alle persone attualmente perseguitate».

Alla luce di tali elementi Zan e gli altri cofirmatari hanno domandato: «se il governo sia a conoscenza dei fatti sopra esposti e quali iniziative il ministro interrogato intenda porre in essere per far cessare queste sistematiche violenze contro la comunità Lgbt cecena e garantire in futuro piena la piena libertà e il pieno rispetto dei diritti umani nella Repubblica Cecena».

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Picchiato, minacciato d’essere inviato in un collegio in Tunisia e rinchiuso in casa dai genitori perché sospettato d’essere gay.

Questa la testimonianza resa ai carabinieri da un 14enne d’origine magrebina, che abita alla periferia di Ravenna ed è riuscito a scappare dalla finestra della sua camera, il 9 gennaio, dopo quattro giorni di segregazione.

Testimonianza che ha fatto scattare un'indagine dell'Arma per le ipotesi di reato di sequestro di persona e abuso dei mezzi di correzione a carico del padre e della madre dell’adolescente.

Stando al racconto del 14enne, i genitori sarebbero intervenuti dopo aver dato un’occhiata al suo telefonino e aver scoperto uno scambio di messaggi via WhatsApp con un’amica. Nella conversazione, infatti, il giovane aveva confidato alla stessa di nutrire dubbi sul proprio orientamento sessuale e manifestato apprezzamenti per alcuni coetanei.

Chiamati in caserma, i genitori, pur ammettendo di avere parlato di collegio con il figlio, hanno respinto ogni accusa di sequestro, dichiarando che il giovane si trovava in casa solo perché indisposto.

In attesa di chiarire la vicenda, i militari hanno fatto intervenire i servizi sociali: il 14enne è attualmente presso una comunità protetta

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Due persone torturate a morte e 40 detenute perché ritenute omosessuali. A dare notizia della nuova ondata di arresti, torture e omicidi di persone Lgbti in Cecenia a partire dal 28 dicembre sono stati Novaya Gazeta e Russian LGBT Network attraverso il suo presidente Igor Kochetkov. 

Pur sottolineando che non è possibile avere un numero esatto delle vittime, Kochetkov ha precisato: «Comunque sappiamo che gli arresti sono compiuti dagli agenti delle forze dell'ordine e che le persone sono detenute ad Argun». La polizia locale, ha continuato il presidente di Russian LGBT Network, «impedisce in tutti i modi» che coloro che sono finiti nel loro mirino «lascino la regione o ricorrano alla giustizia. I poliziotti sequestrano alle loro vittime i documenti, li minacciano di aprire inchieste penali contro di loro o contro i loro cari e li costringono a firmare formulari in bianco».

Sulla ripresa della purghe cecene anti-gay è intervenuta anche Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale, che ha dichiarato: «Molte persone Lgbti sono ancora traumatizzate dalla purga del 2017, in cui decine di gay vennero sequestrati, torturati e anche uccisi. La notizia che le autorità hanno ripreso la persecuzione è agghiacciante».

Da parte sua Ramzan Kadyrov, presidente della Repubblica federata russa della Cecenia, continua a negare che esistano persone omosessuali nel Paese. In un’intervista con il reporter della Hbo David Scott, durante lo show Real Sports with Bryant Gumbel online dal 15 luglio 2018, ha risposto a una specifica domanda: «Questo è un nonsense. Non abbiamo quel genere di persone qui. Non ci sono gay. Se ci fossero, portateli in Canada. Lode a Allah».  

Accuse che, al contrario, fortemente fondate, hanno mosso l’Osce ad attivare sulla questione cecena il Meccanismo di Mosca, come rilevato da Silvja Manzi, segretaria dei Radicali Italiani, e da Yuri Guaiana e Leonardo Monaco e Silvja Manzi, rispettivamente presidente e segretario dell’Associazione Radicale Certi Diritti.

«Non c’è limite al terrore – così in una nota congiunta -: anche dopo la massiccia mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale e alla conseguente attivazione del meccanismo di Mosca da parte dell’Osce, la Repubblica autonoma cecena di Ramzan Kadyrov non accenna ad allentare la morsa del suo pogrom antigay, iniziato ormai un anno e mezzo fa».

Da qui l’appello al ministro dell'Economia Giovanni Tria che, «proprio oggi, sarà a Mosca, per incontrare al forum Gaidar il premier russo Medvedev: il Governo italiano non sprechi questa occasione e solleciti la Federazione Russa affinché argini questa nuova ondata persecutoria e offra la massima collaborazione nello svolgimento delle indagini internazionali avviate grazie al meccanismo di Mosca».

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«Apprendiamo dalla stampa di recenti episodi di aggressioni e minacce di stampo omofobico accadute a Perugia. Ragazzi e ragazze minacciate e intimidite per strada per il solo fatto di essere identificati dall'abbigliamento o dal portamento come persone gay, lesbiche, bisessuali, trans o intersex». 

Queste le parole di Stefano Bucaioni a commento di alcuni casi di violenza o intimidazione che, a danno di persone Lgbti, hanno caratterizzato i primi giorni dell’anno appena iniziato. Casi che, per il presidente di Omphalos Lgbti, non sono affatto «isolati» ma «numerosi e preoccupanti» nonché, negli ultimi anni» in deciso aumento nella nostra città». 

Tra questi spicca indubbiamente l’inseguimento con insulti e parole minatorie da parte di un branco, di cui è stato vittima, intorno alle 5:00 di Capodanno, Lorenzo Benedetti, direttore artistico del BeQueer, mentre tornava alla sua «macchina, in una via del centro di Perugia. Io ombretto, rossetto, giacchetto appariscente e lo sguardo risoluto di chi ci è già passato. Ma anche telefono scarico, solitudine e terrore. Mi ha fatto paura sapere che un mio amico giorni prima è stato aggredito con una bottiglia rotta. Una paura incredibile. Di finire come tante storie che conosco, di non riuscire a combattere».

Così l’attivista 27enne ha raccontato su Facebook quei momenti drammatici, scanditi dalla discussione con gli assalitori: «Frocio, vieni qua che ti rimetto a posto io. Adesso arriviamo. - Dai falla finita. - No, stavolta no».    

A quel punto tanti i pensieri che si sono accavallati nella mente di Lorenzo, che ha quindi aggiunto: «Le persone che incontro non sono interessate al mio panico malcelato e agli insulti sbiascicati che attraversano la via. E io, con quello che so, di chi dovrei fidarmi oltre me?

Meglio non incrociare il loro sguardo. Gira a destra che è più illuminato. Fai finta di non sentire. Hanno smesso di seguirti. Lì ci sono altre voci. Potrebbero essere di nuovo loro. Arriva alla macchina e chiudi le sicure.

Non so quanto tempo prima avessero smesso di seguirmi, né credo importi. Importa la sensazione che rimane incollata addosso.

E nonostante la consapevolezza, lo studio, la decostruzione, l’attivismo, le lotte, ora una voce in un angolo della testa mi assilla, mi tormenta se sto davanti all’armadio e scelgo una cosa eccentrica come piace a me, mi sussurra sadicamente le cose che potrei rischiare se tengo un ombretto in mano davanti allo specchio. Mi morde il fegato se sto fuori casa e devo decidere di parcheggiare in un luogo isolato. 

Mi sono preso due giorni per metabolizzare, senza parlarne, trascinandomi dal letto al divano passando dal frigo per dirottare le ansie sul cibo. Sembrava utile, ma non lo so. Magari è solo una cosa da film.

Ma poi è sempre reale. E ora posso solo dire che io non voglio permetterlo. Non voglio permettere a un gruppo di merde, fomentate ancora di più dall’attuale clima politico, di potersi sentire in diritto di andare in giro per le strade a tormentare altre persone, a farle sentire in pericolo, a volerle regolarizzare, normalizzare, umiliare, picchiare, violentare.

Il mondo non è vostro, merde. E a noi che combattiamo, mi sento di voler dire a cuore aperto che la resistenza non è solo un atto di difesa, è ora di passare all’attacco contro chi ci fa questo, ogni giorno».

Ed è proprio all’attuale clima politico che si è rifatto Bucaioni, per il quale, come spiegato in un comunicato ufficiale, «l'aumento di omofobia, transfobia e discriminazioni ha però nomi e cognomi.

Quando esponenti politici o delle istituzioni si permettono di offendere ed insultare pubblicamente le persone per il loro orientamento sessuale o per la loro identità di genere, offrendo così terreno fertile a violenti e omofobi che si sentono protetti dal pessimo clima politico che si respira a livello nazionale e a livello cittadino; quando leggiamo e accettiamo passivamente dichiarazioni di consiglieri comunali, consiglieri regionali o di ministri o parlamentari che usano parole sprezzanti contro ogni tentativo di arginare discriminazioni e violenze contro le persone omosessuali e transessuali, non possiamo poi stupirci se per strada assistiamo a un aumento di aggressioni e minacce».

Come spiegato da Bucaioni «Omphalos riceve periodicamente denunce di omofobia, transfobia, discriminazioni e violenze. Ma di tutti i casi solo una piccola parte arriva sulle scrivanie dell'associazione e ancora di meno sulle pagine dei giornali. La realtà è purtroppo più preoccupante anche se si fatica a prenderne atto».

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«Io sono nazista: non voglio gay in questo locale. Adesso ti do modo di denunciarmi».

Questa frase, seguita da gesti minacciosi, ha spinto il 54enne Raniero Bertoni, assistente bibliotecario presso la Biblioteca Comunale "Giulio Gabrielli" di Ascoli Piceno, a denunciare alla Questura un episodio avvenuto la notte del 4 gennaio nel capoluogo marchigiano.

L'uomo ha riferito alla polizia di essersi recato intorno all’1:00 al bar Delle Caldaie in piazzale Don Benvenuto Cantalamessa e di aver ordinato un calice di vino, successivamente bevuto a un tavolino esterno.

Quando è rientrato all’interno del locale per il pagamento, Raniero, alla presenza di alcuni clienti, sarebbe stato apostrofato con la frase omofoba.

Il titolare lo avrebbe poi raggiunto davanti al bancone «alzando la mano destra nel chiaro tentativo di colpirmi». Cosa che comunque non ha fatto, come riportato il 5 gennaio alla Questura dal 54enne, che è uscito dal bar e ha chiamato il 113.

Gli agenti hanno già avviato le indagini acquisendo immagini delle telecamere di sicurezza della zona e verificando chi fosse presente nell'esercizio commerciale al momento del fatto denunciato.

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