Francesco Lepore

Francesco Lepore

Momento economicamente difficile per la Tanzania dopo che molti donatori internazionali hanno sospeso gli aiuti finanziari a seguito della campagna antigay, lanciata il 29 ottobre dal governatore di Dar es Salaam Paul Makonda. Ma il governo Magufuli non intende scendere a patti.

A dichiararlo oggi il ministro delle Finanze Philip Mpango nel corso d’un incontro coi funzionari del dicastero, ai quali ha detto che è stata posto da più parti come condicio sine qua non per gli aiuti un atteggiamento di tolleranza nei riguardi dell’omosessualità.

Condizione, però, che, come affermato dal ministro, «non si può in alcun modo» accettare perché «intollerabile».

Ha anche aggiunto che la sospensione di aiuti internazionali rappresenta una seria sfida per il Paese alla prese con progetti basilari da miliardi di dollari.

Già il 28 novembre scorso il presidente John Magufuli aveva reagito con fermezza al pressing degli Stati Occidentali dichiarando di preferire il supporto della Cina, poiché Pechino imporrebbe meno condizioni rispetto agli altri donatori internazionali. 

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Condannata a 1.500 euro di multa per aver diffamato in maniera continuata e aggravata a mezzo stampa le persone Lgbti, accomunando omosessualità a pedofilia, nonché a risarcire di 2.500 euro ciascuno il Coordinamento Torino Pride e Rete Lenford. 

Questa la sentenza emessa oggi dalla giudice Maria Eugenia Cafiero nei riguardi dell’endoscopista Silvana De Mari, che è stata però assolta dagli altri due capi d'imputazione. Per i quali, secondo quanto dichiarato da Nicolò Ferraris, legale del Coordinamento Torino Pride, «attendiamo di leggere le motivazioni».

Come noto, la scrittrice di romanzi fantasy e collaboratrice del quotidiano La Verità, anche dopo l’istruzione del processo a suo carico presso la Sesta Sezione penale del tribunale di Torino, non ha mai smesso di presentare l’omosessualità quale «situazione da cui si può comunque uscire, è possibile guarire», a correlarla con la pedofilia, a indicarne gli atti quali pratica d’iniziazione al satanismo.

Cosa che aveva spinto ieri il pm Giuseppe Riccaboni a chiedere che il versamento della somma (fissata però a 1000 euro) fosse immediatamente esecutivo, non essendoci i presupposti per la sospensione condizionale. Il magistrato aveva infatti osservato come Silvana De Mari potrebbe in futuro continuare a tenere comportamenti analoghi anche sulla base di un recente intervento della stessa a una puntata della trasmissione Otto e Mezzo, come ricordato dagli avvocati di parte civile Nicolò Ferraris (Coordinamento Torino Pride) e Michele Potè (Rete Lenford).

Proprio l’avvocato Potè (che è anche il legale del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli nell’altro procedimento per diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa a carico di Silvana De Mari, per la quale è stata rinviata a giudizio il 21 marzo 2019) aveva ieri ricordato: «Non posso ancora credere che nel 2018 ci si debba occupare di affermazioni che ci riportano nel Medio Evo.

Silvana De Mari si presenta come psicoterapeuta ma le sue affermazioni non hanno nulla di scientifico. Sono state abbondantemente superate. Già Freud aveva chiarito che l'omosessualità non può essere considerata una malattia, ma l'imputata, per sua stessa ammissione, Freud lo ha studiato poco».

Viva soddisfazione è stata subito espressa da Alessandro Battaglia, componente del Coordinamento Torino Pride, che ha parlato di «sentenza storicaA quanto ci consta, mai è successo che un'associazione Lgbti venisse ammessa a un processo per diffamazione. Ci siamo affidati alla magistratura con esposto ed è già un coronamento».

In quanto assolta da due dei tre capi d'imputazione, non ha però mancato di cantare vittoria anche la stessa De Mari, che ha dichiarato: «La libertà di critica è salva. Il mio dovere di medico è lanciare l'allarme sanitario».

In ogni caso, la collaboratrice del quotidiano diretto da Maurizio Belpietro ha anche annunciato il ricorso in appello«Il movimento Lgbt - ha speigato - è un movimento politico che ho diritto di attaccare. Motivo per cui ricorreremo».

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Avrebbe dovuto condurre, il 24 febbraio, la magica notte degli Oscar a Hollywood. Ma l’annunciato incarico è durato meno di due giorni.

Dopo che l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences ha infatti diffuso, martedì, la nomina di Kevin Hart a presentatore della 91° edizione degli Academy Award, sono stati diffusi alcuni tweet omofobi lanciati, tra il 2009 e 2011, dall’attore afroamericano.

Benché col montare della polemica Hart avesse prontamente cancellato i tweet incriminati, gli screenshot degli stessi sono subito circolati in rete. In uno di essi l'attore aveva scritto: «Se mio figlio, tornando a casa, provasse a giocare con la casa delle bambole delle mie figlie, gli spaccherei la testa e gli direi: Smettila. È roba da gay».

Ma non solo. Nel 2010, durante lo special Seriously Funny, dichiarò: «Una delle mie più grandi paure è che mio figlio, crescendo, sia gay. Non sono omofobo. Non ho niente contro le persone gay: facciano quello che vogliono. Ma, essendo un maschio eterosessuale, se posso impedire a mio figlio di essere gay, lo farò».

Ieri il Glaad (Gay & Lesbian Alliance Against Defamation) aveva pubblicamente annunciato d'aver contattato l'emittente Abc, i vertici dell'Academy e il management di Hart per affrontare il tema delle dichiarazioni omofobe.

E così, al termine d'una giornata di polemiche arroventate, il comico ha rinunciato, dopo la mezzanotte di oggi, alla presentazione della notte degli Oscar 2019. E l’ha fatto proprio via Twitter.

«Ho deciso di rinunciare a presentare gli Oscar di quest'anno – ha così cinguettato –, perché non voglio essere una distrazione in una notte che dovrebbe essere celebrata da molti artisti sorprendenti e di talento. Mi scuso sinceramente con la comunità Lgbtq per i miei contenuti insensibili del passato».

In un successivo tweet Hart ha aggiunto: «Mi dispiace aver ferito le persone: sto cambiando e voglio continuare a farlo. Il mio obiettivo è di unire le persone e non dividerle. Tanto amore e gratitudine per l'Accademia. Spero che ci incontreremo di nuovo».

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Questa sera a Firenze, presso il Teatro delle Spiagge di Firenze (via del Pesciolino 26/A), andrà in scena lo spettacolo La rosa del giardino. Lorca e Dalì, l’ultimo ballo a Fuente GrandeScritta da Claudio Finelli e diretta da Mario Gelardi, la pièce inaugurerà la stagione 2018/19 del teatro fiorentino nell’ambito della 2° edizione del Festival Portraits On Stage.

Salvador Dalì e Federico García Lorca, come noto, s'incontrarono nel 1922 a Madrid e intessettero una relazione colma di stima e complicità, della quale rimangono le tracce in una lirica di Lorca e in alcune lettere che il pittore scrisse al poeta.

Finelli ricostruisce, come in un sogno, la storia di un’amicizia, di un’intesa intellettuale, di un desiderio e forse di un amore.

Per saperne di più, contattiamo l'intellettuale partenopeo, collaboratore del nostro quotidiano, delegato cultura di Arcigay Napoli, direttore artistico della rassegna letteraria Poetè.

Claudio, come è nata l’idea di questa pièce?

L’idea, in realtà, è venuta a Mario Gelardi che, quest’estate, mi ha chiesto di scrivere un testo sulla relazione tra Federico García Lorca e Salvador Dalì a partire dalle lettere che l’artista scrisse al poeta. Si tratta di un epistolario molto articolato, in cui Dalì comunica al poeta riflessioni personali sull’arte e sulla poesia ma anche le proprie emozioni, le proprie paure e le proprie paranoie. Non siamo in possesso, purtroppo, delle lettere con cui Lorca rispondeva a Dalì, forse anche per colpa di Gala…

Si può, allora dire, che hai provato a ricostruire la relazione tra questi due geni della cultura del XX° secolo?

Non credo di aver ricostruito la loro relazione dal punto di vista storico. Io non sono uno storico. Credo di aver, invece, operato nel senso di una ricostruzione poetica dei loro sentimenti, dei loro desideri, della loro innegabile attrazione. Si tratta dell’attrazione di due giovanissimi uomini belli e affascinanti, sfacciati e anticonformisti, poco più che adolescenti, con un immaginario e un’emotività straripanti. Il luogo ideale in cui attecchisce il fuoco dell’amore e della passione. Se poi questa passione e quest’amore siano stati concretamente consumati, lo deciderà lo spettatore.

È ancora difficile, secondo te, parlare dell’omosessualità di grandi personaggi della storia della civiltà occidentale?

Direi di sì. Ovviamente, Lorca fu uno dei pochissimi intellettuali della prima metà del '900 la cui omosessualità non fosse un mistero. E, al di là di altre implicazioni politiche, fu ucciso proprio perché era omosessuale. La sua omosessualità lo rendeva meno degno di vivere agli occhi dei franchisti che lo fucilarono. Lo fucilarono, nonostante la mobilitazione in favore di Lorca di grandissimi intellettuali in tutto il mondo. Lo fucilarono e, ad oggi, non sappiamo ancora dove siano state lasciate le sue spoglie mortali. Non ebbe neppure l’onore di una sepoltura e di un luogo certo per i suoi resti. La sua vita – agli occhi dei falangisti che lo uccisero – valeva meno di qualsiasi altra cosa perché era omosessuale.

Ma, secondo te, Lorca e Dalì si amarono?

Secondo me non potevano non amarsi. La differenza tra i due era nel coraggio di amare. Ad amare ci vuole un gran coraggio, sempre. Lorca era un uomo coraggiosissimo. Spesso i poeti sono uomini molto coraggiosi perché sperimentano l’abisso più di qualsiasi altro individuo e l’amore, soprattutto un amore omosessuale negli anni venti del secolo scorso, era una sfida all’abisso. Dalì era un grande artista ma era un uomo superficiale e codardo. Non bisogna mai innamorarsi dei codardi e dei superficiali. Lorca lo capì troppo tardi. 

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Tante, più del previsto, le persone giunte a Palazzo D’Accursio, prima delle 16:00 d’ieri, per il conferimento del Nettuno d’Oro a Franco Grillini. Così tante da spingere il sindaco di Bologna Virginio Merola a spostare la sede della premiazione dalla Sala Rossa all’attigua ma più ampia Aula Consiliare.

Sugli eleganti sedili in pelle, solitamente occupati dai consiglieri comunali di maggioranza e opposizione, hanno preso posto familiari, amici, componenti di associazioni Lgbti. Ma la maggior parte ha riempito in piedi l’ampio corridoio tra gli scranni consiliari in quella che una volta era chiamata la Galleria dei Senatori.

Un tributo di affetto e riconoscenza a uno dei padri del movimento Lgbti italiano ma anche a un bolognese innamorato a tal punto della città da sentirsi «spalmato come la calce sui mattoni rossi delle sue abitazioni».

Tra le numerose persone convenute l’avvocato Federico De Luca in rappresentanza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora, la senatrice dem Monica Cirinnà, gli ex senatori Sergio Lo Giudice e Gianpaolo Silvestri, la presidente della Commissione regionale per la Parità e per i Diritti Roberta Mori, lo scrittore Stefano Benni, il presidente uscente d’Arcigay Flavio Romani, il segretario nazionale d’Arcigay Gabriele Piazzoni, il presidente del Cassero Vincenzo Branà, il presidente di Arco Roberto Dartenuc col suo vice Massimo Florio.

Ma anche rappresentanti della Lega come la consigliera comunale Mirka Cocconcelli per il conferimento d’un premio, su cui nessun partito d’opposizione ha sollevato riserva di sorta. Riprova, invero, del corale riconoscimento dei meriti dell’ex parlamentare non solo nell’illustare la città di Bologna ma anche nel contribuire al raggiungimento di quei diritti civili, che ha portato lo stesso Grillini, nel corso del suo discorso, a dire: «Dopo 40 anni di lotte, possiamo dirlo: sotto il profilo culturale abbiamo vinto noi, perché la maggioranza degli italiani non tornerebbe mai indietro sotto il tema dei diritti».

Una vittoria, a testimoniare la quale c’erano ieri anche militanti storici del movimento quali Beppe Ramina, Vanni Piccolo, Felix Cossolo nonché Samuel Pinto, l’esule cileno che fondò il primo circolo omosessuale nel capoluogo emiliano ancor prima dell’assegnazione del Cassero alla collettività Lgbti. 

Evento di tale portata per la storia non solo di Bologna ma anche del Paese da essere espressamente menzionato nel testo della motivazione ufficiale del premio. 

«Franco Grillini – così l’assessora alle Pari Opportunità Susanna Zaccaria nel darne lettura – ha partecipato alla storica consegna del Cassero di Porta Saragozza il 28 giugno 1982. Per la prima volta un Comune italiano dava in affitto a un'associazione Lgbtqi uno stabile di sua proprietà. 

La decisione del sindaco Renato Zangheri che esattamente due anni prima, il 28 giugno 1980, aveva incontrato i militanti del Circolo XXVIII Giugno promettendo loro una sede e delle bacheche, fissa un punto fermo nel dialogo a Bologna tra movimento Lgbtqi e istituzioni che ancora oggi prosegue in un reciproco riconoscimento e collaborazione che ha fatto sì che oggi Bologna sia ricca di espressioni ricche e diverse di questo movimento».

Ma l’assessora Zaccaria ha anche ricordato il ruolo del fondatore di Arcigay nazionale quale «giornalista. Nel 1998 ha fondato il primo quotidiano gay on line in Italia: la testata si chiamava Noi (Notizie Omosessuali Italiane) ed eredita Con/Tatto, organo dell'Arcigay, registrata al Tribunale di Bologna nel 1989. Attualmente la testata si chiama Gaynews.it e Grillini ne è il direttore». E poi ancora il suo attivismo in prima linea al diffondersi dell’Aids negli anni ’80 sì da essere tra i fondatori della Lila al pari di quello per le famiglie di fatto e per le unioni civili.

Insomma, «ha attraversato – così il testo della motivazione nella parte conclusiva - tutte le fasi del movimento Lgbtqi degli ultimi quarant’anni contribuendo, dentro e fuori le istituzioni, a modificare la discussione pubblica sull’omosessualità e a sviluppare una cultura dei diritti civili che ha portato l’Italia al livello dei più importanti paesi europei. Ha realizzato, con tanti e tante altri attivisti Lgbtqi quella che lui stesso ha definito una “rivoluzione gentile e una rivoluzione civile nonviolenta"».

Quella rivoluzione gentile, cui ha fatto riferimento anche un commosso Virginio Merola, legato a Grillini da ultraquarantennali vincoli amicali e battaglie politiche in comune. Franco, ha sottolineato il sindaco, «è un grande figlio della vera Bologna, quella europea. Che resterà tale, perché i confini e i muri ci stanno stretti». Ma del direttore di Gaynews Merola ha anche ricordato il forte impegno a tutela della laicità delle istituzioni, un valore oggigiorno quasi oscurato «in un Paese il cui Governo manda i migranti per strada e sindaci zelanti rendono obbligatori il presepe e il crocifisso». 

Nel dedicare il premio, con voce rotta più volte dalla commozione, alla collettività Lgbti, Franco Grillini ha voluto anche ricordare «la sua ultima lotta contro il tumore cronico: stare in vita per me significa spendere fino alle ultime energie per le battaglie a favore degli ultimi e dei discriminati.

Il giovanilismo della nostra società ha relegato in un angolo buio la malattia e la morte. Non vergognamoci degli anni che passano, perché passano per tutti, a prescindere da cosa dicono i congressi dei geriatri. Non ci si può vergognare ad andare in giro con un bastone come me, un deambulatore o una carrozzina».

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Cassata a Udine l'identità alias per dipendenti comunali transgender, che non hanno ancora ottenuto la rettifica dei dati anagrafici. A revocare quanto deliberato nel merito dalla precedente amministrazione dem Giacomello la Giunta, guidata dal sindaco leghista Pietro Fontanini.

Quel Fontanini, che già senatore, presidente della Regione autonoma del Friuli-Venezia Giulia e, poi, della provincia di Udine, sostenne anni fa di aver sognato Padre Pio e d'essere stato aiutato dall'intercessione del cappuccino pietrelcinese a battere il cancro.

«Si tratta di un istituto che non è in sintonia con gli indirizzi politici dell'attuale amministrazione comunale - ha spiegato l'assessora leghista alle Pari Opportunità Asia Battaglia - e quindi lo abbiamo tolto anche perché, a oggi, non è mai utilizzato.

In questa decisione abbiamo tenuto conto anche che la Commissione Pari Opportunità ritiene di declinare la propria mission in un contesto caratterizzato da una distinzione e differenziazione di genere generi maschile e femminile di tipo tradizionale».

Su tale decisione Gaynews ha raccolto la valutazione di Daniela Lourdes Falanga, delegata d'Arcigay Napoli per le Politiche Trans e candidata presidente del medesimo Comitato:  «Ciò che rende pienamente saldi i diritti costituzionali sono quelle norme che rendono inviolabili le peculiari identità di tutte le cittadine e cittadini. Non esiste alcun indirizzo politico che debba intendersi a discriminazione del politico corrente. Nessun vincolo morale e ideologico se si esce al di fuori del perimetro vincolante della Costituzione italiana, che determina i principi democratici e laici nonché rende significativamente saldo il valore autentico di ogni individuo.

Quindi diventa assurdo e ignorante non riconoscere quanto realizzato dalla passata amministrazione così da riportare la democrazia alla sovranità di un potere ideologico e prevaricatore».

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Si è tenuta ieri sera a Milano, presso l’Open in viale Montenero, la 4° edizione del Premio Cild per le libertà civili

Istituito dalla Coalizione Iraliana per le Libertà e i Diritti civili (Cild), il riconoscimento «vuole contribuire a rafforzare la convinzione che il rispetto dei diritti umani sia uno degli elementi imprescindibile per una democrazia, aiutando il nostro Paese a riconoscere e valorizzare coloro che si impegnano per la loro affermazione in un momento decisivo per le libertà fondamentali».

A vincerlo, secondo otto categorie, Aboubakar Soumahoro (Attivista dell’anno), Maria Teresa Ninni (Dipendente pubblico), Nicola Canestrini (Avvocato), Saverio Tommasi (Giornalista), Sara Gama (Sportivo), Lucky Red e Cinema Undici (Media), Casa Internazionale delle Donne (Voce Collettiva).

Quello alla Carriera è invece andato al direttore di Gaynews e presidente di Gaynet Franco Grillini.

Nel tracciarne l’excursus biografico sì da indicare le motivazioni sottese all’assegnazione del riconoscimento, Patrizio Gonnella, cofondatore e presidente della Cild, ha ricordato come Grillini si sia «speso senza sosta per informare correttamente su quella che veniva chiamata la “peste gay”, cercando di arginare lo stigma sociale da un lato e di sviluppare dall’altro lato una cultura della conoscenza e della prevenzione per ciò che riguarda l’Hiv/Aids.

In anni in cui la stragrande maggioranza delle persone gay, lesbiche e bisessuali viveva in maniera nascosta, ha portato avanti con determinazione la lotta per la piena visibilità, mettendoci la faccia alla luce del sole soprattutto in programmi televisivi molto popolari, dove, al di fuori da contesti prettamente artistici, non si era mai vista una persona omosessuale parlare tranquillamente del proprio orientamento sessuale.

Eletto a vari incarichi politici ha sempre saputo unire la sua attività politica alla lotta per l’uguaglianza, la visibilità e la piena dignità delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender di questo Paese».

Nel ringraziare il direttore di Gaynews non ha mancato di condire il breve discorso con una battuta improntata alla sua proverbiale lepidezza: «Spesso vengo considerato il padre storico del movimento omosessuale. Non sono solo un padre... Sono anche un po' madre».

La consegna del Premio Cild 2018 a Franco Grillini è venuta a cadere alla vigilia di quella del Nettuno d’Oro che, fissata nel pomeriggio a Bologna presso Palazzo d’Accursio, vedrà la partecipazione, fra i tanti, della senatrice Monica Cirinnà, del deputato Ivan Scalfarotto, dell’ex presidente d’Arcigay Flavio Romani, del cofondatore del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli Vanni Piccolo nonché dell’avvocato Federico De Luca in rappresentanza ufficiale del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora.

Sempre ieri, infine, è giunta anche la proposta avanzata da GayLib al presidente della Repubblica Sergio Mattarella perché nomini il direttore di Gaynews senatore a vita.

«Franco Grillini – ha dichiarato Daniele Priori, segretario nazionale di GayLib – è la più preziosa risorsa di cui la comunità Lgbti italiana ha la fortuna di giovarsi in mondi vicini e decisivi per lo sviluppo e la promozione sociale come la politica e la comunicazione.

Dopo il nobilissimo riconoscimento della sua città, ci piacerebbe che l'Italia intera possa tributare i giusti onori a una figura da ritenersi di riferimento nella società  tutta e sarebbe davvero meraviglioso, per la comunità Lgbti, se il presidente Mattarella volesse nominare Grillini senatore a vita».

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«Bellissima vittoria da vivere oggi insieme al Consiglio nazionale».

Così ha twittato ieri il deputato Mathias Reynard, componente del Partito Socialista Svizzero, per commentare l’approvazione in via definitiva al Consiglio nazionale della legge contro l’omofobia, per la quale egli ha combattuto per sei anni.

Col voto favorevole del 56% di quella che è la Camera bassa del Parlamento svizzero la legge antirazzista elvetica sarà d’ora in poi estesa alle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale.

Il Consiglio degli Stati (o camera alta dell’Assemblea Federale) si era invece espresso a favore del disegno di legge mercoledì 28 novembre.

Con un’integrazione dell'articolo 261 bis del Codice penale, noto come "norma antirazzista", sarà perseguito ex officio chi rivolge all’indirizzo di persone omosessuali insulti omofobi. La condanna prevista è fino a un massimo di tre anni di carcere in una con sanzione pecuniaria.

Nessun riferimento nella legge, invece, alle aggressioni fisiche a danno di persone omosessuali.

Ma a scatenare l’ira delle associazioni è il mancato riferimento alla transfobia nel testo normativo. Per iniziativa dei deputati del Consiglio degli Stati l'Assemblea federale ha rifiutato di estendere l’articolo 261 bis alle discriminazioni basate sull'identità di genere, ritenendo «troppo vaga la nozione a quella sottesa».

Inviatando a vedere il «bicchiere mezzo pieno», Reynard ha commentato: «Capisco la reazione delle associazioni coinvolte, ma sarà difficile andare oltre con l'attuale Parlamento. La vittoria di oggi è già importante».

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Classe 1986, laureata in Studi Internazionali e forte d’esperienze lavorative all’estero (parla correntemente francese e inglese), Giulia Bodo è presidente del comitato Arcigay Rainbow Vercelli Valsesia

Il suo impegno attivistico, in una zona territoriale a forte impronta leghista, si è soprattutto indirizzato all’accoglienza di persone migranti Lgbti. Motivo che l’ha portata a creare, con la collaborazione dell’intero comitato, il gruppo AfricArcigay.

A pochi giorni dall’approvazione in via definitiva del contestato “decreto sicurezza”, che, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, restringe le possibilità di accoglienza di persone migranti e introduce una serie di nuove norme in materia securitaria, l’abbiamo raggiunta per raccoglierne esperienze e impressioni.

Giulia, da cosa nasce il tuo impegno per le persone migranti?

Credo dalla mia educazione: sono cresciuta difendendo gli ultimi. Il mio impegno politico è sempre stato di stampo radicale. Ai miei genitori devo l’apertura nei confronti di tutte le differenze e l’empatia verso chi non riesce a far sentire la propria voce. Nel 2015 ho deciso, nel mio tempo libero, di cominciare a insegnare italiano nei centri di accoglienza.

Essendo anche un’attivista in Arcigay, dal momento in cui si è presentata la questione dei migranti Lgbti, è sembrato piuttosto naturale per il mio Comitato che a occuparmene fossi io. Anche per via delle mie competenze soprattutto linguistiche ma anche politiche, sociali e giuridiche.

Quali le attività specifiche da te messe in atto in Arcigay Vercelli?

Innanzitutto siamo un gruppo: quindi direi noi e non io. Da sola non avrei combinato proprio niente. A Vercelli è nata una comunità di riferimento per richiedenti asilo Lgbti africani e africane. Gruppo che, nel settembre 2016, abbiamo ribattezzato appunto AfricArcigay su suggerimento dell’amico attivista e giornalista Paolo Hutter. Paolo, insieme con il marito Paolo Oddi, ha fin dall’inizio creduto nel nostro progetto.

Le persone Lgbti africane ci raggiungono dal Piemonte, dalla Lombardia. Qualcuno anche dalla Valle d’Aosta o dalla Liguria. Ciò che trovano non è uno sportello di assistenza legale per la richiesta d’asilo o il servizio di insegnamento dell’italiano ma un gruppo di pari, pronti ad accoglierli e a rassicurarli. Si scambiano paure ed esperienze, si sostengono e incoraggiano a vicenda.

È stata una coppia di nigeriani a esprimere il desiderio di fare di più, dicendomi: “Una volta ottenuti i documenti, i nostri problemi in quanto gay e africani, in questo Paese, non sono finiti”. 

La nostra forza è stata quella di supportarli e supportarle in questo percorso, formandoli e formandole, e lasciandoci guidare dai più istruiti e dalle più istruite rispetto alle differenze culturali. 

Ci occupiamo, con le due donsigliere Stefania Sanna e Luna Iemmola e, più recentemente, anche con l’attivista di Agedo Torino (referente a Novara) Roberta Bagnasco, di formazioni per operatori dell’accoglienza e delle preparazioni per il colloquio in Commissione per la richiesta d’asilo, nonché dello sviluppo della stessa (relazioni per i ricorsi in appello, richieste d’asilo reiterate, eccetera). Ci teniamo a seguire solo i casi in cui crediamo: i componenti del gruppo AfricArcigay si aspettano chiaramente di essere protetti da attacchi omofobici da parte di connazionali.

Siamo orgogliosi e orgogliose di essere il secondo comitato, dopo Reggio Emilia con l’amico Tony Andrew, ad aver eletto un africano rifugiato all’interno del nostro direttivo: Omokhegbe Kennedy, nigeriano già ritenuto meritevole della protezione internazionale, è infatti un punto di riferimento per quanto riguarda le formazioni destinate agli ospiti dei centri di accoglienza ma anche per i primi colloqui di introduzione al gruppo dei nuovi arrivati.

Senza dimenticare Vivian Igbinovia, ancora in attesa del colloquio in commissione, è diventata un elemento chiave per le ragazze. A oggi abbiamo seguito quasi un centinaio di casi e contiamo una quarantina di attivisti ed attiviste partecipi in maniera assidua e concreta. Dal punto di vista delle formazioni, l’aspetto più sconvolgente è rappresentato dall’assistere africani che insegnano il rispetto delle diversità ai propri fratelli e sorelle eterosessuali, cresciuti secondo i principi di una cultura che perpetra odio e repressione, soprattutto di matrice religiosa. 

Tu non sei omosessuale eppure fai attivismo in Arcigay. Perché a tuo parere le associazioni Lgbti devono interessarsi di diritti delle persone migranti? Che cosa dovrebbero fare nello specifico?

Mi viene in mente Pride, il film tratto dalla vera storia della conquista dei diritti civili a Londra. L’unica lotta possibile, oggi, è quella intersezionale: dovremmo unire la forza delle minoranze, con le intrinseche differenze che le compongono. Stranieri, comunità Lgbtqia+, donne, disabili, disoccupati: nessuno di noi è una cosa sola. Ecco perché da eterosessuale scelgo ogni giorno di sentirmi parte e di rappresentare la comunità Lgbti sul mio territorio: se invece di continuare a discriminarci a vicenda riuscissimo a fare fronte comune, credo che renderemmo la vita difficile adomofobia, razzismo, trasfobia, bifobia, lesbofobia, sessismo, abilismo e classismo. 

Nello specifico, ritengo innanzitutto che bisognerebbe essere molto chiari dal punto di vista della linea politica dell’associazione: il razzismo dovrebbe essere pubblicamente e fermamente condannato, ad ogni occasione utile.

In secondo luogo, gli elementi più significativi da sviluppare (anche grazie alla rete Migranet di Arcigay ma potenziando le connessioni con le altre associazioni italiane che si occupano di migranti Lgbti e quelle a livello internazionale) credo dovrebbero essere l’accoglienza e la formazione. Migranti appena sbarcati non parteciperanno ai nostri eventi e alle nostre riunioni, perché hanno troppi pochi strumenti, linguistici e culturali, per capire questi momenti aggregativi e per viverli liberamente, consapevolmente.

Sulla base della tua esperienza locale hai conosciuto casi di persone Lgbti che sono dovute fuggire perché omosessuali?

Nei centri di accoglienza ho sentito memorie di ogni genere. Relativamente ad AfricArcigay, invece, i componenti sono tutti persone che si dichiarano Lgbti e che hanno subito persecuzioni di vario tipo, o sono fuggiti e fuggite per paura di subirne. Il denominatore comune è il bisogno di libertà.

Come valuti il "decreto sicurezza" approvato il 28 novembre scorso?

È già stato valutato incostituzionale dal Consiglio superiore della magistratura, proprio relativamente alla parte riguardante i richiedenti asilo. Non risolve certo il problema di una mancata politica dell’immigrazione unitaria dal punto di vista europeo. Crea, inoltre, immigrati irregolari che quindi si trovano costretti a vivere di espedienti. Con buona pace di Salvini e dei suoi fan non basterebbero tutti i nostri soldi per rimpatriare gli irregolari, anche perché non ci sono gli accordi bilaterali con gli Stati d’origine: l’unica soluzione possibile sarà quella di regolarizzarli.

Il comitato Arcigay Vercelli Valsesia ha realizzato per il 2019 un calendario dedicato al tema dei migranti Lgbti. Com'è nata l'idea?

Il calendario è nato perché siamo poveri. I nostri attivisti ricevono 75€ al mese se sono inseriti nel sistema di accoglienza. Per alcuni di loro raggiungere i nostri eventi e le nostre riunioni diventa economicamente proibitivo a causa della lontananza geografica. Il progetto finora è sopravvissuto grazie alle donazioni.

Ci siamo resi e rese conto di aver bisogno di entrate ulteriori e abbiamo avuto la fortuna di riuscire a costruire una squadra artistica incredibile: il trucco di Stefano Anselmo (il conosciutissimo make up artist di Mina, vercellese d’origine) e delle sue collaboratrici, Enrica Checchia e Nadine Musacchio; le foto della straordinaria Giulia Lungo, amica e compagna di battaglie. E poi i nostri attivisti e attiviste vercellesi: la direzione artistica da parte del professionista Andrea Dolzan, l’artista Franco Marino che si è occupato dei costumi oltre a ricoprire il ruolo di assistente di produzione, insieme a Luna Iemmola e a Vittorio Montixi.

Dietro ogni foto c’è una storia, una vita, una di quelle vite che anche noi abbiamo contributo a salvare. Oppure una denuncia, un grido soffocato di quelli che, da noi, non sono mai arrivati.

Con questo calendario (in omaggio con tutte le donazioni uguali superiori ai 20€) vorremmo da una parte aprire un canale di comunicazione con chi lo guarda. Dall’altra riuscire a creare un fondo di sostentamento per continuare e potenziare la nostra attività di sensibilizzazione sul territorio.

Scopri il Calendario AfricArcigay 2019 mese per mese

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Che Stefano Sannino, ambasciatore d’Italia in Spagna dal 21 marzo 2016, potesse finire nel mirino di parlamentari di centrodestra era immaginabile.

Classe 1959, l’ambasciatore d’origini porticesi, durante i 14 anni di precedente permanenza a Bruxelles, si è fatto apprezzare dai colleghi quale uno dei maggiori esperti di questioni europee e diplomatico di prestigio. Ma nella capitale belga ha anche conosciuto il catalano Santiago Mondragón, con cui si è sposato.

Il 7 luglio, in occasione del Pride di Madrid (una delle principali marce dell’orgoglio Lgbti al mondo), ha fatto esporre una bandiera arcobaleno presso l’elegante sede dell’ambasciata italiana lungo il barrio de Salamanca. Il 15 settembre, invece, ha ospitato a pranzo in ambasciata due imprenditori spagnoli gay, di cui, secondo La Verità (02.10.2018), avrebbe celebrato le nozze.

Atti che sono stati al centro di due specifiche interrogazioni parlamentari al ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Enzo Moavero Milanesi: la prima, in data  25 luglio, a firma del senatore di Fratelli d’Italia Gianpietro Maffoni; la seconda, in data 4 ottobre, a firma del senatore nonché leader d’Idea Gaetano Quagliariello.

Per il parlamentare meloniano con l’esposizione della bandiera rainbow si sarebbe configurato il reato di vilipendio al tricolore (tanto da chiedere se «si sia già proceduto all'obbligatoria segnalazione di tale condotta alla competente Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma»).

Per Quagliariello, vicino agli ambienti cattoreazionari e sostenitore di Silvana De Mari, ci sarebbe stato, invece, con le nozze riportate su La Verità un uso dell’ambasciata per fini impropri, arrivando a evocare il rischio di incompatibilità ambientale.

Il 28 novembre sono arrivate le due risposte scritte della Farnesina alle rispettive interrogazioni. Entrambe a firma della viceministra pentastellata Emanuela Claudia Del Re.

Circa l’esposizione della bandiera rainbow la viceministra, in sintesi, ha fatto notare che Sannino non intendeva denigrare o sminuire il prestigio del tricolore, pur ribadendo come il ministero abbia ricordato allo stesso ambasciatore di essere tenuto a consultare preventivamente, in casi di questo tipo, la Farnesina

«La bandiera arcobaleno – si legge infatti nella risposta – è stata temporaneamente esposta in occasione della settimana dell'orgoglio Lgbti, svoltasi nella capitale spagnola lo scorso luglio. Si tratta di una manifestazione molto seguita in Spagna, che coinvolge non solo esponenti della comunità Lgbti ma tutta la cittadinanza. Alla manifestazione partecipano anche numerosi leader politici spagnoli. Quest'anno due Ministri (il ministro dell'interno, Fernando Grande-Marlaska e l'allora ministro della sanità, Carmen Montón) e svariati esponenti dei principali partiti del Paese hanno preso parte all'evento di chiusura, che è stato trasmesso in diretta televisiva.

Il sostegno istituzionale è inoltre assicurato dal Comune di Madrid, che ha anch'esso esposto la bandiera arcobaleno e ha creato un brand per pubblicizzare la manifestazione (MadO, Madrid Orgullo), alla quale è intervenuto il sindaco Manuela Carmena. Anche la Casa reale spagnola aveva augurato successo alla settimana mondiale dell'orgoglio Lgbti nel 2017.

Sempre secondo l'ambasciatore d'Italia a Madrid, in quel periodo molti edifici della capitale spagnola espongono le bandiere arcobaleno e le istituzioni locali, nonché gli organizzatori, hanno sollecitato anche le sedi diplomatiche a dare visibilità alla manifestazione e a partecipare agli eventi pubblici.

L'ambasciatore Sannino ha deciso, in maniera autonoma, di aderire per un periodo limitato alla sollecitazione delle istituzioni locali ed ha esposto il vessillo arcobaleno, così come altre rappresentanze diplomatiche europee ed extraeuropee. L'ambasciata dei Paesi Bassi ha inoltre sponsorizzato alcune importanti iniziative nell'ambito della settimana dell'orgoglio Lgbti, mentre quella Usa lo aveva fatto lo scorso anno.

Con quel gesto l'ambasciatore non intendeva denigrare o sminuire il prestigio del Tricolore. Questo Ministero ha in ogni caso richiamato l'ambasciatore Sannino al dovere di consultare preventivamente, in casi di questo tipo, il Ministero stesso, al quale compete, ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica n. 121 del 2000, di dare istruzioni in materia di esposizione delle bandiere all'esterno delle rappresentanze diplomatiche».

Circa l’interrogazione di Quagliariello la viceministra ha in sostanza presentato come una bufala la notizia delle nozze in ambasciata riportata da La Verità.

Eccone il testo: «In merito alla notizia, l'ambasciatore d'Italia a Madrid precisa che si è trattato piuttosto di un evento conviviale, tenutosi sabato 15 settembre 2018, per festeggiare una coppia di noti imprenditori spagnoli, in vista del matrimonio che gli interessati intendono prossimamente contrarre sulla base della legge spagnola (che dal 2005 ha come noto esteso alle persone dello stesso sesso la possibilità di contrarre matrimonio).

In tale occasione, pertanto, nei locali della residenza non è stato celebrato, né l'ambasciatore aveva l'intenzione di celebrare, alcun matrimonio o unione civile. Del resto, ai sensi della vigente normativa e come giustamente rilevato dall'interrogante, non sarebbe stato possibile celebrare in ambasciata o consolato una valida unione civile tra i due interessati dal momento che nessuno dei due imprenditori è in possesso della cittadinanza italiana.

Nel caso di specie si è dunque trattato di un ricevimento conviviale, senza alcun profilo o valore di natura legale, e che pertanto non appare aver configurato alcuna violazione della normativa italiana».

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