Le candidate e i candidati democratici alle prossime elezioni presidenziali statunitesi del 2020 prenderanno parte, il 10 ottobre, un forum incentrato sulle questioni della collettività Lgbti

Organizzato da Human Rights Campaign Foundation (Hrc) e dalla Luskin School of Public Affairs dell’Università della California (Ucla) di Los Angeles, il meeting si svolgerà presso lo storico edificio accademico della Royce Hall. La data è stata scelta per la sua portata significativa, essendo il 10 ottobre la Giornata Nazionale del Coming Out.

Tra gli argomenti in agenda la prevenzione e il contrasto ai crimini d'odio, le restrizioni alle terapie di conversione e diritti delle persone transgender. Tutti temi caldi su cui nell'era Trump si discute moltissimo negli Stati Uniti. 

«I diritti di milioni di componenti della comunità Lgbti - ha spiegato il presidente di Hrc Chad Griffin -  sono la posta in gioco nelle presidenziali del 2020. Ma siamo anche un potente blocco di elettori, che aiuterà a determinare il risultato». 

Gary Segura, decano della Luskin School, ha invece affermato: «Siamo entusiasti di collaborare con Human Rights Campaign per portare a una maggiore attenzione del pubblico le questioni Lgbti e le posizioni politiche dei candidati». 

Per essere invitati, i partecipanti dovranni avere almeno conseguito l'1% delle preferenze in tre sondaggi nazionali o ricevuto 65.000 donazioni da persone di 20 stati Usa.

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Italia al 41° posto con Bolivia, Ecuador, Mozambico, Nepal e Taiwan nella classifica dei Paesi Lgbti-friendly del 2019, stilata dalla guida Spartacus Gay Travel. La lista viene aggiornata annualmente appunto per informare i viaggiatori sulla situazione delle persone Lgbti in 197 Paesi e regioni.

Basata su fonti autorevoli quali, ad esempio, l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch e la campagna delle Nazioni Unite Free & Equal, l'index viene redatto secondo 14 criteri in tre categorie.

La prima categoria è relativa ai diritti civili: sono, fra l’altro, valutati l’accesso di persone gay e lesbiche al matrimonio o a partnership civili, l’esistenza di leggi antidiscriminatorie o l’uguaglianza tra coppie eterosessuali e omosessuali circa l’età del consenso. Qualsiasi discriminazione è invece valutata nella seconda categoria, come, ad esempio, le restrizioni di viaggio per persone sieropositive e il divieto di sfilare ai Pride o ad altre manifestazioni Lgbti. Nella terza categoria sono considerate le minacce alla persona in seguito a persecuzioni, pene detentive o capitali.

Secondo tali criteri il 1° posto della lista 2019 è detenuto, con Canada e Svezia, dal Portogallo, che ha promosso miglioramenti legali per le persone trans e intersessuali in una con iniziative anti-odio.

Una delle stelle emergenti del 2019 è l'India, che, grazie alla depenalizzazione dell'omosessualità e al miglioramento del clima sociale, è passata dal 104° al 57° posto nella classifica Spartacus.

Al contrario è peggiorata la situazione dei viaggiatori Lgbti in Brasile, Stati Uniti e Germania. Sia in Brasile sia negli Stati Uniti i governi conservatori di destra hanno introdotto o avviato la messa in atto d'iniziative volte a revocare i diritti conseguiti. Queste azioni hanno portato a un aumento di casi di aggressioni omofobiche e transfobiche.

Registrato anche in Germania un aumento della violenza contro le persone Lgbti. Una legislazione moderna inadeguata per proteggere le persone transgender e intersessuali e la mancanza d'un piano d'azione contro la violenza omofobica hanno fatto sì che la Germania scendesse dal 3 ° al 23 ° posto.

Un’attenzione particolare va prestata al Nord Africa, alcuni dei cui Paesi, tradizionali mete di viaggio preferite nel passato da persone soprattutto gay, vivono una stagione di maggiori discriminazioni e violenze omotransfobiche.

Tra essi il posto “migliore” è occupato dalla Tunisia: 122°. Segue poi il Marocco che, rispetto allo scorso anno, scende dal 157° al 159° dov'è allo stesso livello di Senegal, Mauritania, Russia, Haiti, Giamaica, Maldive e Zambia. L’Egitto è invece al 179° insieme col Sudan. Mentre, infine, l’Algeria non è registrata, la Libia è al 190° posto con Afghanistan ed Emirati Arabi.

Ultimi nella classifica quali Paesi più pericolosi per i viaggiatori Lgbti nuovamente Arabia Saudita, Somalia, Iran e Cecenia. 

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Non s’arresta l’ondata d’odio omotransfobico in Francia, dove secondo il ministero dell'Interno sono state 262 le denunce per aggressioni da orientamento sessuale e identità di genere tra gennaio e settembre 2018: il 15% in più rispetto al 2017.

Venerdì sera a Lione una poliziotta di stanza a Nancy e la sua compagna, rispettivamente di 20 e 23 anni, sono state insultate e aggredite da otto adolescenti.

Mentre la coppia camminava mano nella mano davanti al centro commerciale de La Part-Dieu (laddove l'11 novembre 2016 Marin Sauvageon fu brutalmente picchiato da un branco per aver difeso una coppia di giovani omosessuali) sono state raggiunte dagli insulti della banda. Quando la poliziotta ha invitato le giovani alla calma ricordando che il loro era un comportamento delittuoso, è stata accerchiata insieme con la compagna.

È quindi partita una pioggia di pugni. Una delle adolescenti ha quindi sfregiato al viso la compagna della poliziotta. La ferita, inferta con un coltello, parte al di sotto dell’occhio sinistro fino all’orecchio.

Le otto adolescenti si sono date alla fuga. Successivamente la polizia ha arrestato una 17enne in possesso di coltello, che però ha negato i fatti. Ma a suo carico nonché a quello di altre 7 ragazze, tuttora ricercate, è stata oggi aperta un’inchiesta giudiziaria per violenze da arma bianca in ragione dell’orientamento sessuale delle vittime

Nella notte tra il 4 e il 5 marzo, invece, tre giovani uomini, rispettivamente di 18, 16 e 15 anni, hanno picchiato e accoltellato a Drancy (nel dipartimento della Seine-Saint Denis) il 29enne Kevin, cui hanno teso un agguato nella periferia settentrionale della città. Kevin vi si era recato dopo aver chattato con un internauta su un app per incontri e aver fissato l’appuntamento.

Ricoverato in ospedale per la perforazione di un polmone, il 29enne è adesso fuori pericolo ed è stato dimesso il 15 marzo. Indagati per tentato omicidio a sfondo omofobico, rapina a mano armata e associzione a delinquere, i tre giovani sono stati posti in detenzione provvisoria in attesa di giudizio.

Guillaume Mélanie, fondatore e copresidente di Urgence Homophobie, ha fatto sapere che Stop Homophobie sosterrà a titolo gratuito le spese legali per Kevin, che si è costituito parte civile.

Sempre Mélanie, che il 16 ottobre 2018 è stato vittima di pestaggio a Parigi, ha infine espresso il suo sdegno per la vandalizzazione della targa commemorativa in memoria di Xavier Jugelé, il poliziotto ucciso il 20 luglio 2017 durante l'attentato terroristico sugli Champs-Elysées. L’imbrattamento è avvenuto ieri durante le ultime manifestazioni di protesta dei gilet gialli nella capitale.

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Sono stati condannati a pene comprese tra i 2 anni e 8 mesi e i 2 anni e 2 mesi di reclusione tre dei sette autori del pestaggio della coppia di 30enni omosessuali, avvenuto a Bari,  l'8 giugno 2017, in Largo Adua.

Si tratta di Luciano Damiani, Domenico Valentino, Raffaele Giammaria, rispettivamente di 28, 21 anni e 32 anni. In particolare, Damiani e Valentino sono stati condannati alla pena di 2 anni e 8 mesi di reclusione oltre a 600 euro di multa. Giammaria, invece, a 2 anni e 2 mesi e 480 euro di multa (pena sospesa), tutti ritenuti responsabili dei reati di rapina e lesioni aggravate.

Nei confronti di tre minorenni (due ormai maggiorenni) il processo è ancora in corso, mentre il settimo risulta non ancora identificato. 

Le condanne sono state emesse nei giorni scorsi dal gup Francesco Mattiace, al termine del rito abbreviato, a fronte di richieste di pena ben più pesanti da parte del pm Domenico Minardi.

Stando a quanto ricostruito dalla Squadra Mobile, con il coordinamento delle due Procure ordinaria e dei Minorenni, le due vittime, un barese e il suo compagno spagnolo che era in vacanza in Puglia, furono prima insultati perché omosessuali all'uscita da un locale, poi picchiati con calci e pugni e infine rapinati delle collanine e di un anello che indossavano.

Le vittime "per paura di ritorsioni" - come da loro dichiarato - non si sono costituite parte civile. Nelle motivazioni della sentenza, il gup parla di "brutale e cieco pestaggio a senso unico", avvenuto "senza pietà" con l'intento da parte dei sette aggressori di "dimostrare la superiorità del proprio essere virile", di fronte agli "occhi increduli e sconvolti dei passanti che affollavano largo Adua.

Raggiunta telefonicamente, Titti De Simone, consigliera politica del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano per l’attuazione del programma, ha così commentato la notizia: «Una sentenza importante e doverosa quella emessa giorni fa dal gup Mattiace.

Resta naturalmente il fatto che l’Italia, anche a fronte di una costante escalation di violenze di vario genere nei rigurdi delle persone Lgbti, debba quanto prima dotarsi d’una legge di contrasto all’omotransfobia.

Le normative regionali, laddove approvate o laddove, superato il vaglio della Commissione referente come successo in Puglia e recentemente in Calabria, sono in dirittura d’arrivo, non sono, come noto, a carattere penale. Anche se sono di primaria importanza in riferimento alla prevenzione di tali atti con misure positive – rispondenti al proprio ambito di competenza –  soprattutto su un piano strettamente culturale ed educativo»-

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Tous égaux, tous alliés. (Tutti uguali, tutti alleati).

È questo lo slogan della nuova campagna governativa francese contro l’omofobia e la transfobia. Campagna che, lanciata oggi dal ministero dell'Educazione Nazionale e della Gioventù e diretta alle scuole tanto medie quanto superiori, è strettamente correlata alla recente recrudescenza di atti omotransfobici in ambito scolastico. 

Essa prevede che in tutti gli istituti di secondo grado siano distribuiti manifesti e volantini recanti la scritta Ça suffit! (Basta!) su due riquadri nero e arcobaleno. Tali riquadri, a lora volta, campegginano su uno sfondo bianco e nero, contrassegnato dai nomi dei vari atti discriminatori.

Saranno inoltre distribuiti opuscoli che propongono percorsi formativi per l’impegno quotidiano nel lottare l’omotransfobia e diventare un "alleato" dei giovani Lgbti. A partire dall’inizio della settimana prossima sarà invece disponibile online una guida d’accompagnamento per docenti e sarà accessibile per telefono, mail e chat un servizio di ascolto e assistenza a distanza.

Tale campagna si pone in linea di continuità con la precedente lanciata nel dicembre 2015.

Citando un sondaggio dell'Ifop, condotto nel  dicembre 2018, il ministero ha osservato come gli «insulti omofobi, spesso banalizzati, rimangono particolarmente forti: il 18% degli studenti delle scuole superiori o degli studenti Lgbti afferma di essere stato insultato negli ultimi 12 mesi». Inoltre, è stato rilevato, «tra i/le giovani che si definiscono trans, un alto livello di preoccupazione nei confronti della scuola: l'esperienza scolastica è percepita come 'cattiva' o 'pessima' dal 72% di loro».

Non a caso su Twitter Marlène Schiappa, Segretaria di Stato per l'Uguaglianza tra le donne e gli uomini e la Lotta contro le discriminazioni, ha definito oggi la campagna «una delle pietre del piano del governo". 

La campagna odierna è comunque da leggere alla luce della generale escalation di atti omotransfobici nel Paese, al cui contrasto e prevenzione tanto la sindaca di Parigi quanto il governo hanno avviato, nel dicembre scorso, una serie di misure di rilievo.

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«Apprendiamo dalla stampa di recenti episodi di aggressioni e minacce di stampo omofobico accadute a Perugia. Ragazzi e ragazze minacciate e intimidite per strada per il solo fatto di essere identificati dall'abbigliamento o dal portamento come persone gay, lesbiche, bisessuali, trans o intersex». 

Queste le parole di Stefano Bucaioni a commento di alcuni casi di violenza o intimidazione che, a danno di persone Lgbti, hanno caratterizzato i primi giorni dell’anno appena iniziato. Casi che, per il presidente di Omphalos Lgbti, non sono affatto «isolati» ma «numerosi e preoccupanti» nonché, negli ultimi anni» in deciso aumento nella nostra città». 

Tra questi spicca indubbiamente l’inseguimento con insulti e parole minatorie da parte di un branco, di cui è stato vittima, intorno alle 5:00 di Capodanno, Lorenzo Benedetti, direttore artistico del BeQueer, mentre tornava alla sua «macchina, in una via del centro di Perugia. Io ombretto, rossetto, giacchetto appariscente e lo sguardo risoluto di chi ci è già passato. Ma anche telefono scarico, solitudine e terrore. Mi ha fatto paura sapere che un mio amico giorni prima è stato aggredito con una bottiglia rotta. Una paura incredibile. Di finire come tante storie che conosco, di non riuscire a combattere».

Così l’attivista 27enne ha raccontato su Facebook quei momenti drammatici, scanditi dalla discussione con gli assalitori: «Frocio, vieni qua che ti rimetto a posto io. Adesso arriviamo. - Dai falla finita. - No, stavolta no».    

A quel punto tanti i pensieri che si sono accavallati nella mente di Lorenzo, che ha quindi aggiunto: «Le persone che incontro non sono interessate al mio panico malcelato e agli insulti sbiascicati che attraversano la via. E io, con quello che so, di chi dovrei fidarmi oltre me?

Meglio non incrociare il loro sguardo. Gira a destra che è più illuminato. Fai finta di non sentire. Hanno smesso di seguirti. Lì ci sono altre voci. Potrebbero essere di nuovo loro. Arriva alla macchina e chiudi le sicure.

Non so quanto tempo prima avessero smesso di seguirmi, né credo importi. Importa la sensazione che rimane incollata addosso.

E nonostante la consapevolezza, lo studio, la decostruzione, l’attivismo, le lotte, ora una voce in un angolo della testa mi assilla, mi tormenta se sto davanti all’armadio e scelgo una cosa eccentrica come piace a me, mi sussurra sadicamente le cose che potrei rischiare se tengo un ombretto in mano davanti allo specchio. Mi morde il fegato se sto fuori casa e devo decidere di parcheggiare in un luogo isolato. 

Mi sono preso due giorni per metabolizzare, senza parlarne, trascinandomi dal letto al divano passando dal frigo per dirottare le ansie sul cibo. Sembrava utile, ma non lo so. Magari è solo una cosa da film.

Ma poi è sempre reale. E ora posso solo dire che io non voglio permetterlo. Non voglio permettere a un gruppo di merde, fomentate ancora di più dall’attuale clima politico, di potersi sentire in diritto di andare in giro per le strade a tormentare altre persone, a farle sentire in pericolo, a volerle regolarizzare, normalizzare, umiliare, picchiare, violentare.

Il mondo non è vostro, merde. E a noi che combattiamo, mi sento di voler dire a cuore aperto che la resistenza non è solo un atto di difesa, è ora di passare all’attacco contro chi ci fa questo, ogni giorno».

Ed è proprio all’attuale clima politico che si è rifatto Bucaioni, per il quale, come spiegato in un comunicato ufficiale, «l'aumento di omofobia, transfobia e discriminazioni ha però nomi e cognomi.

Quando esponenti politici o delle istituzioni si permettono di offendere ed insultare pubblicamente le persone per il loro orientamento sessuale o per la loro identità di genere, offrendo così terreno fertile a violenti e omofobi che si sentono protetti dal pessimo clima politico che si respira a livello nazionale e a livello cittadino; quando leggiamo e accettiamo passivamente dichiarazioni di consiglieri comunali, consiglieri regionali o di ministri o parlamentari che usano parole sprezzanti contro ogni tentativo di arginare discriminazioni e violenze contro le persone omosessuali e transessuali, non possiamo poi stupirci se per strada assistiamo a un aumento di aggressioni e minacce».

Come spiegato da Bucaioni «Omphalos riceve periodicamente denunce di omofobia, transfobia, discriminazioni e violenze. Ma di tutti i casi solo una piccola parte arriva sulle scrivanie dell'associazione e ancora di meno sulle pagine dei giornali. La realtà è purtroppo più preoccupante anche se si fatica a prenderne atto».

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Come annunciato in ottobre dalla sindaca di Parigi Anne Hidalgo a seguito dell’aggressione a Guillame Mélanie, fondatore e copresidente di Urgence Homophobie, il contrasto alle violenze da orientamento sessuale e identità di genere è divenuto uno dei temi prioritari nell’agenda del comune e del governo francese. 

Secondo Urgence Homophobie tra gennaio e settembre scorso il numero di denunce per omofobia è cresciuto del 15% rispetto allo stesso periodo del 2017 con più di 260 episodi riscontrati. 

La sindaca socialista ha proposto un piano affinché «Parigi rimanga la città dell'uguaglianza e della libertà di essere se stessi», sbloccando un fondo di 100.000 euro per la sua attuazione e a sostegno delle associazioni impegnate nel contrasto all'omotransfobia. Nella capitale sarà inoltre istituito un Osservatorio parigino Lgbti in una con campagne di comunicazione nei mezzi pubblici.

A livello invece governativo è stato invece varato un piano di emergenza con una serie di misure contro le violenze omotransfobiche, che vanno dalla prevenzione al perseguimento penale: a presentarlo la segretaria di Stato, delegata alla Parità di genere e alla Lotta alle discriminazioni, Marlène Schiappa. Il piano prevede una campagna nazionale di lotta all'odio Lgbti nel 2019, sensibilizzazione nelle scuole e formazione delle forze dell'ordine.

E, proprio oggi, una settantina di personalità e artisti ha lanciato la clip musicale intitolata De l’amour per denunciare le crescenti aggressioni omotransfobiche in Francia.

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Viene dalle Filippine e ha 24 anni la nuova Miss Universo. Catriona Gray si è ieri aggiudicata a Bangkok la fascia di vincitrice del prestigioso concorso internazionale, giunto alla 63° edizione, che ha visto rispettivamente assegnare il 2° e 3° posto alla sudafricana Tamary Green e alla venezuelana Sthefany Gutiérrez Gutiérrez.

Catriona Gray è la quarta filippina a essere stata incoronata Miss Universo. La notizia della vittoria è stata accolta con entusiamo in tutto il Paese del Sud-est asiatico a partire dal presidente Rodrigo Duterte, che si è affrettato a complimentarsi con la vincitrice attraverso una nota ufficiale.

Catriona Gray, che ha perso, qualche anno fa, «un amico, ucciso dall'Aids», ed è attualmente impegnata come volontaria negli slum di Manila a sostegno delle persone sieropositive, ha annunciato un deciso impiego del successo conseguito per intensificare la propria campagna di sensibilizzazione e informazione su Hiv/Aids.

Ma la serata finale del concorso è stata caratterizzata da un momento significativo.

Dopo l’eliminazione di Ángela Ponce nelle vesti di Miss Spagna dal novero delle 20 semifinaliste, l’organizzazione ha voluto rendere un particolare omaggio a colei che è stata la prima donna transgender a gareggiare per il titolo internazionale.

E lo ha fatto attraverso un video, che è stato trasmesso davanti alle persone partecipanti e alla giuria di sette donne.

«In giovane età ha sofferto il bullismo – afferma una voce femminile fuori campo nel video –. Ma con l'amore e il sostegno della sua famiglia ha affrontato il mondo con un sorriso. Purtroppo l'accettazione non è totale anche in alcune parti del mondo in cui si svolge il concorso».

Ángela Ponce ha dichiarato che non le è mai importato di vincere ma di essere stata ammessa a partecipare. A contare per lei «la possibilità di essere una voce: è questa è la mia personale corona. Mi permette di motivare molte persone: ci sono persone che, solo perché sono qui, continuano a vivere. È il mio orgoglio».

La 27enne sivigliana ha anche affermato: «Per sradicare l'intolleranza, sarebbe molto importante infondere determinati valori sin dalla giovane età.

Spero di poter vivere, un domani, in un mondo uguale per tutti. Basterebbe solo che comprendessimo d'essere delle persone umane e di dover rendere le nostre vite, gli uni agli altri, molto più semplici».

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Classe 1975, il monzese Pippo Civati è stato deputato nel corso della XVII° legislatura. Eletto tra le file del Partito Democratico, ne è uscito nel 2015 in aperto dissenso con le linee politiche dell’allora segretario nonché presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Il 26 maggio di quel medesimo anno ha annunciato la nascita di Possibile, di cui è stato primo segretario fino al 17 marzo scorso.

A poche settimane dalla creazione della compagine Lgbti del partito da lui fondato l’abbiamo raggiunto per raccoglierne impressioni e valutazioni in riferimento all’attuale scenario politico italiano ed europeo.

On. Civati, facciamo un passo indietro fino al 26 maggio 2015. Perché Possibile?

Possibile vuole reagire nettamente a chi ripete come fosse un’ossessione che non ci sono alternative. E anche a chi promette cose irrealizzabili. Il «possibile» si colloca nel futuro ma senza scorciatoie, senza slogan eccessivi e smisurati. E si lega a tutte le esperienze che vogliono tentare strade inedite, con l'obiettivo della riduzione delle disuguaglianze, questione che abbiamo collocato nel nostro simbolo, come vera e propria madre di tutte le battaglie.

Il tema migrazione è uno dei più attualmente scottanti e non solo in Italia. È sempre più diffusa la narrazione di un’Europa che si va sfaldando a fronte della gestione di una tale problematica. Cosa ne pensa? 

L'Europa non è un Europa astratta. Ma è l'Europa di una destra moderata che non ha voluto fare i conti con le storture della globalizzazione e con le disuguaglianze sociali e non ha avuto ambizioni per rendere l'Europa più forte proprio per non disturbare alcuni interessi da cui la politica evidentemente continua a dipendere. Penso alle migrazioni, alle questioni fiscali, al rapporto con le concentrazioni di potere economico e quindi con le multinazionali. Un'Europa che già molto sovranista perché sono sempre gli Stati nazione a decidere. In questo senso il sovranismo tanto agognato dai nazionalisti (perché il sovranismo è inevitabilmente sovranita, e non è un caso che Salvini sia il modello) è soltanto il punto di arrivo di un'impostazione politica che conosciamo molto bene: ci vuole qualcosa di completamente diverso che lo mette in discussione l'Europa ma che finalmente la faccia.

Senza l’Europa sarebbe più facile, a suo parere, l’avvento di poteri meno democratici?

Ovviamente sì, nel nostro caso avremo un sovranismo in ritirata, un nazionalismo della disperazione, non certo quello di una grande potenza, alle prese con problemi insormontabili, come si è già visto in questa fase politica, in cui il cialtronismo ha raggiunto livelli sorprendenti. Il modello Orbán che piace tanto a Salvini è già una realtà: autoritarismo e discriminazioni sono due ingredienti che vanno di pari passo. Per le minoranze, d’ogni tipo, se si affermerà quell’impostazione, i tempi saranno molto cupi. È per questo che si deve reagire. Sì. Forse ora se ne rendono conto tutti, che bisogna agire, dopo anni di acquiescenza e di torpore. Tocca a ciascuno di noi, singolarmente, e insieme, seguendo ciò che si muove e organizzando un campo che la politica istituzionale ha letteralmente devastato. Non bisogna avere fretta, non bisogna però nemmeno perdere tempo. 

Le forze di destra, anche quelle più estreme, avanzano in tutta Europa. Anche in Italia ne è cresciuta la presenza. Cosa sta accadendo secondo lei?

Il nostro Paese ha conosciuto vent'anni di progressiva - anzi, regressiva - deriva culturale. In questo senso la stagione dell'antipolitica così come la vediamo, soprattutto in questi mesi in cui è arrivata al governo, ha raccolto l'eredità nel ventennio precedente. In questa confusione ideologica e questo continuo rovesciamento sono emerse pulsioni antiche, autoritarie e razziste, che realtà ci sono sempre state, in questo paese, ma che ora non trovano ostacoli né anticorpi come accadeva un tempo. In questo senso il fascismo quello delle camicie nere e quello più sottile e pericoloso di chi non considera la Costituzione e non si cura della legge e della dignità istituzionale ha campo libero.

Si registra un generale disfattismo nei riguardi della sinistra. Al contempo l’idea di uno Stato forte sembra passare tra il pensiero populista e quello sovranista. C’è ancora uno spazio per un’aggregazione forte in grado di rispondere a questa idea? 

Più che dell'aggregazione forte che assomiglia a un’ammucchiata senza politica, c'è bisogno che emergano pensieri, parole, proposte che non abbiano nulla a che fare con quello che abbiamo visto finora. Nonostante la débacle del 4 marzo mi pare che tutto si svolga in una sinistra (questa sì, sinistra) continuità con ciò che è accaduto prima. Nessuna vera riflessione su ciò che si può fare per ottenere nuovamente la fiducia dei cittadini. Nessun progetto di società. Nessuna storia, vera, da raccontare. Su questo dobbiamo lavorare.

In Italia sono al momento oltre i 4 milioni le persone in stato di povertà. Il reddito di cittadinanza vuole essere una delle tante risposte di questo governo. Che cosa ne pensa? 

Sono sempre stato favorevole a reddito minimo garantito e lo sono da prima che lo proponesse grillo qualche anno fa. Con Possibile e con Davide Serafin in particolare abbiamo fatto proposte sostenibili in questo senso e ho come l'impressione che dopo i mesi di ubriachezza da parte della maggioranza si finirà con il convergere su quanto dicevamo noi. Qualcosa di molto diverso dalla propaganda di Di Maio e dalle semplificazioni di questo governo.

La collettività Lgbti continua a denunciare casi di violenza omofobica e transfobica nel paese. Come si può arginare, a suo parere, una tale violenza?

Da tempo sostengo la necessaria convergenza dei diritti civili e dei diritti sociali. So che in questo momento nel nostro Paese sono contrapposti ma chi li contrappone vuole negare entrambi. Per questa ragione la difesa dei diritti e la promozione dei diritti, soprattutto, si sposa perfettamente con quell'urgenza di reagire alle cose, di cui abbiamo parlato finora e con quella voglia di uguaglianza di cui parlavo descrivendo Possibile.

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«Bellissima vittoria da vivere oggi insieme al Consiglio nazionale».

Così ha twittato ieri il deputato Mathias Reynard, componente del Partito Socialista Svizzero, per commentare l’approvazione in via definitiva al Consiglio nazionale della legge contro l’omofobia, per la quale egli ha combattuto per sei anni.

Col voto favorevole del 56% di quella che è la Camera bassa del Parlamento svizzero la legge antirazzista elvetica sarà d’ora in poi estesa alle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale.

Il Consiglio degli Stati (o camera alta dell’Assemblea Federale) si era invece espresso a favore del disegno di legge mercoledì 28 novembre.

Con un’integrazione dell'articolo 261 bis del Codice penale, noto come "norma antirazzista", sarà perseguito ex officio chi rivolge all’indirizzo di persone omosessuali insulti omofobi. La condanna prevista è fino a un massimo di tre anni di carcere in una con sanzione pecuniaria.

Nessun riferimento nella legge, invece, alle aggressioni fisiche a danno di persone omosessuali.

Ma a scatenare l’ira delle associazioni è il mancato riferimento alla transfobia nel testo normativo. Per iniziativa dei deputati del Consiglio degli Stati l'Assemblea federale ha rifiutato di estendere l’articolo 261 bis alle discriminazioni basate sull'identità di genere, ritenendo «troppo vaga la nozione a quella sottesa».

Inviatando a vedere il «bicchiere mezzo pieno», Reynard ha commentato: «Capisco la reazione delle associazioni coinvolte, ma sarà difficile andare oltre con l'attuale Parlamento. La vittoria di oggi è già importante».

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