Momento economicamente difficile per la Tanzania dopo che molti donatori internazionali hanno sospeso gli aiuti finanziari a seguito della campagna antigay, lanciata il 29 ottobre dal governatore di Dar es Salaam Paul Makonda. Ma il governo Magufuli non intende scendere a patti.

A dichiararlo oggi il ministro delle Finanze Philip Mpango nel corso d’un incontro coi funzionari del dicastero, ai quali ha detto che è stata posto da più parti come condicio sine qua non per gli aiuti un atteggiamento di tolleranza nei riguardi dell’omosessualità.

Condizione, però, che, come affermato dal ministro, «non si può in alcun modo» accettare perché «intollerabile».

Ha anche aggiunto che la sospensione di aiuti internazionali rappresenta una seria sfida per il Paese alla prese con progetti basilari da miliardi di dollari.

Già il 28 novembre scorso il presidente John Magufuli aveva reagito con fermezza al pressing degli Stati Occidentali dichiarando di preferire il supporto della Cina, poiché Pechino imporrebbe meno condizioni rispetto agli altri donatori internazionali. 

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«Ho protetto la mia sessualità per molto tempo perché pensavo di dover favorire la mia carriera e ottenere più sponsor. Ma poi ho iniziato a chiedermi perché queste compagnie avrebbero dovuto sponsorizzarmi e farsi rappresentare da me se non potevo essere autenticamente me stessa». 

Con queste parole Melissa Reid, vincitrice di sei titoli nei campionati di Lpga (Ladies Professional Golf Association), ha deciso di fare coming out, il 10 dicembre, nel corso d’un’intervista rilasciata al sito dell’associazione Lgbti Athlete Ally, della cui lotta per l’uguglianza e l’inclusione nello sport è divenuta “ambasciatrice”.

La 31enne golfista britannica ha inoltre dichiarato «Nella mia vita privata non sono potuta essere così aperta come avrei voluto. Ho protetto a lungo la mia ragazza e sono sempre stata attenta a dove portarla. Ma adesso è arrivato il momento di cambiare pagina.

Vorrei vedere più donne inserite nell'organizzazione del golf, anche come spettatrici durante le gare. Così come sogno di ammirare maggiori pubblicità di atlete, perché io ho dovuto proteggere per tanto tempo la mia omosessualità per non mettere a repentaglio carriera e sponsor». 

Melissa Reid ha infine affermato: «Volevo far parte dell’Athlete Ally perché ritengo importante che le persone siano se stesse. Per me è stato sempre importante lottare per l'uguaglianza». 

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Condannata a 1.500 euro di multa per aver diffamato in maniera continuata e aggravata a mezzo stampa le persone Lgbti, accomunando omosessualità a pedofilia, nonché a risarcire di 2.500 euro ciascuno il Coordinamento Torino Pride e Rete Lenford. 

Questa la sentenza emessa oggi dalla giudice Maria Eugenia Cafiero nei riguardi dell’endoscopista Silvana De Mari, che è stata però assolta dagli altri due capi d'imputazione. Per i quali, secondo quanto dichiarato da Nicolò Ferraris, legale del Coordinamento Torino Pride, «attendiamo di leggere le motivazioni».

Come noto, la scrittrice di romanzi fantasy e collaboratrice del quotidiano La Verità, anche dopo l’istruzione del processo a suo carico presso la Sesta Sezione penale del tribunale di Torino, non ha mai smesso di presentare l’omosessualità quale «situazione da cui si può comunque uscire, è possibile guarire», a correlarla con la pedofilia, a indicarne gli atti quali pratica d’iniziazione al satanismo.

Cosa che aveva spinto ieri il pm Giuseppe Riccaboni a chiedere che il versamento della somma (fissata però a 1000 euro) fosse immediatamente esecutivo, non essendoci i presupposti per la sospensione condizionale. Il magistrato aveva infatti osservato come Silvana De Mari potrebbe in futuro continuare a tenere comportamenti analoghi anche sulla base di un recente intervento della stessa a una puntata della trasmissione Otto e Mezzo, come ricordato dagli avvocati di parte civile Nicolò Ferraris (Coordinamento Torino Pride) e Michele Potè (Rete Lenford).

Proprio l’avvocato Potè (che è anche il legale del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli nell’altro procedimento per diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa a carico di Silvana De Mari, per la quale è stata rinviata a giudizio il 21 marzo 2019) aveva ieri ricordato: «Non posso ancora credere che nel 2018 ci si debba occupare di affermazioni che ci riportano nel Medio Evo.

Silvana De Mari si presenta come psicoterapeuta ma le sue affermazioni non hanno nulla di scientifico. Sono state abbondantemente superate. Già Freud aveva chiarito che l'omosessualità non può essere considerata una malattia, ma l'imputata, per sua stessa ammissione, Freud lo ha studiato poco».

Viva soddisfazione è stata subito espressa da Alessandro Battaglia, componente del Coordinamento Torino Pride, che ha parlato di «sentenza storicaA quanto ci consta, mai è successo che un'associazione Lgbti venisse ammessa a un processo per diffamazione. Ci siamo affidati alla magistratura con esposto ed è già un coronamento».

In quanto assolta da due dei tre capi d'imputazione, non ha però mancato di cantare vittoria anche la stessa De Mari, che ha dichiarato: «La libertà di critica è salva. Il mio dovere di medico è lanciare l'allarme sanitario».

In ogni caso, la collaboratrice del quotidiano diretto da Maurizio Belpietro ha anche annunciato il ricorso in appello«Il movimento Lgbt - ha speigato - è un movimento politico che ho diritto di attaccare. Motivo per cui ricorreremo».

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To Housing è il nuovo progetto di co-housing sociale che apre a Torino per accogliere persone Lgbti in difficoltà e in condizioni di estrema vulnerabilità. 

Prima esperienza con queste caratteristiche in Italia, To Housing potrà accogliere 24 ospiti in 5 appartamenti di proprietà di Atc – Agenzia Territoriale per la Casa del Piemonte Centrale non destinati alle graduatorie per le case popolari.

Due parole chiave ispirano il progetto: riproducibilità e extraterritorialità. Il modello di lavoro del progetto, infatti, è sviluppato per consentirne la replicabilità anche in altri contesti e, sebbene l’epicentro del progetto sia Torino, To Housing ha carattere regionale e nazionale grazie al continuo scambio con le altre realtà regionali e nazionali del movimento Lgbti.

To Housing nasce non solo per rispondere all’emergenza abitativa ma anche per attivare, proprio a partire da un bisogno primario e fondamentale come la casa, percorsi di reinserimento sociale. Verranno accolti giovani tra i 18 e 26 anni allontanati dalle famiglie di origine a causa dell’orientamento sessuale; migranti e rifugiati omosessuali, anziani Lgbti in condizione di solitudine o povertà, persone transessuali e transgender.

To Housing è stato pensato per tutte e tutti coloro che vivono una condizione di doppia discriminazione – orientamento sessuale, origine etnica, età, condizione sociale – e si trovano in condizione di povertà e/o esclusione sociale. In questa prospettiva assicurare un luogo sicuro dove poter vivere rappresenta l’occasione per intraprendere un percorso di uscita dal disagio e di (re)inserimento socio-lavorativo.

Un’equipe di accoglienza composta da educatori, psicologi e assistenti sociali esaminerà le segnalazioni (che potranno arrivare anche in modo diretto contattando Quore al numero dedicato, che sarà attivo dalle 13:00 alle 18:00 e indicato sul sito da lunedì 17 dicembre, o scrivendo alla mail This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.), svolgerà il primo colloquio e valuterà l’accesso degli ospiti. La permanenza media prevista di 8 mesi potrà essere eventualmente estesa per completare il percorso di autonomia degli utenti.

Il progetto è realizzato dall’associazione Quore e può contare su una cooperazione virtuosa tra pubblico e privato. To Housing può contare sul supporto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, della Regione Piemonte, del Consiglio Regionale del Piemonte, della Città di Torino, di Atc – Agenzia Territoriale per la Casa del Piemonte Centrale e sul sostegno di Ikea, Iren, Bentley Soa, Philips, Cooperativa Di Vittorio, La Banca delle Visite e Medi.ca.

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Quella suicidaria è una realtà di cui si parla poco all’interno della collettività Lgbti. Anche se si tratta di un rischio tutt’altro che marginale fino a essere un vero e proprio allarme, come riportato da un recente studio dell'American Academy of Pediatrics, in riferimento ad adolescenti transgender e gender non conforming.

Per rompere il silenzio al riguardo e ridurne i connessi rischi è stato ieri diffuso su YouTube Me alegro mucho de que estés aquí, video realizzato dalla piattaforma italiana L’amore è uguale per tutti e dall’associazione barcellonese Casal Lambda con la possibilità di attivare l'opzione dei sottotitoli in italiano, inglese, spagnolo, catalano e francese.

Presentato in anteprima il 5 ottobre in occasione del 42° anniversario di fondanzione dello storico ente Lgbti catalano di Avenida Marquès de l'Argentera, il progetto è un invito «a diffondere la speranza e a capire l’importanza di ascoltare ed essere ascoltati».

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Classe 1975, il monzese Pippo Civati è stato deputato nel corso della XVII° legislatura. Eletto tra le file del Partito Democratico, ne è uscito nel 2015 in aperto dissenso con le linee politiche dell’allora segretario nonché presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Il 26 maggio di quel medesimo anno ha annunciato la nascita di Possibile, di cui è stato primo segretario fino al 17 marzo scorso.

A poche settimane dalla creazione della compagine Lgbti del partito da lui fondato l’abbiamo raggiunto per raccoglierne impressioni e valutazioni in riferimento all’attuale scenario politico italiano ed europeo.

On. Civati, facciamo un passo indietro fino al 26 maggio 2015. Perché Possibile?

Possibile vuole reagire nettamente a chi ripete come fosse un’ossessione che non ci sono alternative. E anche a chi promette cose irrealizzabili. Il «possibile» si colloca nel futuro ma senza scorciatoie, senza slogan eccessivi e smisurati. E si lega a tutte le esperienze che vogliono tentare strade inedite, con l'obiettivo della riduzione delle disuguaglianze, questione che abbiamo collocato nel nostro simbolo, come vera e propria madre di tutte le battaglie.

Il tema migrazione è uno dei più attualmente scottanti e non solo in Italia. È sempre più diffusa la narrazione di un’Europa che si va sfaldando a fronte della gestione di una tale problematica. Cosa ne pensa? 

L'Europa non è un Europa astratta. Ma è l'Europa di una destra moderata che non ha voluto fare i conti con le storture della globalizzazione e con le disuguaglianze sociali e non ha avuto ambizioni per rendere l'Europa più forte proprio per non disturbare alcuni interessi da cui la politica evidentemente continua a dipendere. Penso alle migrazioni, alle questioni fiscali, al rapporto con le concentrazioni di potere economico e quindi con le multinazionali. Un'Europa che già molto sovranista perché sono sempre gli Stati nazione a decidere. In questo senso il sovranismo tanto agognato dai nazionalisti (perché il sovranismo è inevitabilmente sovranita, e non è un caso che Salvini sia il modello) è soltanto il punto di arrivo di un'impostazione politica che conosciamo molto bene: ci vuole qualcosa di completamente diverso che lo mette in discussione l'Europa ma che finalmente la faccia.

Senza l’Europa sarebbe più facile, a suo parere, l’avvento di poteri meno democratici?

Ovviamente sì, nel nostro caso avremo un sovranismo in ritirata, un nazionalismo della disperazione, non certo quello di una grande potenza, alle prese con problemi insormontabili, come si è già visto in questa fase politica, in cui il cialtronismo ha raggiunto livelli sorprendenti. Il modello Orbán che piace tanto a Salvini è già una realtà: autoritarismo e discriminazioni sono due ingredienti che vanno di pari passo. Per le minoranze, d’ogni tipo, se si affermerà quell’impostazione, i tempi saranno molto cupi. È per questo che si deve reagire. Sì. Forse ora se ne rendono conto tutti, che bisogna agire, dopo anni di acquiescenza e di torpore. Tocca a ciascuno di noi, singolarmente, e insieme, seguendo ciò che si muove e organizzando un campo che la politica istituzionale ha letteralmente devastato. Non bisogna avere fretta, non bisogna però nemmeno perdere tempo. 

Le forze di destra, anche quelle più estreme, avanzano in tutta Europa. Anche in Italia ne è cresciuta la presenza. Cosa sta accadendo secondo lei?

Il nostro Paese ha conosciuto vent'anni di progressiva - anzi, regressiva - deriva culturale. In questo senso la stagione dell'antipolitica così come la vediamo, soprattutto in questi mesi in cui è arrivata al governo, ha raccolto l'eredità nel ventennio precedente. In questa confusione ideologica e questo continuo rovesciamento sono emerse pulsioni antiche, autoritarie e razziste, che realtà ci sono sempre state, in questo paese, ma che ora non trovano ostacoli né anticorpi come accadeva un tempo. In questo senso il fascismo quello delle camicie nere e quello più sottile e pericoloso di chi non considera la Costituzione e non si cura della legge e della dignità istituzionale ha campo libero.

Si registra un generale disfattismo nei riguardi della sinistra. Al contempo l’idea di uno Stato forte sembra passare tra il pensiero populista e quello sovranista. C’è ancora uno spazio per un’aggregazione forte in grado di rispondere a questa idea? 

Più che dell'aggregazione forte che assomiglia a un’ammucchiata senza politica, c'è bisogno che emergano pensieri, parole, proposte che non abbiano nulla a che fare con quello che abbiamo visto finora. Nonostante la débacle del 4 marzo mi pare che tutto si svolga in una sinistra (questa sì, sinistra) continuità con ciò che è accaduto prima. Nessuna vera riflessione su ciò che si può fare per ottenere nuovamente la fiducia dei cittadini. Nessun progetto di società. Nessuna storia, vera, da raccontare. Su questo dobbiamo lavorare.

In Italia sono al momento oltre i 4 milioni le persone in stato di povertà. Il reddito di cittadinanza vuole essere una delle tante risposte di questo governo. Che cosa ne pensa? 

Sono sempre stato favorevole a reddito minimo garantito e lo sono da prima che lo proponesse grillo qualche anno fa. Con Possibile e con Davide Serafin in particolare abbiamo fatto proposte sostenibili in questo senso e ho come l'impressione che dopo i mesi di ubriachezza da parte della maggioranza si finirà con il convergere su quanto dicevamo noi. Qualcosa di molto diverso dalla propaganda di Di Maio e dalle semplificazioni di questo governo.

La collettività Lgbti continua a denunciare casi di violenza omofobica e transfobica nel paese. Come si può arginare, a suo parere, una tale violenza?

Da tempo sostengo la necessaria convergenza dei diritti civili e dei diritti sociali. So che in questo momento nel nostro Paese sono contrapposti ma chi li contrappone vuole negare entrambi. Per questa ragione la difesa dei diritti e la promozione dei diritti, soprattutto, si sposa perfettamente con quell'urgenza di reagire alle cose, di cui abbiamo parlato finora e con quella voglia di uguaglianza di cui parlavo descrivendo Possibile.

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Sabato 24 novembre si è conclusa a L’Aquila la 17esima edizione del Premio internazionale di Letteratura dedicato a Laudomia Bonanni, sezione Poesia edita. Il giorno prima, presso il carcere di Preturo, erano stati proclamati i vincitori della Sezione riservata ai detenuti di tutta Italia. 

Presidente del premio Raffaele Marola, in giuria l'onorevole del Partito Democratico Stefania Pezzopane, la docente dell'Università degli Studi dell'Aquila Liliana Biondi, il professore di letteratura italiana all'Università degli Studi di Pisa Marco Santagata, la poetessa aquilana Anna Maria Giancarli.

Ospite dell'evento il grande poeta cinese Yang Lian, costretto a vivere a Londra da molti anni per aver coraggiosamente denunciato la matrice liberticida del governo cinese. 

Il primo premio è andato a Elio Pecora, esponente di prestigio della poesia italiana, per il libro Rifrazioni, in cui è centrale il tema della memoria e dei ricordi, degli amici che non ci sono più, come Moravia e la Morante, di persone che non ci sono più guardando queste cose dal giardino della sua casa a Sant'Arsenio (Salerno), dove trascorre le vacanze estive.
Tra le pagine di Rifrazioni ci sono i ricordi di una vita, tra personaggi immaginari e amici cari all'autore che oggi non ci sono più come Elsa Morante o Alberto Moravia.

Nella rosa dei finalisti, oltre a Solitude, lavoro poetico di Daniele Pieroni, anche Dolore Minimo, il testo di Giovanna Cristina Vivinetto, una giovane poetessa trans di 24 anni, di origini siciliane, che ha raccontato in versi la transizione, investigandone le ragioni profonde e restituendo al lettore il senso stesso della necessità di diventare “madre di se stessa”. 

La presenza di Giovanna Cristina Vivinetto tra i tre vincitori finalisti è un evento di grande rilievo non solo per la tematica certamente originale del suo libro ma anche perché si tratta della poetessa più giovane che abbia mai partecipato al prestigioso premio aquilano in tutte le diciassette edizioni. 


Giovanna Cristina Vivinetto oggi vive e studia a Roma e ha sempre sottolineato, nelle interviste rilasciate a diverse testate nazionali, quanto sia stato importante il sostegno della sua famiglia nel suo percorso di cambio di genere. La sua è certamente l’esperienza poetica più “innovativa” degli ultimi anni nel panorama della poesia italiana contemporanea .

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Avrebbe dovuto condurre, il 24 febbraio, la magica notte degli Oscar a Hollywood. Ma l’annunciato incarico è durato meno di due giorni.

Dopo che l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences ha infatti diffuso, martedì, la nomina di Kevin Hart a presentatore della 91° edizione degli Academy Award, sono stati diffusi alcuni tweet omofobi lanciati, tra il 2009 e 2011, dall’attore afroamericano.

Benché col montare della polemica Hart avesse prontamente cancellato i tweet incriminati, gli screenshot degli stessi sono subito circolati in rete. In uno di essi l'attore aveva scritto: «Se mio figlio, tornando a casa, provasse a giocare con la casa delle bambole delle mie figlie, gli spaccherei la testa e gli direi: Smettila. È roba da gay».

Ma non solo. Nel 2010, durante lo special Seriously Funny, dichiarò: «Una delle mie più grandi paure è che mio figlio, crescendo, sia gay. Non sono omofobo. Non ho niente contro le persone gay: facciano quello che vogliono. Ma, essendo un maschio eterosessuale, se posso impedire a mio figlio di essere gay, lo farò».

Ieri il Glaad (Gay & Lesbian Alliance Against Defamation) aveva pubblicamente annunciato d'aver contattato l'emittente Abc, i vertici dell'Academy e il management di Hart per affrontare il tema delle dichiarazioni omofobe.

E così, al termine d'una giornata di polemiche arroventate, il comico ha rinunciato, dopo la mezzanotte di oggi, alla presentazione della notte degli Oscar 2019. E l’ha fatto proprio via Twitter.

«Ho deciso di rinunciare a presentare gli Oscar di quest'anno – ha così cinguettato –, perché non voglio essere una distrazione in una notte che dovrebbe essere celebrata da molti artisti sorprendenti e di talento. Mi scuso sinceramente con la comunità Lgbtq per i miei contenuti insensibili del passato».

In un successivo tweet Hart ha aggiunto: «Mi dispiace aver ferito le persone: sto cambiando e voglio continuare a farlo. Il mio obiettivo è di unire le persone e non dividerle. Tanto amore e gratitudine per l'Accademia. Spero che ci incontreremo di nuovo».

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Questa sera a Firenze, presso il Teatro delle Spiagge di Firenze (via del Pesciolino 26/A), andrà in scena lo spettacolo La rosa del giardino. Lorca e Dalì, l’ultimo ballo a Fuente GrandeScritta da Claudio Finelli e diretta da Mario Gelardi, la pièce inaugurerà la stagione 2018/19 del teatro fiorentino nell’ambito della 2° edizione del Festival Portraits On Stage.

Salvador Dalì e Federico García Lorca, come noto, s'incontrarono nel 1922 a Madrid e intessettero una relazione colma di stima e complicità, della quale rimangono le tracce in una lirica di Lorca e in alcune lettere che il pittore scrisse al poeta.

Finelli ricostruisce, come in un sogno, la storia di un’amicizia, di un’intesa intellettuale, di un desiderio e forse di un amore.

Per saperne di più, contattiamo l'intellettuale partenopeo, collaboratore del nostro quotidiano, delegato cultura di Arcigay Napoli, direttore artistico della rassegna letteraria Poetè.

Claudio, come è nata l’idea di questa pièce?

L’idea, in realtà, è venuta a Mario Gelardi che, quest’estate, mi ha chiesto di scrivere un testo sulla relazione tra Federico García Lorca e Salvador Dalì a partire dalle lettere che l’artista scrisse al poeta. Si tratta di un epistolario molto articolato, in cui Dalì comunica al poeta riflessioni personali sull’arte e sulla poesia ma anche le proprie emozioni, le proprie paure e le proprie paranoie. Non siamo in possesso, purtroppo, delle lettere con cui Lorca rispondeva a Dalì, forse anche per colpa di Gala…

Si può, allora dire, che hai provato a ricostruire la relazione tra questi due geni della cultura del XX° secolo?

Non credo di aver ricostruito la loro relazione dal punto di vista storico. Io non sono uno storico. Credo di aver, invece, operato nel senso di una ricostruzione poetica dei loro sentimenti, dei loro desideri, della loro innegabile attrazione. Si tratta dell’attrazione di due giovanissimi uomini belli e affascinanti, sfacciati e anticonformisti, poco più che adolescenti, con un immaginario e un’emotività straripanti. Il luogo ideale in cui attecchisce il fuoco dell’amore e della passione. Se poi questa passione e quest’amore siano stati concretamente consumati, lo deciderà lo spettatore.

È ancora difficile, secondo te, parlare dell’omosessualità di grandi personaggi della storia della civiltà occidentale?

Direi di sì. Ovviamente, Lorca fu uno dei pochissimi intellettuali della prima metà del '900 la cui omosessualità non fosse un mistero. E, al di là di altre implicazioni politiche, fu ucciso proprio perché era omosessuale. La sua omosessualità lo rendeva meno degno di vivere agli occhi dei franchisti che lo fucilarono. Lo fucilarono, nonostante la mobilitazione in favore di Lorca di grandissimi intellettuali in tutto il mondo. Lo fucilarono e, ad oggi, non sappiamo ancora dove siano state lasciate le sue spoglie mortali. Non ebbe neppure l’onore di una sepoltura e di un luogo certo per i suoi resti. La sua vita – agli occhi dei falangisti che lo uccisero – valeva meno di qualsiasi altra cosa perché era omosessuale.

Ma, secondo te, Lorca e Dalì si amarono?

Secondo me non potevano non amarsi. La differenza tra i due era nel coraggio di amare. Ad amare ci vuole un gran coraggio, sempre. Lorca era un uomo coraggiosissimo. Spesso i poeti sono uomini molto coraggiosi perché sperimentano l’abisso più di qualsiasi altro individuo e l’amore, soprattutto un amore omosessuale negli anni venti del secolo scorso, era una sfida all’abisso. Dalì era un grande artista ma era un uomo superficiale e codardo. Non bisogna mai innamorarsi dei codardi e dei superficiali. Lorca lo capì troppo tardi. 

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Tante, più del previsto, le persone giunte a Palazzo D’Accursio, prima delle 16:00 d’ieri, per il conferimento del Nettuno d’Oro a Franco Grillini. Così tante da spingere il sindaco di Bologna Virginio Merola a spostare la sede della premiazione dalla Sala Rossa all’attigua ma più ampia Aula Consiliare.

Sugli eleganti sedili in pelle, solitamente occupati dai consiglieri comunali di maggioranza e opposizione, hanno preso posto familiari, amici, componenti di associazioni Lgbti. Ma la maggior parte ha riempito in piedi l’ampio corridoio tra gli scranni consiliari in quella che una volta era chiamata la Galleria dei Senatori.

Un tributo di affetto e riconoscenza a uno dei padri del movimento Lgbti italiano ma anche a un bolognese innamorato a tal punto della città da sentirsi «spalmato come la calce sui mattoni rossi delle sue abitazioni».

Tra le numerose persone convenute l’avvocato Federico De Luca in rappresentanza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora, la senatrice dem Monica Cirinnà, gli ex senatori Sergio Lo Giudice e Gianpaolo Silvestri, la presidente della Commissione regionale per la Parità e per i Diritti Roberta Mori, lo scrittore Stefano Benni, il presidente uscente d’Arcigay Flavio Romani, il segretario nazionale d’Arcigay Gabriele Piazzoni, il presidente del Cassero Vincenzo Branà, il presidente di Arco Roberto Dartenuc col suo vice Massimo Florio.

Ma anche rappresentanti della Lega come la consigliera comunale Mirka Cocconcelli per il conferimento d’un premio, su cui nessun partito d’opposizione ha sollevato riserva di sorta. Riprova, invero, del corale riconoscimento dei meriti dell’ex parlamentare non solo nell’illustare la città di Bologna ma anche nel contribuire al raggiungimento di quei diritti civili, che ha portato lo stesso Grillini, nel corso del suo discorso, a dire: «Dopo 40 anni di lotte, possiamo dirlo: sotto il profilo culturale abbiamo vinto noi, perché la maggioranza degli italiani non tornerebbe mai indietro sotto il tema dei diritti».

Una vittoria, a testimoniare la quale c’erano ieri anche militanti storici del movimento quali Beppe Ramina, Vanni Piccolo, Felix Cossolo nonché Samuel Pinto, l’esule cileno che fondò il primo circolo omosessuale nel capoluogo emiliano ancor prima dell’assegnazione del Cassero alla collettività Lgbti. 

Evento di tale portata per la storia non solo di Bologna ma anche del Paese da essere espressamente menzionato nel testo della motivazione ufficiale del premio. 

«Franco Grillini – così l’assessora alle Pari Opportunità Susanna Zaccaria nel darne lettura – ha partecipato alla storica consegna del Cassero di Porta Saragozza il 28 giugno 1982. Per la prima volta un Comune italiano dava in affitto a un'associazione Lgbtqi uno stabile di sua proprietà. 

La decisione del sindaco Renato Zangheri che esattamente due anni prima, il 28 giugno 1980, aveva incontrato i militanti del Circolo XXVIII Giugno promettendo loro una sede e delle bacheche, fissa un punto fermo nel dialogo a Bologna tra movimento Lgbtqi e istituzioni che ancora oggi prosegue in un reciproco riconoscimento e collaborazione che ha fatto sì che oggi Bologna sia ricca di espressioni ricche e diverse di questo movimento».

Ma l’assessora Zaccaria ha anche ricordato il ruolo del fondatore di Arcigay nazionale quale «giornalista. Nel 1998 ha fondato il primo quotidiano gay on line in Italia: la testata si chiamava Noi (Notizie Omosessuali Italiane) ed eredita Con/Tatto, organo dell'Arcigay, registrata al Tribunale di Bologna nel 1989. Attualmente la testata si chiama Gaynews.it e Grillini ne è il direttore». E poi ancora il suo attivismo in prima linea al diffondersi dell’Aids negli anni ’80 sì da essere tra i fondatori della Lila al pari di quello per le famiglie di fatto e per le unioni civili.

Insomma, «ha attraversato – così il testo della motivazione nella parte conclusiva - tutte le fasi del movimento Lgbtqi degli ultimi quarant’anni contribuendo, dentro e fuori le istituzioni, a modificare la discussione pubblica sull’omosessualità e a sviluppare una cultura dei diritti civili che ha portato l’Italia al livello dei più importanti paesi europei. Ha realizzato, con tanti e tante altri attivisti Lgbtqi quella che lui stesso ha definito una “rivoluzione gentile e una rivoluzione civile nonviolenta"».

Quella rivoluzione gentile, cui ha fatto riferimento anche un commosso Virginio Merola, legato a Grillini da ultraquarantennali vincoli amicali e battaglie politiche in comune. Franco, ha sottolineato il sindaco, «è un grande figlio della vera Bologna, quella europea. Che resterà tale, perché i confini e i muri ci stanno stretti». Ma del direttore di Gaynews Merola ha anche ricordato il forte impegno a tutela della laicità delle istituzioni, un valore oggigiorno quasi oscurato «in un Paese il cui Governo manda i migranti per strada e sindaci zelanti rendono obbligatori il presepe e il crocifisso». 

Nel dedicare il premio, con voce rotta più volte dalla commozione, alla collettività Lgbti, Franco Grillini ha voluto anche ricordare «la sua ultima lotta contro il tumore cronico: stare in vita per me significa spendere fino alle ultime energie per le battaglie a favore degli ultimi e dei discriminati.

Il giovanilismo della nostra società ha relegato in un angolo buio la malattia e la morte. Non vergognamoci degli anni che passano, perché passano per tutti, a prescindere da cosa dicono i congressi dei geriatri. Non ci si può vergognare ad andare in giro con un bastone come me, un deambulatore o una carrozzina».

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