C’era un laboratorio di drag kinging e drag queening con il duo Karma B e il drag king Pab de La Buena Passion che è stato vietato. C’era un convegno sui diritti dei migranti Lgbt+ e uno sulle nuove frontiere della lotta all’Hiv, incentrato sulla PrEP, che sono stati ritenuti “settoriali”. C’era un evento sulla sessualità delle persone disabili che è stato definito “non coerente con il resto”.

C’era un intero destival dal nome Stonewall - Festival Lgbtiqa+ che non è stato finanziato dall’ateneo romano di Sapienza, nell’ambito del bando per iniziative culturali e sociali organizzate da studenti e studentesse, a meno di modificarne struttura, programma e persino nome.

Ma alla fine, il collettivo Prisma e la lista di rappresentanza Link, lo hanno fatto lo stesso, rifiutando i soldi dell’ateneo e portando avanti, dal 7 al 13 maggio, gli eventi che avevano in programma di svolgere nella città universitaria. 

L’ateneo romano aveva infatti richiesto che venisse cambiato il focus dell’evento, spostando l’attenzione sulla sola lotta per i diritti civili per non “settorializzarsi su migranti e Hiv” e non trattare il tema della disabilità.

Per le associazioni organizzatrici, tali modifiche avrebbero cambiato la sostanza del festival, incentrato su tematiche diverse, tutte legate all’ambito dell’affettività e delle identità sessuali, con l’intendo di dimostrare che odio e discriminazioni, di cui sono vittime le persone Lgbt+, sono in realtà profondamente legate e connesse con tutte le altre discriminazioni. Il festival, come spiegato dal suo stesso nome, ha celebrato i 50 anni dall’inizio dei Moti di Stonewall a New York, universalmente riconosciuti come l’inizio delle lotte da parte della nostra comunità per una società diversa.

Gli studenti e le studenti di Sapienza, dopo il divieto, non solo hanno svolto regolarmente il programma del festival (con la partecipazione ieri al presidio Sapienza antifascista - Nessun spazio ai fascisti!), ma hanno rilanciato, per il 17 maggio, Giornata internazionale della lotta all’omo-lesbo-bi-trans-afobia, la seconda edizione del Sapienza Pride, un corteo interno alla città universitaria che toccherà varie facoltà attivando centinaia di iscritti all’Università.

Lo slogan di quest’anno è chiaro ed efficace: Contro il sapere eteropatriarcale, liberazione queer e trasversale. A indicare, cioè, che i saperi devono essere liberi, critici e collettivi, e che non esiste lotta per il diritto allo studio, per l’università gratuita e per spazi accessibili, senza lotta a quelle norme eteropatriarcali che infestano le facoltà delle nostre università, declinando i saperi in chiave escludente per tutte le persone della nostra variegata comunità.

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La notte del 6 aprile Forza Nuova Perugia affiggeva uno striscione con la scritta No al festival dell’infamia e della perversione nel capoluogo umbro, dove era in corso il Festival del Giornalismo. A finire nel mirino il giornalista sotto scorta de La Repubblica Paolo Berizzi (minacciato di morte per le sue inchieste sul neofascismo e per il libro NazItalia - Viaggio in un Paese che si è riscoperto fascista, che ieri ha compiuto un anno dalla sua pubblicazione), Vladimir Luxuria e padre Alex Zanotelli.

A pochi giorni dal 25 aprile, alle cui celebrazioni il ministro dell’Interno Matteo Salvini non parteciperà per sua pubblica ammissione, abbiamo raggiunto Paolo Berizzi.

Paolo, quello del 6 aprile è stato uno degli ennesimi attacchi dei forzanovisti alla tua persona. Noti qualcosa di nuovo rispetto al passato?

Null'affatto. Sono i classici attacchi fascisti di Forza Nuova. Per loro tutto ciò che si discosta dal modello di famiglia tradizionale è infamia e perversione. Se si raccontano e si denuncia la loro matrice violenta, per loro - come per altri gruppi neofascisti (CasaPound, Lealtà e Azione, Veneto Fronte Skinheads) - sei un infame. Oggetto di quello striscione eravamo io, Vladimir Laxuria e padre Zanotelli.

In quello striscione c’è tutta la retorica patetica e la propaganda fascista, che Forza Nuova porta avanti da anni. È un classico loro. Come è un classico loro, l’uscire di notte e attaccare uno striscione nel nascondimento: una modalità vigliacca.

C’è stato, secondo te, in questi anni un crescente interesse da parte della galassia neofascista e neonazista per i temi della famiglia e delle persone Lgbti? Oppure si può parlare di mera continuità?

Bisogna tenere in conto che il loro dogma principale è Dio, patria e famiglia. Dove per famiglia loro intendono quella composta da uomo, donna e figli. Uomo e donna, nello specifico, sono considerati totalmente diversi, ognuno coi propri ruoli. Un ruolo che per la donna, tanto nella società quanto nella famiglia, è subordinato.

È chiaro che c’è stata una brusca accelerazione su questo tema negli ultimi anni. Il Congresso di Verona ha dimostrato come esso sia il cavallo di battaglia dei gruppi neofascisti ma anche dalla Lega, che di fatto è ascrivibile alla galassia dell’estrema destra europea. Non è un caso che tutti gli elementi della suddetta triade siano stati fortemente accentuati. Dio è quello delle associazioni cattoliche ultrareazionarie – si pensi, ad esempio, a Laboratorio Verona –, che si saldano con l’estrema destra e trovano nella Lega una formidabile cerniera. La patria è quella del Prima gli italiani. La famiglia è quella di cui parlavo prima.

Su questi tre temi tali gruppi hanno costruito tutta la loro narrazione e propaganda. Ovviamente chi dissente ed esce da tali binari è considerato una persona pervertita e malata. E questo è tipico del fascista: chiunque la pensi diversamente da loro è un nemico da combattere, un diverso, un malato.

Alla luce della tua esperienza ultraventennale, si registrano in tali gruppi fenomeni di “cameratismo omosessuale” come, ad esempio, avvenne nelle file della Sturmabteilung nazista?

Certo che ci sono: c’erano ai tempi del nazismo e ci sono oggi. Laddove c’è omofobia, ci sono delle identità nascoste e represse. La reazione di conseguenza è un attacco violento e scomposto verso quella che loro considerano una minoranza. Come politici eccellenti di destra, violentemente omofobi eppure omosessuali, so di soggetti militanti in questi gruppi che fuggono dal proprio orientamento sessuale, lo nascondono, lo reprimono (ma non sempre) e poi attaccano violentemente le persone omosessuali.

A fronte d’un numero crescente di raid, spesso anche violenti, di formazioni d’estrema destra e di manifestazioni inneggianti al fascismo credi che si possa parlare di sottovalutazione del fenomeno da parte della magistratura?

Lo noto purtroppo e lo denuncio da tempo. Io credo, e lo dico anche, che oggi l’estrema destra è alla guida di questo Paese. Non lo è ufficialmente ma ufficiosamente grazie anche ad autorevoli esponenti di questo governo, che hanno sdoganato e legittimato i gruppi neofascisti. E, per giunta, usano le stesse parole di questi gruppi a partire dal ministro Salvini. Prima gli italiani è uno slogan di CasaPound. È stato scippato a CasaPound ed è stato fatto diventare una parola d’ordine di questo governo, che è quello più a destra degli ultimi 50 anni.  Per non parlare poi di slogan tipici del Ventennio come Me ne frego, Chi si ferma è perduto, Tanti nemici tanto onore.

Tali gruppi non sono stati solo sdoganati e legittimati ma sono stati dati loro spazi di agibilità politica. È caduta, di fatto, la pregiudiziale rispetto al fascismo. Purtroppo anche pezzi delle istituzioni, come la magistratura ma anche la politica e gli amministratori locali, hanno assunto posizioni blande quando non giustificatorie rispetto a questi fascismi di ritorno. Fortunatamente non tutti. Sono tanti i magistrati che fanno il loro dovere. Penso, ad esempio, al caso di Bari, dove CasaPound è sotto inchiesta per tentata ricostruzione del Partito Fascista.

Per formazione e convinzione io sono uno di quelli che non commenta le sentenze dei magistrati. Ma alcune di esse lasciano non poco perplessi. Non si può, ad esempio, non citare il caso del 29 aprile 2017, quando al Campo X del Cimitero Maggiore di Milano CasaPound e Lealtà e Azione fecero 1000 saluti romani. Ebbene, il Tribunale di Milano ha sentenziato che quella parata neofascista era stata una mera commemorazione funebre.

Oppure il caso dello stabilimento balneare di Chioggia – da me portato alla pubblica attenzione –, tappezzato di simboli fascisti e di cartelli anche inneggianti alle camere a gas, dove, nel luglio di due anni fa, si tenne davanti a 650 persone un comizio d’esaltazione del Duce e di attacco la democrazia. Per la Procura di Venezia quel comizio era stata un’espressione del libero pensiero. Anche la magistratura ha dunque le sue responsabilità.

Vorrei ricordare che l’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando – e lo ha ribadito ultimamente anche un costituzionalista di fama come Gaetano Azzariti – disse che questi gruppi possono essere sciolti. Io ritengo che gruppi come Forza Nuova, CasaPound, Lealtà e Azione, Veneto Fronte Skinheads vadano sciolti. Gli strumenti ci sono, le leggi ci sono: occorre solo applicarle.

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Autorizzata dalla Prefettura e Questura di Prato la manifestazione indetta da Forza Nuova il 23 marzo in occasione del 100° anniversario della nascita dei Fasci di Combattimento. Una decisione presa da tutti i componenti del Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica dopo il via libera del ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Al corteo, che partirà alle ore 15:00 da piazza della Stazione per arrivare in piazza del Mercato Nuovo, prenderà parte anche il leader nazionale di Forza Nuova, Roberto Fiore.

Nella nota diffusa dalla Prefettura si è fatto appello «al senso di responsabilità di tutti, Istituzioni e società civile, nel rispetto della legalità e dei principi di libertà di riunione e di libera manifestazione del pensiero sanciti dagli artt. 17 e 21 della Costituzione».

Ed è scoppiata immancabilmente la bagarre. Tra i primi a scagliarsi contro la decisione è stato il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi che ha dichiarato: «Il ministro degli Interni Salvini ha dato la sua risposta. Ha deciso di dare diritto di tribuna pubblica a una formazione di estrema destra in una città che non la vuole. Trovo sconcertante e inaccettabile che si possa autorizzare nei fatti la celebrazione dei cento anni del fascismo». 

Un’autorizzazione ancora più sconcertante per Rossi dal momento che Prato è «città medaglia d'argento della Resistenza» e, dunque, «non può essere teatro di una manifestazione dove troveranno spazio richiami al fascismo e al razzismo». 

Contrari al corteo, ancor prima della decisione, il sindaco di Prato, Matteo Biffoni,e i veritici la Diocesi pratese, che avevano espressamente chiesto il divieto della manifestazione. 

Il via libera non ha fatto che alimentare un clima già rovente a Prato dopo che alla vigilia ignoti avevano vandalizzato la sede dell'Anpi e del Pd con svastiche e scritte inneggianti al fascismo.

Condanna durissima per il permesso della manifestazione da parte dell’Anpi Nazionale, che ha aderito alla mobilitazione antifascista (In)tolleranza zero - Prato città aperta, solidale, antifascista. Mobilitazione, che indetta da una cinquantina tra associazioni, gruppi, partiti e movimenti, si terrà in contemporanea con quella dei forzanovisti. 

A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato, il 19 marzo (appena un giorno prima del permesso di Prefettura e Questura), Massimo Nigro, candidato sindaco di Fn a Prato e promotore del corteo di sabato. 

Intervistato da La Zanzara, Nigro ha esaltato Mussolini come il miglior statista che il Paese abbia avuto. Ha poi detto di essere incuriosito da Hitler, aggiungendo: «Vorrei studiarlo di più» e minimizzando contemporaneamente l’Olocausto col dire: «Muore un sacco di gente in questo mondo».

Attacchi poi a raffica contro le persone omosessuali e i Pride quali parata di «scimpanzé: Se vogliono sbaciucchiarsi, lo facciano dentro casa loro. Non per strada».

Clicca per ascoltare l'audio integrale delle dichiarazioni di Nigro

 

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A poco meno di sei mesi dal linciaggio e dall’omicidio di Zak Kostopoulos, attivista per i diritti delle persone Lgbti e sieropostive, il checkpoint di Atene per la prevenzione e il controllo di Hiv/Ist è stato gravemente vandalizzato con intenti omofobici e sierofobici. 

Intorno alle 3:00 di lunedì 11 marzo ignoti sono entrati dal balcone nel primo piano del centro, sito al civico 4 di Pittaki Street nel popoloso quartiere di Monastiraki, e hanno sparso benzina per poi appiccare il fuoco ai locali. L’incendio è divampato dopo che gli stessi avevano strappato la bandiera arcobaleno sventolante sull’edificio.

A ricostruire le dinamiche dell’attentato i vigili del fuoco, il cui intervento immediato ha impedito che le fiamme si estendessero ai piani superiori e agli edifici contigui senza provocare danni a persone.

Il checkpoint di Atene al pari di quello di Tessalonica è gestito dai volontari di Positive Voice col supporto di Ahf Europe. Presso di essi vengono gratuitamente effettuati ogni anno oltre 100.000 test Hiv e diagnosticati quasi il 30% dei nuovi casi di sieropositività in GreciaNonostante i gravi danni subiti il checkpoint ha subito ripreso la propria attività, allestendo un’unità mobile all’esterno del civico 4.

Raggiunto telefonicamente, Sophocles Chanos, direttore del checkpoint di Monastiraki, ha dichiarato: «Gli autori dell'attacco non hanno semplicemente provato a bruciare un edificio. Hanno cercato di usare l'intimidazione e la violenza per silenziare una voce forte che difende i diritti umani.

La nostra risposta è chiara. Non lasceremo che la paura alimenti il mostro. La bandiera arcobaleno è tornata subito a sventolare quale inequivocabile dichiarazione politica pratica: i diritti umani non soccombono di fronte ad alcuna estorsione fascista. Allo stesso tempo abbamo invitato tutti gli enti pubblici, le istituzioni, le organizzazioni della società civile, le imprese e ogni cittadino a far sventolare la bandiera arcobaleno sui propri edifici come risposta simbolica a tale intimidazione.

Il fascismo è l'oscurità che affogherà alla luce dei nostri valori. Non abbiamo paura».

L’appello di Sophocles Chanos non è caduto nel vuoto. La bandiera arcobaleno è stata infatti issata sulle facciate del Dipartimento di Politica Sociale del Comune di Atene e della Fondazione Onassis mentre è stata riprodotta sulla prima pagina del quotidiano Η Εφημερίδα των Συντακτών.

Numerose le reazioni di condanna da parte di esponenti del mondo politico e istituzionale. In un comunicato il direttivo di Syriza ha dichiarato: «La lotta contro l'omofobia, l'eliminazione di discriminazioni, stereotipi e pregiudizi è questione costante e quotidiana. Ci aspettiamo che le autorità indaghino sul caso e arrestino gli attentatori». Un componente di spicco del partito, Panayotis Kouroumblis (già ministro della Sanità e della Sicurezza sociale nel Governo Tsipras I e ministro dell’Interno nel Governo Tsipras II dal 23 settemnre 2015 al 5 novembre 2016), ha visitato la sede del checkpoint. Gesto compiuto anche da Stauros Theodōrakīs, leader di To Potami.

Ferma condanna anche da parte di Kyriakos Mītsotakīs, leader del partito conservatore Nea Dimokratia, e della governatrice regionale dell'Attica Rena Dourou, che ha anche dichiarato: «Il checkpoint deve continuare le proprie attività e faremo tutto il necessario per assicurarne la continuazione del lavoro del contributo alla società».

Nella lettera inviata a Positive Voice la Società scientifica ellenica per lo studio dell'Aids (Eemaa) ha dichiarato: «Siamo fiduciosi che questo attacco doloso sia stato causato da una minoranza e tutti i cittadini lo condannino. L'Eemaa continuerà a cooperare e sostenere il lavoro di Positive Voice: saremo accanto a loro in tutte le attività».

Tanti gli attestati di solidarietà giunti da più parti del mondo. Tra questi anche quello dell'associazione italiana Plus Onlus, che in un post Fb del 14 marzo ha scritto: «Apprendiamo ora che il Checkpoint di Atene è stato dato alle fiamme. Si tratta, a quanto pare di un attacco omofobico, una cosa indegna che solo qualche imbecille, decerebrato poteva mettere in pratica.

Gli imbecilli si sarebbero concentrati in primis sulla bandiera rainbow e poi avrebbero dato fuoco al centro. Un atto vile, ignobile! Il checkpoint di Atene è un gioiello nella lotta contro Hiv con i suoi oltre 100.000 test annui e il 30% delle nuove diagnosi del Paese. Tutta la nostra associazione è vicina ai compagni di Atene e faremo del nostro meglio per dare una mano nella ricostruzione».

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Stasera a Napoli un significativo appuntamento con la cultura Lgbti avrà luogo presso il Nuovo Teatro Sanità, dove andrà in scena lo spettacolo Quando ero una “boy” di Antonella Monetti che ha, tra gli interpreti, Nicole De Leo, esponente del Movimento Transessuale Italiano e presidente del Mit di Bologna. 

Lo spettacolo racconta la storia di Anna Fougez, stella del varietà italiano nei primi anni ’20 del '900. Era l’epoca dei cafè-chantant e le soubrette, vestite di strass e piume di struzzo, erano considerate le regine di quel mondo spettacolare.

Tra tutte Anna Fougez si distinse per la sua eleganza e per le sue doti interpretative, incarnando la sciantosa per antonomasia. E come ogni diva, anche lei, aveva le sue capricciose richieste. La sua particolarità era quella di circondarsi, sul palco, di boy, che dovevano essere tutti rigorosamente omosessuali.

In scena, oltre a Nicole De Leo, anche Dolores Melodia e Christian Palmi, giovane danzatore di talento, che è tra i responsabili del Teatro delle Spiagge di Firenze che ha fortemente voluto, con Teatri d’Imbarco e Mario Gelardi del Nuovo Teatro Sanità, la produzione di questo progetto teatrale.

Raggiungiamo Nicole De Leo, durante le prove, per saperne di più sulla pièce a poche ore dalla messa in scena.

Nicole, stasera, a Napoli, sarai in scena con Quando ero una “boy”: di cosa racconta lo spettacolo? Come nasce questo progetto teatrale?

Questo spettacolo nasce dall’incontro tra me e Antonella Monetti. Avevamo già lavorato insieme in passato. Questo spettacolo si ispira proprio alla vita di Anna Fougez. Il lavoro nasce anche grazie alla produzione del Teatro d’Imbarco di Firenze e di Mario Gelardi del Nuovo Teatro Sanità di Napoli. Abbiamo già presentato un primo studio dello spettacolo lo scorso 17 maggio in occasione della Giornata mondiale di lotta all’omotransfobia.

Lo spettacolo, ambientato negli anni '20, tratta anche il tema delle discriminazioni. Credi che oggi, a quasi un secolo di distanza, il nostro sia ancora un Paese che discrimina le persone Lgbti?

La protagonista della vicenda che raccontiamo è Anna Fougez, una grande vedette degli anni '20. Ma è un pretesto per raccontare in realtà la storia dei suoi boy che erano tutti omosessuali. E quindi si racconta anche la violenza che subirono le persone omosessuali durante il fascismo. Chiaramente oggi non siamo scevri da queste discriminazioni e il pericolo è reale, perché il nuovo assetto politico del Paese torna a non riconoscerci. I diritti si conquistano con lunghe lotte ma si possono perdere molto rapidamente: dipende da chi detiene il potere.

Oggi assistiamo agli esiti di un impoverimento culturale che è iniziato più di venti anni fa e, nonostante i frutti anche positivi delle nostre lotte, basta davvero poco per alimentare un clima discriminatorio. È necessario, oggi più di prima, che la nostra parola e i nostri corpi siano presenti. Non possiamo sederci sugli allori di qualche battaglia vinta.

Lo spettacolo è anche uno spettacolo sul talento delle donne. C’è una diva del mondo dello spettacolo a cui la De Leo deve dire grazie per essere stata un modello di vita o sensibilità?

Lo spettacolo intende rivalutare il talento delle donne di allora e anche di quelle di oggi. Non si tratta tanto di esaltare la cifra del divismo, quanto quella della creatività delle artiste e della concreta determinazione di un’artista come Anna Fougez che deve portare avanti una compagnia di quaranta artisti. Una forza davvero ammirevole. I miei punti di riferimento artistico sono grandi attrici come Margaret Leighton, Judi Dench o Glenda Jackson, personaggi che avevano uno spessore umano oltre che artistico. Oggi non esistono “dive” del genere. Forse Raffaella Carrà. Ma le donne che mi hanno ispirato sono quelle che hanno segnato la storia del cinema. Alcune anche meno conosciute, come Thelma Ritter che interpretava il ruolo della cameriera di Bette Davis in Eva contro Eva.

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Questa sera a Firenze, presso il Teatro delle Spiagge di Firenze (via del Pesciolino 26/A), andrà in scena lo spettacolo La rosa del giardino. Lorca e Dalì, l’ultimo ballo a Fuente GrandeScritta da Claudio Finelli e diretta da Mario Gelardi, la pièce inaugurerà la stagione 2018/19 del teatro fiorentino nell’ambito della 2° edizione del Festival Portraits On Stage.

Salvador Dalì e Federico García Lorca, come noto, s'incontrarono nel 1922 a Madrid e intessettero una relazione colma di stima e complicità, della quale rimangono le tracce in una lirica di Lorca e in alcune lettere che il pittore scrisse al poeta.

Finelli ricostruisce, come in un sogno, la storia di un’amicizia, di un’intesa intellettuale, di un desiderio e forse di un amore.

Per saperne di più, contattiamo l'intellettuale partenopeo, collaboratore del nostro quotidiano, delegato cultura di Arcigay Napoli, direttore artistico della rassegna letteraria Poetè.

Claudio, come è nata l’idea di questa pièce?

L’idea, in realtà, è venuta a Mario Gelardi che, quest’estate, mi ha chiesto di scrivere un testo sulla relazione tra Federico García Lorca e Salvador Dalì a partire dalle lettere che l’artista scrisse al poeta. Si tratta di un epistolario molto articolato, in cui Dalì comunica al poeta riflessioni personali sull’arte e sulla poesia ma anche le proprie emozioni, le proprie paure e le proprie paranoie. Non siamo in possesso, purtroppo, delle lettere con cui Lorca rispondeva a Dalì, forse anche per colpa di Gala…

Si può, allora dire, che hai provato a ricostruire la relazione tra questi due geni della cultura del XX° secolo?

Non credo di aver ricostruito la loro relazione dal punto di vista storico. Io non sono uno storico. Credo di aver, invece, operato nel senso di una ricostruzione poetica dei loro sentimenti, dei loro desideri, della loro innegabile attrazione. Si tratta dell’attrazione di due giovanissimi uomini belli e affascinanti, sfacciati e anticonformisti, poco più che adolescenti, con un immaginario e un’emotività straripanti. Il luogo ideale in cui attecchisce il fuoco dell’amore e della passione. Se poi questa passione e quest’amore siano stati concretamente consumati, lo deciderà lo spettatore.

È ancora difficile, secondo te, parlare dell’omosessualità di grandi personaggi della storia della civiltà occidentale?

Direi di sì. Ovviamente, Lorca fu uno dei pochissimi intellettuali della prima metà del '900 la cui omosessualità non fosse un mistero. E, al di là di altre implicazioni politiche, fu ucciso proprio perché era omosessuale. La sua omosessualità lo rendeva meno degno di vivere agli occhi dei franchisti che lo fucilarono. Lo fucilarono, nonostante la mobilitazione in favore di Lorca di grandissimi intellettuali in tutto il mondo. Lo fucilarono e, ad oggi, non sappiamo ancora dove siano state lasciate le sue spoglie mortali. Non ebbe neppure l’onore di una sepoltura e di un luogo certo per i suoi resti. La sua vita – agli occhi dei falangisti che lo uccisero – valeva meno di qualsiasi altra cosa perché era omosessuale.

Ma, secondo te, Lorca e Dalì si amarono?

Secondo me non potevano non amarsi. La differenza tra i due era nel coraggio di amare. Ad amare ci vuole un gran coraggio, sempre. Lorca era un uomo coraggiosissimo. Spesso i poeti sono uomini molto coraggiosi perché sperimentano l’abisso più di qualsiasi altro individuo e l’amore, soprattutto un amore omosessuale negli anni venti del secolo scorso, era una sfida all’abisso. Dalì era un grande artista ma era un uomo superficiale e codardo. Non bisogna mai innamorarsi dei codardi e dei superficiali. Lorca lo capì troppo tardi. 

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Un sacco, di quelli in plastica nera per l’immondizia, carico di letame. E poi un grande striscione con la scritta a lettere capitali, anch’esse nere, distribuita su due bande parallele: Lgbt = Abominio perverso! Famiglia è Tradizione. Accanto, a mo’ di firma, la lettera R e un’ascia littoria, che riconducono al movimento d’ultradestra romana Rivolta Nazionale.

È quanto in queste ore è stato trovato dal direttivo del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli davanti alla sede dell’associazione in via Efeso, 2, a pochi passi dalla fermata metro Basilica di San Paolo.

Un attacco, questo, che viene a cadere nello stesso giorno in cui socie e soci della storica associazione romana hanno aderito alle due grandi mobilitazioni pomeridiane: quella No Pillon! Contro la modifica di separazione e affido e l'altra Uniti e solidali contro il razzismo e il decreto Salvini.

Il direttivo del Mieli ha così commentato l’accaduto sulla pagina ufficiale FB: «I FASCISTI ATTACCANO IL MIELI.

Oggi siamo scesi in piazza due volte, contro il ddl Pillon che vuole riportare il nostro Paese al Medioevo e contro tutti i fascismi. A poche ore di distanza i fascisti hanno risposto attaccandoci qui a casa nostra. I vostri insulti sono medaglie, non ci fermerete!».

L'attacco viena fra l’altro a cadere nel 28° anniversario della morte di Marco Sanna, storica figura del Circolo, che come tanti militanti dei decenni addietro subì sulla propria pelle le rimostranze dei neofascisti della seconda metà del XX° secolo.

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Il lupo nero, ex capitano dell’esercito, ha vinto in Brasile e non per poco: 55,49% contro il 44,51 di Fernando Haddad del Partito del lavoro (Pt), che è comunque la prima forza politica in Parlamento mentre Jair Messias Bolsonaro ha “solo” 52 deputati. Motivo per cui il neo presidente dovrà allearsi con partiti minori per formare il governo. 

Ma quei 57,6 milioni di elettori hanno votato per un signore, si fa per dire, che non ha mai nascosto di essere un troglodita politico con affermazioni razziste, omofobe, misogine né di professare idee antiabortiste in linea con l'integralismo cattolico e, più in generale, cristiano.

Non a caso il nuovo governo sarà disseminato di esponenti d’area evangelicale (la moglie Michelle è infatti una fervente battista) e di militari, i quali hanno festeggiato per le strade esibendo mitra e fucili.

Ma perché i brasiliani hanno voluto questa svolta reazionaria?

Uno degli elementi è sicuramente rappresentato dai numerosi scandali, che hanno coinvolto il leader del Pt Luiz Inácio Lula da Silva, condannato a 12 anni di carcere per corruzione (si sarebbe fatto pagare dall’industria statale del petrolio Petrobas 1.200.000 dollari per un attico sul mare a Rio De Janeiro). Una sorta di mani pulite in versiona brasiliana.

In realtà Bolsonaro ha costruito il suo ampio consenso sulla questione sicurezza. Tema, questo, su cui ha insistito per tutta la campagna elettorale, promettendo maggiore libertà nell’acquisto di armi e l’abbassamento dell’età della punibilità. Quello della della sicurezza è un ambito vissuto in modo drammatico in molte aree dell’America Latina, dove è facile essere rapinati in qualunque ora del giorno e della notte: basti leggere al riguardo i consigli allarmati delle agenzie di viaggio per chi si reca in Brasile, Venezuela, Colombia.

Ho parlato direttamente con diverse persone latinoamericane che mi hanno espresso la loro esasperazione per questa situazione sociale, una cui riprova è anche ravvisabile nella marcia dei centroamericani dal Messico ai confini Usa.

Non è un caso che i paladini delle politiche securitarie e xenofobe di solito siano tutti clericali, fanatici, violenti. Le “perle” di Bolsonaro al riguardo sono innumerevoli e sconcertanti: si va dal meglio un figlio morto che gay alle nostalgiche affermazioni per la vecchia dittatura militare brasiliana, in un periodo in cui buona parte dell’America Latina era dominata da regimi filofascisti in stretta correlazione con una dissennata politica Usa in materia estera.

Caduti i regimi dittatoriali, le democrazie latino-americane si sono aperte alle tematiche dei diritti umani: hanno, ad esempio, legiferato sulle unioni civili e il matrimonio egualitario ancor prima che l’Italia approvasse definitivamente nel maggio del 2016 la legge sui diritti delle coppie omosessuali. Abbiamo paraltro già parlato su Gaynews del caso del Costarica, dove inaspettatamente un laico di sinistra ha battutto al secondo turno elettorale un evangelicale non lontano dalle posizioni del caudilho brasiliano.

Ora, dopo la vittoria di Bolsonaro, le cose sembrano cambiare e profilarsi sull’America Latina gli spettri dei vecchi regimi con tutto il loro bagaglio di violenza e di violazione dei diritti umani. Ovviamente ci si augura che non sia affatto questo lo scenario generale e che la società democratica reagisca nel suo insieme contro una tale prospettiva.

La domanda vera da porsi a tre giorni dalla vittorua di Bolsonaro è: Stiamo assistendo al ritorno del fascismo? La storia che si ripete diventa una farsa, come diceva Karl Marx. Ma, mentre fortunatamente nel nostro Paese non ci sono le condizioni per l’instaurazione di una dittatura (l’Europa ha garantito 70 anni di pace e libertà), in Brasile ci sono già formazioni paramilitari (quelle che scorrazzano nelle favelas) e l’estrema destra non si vergogna di inneggiare ai precedenti regimi nonché fare esplicito riferimento al fascismo.

Nel Paese amazzonico esiste una forte opposizione, una terribile disuguaglianza sociale: una parte molto rilevante della popolazione vive in assoluta povertà. Le politiche ultraliberiste proposte dal neopresidente, perciò, non faranno che acuire le distanze e le disuguaglianze sociali.

In tutto ciò la questione Lgbt deve essere vista con molta preoccupazione. È vero che a San Paolo si svolge ogni anno quello che è stato definito il più grande Pride del pianeta. E, infatti, il movimento Lgbt ha una potente arma nella sua capacità di mobilitare centinaia di migliaia di persone. Finora i ritorni indietro nella legislazione a favore delle persone Lgbt li abbiamo visti in Russia e nei Paesi del vecchio blocco sovietico.

Anche la società brasiliana è fortemente contraria a mettere mano alla legislazione sui diritti civili: prova ne è il sondaggio – citato nell’articolo odierno di Francesco Lepore su Gaynews – dell’istituto di ricerca Datafolha, secondo il quale il 55% è contrario alla libera circolazione delle armi e addirittura il 74% non vuole un ritorno indietro sui diritti delle persone Lgbt. Ciò significa che a un cambio di governo non corrisponde un cambio di società ovvero della percezione che la popolazione ha dei diritti delle minoranze. Evidentemente questi anni di svolte a sinistra nel Paesi latinoamericani hanno lasciato un segno profondo a livello sociale e culturale.

Ma è paragonabile la situazione in Brasile con quella italiana?

Gli auguri entusiasti di Salvini e Fontana a Bolsonaro potrebbero farci dire di sì. Ma in realtà non si sta vivendo in Italia un’emergenza reati che sono andati via via calando: l’elettorato, prima o poi, si accorgerà quindi che non siamo nel Bronx. Anche la questione immigrati è del tutto sotto controllo nonostante la campagna ossessiva del leader della Lega. In Italia, inoltre, non ci sono squadre paramilitari e nemmeno partiti capaci di strategie a lungo termine e d’ideologie con cui plasmare il popolo.  

Da questo punto di vista sono personalmente tranquillo, perché la società è quella che ha riempito con noi le 100 piazze del 27 gennaio 2016 con la manifestazione per i diritti delle coppie Lgbt. Manifestazione che ha ridicolizzato la pagliacciata del Family Day di una settimana dopo.

Poi c’è l’ombrello europeo che ci ha consentito di ottenere giustizia dagli organismi comunitari. A maggio del prossimo anno si terranno le elezioni europee dove i sovranisti cercheranno di fare il colpo grosso. Ma credo che non ci riusciranno. In ogni caso non ci potremo non schierare con chi difende l’Europa e i suoi 70 anni di pace, prosperità, libertà.

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«Il Supremo Tribunale Federale può essere stato anche diviso sulle modalità di lotta allla corruzione. Sfortunatamente sono i molti legami storici difficili da disfare. Ma in relazione alla protezione dei diritti fondamentali esso è sempre stato unito». 

È quanto affermato ieri da Luís Roberto Barroso, giudice del Stf e vicepresidente dell’Alto Tribunale Elettorale brasiliano, in riferimento a eventuali interventi limitativi dei «“privilegi” di donne, neri, gay, etnie indigene, transgender» dal parte del neopresidente Jair Messias Bolsonaro. Senza dimenticare la libertà d’espressione, in tutela della quale la Corte Suprema aveva sospeso, la scorsa settimana, gli ordini emessi dai giudici dei tribunali elettorali per censurare le manifestazioni universitarie antifasciste e in difesa della democrazia.

L’ex capitano riformato dell’esercito (è il 16° militare arrivato a guidare il paese amazzonico, il terzo ad essere eletto con voto diretto), che al ballottaggio del 28 ottobre ha ottenuto il 55,49% dei voti contro il 44,51% conseguito dal candidato del Partito dei lavoratori (Pt) Fernando Haddad, ha destato e desta infatti non poche preoccupazioni per le numersose dichiarazioni passate contro le persone Lgbti nonché in favore del possesso di armi e del regime dittatoriale con accenti che sono arrivati a sfociare nell'apologia della tortura.

Ma già in vista del ballottaggio Bolsonaro aveva però ribadito la piena adesione ai principi della Costituzione e allo stato di diritto. D’altra parte, secondo i dati diffusi dall’autorevole Istituto di ricerca Datafolha sulla base di sondaggi condotti il 25 e il 26 ottobre, la maggior parte di brasiliane e brasiliani si è dichiarata contraria al possesso delle armi (per il 55% dev’essere proibita) e favorevole all’accettazione dell’omosessualità da parte di tutta la società (ben il 74%).

Nel corso della prima intervista da presidente, concessa a RecordTv (durante la quale ha annunciato la nomina di Hamilton Mourao, generale in congedo, quale vicepresidente per dare al suo governo un profilo "non autoritario, ma autorevole" e la volontà di affidare il ministero della Giustizia al magistrato Sergio Moro, il giudice anti-Lula responsabile per i processi dell’Operação Lava Jato), Bolsonaro è tornato comunque sulla questione del cosidetto "kit gay" nelle scuole brasiliane, introdotto da Fernando Haddad in qualità di ministro dell’Istruzione durante il mandato presidenziale di Lula (2003-2010).

Da parte sua Michelle de Paula Firmo Reinaldo, la nuova first lady del Brasile, ha definito false le accuse di omofobia rivolte al marito. Nel corso della prima intervista televisiva a RecordTv ha infatti dichiarato: «Non è come la gente dice: è un uomo meraviglioso, affettuoso, che adora la famiglia. Non odia i gay, io ho un cugino gay e abbiamo molti amici omosessuali. E non è razzista, anzi, il suo migliore amico è un uomo di colore».

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«La sua morte non sarò dimenticata, almeno da quelli di noi che rimangono impegnati nella lotta per una società in cui la vita umana detiene il più alto valore».

Queste le parole che il primo ministro greco Alexis Tsipras ha rivolto tramite lettera alla mamma di Zak Kostopoulos, linciato e ucciso il 21 settembre scorso ad Atene davanti alla gioielleria Di Angelo in via Gladstonos.

Parole, quelle del premier, in risposta alla missiva che la madre del noto attivista antifascista per i diritti delle persone sieropositive e Lgbtqi (conosciuto anche come Zachie Oh) gli aveva indirizzato e che il quotidiano Εφημερίδα των Συντακτών aveva pubblicato il 24 ottobre. 

Nell’esprimere a Elena Kostopoulos non solo condoglianze ma anche viva gratitudine per aver condiviso i propri pensieri e sentimenti, Tsipras ha affermato: «Quello che è successo e ha portato alla morte di Zak è un incubo.

Non solo perché la violenza brutale ha portato alla perdita della vita umana, ma anche perché ha aiutato l'emergere del cannibalismo sociale che applaude chi si sostituisce alla legge e non prova orrore alla vista della brutale violenza esercitata sui deboli, diversi o altri».

Il primo ministro si è poi detto d'accordo con l'appello della madre di Kostopoulos affinché sia condotta un'indagine approfondita e trasparente sulla morte di Zak. Un’indagine, che come stanno chiedendo ripetutamente associazioni e ong, dovrà far luce anche sull’atteggiamento della polizia

Video e immagini, diffuse anche sui media, mostrano infatti come gli agenti accorsi il 21 settembre in via Gladstonos abbiano più volte colpito brutalmente Zak, prima d’immobilizzarlo e ammanettarlo. E in manette Zak era stato posto sulla barella portata dagli operatori sanitari, per poi morire prima di raggiungere l’ospedale.

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