Un’informazione mirata alle tematiche Lgbti è diventata sempre più importante nel panorama giornalistico dei nostri tempi. Non solo perché la collettività rainbow è riuscita a esprimere in maniera decisa le proprie istanze di rivendicazione. Ma anche perché si è registrata, nel tempo, una graduale e costante richiesta di notizie puntuali e corrette su la vita, la cultura e le politiche relative all’universo Lgbti.

Uno dei massimi riferimenti nazionali per tale informazione è, da qualche anno a questa parte, Francesco Lepore, latinista, saggista ed ex sacerdote: spirito brillante e anticonformista, dal maggio 2017 è caporedattore del quotidiano Lgbti online più “antico” d’Italia, cioè Gaynews.it, diretto da Franco Grillini, leader storico del movimento Lgbti italiano.

A lui Giovanni Caloggero, presidente di Arcigay Catania e consigliere nazionale di Arcigay nonché figura di spicco della lotta di rivendicazione per i diritti Lgbti in Italia, ha voluto porre alcune domande.

Francesco, com’è nato in te il desiderio di svolgere questo lavoro di informazione?

La passione per il giornalismo mi accompagna dall’adolescenza, trascorsa a Benevento. Scrivevo articoli di cultura per alcuni quotidiani e settimanali locali. Tale passione è stata poi coltivata negli anni di sacerdozio. Sì, perché ho esercitato il ministero presbiterale per sette anni, prima di deporre “la tonaca” nel 2006, per vivere apertamente la mia condizione omosessuale.

Durante il triennio di permanenza in Vaticano (2003-2006), dove sono stato officiale prima della Segreteria di Stato quale latinista poi della Biblioteca Apostolica Vaticana quale segretario del card. Jean-Louis Tauran, sono stato collaboratore della Terza Pagina de L’Osservatore Romano (il cui direttore dell’epoca Mario Agnes mi voleva bene come un figlio) e ho scritto, a volte, recensioni di libri per La Civiltà Cattolica.

Una volta abbandonato il ministero, è stato per me quasi conseguenziale dedicarmi a tempo pieno all’attività d’informazione. Ho fatto il mio praticantato presso la redazione di Sky TG24.it. Quindi il concorso per giornalista professionista, cui sono successivamente seguiti il master in Digital journalism presso la Pul, lo stage presso Huffington Post e l’impegno come caporedattore presso Pride Online.it e, a partire dal maggio 2017, presso Gaynews.it.

Tu non sei associato, crediamo, a nessuna organizzazione politica Lgbti: questo elemento costituisce per te un fattore positivo?

Sì, è così. Ciò costituisce, a mio parere, un fattore enormemente positivo, perché mi permette autonomia e indipendenza valutativa su quanto attiene al variegato universo associativo Lgbti italiano.

Il lavoro di giornalista richiede una deontologica equidistanza da ogni soggetto “politico” e, quindi, la massima oggettività nel racconto editoriale. Quanto ti impegna questa attività soprattutto nella ricerca delle fonti e dei fatti oggettivi?

Premesso che ognuno è soggetto a condizionamenti di vario tipo, pongo personalmente la massima cura nel garantire un’informazione che si attenga il più possibile all’oggettività. La ricerca è la stessa che attua qualsiasi giornalista innamorato della propria professione. Occupa, dunque, la maggior parte di ogni singola giornata.

Recentemente nell’accesissimo dibattito sulle ben note posizioni di ArciLesbica abbiamo rilevato toni assai forti e posizioni nettamente contrapposte da tutte le parti ivi comprese quelle di chi fa informazione. Quale è la posizione di Gaynews in merito? In particolare, ritieni questa vicenda come un momento dialettico forte dentro il movimento o pensi che ArciLesbica sia e debba essere considerata fuori dal movimento?

La posizione di Gaynews è totalmente scevra da ogni sorta di preclusione alla questione gpa, da cui appare invece ossessionata in maniera unilaterale ArciLesbica Nazionale. La dice lunga che a polarizzare quasi esclusivamente la loro attenzione sia la condanna di quanto, al pari di Lega, Fratelli d’Italia e cattoreazionari, chiamano con toni spregiativi “utero in affitto” – complesso lemmatico che connota negativamente a priori tale pratica di pma – . Condanna che va di pari passo con una visione biologistica non solo della maternità ma anche della femminilità, da cui scaturiscono i ben noti attacchi alle donne transgender non sottoposte a intervento chirurgico di riattribuzione del sesso. Sul resto, da parte loro, ne verbum quidem. Non meraviglia pertanto che, dopo l’ultimo congresso elettivo, molti circoli si siano disaffiliati e abbiano costituito quella nuova realtà che è Alfi.

Contrariamente a quanto vanno dichiarando nei loro comunicati – come l’ultimo sulla nomina di Sergio Lo Giudice a responsabile del Dipartimento Diritti civili del Pd – la maggior parte delle donne lesbiche italiane non si sente e non è affatto rappresentata da un’entità sempre più esigua ed esangue, che condivide le proprie vedute con partiti/enti parapolitici di destra e alcune frange conservatrici del femminismo italiano. Quindi più che considerare ArciLesbica al di fuori del movimento, ritengo che sia ArciLesbica ad essersi posta automaticamente fuori dal movimento con tali prese di posizione antilibertarie e antidialogiche.

Hai seguito, durante questa stagione di Onda Pride oramai quasi al termine, tutti i Pride dandone per ciascuno ampie informative senza tralasciarne nessuno. Quale è la tua valutazione di questa stagione?

L’Onda Pride 2018 è stata d’eccezionale importanza non tanto per il numero delle singole marce dell’orgoglio Lgbti e dei rispettivi partecipanti. Elemento, questo, non da poco, se si considera che il Roma Pride con le sue 500.000 presenze ha suscitato una reazione piccata da parte di Salvini. Ma è stato soprattuto d’eccezionale importanza, perché ha ricordato che le persone Lgbti non sono unicamente ricurve su sé stesse. Ma sentono come proprie le battaglie di tutte quelle minoranze, che vedono conculcati i propri diritti e la propria dignità da politiche sempre più fascisteggianti.

Catania e Siracusa sono state da te raccontate nei minimi dettagli prima, durante e dopo i rispettivi Pride. Hai rilevato delle peculiarità in queste due manifestazioni?

I Pride gemellati di Catania e Siracusa mi hanno affascinato per il loro documento politico e la scelta dello slogan quanto mai attuale Mare, Umanità, Resistenza. Quella resistenza, che le forze dell’ordine hanno tentato a Siracusa di arginare con la rimozione di un innocuo cartello contestatorio nei riguardi del ministro dell’Interno. Perché alla fine, ieri come oggi, è la manifestazione del proprio pensiero a suscitare timore. Ma quel gesto ha avuto un solo effetto: la riproposizione dello stesso cartello in molti Pride successivi, per ribadire che niente e nessuno potranno soffocare il dissenso.

Tu non sei siciliano, anche se hai un compagno sicilianissimo. Cosa ti ha spinto a dedicare attenzione così puntuale sia ai Pride siciliani sia alle attività che si svolgono in Sicilia?

L’attenzione è dovuta al fatto che considero la Sicilia un po’ come la mia seconda casa dopo aver conosciuto Michele. Senza dimenticare l’elemento storico, per me sempre fondamentale. La nascita del primo circolo di quella che sarebbe diventata la prima realtà associativa Lgbti italiana, cioè Arcigay, è infatti correlata al tristemente noto delitto di Giarre.

Arcigay andrà a congresso a novembre a Torino. Cosa ti aspetti e cosa vorresti da questo congresso?

Credo che quanto vorrei sia di nessuna importanza. In ogni caso mi aspetto che Arcigay trovi un rinnovato slancio all’indomani del congresso di Torino. Ho notato negli ultimi anni un certo appiattimento a livello centrale – differentemente da quello locale contrassegnato da una forte dinamicità – e una scarsa incidenza sul piano politico rispetto al passato. Colpa non certamente attribuibile ai vertici dell’associazione. Si tratta in realtà di un riflesso delle condizioni generali in cui versa l’intero movimento.

Sarebbe forse opportuna anche una certa “creatività” nella scelta delle cariche. Mutatis mutandis, mi sento di citare, a tal proposito, le parole spesso dette da un vescovo a parroci anziani che, attaccati al privilegio dell’inamovibilità, non volevo essere destinati altrove. «Il ricambio – osservava – farà bene alle realtà in cui siete stati e farà bene a voi stessi. Altrimenti sarebbe la morte per entrambi».

Cosa vorresti e ti aspetti dalla Sicilia Lgbti?

Un impegno fedele alle linee delle tante e tanti attivisti del passato. La Sicilia ne annovera veramente tante e tanti. Sarebbe poi auspicabile che le tante persone omosessuali – che ancora per diversi motivi celano la propria condizione – abbiano il coraggio di spezzare il muro dell’omertà personale, fare coming out e collaborare per rendere questa terra sempre più libera da ogni forma di discriminazione.

Tu sei un latinista: sappiamo che scrivi anche in latino e, avendoti letto anche in questa lingua, abbiamo visto che scrivi correttamente e con stile latino diremmo perfetto. Raccontaci qualcosa di questa tua passione.

La mia passione per la lingua latina è la più bella eredità che mio padre mi ha lasciato. Sin da piccolo mi ha educato all’amore non solo per i classici ma anche per il latino medievale. Da seminarista e, poi, da sacerdote – a fronte di una progressiva ignoranza del sermo patrum da parte dei chierici – ho coltivato una tale passione per il desiderio di andare direttamente alle fonti e comprenderne il genuino significato.

C’è poi stata l’accennata quanto proficua esperienza presso la Sezione Lettere Latine in Segreteria di Stato, accompagnata da pubblicazioni e cura di edizioni critiche come quella data alle stampe nel 2003 e relativa a un sermone di Davide di Benevento (fine VIII° secolo). Uno dei miei hobby è tuttora quello di “andare a caccia” di epigrafi sepolcrali in latino come anche quella di comporne su commissione. Infine curo su Huffington Post un blog in latino, Gaia Vox. Un passatempo piacevole, che mi permette di scrivere ironicamente e provocatoriamente di questioni Lgbti in quella che di fatto resta la lingua ufficiale della Chiesa.

Spesse volte hai toccato il tema della fede e omosessualità, tema abbastanza delicato e forse anche divisivo. Quale è la tua posizione in merito e quanto in essa influisce la tua esperienza personale?

La mia posizione è quella di un osservatore della realtà ecclesiale che, piaccia o no, non si può altezzosamente liquidare come di nessun rilievo. Ritengo di non essere più credente – o, almeno, non nel senso cattolico del termine – ma questo non mi porta a condannare aprioristicamente quanto dicono o fanno papa, vescovi e preti. I tunicati hanno pieno diritto di dire la loro su ogni questione. Noi, però, abbiamo pieno diritto di valutare tutto e, all’occorrenza, criticare. Soprattutto, quando, in ambiti, squisitamente attinenti alla vita privata degli individui e alla laicità dello Stato, si nota una volontà di condizionare l’azione degli uomini e delle donne delle istituzioni.

Resto, comunque, sempre del parere che, se ciò avviene, la colpa non è tanto di Oltretevere quanto di parlamentari proni ad Petri pedes e pronti a rendere più vicine quelle rive che, invece, dovrebbero sempre restare ben distanziate.

E, infine, qual è il tuo rapporto con Franco Grillini e quanto la figura di questo gigante del movimento influisce sulla tua attività?

Il mio rapporto con Franco è quello di reciproca stima e affetto. Per me è punto di riferimento quotidiano. Ci sentiamo e scriviamo via WhatsApp più volte al giorno. Anche perché lui è il direttore di Gaynews. Resto piacevolmente sorpreso della pressoché totale comunanza di vedute. Aspetto, questo, che ha permesso al quotidiano di affermarsi sempre più sul piano dell’informazione Lgbti italiana. Non è un caso che, a fronte dei reiterati proclami giustizialistici a seguito della ben nota vicenda della Locanda Rigatoni, la linea del dialogo e del confronto sia stata e resti quella condivisa da entrambi sin dal primo momento.

Franco costituisce poi per me un punto di riferimento quale memoria storica degli ultimi decenni di attività del movimento. Da parte sua noto, invece, un grande interesse per il latino e questioni ecclesiali con quesiti e valutazioni, che costituiscono momenti veramente piacevoli delle nostre conversazioni

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Un caso di discriminazione omofobica, ancora una volta attuato in un esercizio commerciale, si è verificato oggi a Napoli. È successo presso il McDonald’s di Via Merliani nel cuore del Vomero.

Una coppia di ragazze, Vittoria e Myriam – come denunciato dalle dirette interessate sui social –, è stata infatti ripresa da un dipendente perché, mentre sedevano a un tavolo e consumavano quanto ordinato, si stavando baciando.

L’uomo ha chiesto loro di conservare il “contegno” all’interno del locale, pur non rivolgendo la medesima richiesta alla coppia etero che continuava a baciarsi al tavolo accanto.

Nonostante la rabbia e l’indignazione le due ragazze hanno deciso di non lasciare il McDonald's e hanno continuato ad abbracciarsi per rimarcare con fierezza la dignità della loro storia d’amore e la legittimità dei loro sentimenti.

Per Gaynews, abbiamo contattato Chiara Piccoli, presidente Nazionale di Alfi (Associazione Lesbica Femminista Italiana), mentre stava partecipando a Campobasso al Molise Pride.

«L’Onda Pride 2018 – ha dichiarato – si avvia al termine con quasi 30 città invase dai nostri colori e dalle nostre voci. Quasi 50 anni di Storia sono stati scritti dalla comunità Lgbti, ma ogni giorno c’è chi ci ricorda che la strada da percorrere è tanta.

Mangiare qualcosa insieme, e poi abbracciarsi e baciarsi, guardarsi negli occhi e baciarsi ancora è troppo. È davvero troppo. Al punto che qualcuno segnala l’increscioso gesto a un dipendente, che intima “contegno”.

Tutto questo è avvenuto nella città in cui Alfi è nata: Napoli, una città la cui storia parla di contaminazione di culture, di accoglienza, di crescita.

Vogliamo affermare con forza che sì, la strada è tanta, ma non abbiamo paura di percorrerla. In salita, sotto al sole cocente di Napoli e di qualunque altra città italiana. Perché siamo il cambiamento, siamo Stonewall e siamo Miry e Vittoria.

Siamo tutte le persone coraggiose che hanno calcato queste strade e in anni non hanno mai smesso di lottare e di amarsi e di baciarsi per le strade. Senza contegno».

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Verona, 14 Luglio 1995. 23 anni fa in Consiglio comunale veniva approvata la mozione 336, che rigettava la Risoluzione A3-0028/94 sui diritti delle persone omosessuali nella comunità europea.

Mozione che, prima e dopo l’approvazione, fu accompagnata da ampio dibattito, nel corso del quale non mancarono frasi omofobe di diversi consiglieri della maggioranza nei confronti di attivisti dell'allora circolo Arcigay-Arcilesbica Verona. Famosa fu quella del consigliere della Lega Nord Romano Bertozzo che, il 22 giugno 1995, chiese di «castrare i gay».

Ieri, giovedì 26 luglio, nello stesso luogo, cioè la Sala del Consiglio comunale a Palazzo Barbieri, è andato in scena un remake dei fatti di 23 anni fa. Le attiviste di Non una di meno – Verona sono state accolte dal saluto romano del consigliere Andrea Bacciga.

In quel momento era in previsione la discussione delle mozioni 434 e 441 che, proposte da due consiglieri della Lega, prevedono una più ampia libertà d’azione alle associazioni cattoliche per contrastare l’aborto libero e gratuito nonché l’attuazione di di un programma di “sepoltura dei bambini mai nati”, anche senza il consenso della donna coinvolta e a carico della sanità pubblica.

La vicenda, cui hanno assistitito numerose persone, è stata così riportata sulla pagina Fb di Nudm – Verona.

«Nei giorni scorsi – si legge – il movimento Non una di Meno ha scelto di contrastare l’approvazione delle due mozioni attraverso un’azione di pressione sui social network con l'hashtag #194nonunpassoindietro e via mail.

Durante la discussione, dal loggione, abbiamo deciso di mettere in scena, così come già avvenuto in molte altre città e paesi, una protesta silenziosa e pacifica, il cui messaggio era trasmesso dall’abbigliamento: alcune attiviste si sono presentate nell’aula indossando vestiti simili a quelli della serie tv The Handmaid’s Tale, cioè tuniche e mantelli rossi e copricapi bianchi. Nella serie, le donne vestite in questo modo vivono come schiave sessuali e incubatrici viventi.

La discussione sulle due mozioni non era ancora iniziata, quando il consigliere di maggioranza Andrea Bacciga (che appartiene al movimento Battiti, fondato dall’attuale sindaco di Verona Federico Sboarina a sua volta sostenuto dai movimenti integralisti cattolici e di estrema destra), poco dopo aver varcato la soglia dell’aula, ha rivolto provocatoriamente alle attiviste il saluto romano che, ricordiamo, è punito dal nostro Codice penale. Inutile aggiungere che il gesto risulta ancor più grave se commesso da un rappresentante delle istituzioni che ha giurato sulla Costituzione italiana, costituzione antifascista, e all’interno di una sede istituzionale.

A quel punto sia tra le persone che assistevano al consiglio sia tra i consiglieri di minoranza si sono sollevate immediate proteste accompagnate dalla richiesta di una presa d’atto del gesto gravissimo di Bacciga da parte del presidente del consiglio Ciro Maschio di Fratelli d'Italia - Alleanza Nazionale.

Ciro Maschio, tra le proteste generali, ha dichiarato di non aver visto nulla, di non poter interrompere la seduta “per fare l’esegesi dei gesti altrui”, rispondendo inoltre a un consigliere di minoranza che aveva fatto notare come ci fossero decine di testimoni che lui non poteva dare credito a una sua personale interpretazione. Ciro Maschio ha inoltre posto sullo stesso piano il “disturbo” creato dalla presenza delle silenziose attiviste al “disturbo” eventualmente creato dal gesto di un consigliere che lui non aveva visto.

Nel frattempo il loggione si era riempito di forze dell’ordine che hanno filmato le attiviste, hanno intimato loro di togliersi i mantelli rossi (nonostante il regolamento comunale non li vieti) e hanno trattenuto alcune per l’identificazione.

Il Consiglio comunale è stato interrotto per una ventina di minuti. Quando è ripreso, il consigliere Bacciga - sollecitato da un quesito della minoranza - ha dichiarato: “Io stavo entrando, ho salutato in questa maniera qua delle persone con la mano destra, ma se è proibito salutare con la mano destra ditemelo, evidentemente siamo in un regime che dovrò salutare con il pugno chiuso”.

(…) Io ho salutato con la mano destra, se volete tagliarmi la mano destra fatelo”.

Dopo le sue parole, il presidente del consiglio Ciro Maschio, ha ritenuto sufficienti queste poche e vaghe spiegazioni e si è augurato che l’equivoco potesse essere così chiarito.

Ciò che è successo ha causato un notevole ritardo e le due mozioni in questione non sono state discusse: sono dunque state rinviate a settembre. Ora, dopo il grave gesto intimidatorio, Non Una di Meno – Verona ha chiesto pubblicamente le immediate dimissioni del consigliere Andrea Bacciga».

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È morto il 22 luglio, all’età di 96 anni, in una casa di cura a Helena (Montana) – dove risiedeva col fratello sacerdote Jack – Raymond Gerhardt Hunthausen, arcivescovo emerito di Seattle, il cui esplicito sostegno al disarmo nucleare, ai diritti delle persone Lgbti e a un maggior connvolgimento delle donne nel ministero ecclesiale lo hanno reso uno dei presuli statunitensi più controversi.

«Era uno - ha dichiarato lunedì il nipote Denny Hunthausen al Seattle Times –, grazie al cui esempio molte persone hanno visto che c'era un posto per loro nella chiesa».

Nato ad Anaconda il 21 agosto 1921 e ordinato presbitero il 1° giugno 1946, Hunthausen fu nominato, l’8 luglio 1962, da Giovanni XXIII vescovo di Helena. In tale veste partecipò a tutte e quattro le sessioni del Concilio Vaticano II.

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L'allora vescovo di Helena Raymond Hunthusen a Roma durante il Vaticano II (3° da sinistra)

Nel 1975 Paolo VI lo promosse arcivescovo metropolita di Seattle, sede che guidò fino al 1991 quando Giovanni Paolo II ne accettò le dimissioni cinque anni prima del limite canonico prescritto.

Ma qui Hunthausen assunse tali prese di posizioni da finire nel mirino dei tradizionalisti, che lo accusarono di deviare dalla dottrina cattolica. A essere soprattutto criticate l’ammissione di fedeli divorziati e risposati ai Sacramenti, l’imponente celebrazione nella cattedrale di San Giacomo per i partecipanti di un meeting Lgbti e le sue dichiarazioni a favore degli stessi, il permesso di sterilizzazioni contraccettive negli ospedali cattolici dell’arcidiocesi.

Ciò mise in allarme Giovanni Paolo II che, nel 1983, affidò a Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, l’istruzione di un’indagine e nominò visitatore apostolico l’allora arcivescovo di Washington James Aloysius HickeyA conclusione della visita apostolica Hunthausen indirizzò una lettera a Ratzinger in cui riaffermava la sua fedeltà al magistero e al Papa

In ogni caso Giovanni Paolo II, il 30 novembre 1985, decise di affiancargli Donald William Wuerl (attualmente cardinale arcivescovo di Washington) come ausiliare con facoltà straordinarie.

Ma la mancanza di chiarezza nelle comunicazioni ufficiali rese la situazione così insostenibile da spingere lo stesso Wojtyla, meno di due anni dopo, a promuovere Wuerl vescovo di Pittsburgh e a nominare, il 26 maggio 1987, coadiutore di Hunthausen, cum iure successionis, Thomas Joseph Murphy.

Per una piena valutazione di questo periodo di tensioni col Vaticano non vanno dimenticate le proteste condotte nel 1982 dall’arcivescovo di Seattle contro lo stoccaggio delle armi nucleari e il programma di missili Trident che aveva una base a Puget Sound. Per questo motivo Hunthausen trattenne metà della sua imposta sul reddito invitando i fedeli a fare lo stesso. Celebri le sue parole: Trident è l'Auschwitz di Puget Sound.

Sotto la guida di Hunthausen Seattle divenne, a partire dal 1988, una delle prime diocesi statunitensi ad attuare serie misure per contrastare gli abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti e a versare somme ingenti a favore delle vittime. Precedentemente il presule aveva invece adottato l’allora linea comune con la politica del trasferimento d’ufficio di presbiteri gravati di tali accuse.

Ma Hunthausen ha ammesso ripetutamente tali errori. Cosa che ha spinto le associazioni e i legali delle vittime di abusi sessuali ad affermare che, pur avendo potuto l'arcivescovo fare di più al riguardo, si è comunque distinto rispetto ai suoi predecessori o ad altri presuli in ​​tutto il Paese.

Hunthausen lascia soprattutto il ricordo di un vescovo vicino ai poveri e ai bisognosi. Basti ricordare la fondazione da lui istituita  presso la cattedrale di San Giacomo a Seattle a favore dei lavoratori indigenti e dei senzatetto

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Migliaia di attivisti e attiviste Lgbti sono scesi oggi nelle strade in diverse città di Israele per protestare contro la legge che, approvata il 18 luglio dalla Knesset, ha esteso i programmi di gpa (accessibili dal 1996 alle sole coppie eterosessuali sposate) alle donne single con problemi medici.

Legge a loro parere discriminatoria e omofoba, dal momento che esclude dalla possibilità di fruire della surrogacy gli uomini single e le coppie di uomini gay.

A Tel Aviv centinaia di dimostranti si sono dati appuntamento alle 10:00 (ora locale) lungo Rotschild Boulevard e hanno invaso la superstrada Ayalon, bloccando il traffico. Altri dimostranti si sono raccolti a Gerusalemme, a breve distanza dalla residenza del premier Benyamin Netanyahu.

Le loro proteste - che proseguiranno per l'intera giornata - sono sostenute fra l'altro dal sindacato centrale Histadrut nonché da decine di aziende che hanno deciso di concedere oggi una giornata di libertà a tutti i dipendenti Lgbti.

Ma non solo. Microsoft Israel, ad esempio, erogherà 60.000 shekel come contributo ai suoi impiegati che desiderano ricorrere alla gpa e non possono farlo nel Paese.

È il primo sciopero rainbow nella storia di Israele ed è una significativa prova di forza del movimento di fronte alle istituzioni politiche del Paese.

Alle manifestazioni israeliane hanno aderito componenti della comunità ebraica in varie parti del mondoParticolarmente significativa quella in corso a New York su Times Square.

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Un ennesimo episodio di discriminazione da orientamento sessuale o identità di genere. Questa volta è capitato a Noemy, una donna transgender 35enne, nota nel mondo dei locali notturni quale spogliarellista. Le è stato infatti vietato d’accedere in una disco romana appunto perché trans.

È stata lei stessa a ricostruire i contorni della vicenda a Gaynews.

Alle 00:45 di oggi s’era recata in compagnia di due amiche al Nice (discoteca in zona Ponte Milvio), dove c’era un tavolo prenotato al loro nome in zona privé. «Ci stavano per far entrare – così racconta ancora incredula Noemy –, quando a un certo punto ci hanno bloccato.

Si è avvicinato allora un uomo e con molta gentilezza ci ha comunicato di essere rammaricato e di provare vergogna di ciò che stava per riferirci. Che, in pratica, non si poteva entrare per colpa mia.

Sono rimasta sbalordita come anche le mie amiche. Gli abbiamo chiesto la motivazione e lui ci  risposto, senza nominarla, che una persona dello staff mi aveva riconosciuta in quanto trans. Per cui io mi sarei dovuta allontanare mentre le mie amiche, se erano “vere” donne biologiche, sarebbero potute entrare».

A distanza di tante ore Noemy ha ancora difficoltà a parlarne.

«Sono ancora scioccata da quanto accaduto – aggiunge –. Io mandata via pubblicamente da un locale pubblico per il solo fatto d’essere trans. In 35 anni non mi era mai capitato di essere vittima d’una discriminazione omotransfobica, di subire una tale umiliazione».

Anziché chiamare carabinieri o polizia Noemy ha preferito denunciare la vicenda attraverso una recensione fortemente negativa sul sito del Nice con tanto di motivazione per omofobia.

«Mi aspettavo una risposta – conclude –. Una richiesta di scuse da parte dei gestori. E, invece, nulla. Soltanto un duraturo e assordante silenzio, che mi ferisce ancora di più».

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Alla sentenza emessa ieri dalla Corte d’appello di Napoli segue oggi il decreto depositato dal Tribunale di Pistoia.

Decreto storico perché è stata ordinata, in applicazione diretta della legge n. 40/2004, la formazione d’un atto di nascita recante l’indicazione di due madri.

Si tratta del primo caso in assoluto in cui un giudice riconosce l’applicabilità degli articoli 8 e 9 della detta legge in una coppia di due donne, affermando che la responsabilità genitoriale della madre non biologica sorge per effetto della prestazione del consenso alla procreazione assistita eterologa.

Per Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, si tratta di «una giornata davvero storica. Dopo la sentenza della Corte d’appello di Napoli, il decreto del Tribunale di Pistoia conferma senza possibilità di dubbio che l’azione amministrativa di sindaci e ufficiali di stato civile, da Torino in poi, era pienamente fondata e doverosa. Questa sentenza ribalta infatti il diniego opposto dall’ufficiale di stato civile e ordina la formazione di un atto di nascita totalmente nuovo, che indica sin dall’inizio l’esistenza di due mamme».

Viva soddisfazione ha espresso Angelo Schillaci, ricercatore in diritto comparato presso l’ateneo romano della Sapienza e coordinatore di quel team di avvocati che, formatosi in seno al Gruppo legale di Famiglie Arcobaleno e comprendente Michele Giarratano, Vincenzo Miri (Rete Lenford), Ferdinando Poscio, Federica Tempori, ha lavorato sinergicamente per una tale causa.

«Un risultato molto importante – così ha commentato Schillaci –, che premia un lavoro di squadra durato mesi: fin dall’inizio, abbiamo creduto fermamente che fosse possibile sostenere in giudizio la tesi avanzata in dottrina da Marco Gattuso, in merito all’applicabilità dell’art. 8 in coppia omogenitoriale. Davvero un passo avanti fondamentale per la tutela dei bambini e delle bambine arcobaleno».

Per il magistrato Marco Gattuso, «dopo le due decisioni del Tribunale di Torino, la sentenza della Corte d’appello di Napoli (con l’autorevole firma dell’estensore consigliere Casaburi), la decisione del Tribunale di Pistoia (che reca la firma del presidente del tribunale, Amato) rappresenta dunque l’ulteriore, attesa, conferma che nell’attuale sistema normativo si deve ritenere che il consenso sia alla base della costituzione del rapporto di filiazione in caso di ricorso alla pma anche quando la coppia sia formata da due persone dello stesso».

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Durante la rassegna sportiva dei ventottesimi Giochi del Mediterraneo, nati nel 1948 come una sorta di olimpiade dei Paesi che si affacciano sull’omonimo mare, le atlete azzurre Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo e la campionessa europea Libania Grenot hanno trionfato  nella specialità atletica della staffetta grazie ad un tempo di 3:28.08.

Si è subito creato il classico carro dei vincitori, su cui sono saltati in molti, compreso chi continua a parlare a mezzo stampa e sui social del quartetto “di colore”.

Quasi a dire: Ecco, se vengono e corrono per noi allora va bene. Eppure sembra alquanto ipocrita parlare di integrazione nello sport senza considerare lo stesso sport come parte integrante della società. Le ragazze hanno vinto non solo perché "lo sport unisce" (uno slogan che può voler dire qualsiasi cosa), ma perchè ci sono segmenti e contesti sociali molto più avanti del dibattito politico, in grado di unire anche grazie allo sport. 

Per parlare di sport bisogna immaginare un organismo complesso, di cui le vetrine di Olimpiadi e Mondiali sono solo le vette più alte di un movimento di proporzioni vastissime. Bisogna pensare ai campi e alle palestre di periferia, agli enti di promozioni, ai comitati federali locali, che riguardano la capacità delle scuole di lavorare in termini sostegno allo sport e all’integrazione. L’ondata di razzismo di oggi, i morti in mare, le parole d’odio del vocabolario politico, saranno sicuramente una ferita profonda nella mente di tanti futuri e atleti e atlete migranti di seconda generazione. Perché possibilmente quei futuri atleti e atlete stanno tra gli 800.000 bambini e bambine ai quali è stato negato lo ius soli, ad esempio. 

Per fortuna c’è chi dimostra una volta per tutte che l’italianità non è fatta dal colore della pelle, ma da tutto quello che rende unico un Paese: i valori, la cultura, i cibi, i territori, le organizzazioni, il modo di creare movimento, compreso lo sport. 

Multiculturalità non significa avere “qualcun altro” che va bene quando c’è da correre, ma vuol dire inclusione di tradizioni diverse come valore fondate della propria cultura. E anche qui lo sport può insegnarci tantissimo. Qualcuno forse penserà che i nomi di queste ragazze non sono abbastanza “italiani”. Basta vedere i cognomi di alcuni giocatori della nazionale argentina ai mondiali: Armani, Tagliafico, Di Maria, Mascherano, Ansaldi, Biglia, Fazio. I loro bisnonni erano tutti migranti che venivano dall’Italia.

Infine, la vittoria delle nostre ragazze riporta alla ribalta la questione del professionismo femminile. Come Rachele Bruni e Federica Pellegrino, il quartetto che celebriamo oggi è ufficialmente un gruppo di atlete dilettanti. L’Italia è ancora l’unico Paese Europeo a non riconoscere come professioniste le atlete. Questa è una delle sfide da vincere nell’immediato ed è ormai una sfida globale considerando anche lo stretto legame tra il pregiudizio sessista e quello omofobico, che si riflette anche nella Carta Olimpica internazionale ormai dal 2014. 

È innegabile, ad esempio, che molti passi avanti delle donne nei Paesi di cultura araba abbiano beneficiato di immagini di impatto mondiale come quelle delle giocatrici di beach volley egiziane e tedesche a confronto scattate a Rio 2016, le prime completamente coperte con tanto di velo, le seconde in bikini. 

Non solo quell’immagine è stata motore di visibilità e cambiamento, ma, a sua volta, il coraggio delle atlete egiziane arrivate fin lì era testimone di un cambiamento già in essere, seppur lento e faticoso, in tema di diritti delle donne nel mondo arabo. 

Lo sport può cambiare la società insomma, a patto che a partire dai media e dalla politica non sia visto come una mera vetrina, ma come uno strumento fondamentale per leggere e intervenire sui processi culturali. 

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28° edizione del raduno della Lega a Pontida. 75.000 persone provenienti da tutta Italia si sono radunate oggi in attesa dell’intervento di Matteo Salvini che, per la prima volta, ha parlato sul pratone del Comune orobico nella triplice veste di segretario di partito, ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio.

Tra lo sventolio di  diverse bandiere (dalla veteroleghista della Padania a quella sarda coi Quattro Mori) l’uomo dagli slogan a effetto è stato acclamato quale leader carismatico di una comunità in cui le vecchie posizioni si sono mescolate alle nuove senza apparenti contraddizioni.

Matteo, Matteo è l’invocazione unanime che hanno elevato i presenti tanto con le storiche t-shirt verdi recanti la scritta Prima il Nord quanto con quelle più moderne di colore blue e tipicamente salviniane.

E il taumaturgo italico dei nostri giorni, che ha avuto la capacità di unire sotto il cielo di Pontida uomini e donne del Nord a quelli e quelle del Sud operando il miracolo dell’oblio di decenni di insulti e minacce verso i terroni, non ha deluso le aspettative dei suoi fedeli.

Un corale osanna si è innalzato quando Salvini nel suo intervento fiume (e un fiume sono stati i temi toccati) ha dichiarato: «Si rassegnino i compagni, governeremo 30 anni».

E poi il tradizionale giuramento. Ma, come già successo in piazza Duomo a Milano per la chiusura della campagna elettorale, scandito con una corona del rosario tra le mani. Corona del rosario, alla cui manifattura Salvini ha dedicato un apposito tweet.

Appare chiara la volontà di riaffermare la propria identità cattolica anche se le posizioni leghiste in materia di migranti non piacciono a papa Francesco e sono guardate come tutt’altro che cristiane dai vertici curiali e della Cei.

Ma anche una volontà di riaffermare un concetto di Chiesa cui guarda la Lega: quella preconciliare, quella in armi contro i nemici della fede. A cominciare da quei musulmani che, proprio tramite la recita del rosario come riteneva Pio V, furono battuti a Lepanto dalle armate cattoliche il 7 ottobre 1571.

Lorenzo Fontana: "Come ha detto san Pio X: Quando vi dicono queste cose, siatene fieri"

Non è un caso che il ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana abbia nel suo intervento menzionato, ancora una volta, quel Pio X che fu campione della lotta al modernismo: «Abbiamo detto cose banali, che un bimbo ha diritto di avere mamma e papà: ci hanno detto che siamo retrogradi, clericali. Ma - come ha detto san Pio X - Quando vi dicono queste cose, siatene fieri. E noi siamo fieri di dire che ci devono essere una mamma e un papà».

Salvini: "Mi fa schifo il solo pensiero dell'utero in affitto"

E il tema delle persone Lgbti e delle famiglie arcobaleno non poteva non essere toccato da Salvini. Anche in considerazione delle proteste sollevate ieri dalla partecipazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Vincenzo Spadafora, al Pompei Pride.

«Noi non siamo qua per portare via diritti a nessuno – ha tuonato il vicepremier –. Se lo Stato non entra nei negozi con gli studi di settore figurarsi se entra nelle camera da letto. Ognuno a casa sua fa quello che vuole.

Ma finché avrò voce e sangue nelle vene, difenderò, fino alla morte, il diritto dei più deboli: il diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà e il diritto delle donne a non essere un utero in affitto.

Mi fa schifo il solo pensiero dell'utero in affitto, delle donne oggetto e dei bambini in vendita al centro commerciale. Questo non è progresso, è la fine della civiltà».

Parole che, ancora una volta, si rivelano come lesive dell’autodeterminazione delle donne e, soprattutto, delle persone omosessuali in riferimento non solo alla negata capacità genitoriale ma anche alla demonizzazione delle stesse, il cui ricorso alla pratica della gestazione per altri (trascendendo da tutte le altre considerazioni) è in percentuale pressoché nullo se raffrontato con quello messo in atto dalle coppie eterosessuali sterili.

Poi l’attacco si è spostatato alle «multinazionali come Coca-Cola che vanno a sponsorizzare le giornate dell'Orgoglio solo per guadagnare qualche consumatore in più».

Fedriga: "Daremo il patrocinio al Family Day"

Ma l’accennato concetto naturalfamilistico, tanto caro a leghisti e movimenti cattoreazionari, è tornato ampiamente anche nell’intervento del neopresidente della Regione friulana. Quel Massimiliano Fedriga che, da parlamentare, sembrava essere ossessionato dalle persone Lgbti, viste le sue innumerevoli dichiarazioni al riguardo

«Il Friuli Venezia Giulia tutela e difende la famiglia naturale - ha dichiarato sul palco -. Mai darà il patrocinio ai vari Gay Pride: diamo il patrocino al Family Day

Non si danno soldi pubblici a chi fa propaganda per il desiderio degli adulti, ma a chi difende i più piccoli che hanno diritto ad avere una mamma e un papà».

Parole, le sue, che vanno anche lette come un riconoscimento a quell’ampio elettorato leghista d’area Family Day. A partire da Massimo Gandolfini, il cui braccio destro Simone Pillon siede oggi, non a caso, sugli scranni senatori di Palazzo Madama.

Le dichiarazioni di Attilio Fontana e Matteo Salvini ai giornalisti

Al di fuori dei riflettori del palco i toni sembrano però smorzarsi.

Un serafico Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, spiazza ad esempio i giornalisti che gli chiedono una valutazione sui 250.000 partecipanti al Milano Pride. «Sono favorevole al riconoscimento dei diritti – risponde –  non a una manifestazione che mi sembra rischi di essere divisiva. Ma su tutto i diritti devono essere riconosciuti».

Sul caso Spadafora è Salvini invece a rispondere alle pressanti domande della stampa con l’oramai proverbiale ritornello del contratto di governo: «Spadafora parla a nome personale: il tema non è nel contratto di governo. Le sue sono opinioni personali, che sono benvenute, ma il governo è un'altra cosa».

Sarà pure un’altra cosa ma Spadafora, oltre a ricevere l’ampio sostegno del vicepresidente del Parlamento Ue Fabio Massimo Castaldo, ha incassato ieri il plauso del sottosegretario all'Istruzione Lorenzo Fioramonti che in un tweet ha scritto: Io sto con Spadafora: 'Su diritti non si torna indietro'.

Le contraddizioni tra Lega e M5s sulle tematiche Lgbti

Sembrano insomma apparire sempre più evidenti le contraddizioni del connubio Lega-M5s anche alla luce delle dichiarazioni del presidente della Camera Roberto Fico sulla non chiusura dei porti.

Cosa che non è sfuggita a tanti. A partire dal governatore della Regione Liguria Giovanni Toti che, dopo la kermesse di Pontida, ha detto: «Il governo con la Lega è solido e saldo: è un rapporto antico e sono certo che durerà per il futuro. Questo governo nasce in assenza di alternative. Stanno cercando di fare cose che aspettavamo da tempo. In queste ore si vede come M5s e Lega non siano la stessa cosa. 

Mentre siamo qua a Pontida qualcuno era al Gay Pride e qualcuno ha chiesto di aprire i porti. Ma si sapeva».

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Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha presentato oggi la sua nuova squadra di governo al re Felipe VI. Il nuovo esecutivo composto dal 46enne segretario del Psoe, che è succeduto a Mariano Rajoy rimosso con una mozione di sfiducia, è quello col maggior numero di donne nella storia moderna: 11 ministre e sei ministri.

Di questi due sono gay dichiarati: Fernando Grande-Marlaska, ex giudice della Corte nazionale, sarà ministro dell'Interno mentre l’autore pluripremiato Màxim Huerta Hernández andrà alla Cultura. 

Nato a Bilbao nel 1962, il giudice basco Grande-Marlaska, finora separato dalla politica, gestirà nel suo portafoglio la situazione aperta dopo lo scioglimento annunciato, il mese scorso, dal gruppo armato della sua comunità autonoma di provenienza.

Su Grande-Marlaska, famoso per la ferrea durezza nella lotta al terrorismo basco, gravano, in ogni caso, le accuse di non aver impedito che 40 componenti del collettivo Jóvenes Independentistas, tratti in detenzione nel novembre 2008 con l'accusa d'appartenere a Segi (branca dell'Eta), fossero sottoposti a tortura durante gli interrogatori da lui tenuti in qualità di giudice centrale istruttore. Nel 2014 l'Audiencia Nacional assolse gli imputati dall'accusa d'appartenenza a Segi annullandone anche le dichiarazioni rilasciate durante il processo istruttorio.  

Classe 1971, il giornalista e scrittore Huerta Hernández è, invece, un voto molto noto della tv spagnola come presentatore di due programmi del canale La 1 nonché componente dell'Academia Tv de España.

Dalla marcata connotazione europeista, il nuovo esecutivo è prevalentemente "rosa": l’ex ministra della Cultura Carmen Calvo sarà vicepresidente e ministra dell'Uguaglianza; Nadia Calviño andrà all'Economia; l’andalusa María Jesús Montero al Bilancio; l'ex procuratrice antiterrorismo Dolores Delgado alla Giustizia; l'ex giudice della Corte Suprema Margarita Robles alla Difesa; Magdalena Valerio al Lavoro; Maria Jesus Montero alle Finanze; Isabel Celaá all’Educazione; Carmen Montón alla Sanità; Teresa Ribera all’Ambiente; Reyes Maroto all'Industria, Commercio e Turismo. Alla catalana Meritxell Batet, infine, va il dicastero della Politica territoriale e della Funzione pubblica.

I restanti quattro ministri, che completano la squadra di governo, sono: José Luis Ábalos allo Sviluppo economico; l'ex presidente del Parlamento europeo Josep Borrell agli Esteri; l'astronauta Pedro Duque alla Scienza, Innovazione e Università; Luis Planas all'Agricoltura, Pesca e Alimentazione.

E, sempre oggi, importante nomina femminile al quotidiano El Pais, che avrà, per la prima volta, nella storia una direttrice. Si tratta di Soledad Gallego-Díaz, che sostituirà Antonio Caño Barranco.

Nata a Madrid nel 1951, Gallego-Díaz ha lavorato come corrispondente del quotidiano da Bruxelles, Parigi, Londra, Buenos Aires e New York. È stata successivamente vicedirettrice e condirettrice dell'importante giornale, fondato nel 1976 da José Ortega Spottorno, Jesús de Polanco e Juan Luis Cebrián.

 

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