Dopo la risoluzione di condanna, adottata il 18 aprile dal Parlamento Europeo, il sultanato del Brunei continua a essere oggetto di reazioni per le nuove disposizioni delle Parti IV e V del locale Codice penale. 

Entrate in vigore il 3 aprile, esse comminano la pena capitale per determinati atti sulla base della shari’a. Nello specifico, la morte per lapidazione è prevista per i rapporti consenzienti tra maschi (in precedenza puniti con 10 anni di prigione), l’adulterio, l’aborto e la blasfemia (insulto o diffamazione del profeta Maometto) mentre l’amputazione d’una mano o d’un piede per il furto. Pene più clementi, si fa per dire, per i rapporti consenzienti tra donne: 40 frustate e 10 anni di prigione.

Motivo per cui il 29 marzo, pochi giorni prima dell’entrata in vigore delle norme, George Clooney ha lanciato una campagna di boicottaggio dei nove hotel di lusso gestiti dalla Dorchester Collection della Brunei Investment Agency, che, pur facente parte nominalmente del ministero delle Finanze, è proprietà, di fatto, del sultano Hassanal Bolkiah.

Lo stesso Premio Oscar 57enne ne ha fornito, in una lettera aperta a Deadline Hollywood,  la lista: The Dorchester (Londra), 45 Park Lane (Londra), Coworth Park (Londra), The Beverly Hills Hotel (Beverly Hills), Hotel Bel-Air (Los Angeles), Le Meurice (Parigi), Hotel Plaza Athenee (Parigi), Hotel Eden (Roma), Hotel Principe di Savoia (Milano).

Campagna, che rilanciata e condivisa da star internazionali del cinema, della musica, dello spettacolo, è stata espressamente menzionata nella risoluzione di Strasburgo, in cui si è chiesto l'inserimento nella 'lista nera' dei nove hotel del sultano nonché il congelamento dei beni.

Ieri l’iniziativa di Clooney ha incassato il sostegno di Jamie Dimon alla guida del colosso bancario JP Morgan. Seguendo le orme di Deutsche Bank, i vertici dell’istituto statunitense hanno inviato una lettera all’intero staff  con l’invito a evitare gli hotel che fanno capo ad Hassanal Bolkiah

Se si tratta d’iniziativa meritoria al pari dell’eventuale adozione «a livello Ue – come cita la risoluzione di Strasburgo - di misure restrittive per gravi violazioni dei diritti umani, compreso il congelamento di beni e il divieto di visti», lascia non poco perplessi la mancanza di interventi istituzionali e similari campagne di boicottaggio nei riguardi di un Paese come l’Arabia Saudita, dove il 23 aprile sono state condannate a morte 37 persone (tra cui il 16enne sciita Abdulkareem al-Hawaj per presunti reati commessi nel corso di una manifestazione anti-Saʿūd). Condanne eseguite al termine di processi palesemente irregolari basati su confessioni estorte con la tortura 

Dal 1° gennaio di quest’anno in Arabia Saudita «sono state giustiziate – come denunciato da Amnesty Internationalalmeno 104 persone: almeno 44 erano cittadini stranieri, la maggior parte dei quali condannati per reati di droga. In tutto il 2018 le esecuzioni erano state 149».

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Dopo il caso delle due mamme di Fidenza la procura di Parma torna a opporsi al riconoscimento della bigenitorialità per coppie di persone dello stesso sesso.

Questa volta il procuratore capo Alfonso D'Avino e il sostituto procuratore Umberto Ausiello hanno presentato ricorso nei confronti di quattro atti di riconoscimento di bambini, compiuti, il 21 dicembre, da donne unite civilmente o conviventi con le madri naturali. I riconoscimenti erano stati fatti dinanzi al sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, in qualità di ufficiale dello Stato civile. 

A darne notizia, anche questa volta, D'Avino in un comunicato che per uno dei casi parmensi ha espressamente richiamato la somiglianza con quello relativo al Comune di Fidenza, pur rilevando che l'ufficiale di Stato civile aveva rifiutato di ricevere l'atto di riconoscimento. Cosa che aveva portato le due donne fidentine a presentare ricorso al Tribunale e a spingere la Procura a intervenire, chiedendo il rigetto del ricorso.

Anche la vicenda di Parma si inserisce, secono la Procura, «nel solco del delicato problema della possibilità che un bambino, riconosciuto alla nascita soltanto dalla madre, venga poi riconosciuto come proprio figlio anche dalla donna, convivente o unita civilmente con la madre naturale». Possibilità «che, nell'ordinamento italiano, ad oggi - viene osservato - nessuna norma consente o prevede».

Nonostante lo sbarramento normativo i sindaci di alcuni Comuni hanno ritenuto di poter ricevere le dichiarazioni di riconoscimento successivo, mentre in altri casi, quando la richiesta non è stata accolta dal Comune, alcuni Tribunali hanno ordinato all'ufficiale di Stato civile di ricevere gli atti di riconoscimento. «La Procura di Parma, invece, rifacendosi ai principi della separazione dei poteri e del rispetto della legge - si legge ancora nel comunicato di D'Avino - ha sostenuto l'illegittimità degli atti di riconoscimento in questione».

Nel ricorso la Procura ha infatti evidenziato che, secondo le norme del Codice civile e dell'ordinamento dello Stato civile, «l'atto di riconoscimento successivo è previsto solo per il figlio nato fuori dal matrimonio e può essere effettuato esclusivamente dalla madre e dal padre che non lo abbiano riconosciuto al momento della nascita». Pertanto, visto che nei quattro casi in questione il riconoscimento originario del bambino era stato effettuato solo dalla madre, quello «successivo poteva essere effettuato esclusivamente dal padre e non da un'altra donna, che ovviamente non è madre né tantomeno può essere padre».

A sostegno della tesi contraria al riconoscimento, la Procura ha prodotto anche una relazione tecnica da parte dell'Ufficio di Stato civile di Parma, «che si è espresso nel senso di ritenere non accoglibile il riconoscimento richiesto dalle coppie omosessuali, proprio perché non previsto dal nostro ordinamento (tanto che il sindaco è dovuto personalmente intervenire per ricevere gli atti di riconoscimento successivo)».

La Procura ha poi passato in rassegna alcune pronunce giudiziarie precedenti (che avevano ritenuto ammissibili i riconoscimenti), criticandone le motivazioni, proprio per lo stridente contrasto con l'attuale normativa. Infine D'Avino è tornato, come già fatto per il caso fidentino, a dichiarare: «Neppure la legge Cirinnà, che ha introdotto le unioni civili tra coppie dello stesso sesso, ha inteso legiferare in materia di filiazione di coppie omosessuali». Il Tribunale dovrà ora fissare l'udienza per la decisione sui ricorsi.

Non si è affatta attendere la risposta di Pizzarotti, che su Fb ha scritto: «La procura di Parma ha annunciato ricorso contro il nostro riconoscimento di 4 bambini da parte di coppie dello stesso sesso. Donne che si amano con semplicità, e che al mondo chiedono soltanto di poter amare, curare e crescere i loro bambini.

Rispetto le idee e le opinioni di tutti, ma sui diritti è necessario essere coraggiosi e andare avanti. Se la politica nazionale non ha coraggio, e anzi spesso fomenta odio su questi temi creando leggi lacunose e interpretabili, sta ancora una volta ai sindaci porsi come frontiera dei diritti dei propri cittadini.

In Italia sono stati fatti decine di riconoscimenti in questi anni, ma evidentemente un confronto in punta di legge doveva vedere Parma come la prima città a dover difendere un dirittoLo faremo ancora una volta perché Parma era, è e resterà la Città dei Diritti».

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Ieri a Caltanissetta, dov’era giunto per sostenere la candidatura a sindaco di Oscar Aiello, Matteo Salvini è stato interrotto da un gruppo di contestatori che, oltre a cantare «Bella, ciao», hanno gridato più volte: «Vergogna».

«Uno che crede nel comunismo nel 2019 – ha risposto il ministro dell'Interno - va abbracciato come un panda. Saluto i comunisti che stanno contestando e ricordo che istituiremo di nuovo l'educazione civica nelle scuole. Se voi amate i clandestini, ci lasciate conto corrente e li mantenete voi»

Ma non solo. Perché la reazione più significativa è arrivata dalle 19enni Gaia Parisi e Matilde Rizzo, che hanno colto di sorpresa il vicepremier, cui avevano chiesto di fare un selfie, baciandosi invece davanti a lui.

A darne notizia su Fb e a pubblicare le foto del bacio, divenute subito virali, Marco Furfaro, fondatore e coordinatore di Futura, che ha scritto: «Caltanissetta, contestatrici. Amore batte odio 3-0. Trollare Salvini dal vivo: livello estremo. Immense Gaia e Matilde».

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La notte del 6 aprile Forza Nuova Perugia affiggeva uno striscione con la scritta No al festival dell’infamia e della perversione nel capoluogo umbro, dove era in corso il Festival del Giornalismo. A finire nel mirino il giornalista sotto scorta de La Repubblica Paolo Berizzi (minacciato di morte per le sue inchieste sul neofascismo e per il libro NazItalia - Viaggio in un Paese che si è riscoperto fascista, che ieri ha compiuto un anno dalla sua pubblicazione), Vladimir Luxuria e padre Alex Zanotelli.

A pochi giorni dal 25 aprile, alle cui celebrazioni il ministro dell’Interno Matteo Salvini non parteciperà per sua pubblica ammissione, abbiamo raggiunto Paolo Berizzi.

Paolo, quello del 6 aprile è stato uno degli ennesimi attacchi dei forzanovisti alla tua persona. Noti qualcosa di nuovo rispetto al passato?

Null'affatto. Sono i classici attacchi fascisti di Forza Nuova. Per loro tutto ciò che si discosta dal modello di famiglia tradizionale è infamia e perversione. Se si raccontano e si denuncia la loro matrice violenta, per loro - come per altri gruppi neofascisti (CasaPound, Lealtà e Azione, Veneto Fronte Skinheads) - sei un infame. Oggetto di quello striscione eravamo io, Vladimir Laxuria e padre Zanotelli.

In quello striscione c’è tutta la retorica patetica e la propaganda fascista, che Forza Nuova porta avanti da anni. È un classico loro. Come è un classico loro, l’uscire di notte e attaccare uno striscione nel nascondimento: una modalità vigliacca.

C’è stato, secondo te, in questi anni un crescente interesse da parte della galassia neofascista e neonazista per i temi della famiglia e delle persone Lgbti? Oppure si può parlare di mera continuità?

Bisogna tenere in conto che il loro dogma principale è Dio, patria e famiglia. Dove per famiglia loro intendono quella composta da uomo, donna e figli. Uomo e donna, nello specifico, sono considerati totalmente diversi, ognuno coi propri ruoli. Un ruolo che per la donna, tanto nella società quanto nella famiglia, è subordinato.

È chiaro che c’è stata una brusca accelerazione su questo tema negli ultimi anni. Il Congresso di Verona ha dimostrato come esso sia il cavallo di battaglia dei gruppi neofascisti ma anche dalla Lega, che di fatto è ascrivibile alla galassia dell’estrema destra europea. Non è un caso che tutti gli elementi della suddetta triade siano stati fortemente accentuati. Dio è quello delle associazioni cattoliche ultrareazionarie – si pensi, ad esempio, a Laboratorio Verona –, che si saldano con l’estrema destra e trovano nella Lega una formidabile cerniera. La patria è quella del Prima gli italiani. La famiglia è quella di cui parlavo prima.

Su questi tre temi tali gruppi hanno costruito tutta la loro narrazione e propaganda. Ovviamente chi dissente ed esce da tali binari è considerato una persona pervertita e malata. E questo è tipico del fascista: chiunque la pensi diversamente da loro è un nemico da combattere, un diverso, un malato.

Alla luce della tua esperienza ultraventennale, si registrano in tali gruppi fenomeni di “cameratismo omosessuale” come, ad esempio, avvenne nelle file della Sturmabteilung nazista?

Certo che ci sono: c’erano ai tempi del nazismo e ci sono oggi. Laddove c’è omofobia, ci sono delle identità nascoste e represse. La reazione di conseguenza è un attacco violento e scomposto verso quella che loro considerano una minoranza. Come politici eccellenti di destra, violentemente omofobi eppure omosessuali, so di soggetti militanti in questi gruppi che fuggono dal proprio orientamento sessuale, lo nascondono, lo reprimono (ma non sempre) e poi attaccano violentemente le persone omosessuali.

A fronte d’un numero crescente di raid, spesso anche violenti, di formazioni d’estrema destra e di manifestazioni inneggianti al fascismo credi che si possa parlare di sottovalutazione del fenomeno da parte della magistratura?

Lo noto purtroppo e lo denuncio da tempo. Io credo, e lo dico anche, che oggi l’estrema destra è alla guida di questo Paese. Non lo è ufficialmente ma ufficiosamente grazie anche ad autorevoli esponenti di questo governo, che hanno sdoganato e legittimato i gruppi neofascisti. E, per giunta, usano le stesse parole di questi gruppi a partire dal ministro Salvini. Prima gli italiani è uno slogan di CasaPound. È stato scippato a CasaPound ed è stato fatto diventare una parola d’ordine di questo governo, che è quello più a destra degli ultimi 50 anni.  Per non parlare poi di slogan tipici del Ventennio come Me ne frego, Chi si ferma è perduto, Tanti nemici tanto onore.

Tali gruppi non sono stati solo sdoganati e legittimati ma sono stati dati loro spazi di agibilità politica. È caduta, di fatto, la pregiudiziale rispetto al fascismo. Purtroppo anche pezzi delle istituzioni, come la magistratura ma anche la politica e gli amministratori locali, hanno assunto posizioni blande quando non giustificatorie rispetto a questi fascismi di ritorno. Fortunatamente non tutti. Sono tanti i magistrati che fanno il loro dovere. Penso, ad esempio, al caso di Bari, dove CasaPound è sotto inchiesta per tentata ricostruzione del Partito Fascista.

Per formazione e convinzione io sono uno di quelli che non commenta le sentenze dei magistrati. Ma alcune di esse lasciano non poco perplessi. Non si può, ad esempio, non citare il caso del 29 aprile 2017, quando al Campo X del Cimitero Maggiore di Milano CasaPound e Lealtà e Azione fecero 1000 saluti romani. Ebbene, il Tribunale di Milano ha sentenziato che quella parata neofascista era stata una mera commemorazione funebre.

Oppure il caso dello stabilimento balneare di Chioggia – da me portato alla pubblica attenzione –, tappezzato di simboli fascisti e di cartelli anche inneggianti alle camere a gas, dove, nel luglio di due anni fa, si tenne davanti a 650 persone un comizio d’esaltazione del Duce e di attacco la democrazia. Per la Procura di Venezia quel comizio era stata un’espressione del libero pensiero. Anche la magistratura ha dunque le sue responsabilità.

Vorrei ricordare che l’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando – e lo ha ribadito ultimamente anche un costituzionalista di fama come Gaetano Azzariti – disse che questi gruppi possono essere sciolti. Io ritengo che gruppi come Forza Nuova, CasaPound, Lealtà e Azione, Veneto Fronte Skinheads vadano sciolti. Gli strumenti ci sono, le leggi ci sono: occorre solo applicarle.

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Noi con te. Contro il liberismo, contro il razzismo.  Questo lo slogan de La Sinistra, che, composta soprattutto da Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista, correrà alle prossime elezioni europee. I lavori per la composizione delle liste sono agli sgoccioli ma a essere certa è la volontà di restituire il senso delle lotte per i diritti portati avanti in questi anni dalla galassia della sinistra: dal lavoro ai migranti, dalle donne al mondo Lgbti. Marcata inoltre l’impronta femminile soprattutto tra i nomi capilista nelle cinque circoscrizioni.

Le candidature saranno ufficializzate domani nel corso d’un evento elettorale al Teatro Quirino di Roma ma circolano già alcuni nomi.

Oltre allo Spitzenkandidat Nico Cuè, leader del sindacato dei metalmeccanici in Belgio, ci sarà Argyris Panagopulos, rappresentante di Siryza in Italia. Ci sarà lo storico Piero Bevilacqua mentre sarà candidata l’europarlamentare uscente Eleonora Forenza.

Il mondo Lgbt sarà rappresentato da Marilena Grassadonia, che, dimessasi in mattinata da presidente delle Famiglie Arcobaleno (le subentra nell’incarico Gianfranco Goretti), correrà come capolista per la Circoscrizione Centro. Contattata telefonicamente da Gaynews, la pasionaria rainbow d’origine palermitana ha dichiarato: «Sono contenta e onorata di tale candidatura in piena continuità con 15 anni di lotte a sostegno soprattutto dei diritti delle persone Lgbti e delle famiglie arcobaleno. Le battaglie sono sempre le stesse al di là di dove si combattano. Altri particolari saranno resi noti domani al Teatro Quirino».

Spazio inoltre ai territori con la giornalista ed ex sindaca di Molfetta, Paola Natalicchio, e il presidente del consiglio comunale di Napoli, Sandro Fucito.

Scrittrice, editrice, traduttrice e saggista e insegnante italiana è Ginevra Bompiani, figlia del fondatore della nota casa editrice. Infine, dal mondo associazionistico a favore dei migranti proviene Paolo Narcisi, medico e presidente di Rainbow for Africa, che a Bardonecchia ha soccorso in questi anni migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, che hanno tentato di passare il confine con la Francia.

Sicura anche la candidatura di Nicola Fratoianni, segretario di Si, che nel presentare il simbolo ha dichiarato: «Siamo l'unica lista di sinistra alle prossime elezioni europee».

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Clima sempre più rovente in Regione Emilia-Romagna, dove domani in Commissione Parità sarà votato, fra gli altri, anche l’emendamento XXIV (Paruolo-Boschini) sulla gestazione per altri al travagliato progetto di legge “anti-omotransfobia” mentre giovedì si terrà il convegno del centrodestra Sì alle leggi per la famiglia. No alla legge sulla omotransnegatività contro il testo normativo.

A suscitare al momento maggiori reazioni in area Lgbt e femminista è proprio quello che appare sempre più un regolamento di conti in casa dem emiliano-romagnola, dove l’emendamento – incomprensibile ai più dal momento che non si capisce cosa c’entri la gpa con il pdl in questione – appare non solo come una richiesta ineludibile dell’area cattolica del Pd ma anche un pestare i piedi da parte di chi non ha digerito l’elezione a segretario nazionale di Nicola Zingaretti.

Nell’emendamento Boschini-Paruolo viene detto: «Dopo l’articolo 10 è inserito il seguente articolo 10bis:

  1. All’art. 13 comma 1 della L.R. 6/2014 aggiungere punto f:
  2. f) opera per prevenire e sostenere il contrasto, nell’ambito delle proprie competenze, anche avvalendosi della rete di protezione sociale di cui all’art. 11, di ogni forma di sfruttamento della donna e violazione della dignità della persona, con particolare riferimento a violenza sessuale, abuso di minori, sfruttamento della prostituzione, maltrattamenti in famiglia, stalking, surrogazione di maternità.
  3. All’articolo 13 della L.R. 6/2014 aggiungere il comma 3:
  4. La Regione non concede i contributi di cui alla presente legge ad associazioni, anche se regolarmente iscritte nei registri regionali, che nello svolgimento delle proprie attività ledano la dignità della donna e delle persone relativamente alle lettere di cui al comma 1; qualora i contributi siano già stati concessi provvede alla loro revoca». 

I consiglieri di sinistra hanno già annunciato il loro voto contrario. Durissimo il sindaco di Bologna Virginio Merola che ha lanciato due tweet, in cui è rispettivamente scritto: «La legge sull'omotransfobia è un traguardo fondamentale e va approvata. Tuttavia non condivido l'accordo trovato nel gruppo Pd regionale, arrivato attraverso un emendamento a un'altra legge» e «È discutibile equiparare tout court la maternità surrogata alla violenza sessuale. In ogni caso non mancherà il sostegno del Comune di Bologna alle famiglie arcobaleno».

Per questo motivo nel pomeriggio di oggi il Centro delle Donne di Bologna ha indirizzato una lettera aperta di protesta che, indirizzata ai consiglieri e alle consigliere regionali, è stata firmata da numerose realtà associative e centri anti-violenza.  

«L’approvazione di tale legge - si legge  - non può essere procrastinata e soprattutto non può essere oggetto di nessuna contrattazione politica quando si tratta di garantire il rispetto dei diritti fondamentali per tutte e tutti senza alcuna distinzione.

In questi giorni circolano allarmi circa la volontà di alcuni consiglieri del Partito Democratico di proporre un emendamento al testo che intervenga sulla legge 6, stigmatizzando una serie di pratiche tra queste la maternità surrogata, già vietata in Italia dalla legge 40, caricando quel divieto di un giudizio morale collegandolo alla lesione della dignità della donna senza un reale confronto con i movimenti delle donne. Cosa c’entra la gestazione per altri con l’omotransfobia? Nulla a nostro avviso. 

Un eventuale emendamento di questo tipo rappresenterebbe inequivocabilmente la volontà di realizzare uno scambio politico sul corpo delle donne, privandoci della libertà di dibattere di un tema così divisivo e imbavagliandoci in una morale stabilita prevalentemente da uomini di potere. Questo tentativo, a nostro avviso, è lesivo della dignità delle donne e della loro autodeterminazione.

Non solo: un'inaspettata modifica alla legge 6, provvedimento nato da un percorso virtuoso con le associazioni di donne della regione, sarebbe vera scorrettezza che respingiamo categoricamente.

E infine: il solo timore che quell’emendamento rappresenti l’appiglio legale per negare il riconoscimento anagrafico a figli e figlie nati tramite gestazione per altri e altre, lo rende inaccettabile e del tutto affine al disegno politico del Congresso Mondiale delle Famiglie, contro il quale siamo scese in piazza a Verona. Far pagare ai bambini e alle bambine il prezzo di un conflitto politico è un atto deprecabile.

Qualsiasi tentativo di scambio politico in tal senso sarà fortemente denunciato e contestato dalle nostre realtà e da tutta la società civile, anche mediante i mezzi di comunicazione».

Intanto le associazioni si preparano a scendere in piazza contro l’annacquamento del pdl e il convegno del centrodestra, in concomitanza del quale è previsto un presidio in regione organizzato dal Bologna Pride. Appuntamento alle ore 17:00 in viale Aldo Moro, 50 «davanti alla sede della Regione Emilia Romagna - si legge nel comunicato - per contrastare le lobby cristiano integraliste che, con il supporto della Lega Nord e dei cattolici integralisti presenti in altri partiti, mettono a repentaglio i diritti e i valori conquistati per una società laica, solidale dove il rispetto delle donne e delle persone lgbt*iq+ è un aspetto fondamentale di ogni democrazia. Non ci fermeranno! Non ci fermeremo!".

Un altro, invece, promosso da Non una di meno, avrà luogo in piazza del Nettuno a partire dalle 19:00 e sulla falsariga della grande manifestazione veronese si chiamerà Bologna città transfemminista.

Nel comunicato di Nudm ne sono così spiegate le motivazioni: «Non si tratta di un'iniziativa "democraticamente" innocua, anzi, il disegno politico che la sottende è repressivo, razzista e aggressivo: lo dimostrano gli atti intimidatori che la precedono, così come le proposte omolesbotransfobiche che da lì verranno fatte.  Per questo non intendiamo affatto essere "accoglienti" o "dialogare", come ha suggerito invece a mezzo stampa il sindaco di Bologna. 

Gli attacchi ripetuti all’autodeterminazione di donne, lesbiche, gay, persone trans e intersex, di qualsiasi età, si sommano e si riflettono nella violenza razzista, istituzionale e sociale. Non basta appendere bandiere rainbow alle finestre del Comune, nessuno spazio deve essere concesso alla violenza dei neofondamentalismi e dei fascismi. Non Una di Meno lotta quotidianamente nelle case e nelle strade di tutto il mondo per un futuro e un presente femminista, che non lasci nessun* indietro. Risponderemo come sempre a queste derive e a questi attacchi: con migliaia di voci, irriducibili alle norme di genere, arrabbiate e vitali, contro la reazione familista e fascista.

Gli spazi femministi non si toccano, non si toccano le nostre vite, le nostre scelte. Organizziamo collettivamente la rabbia, sempre e ancora una volta, trasformandola in potenza gioiosa come a Verona. Per ogni attacco ricevuto saremo mille in più e #nonunadimeno».

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Mentre a Verona i partecipanti al World Congress of Families sfilavano per la Marcia della Famiglia, a La Spezia Rosa Maria Mogavero e Lorella Cipro, due militari della Marina, si univano civilmente nelle loro uniformi di gala.

E la prima a complimentarsi con loro è stata la ministra pentastellata della Difesa Elisabetta Trenta, che su Facebook ha scritto: «Volevo rivolgere i miei più sinceri auguri a Lorella e Rosy - ho saputo che i vostri amici vi chiamano così - i nostri due marinai che il 31 marzo hanno celebrato la loro unione.  

Sono stata davvero felice di vedere le immagini del vostro giorno più bello, con le famiglie riunite e tanta gioia nei vostri sguardiLorella e Rosy sono l’esempio di una importante evoluzione culturale, nelle Forze Armate e nel nostro Paese. Auguri ragazze!».

Erano in tanti al Camec, il Centro di arte moderna e contemporanea de La Spezia (la città dove vivono), per festeggiare insieme con Rosa Maria e Lorella la loro unione. Presenti molte persone amiche nonché  le famiglie di entrambe le donne, un pò emozionate, ma felici.

Per il grande giorno niente vestito bianco, ma alta uniforme: Lorella con la sciarpa azzurra e la sciabola da ufficiale ed entrambe con un luminoso sorriso. Amanti dei cani, ne hanno cinque, è toccato alla più piccola, Ginevra, portare le fedi, appoggiate sul dorso. Non appena pronunciata la formula di rito è scoppiato l'applauso: le due militari si sono scambiate un bacio e dagli ospiti qualcuno ha gridato: «È fatta».

«Onorata e fiera di avervi sposate», ha scritto su Facebook Cristina Romani, che ha celebrato l'unione.

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Zuzana Čaputová è la quinta presidente della Repubblica della Slovacchia. A sceglierla ieri, al secondo turno delle presidenziali, 1.056.582 di elettori, che hanno così garantito all’avvocata ambientalista di Bratislava il 58,40% dei voti a fronte delle 752.403 preferenze incassate da Maroš Šefčovič. Il vicepresidente della Commissione europea, che ha puntato la propria campagna principalmente sulla tutela della famiglia tradizionale, si è così fermato al 41,59%.

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I principali sondaggi davano in realtà Čaputová già per vincente al primo turno con oltre il 50% delle preferenze. Ma il 16 marzo l’avvocata si era comunque attestata in prima posizione col 40,57% dei voti a riprova della considerazione da parte dell’elettorato slovacco, che sin da subito ha guardato a lei nel desiderio di cambiare il sistema. 

Eccezionale oratrice, la 45enne Zuzana Čaputová ha visto la sua fama crescere progressivamente per aver sostenuto le proteste di piazza anti-governative a seguito dell’omicidio del giornalista investigativo Ján Kuciak e della sua fidanzata Martina Kušnírová il 21 febbraio 2018. 

Quando fu assassinato, Kuciak stava conducendo un’inchiesta per il sito Aktuality su casi di corruzione e truffe intorno ai fondi strutturali dell’Unione Europea, arrivando a sostenere l’esistenza di rapporti tra la 'ndrangheta calabrese e alcuni componenti del Governo. La massicce reazioni popolari avrebbero portato di lì a poco, il 22 marzo, il primo ministro Robert Fico alle dimissioni

Madre di due figli adolescenti e con un divorzio alle spalle, Čaputová, che è sostenuta dal presidente uscente Andrej Kiska, è una convinta europeista e vicepresidente del partito Progresívne Slovensko, attualmente fuori dal Parlamento di Bratislava. Al centro del suo programma, sintentizzato nello slogan Combattiamo il male insieme, ci sono state la lotta alla corruzione ela revisione d’un sistema giudiziario che, a suo parere, è gravemente distorto e a beneficio di politici e loro sostenitori. In un Paese alle prese col populismo Čaputová si differenzia dagli altri candidati per la sua ferma opposizione alle spinte sovraniste e nazionaliste.

Componente di Environmental Law Alliance Worldwide, la pasionaria di Bratislava è stata l'artefice della battaglia legale contro la discarica illegale di Pezinok, cuore dell'omonimo distretto vinicolo della Slovacchia, e nel 2016 ha vinto il prestigioso Premio Goldman per l'Ambiente. In un Paese a maggioranza cattolica Čaputová, infine, è sostenitrice del riconoscimento legale dell’unione tra persone dello stesso sesso e dell’accesso all’adozione per le coppie di persone omosessuali.

Nel ringraziare gli elettori per averla scelta come capo di Stato, Čaputová ha dichiarato nel primo discorso che la sua presidenza avrà «un chiaro orientamento pro-europeo» sì da garantire un forte segnale di «cambiamento». Per sottolineare che sarà la presidente di tutti, anche delle minoranze, il discorso, davanti ad una folla che gridava: Zuzana, Zuzana, è stato pronunciato in slovacco, ceco, ungherese e in romanes, la lingua dei rom.

L’avvocata 45enne s’insedierà il 15 giugno, diventando la prima donna a essere stata eletta presidente della Repubblica di Slovacchia. Unica donna presidente, inoltre, nel gruppo dei Paesi di Visegrad, Caputova diventerà così il volto di un centro Europa alternativo al populismo nazionalista di estrema destra dell'ungherese Viktor Orbán.

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Verona ha ospitato ieri non solo la giornata clou del Congresso Mondiale delle Famiglie col suo lungo codazzo di ministri e uomini e donne della politica internazionale che, accomunati da una medesima statica visione della famiglia, hanno goduto, nel bene e nel male, dell’interesse mediatico mondiale.

Il capoluogo scaligero ha infatti anche incarnato al meglio l’appellativo di “Città di Giulietta e Romeo” con dibattiti di grande caratura, culminati nella manifestazione pomeridiana di protesta. Promosso da Non una di meno nell’ambito della tre giorni assembleare Verona transfemminista e partita alle 14:30 da piazzale XXV Aprile, il corteo ha visto l’adesione di sigle sindacali e di innumerevoli associazioni Lgbti e per i diritti umanitari.

Una marea umana e colorata (oltre 150.000 persone secondo le organizzatrici), che ha sfilato pacificamente per le vie di Verona ricordando che le famiglie non possono essere terreno di scontro ideologico, che il modello familiare è plurale, che il vero cancro di ogni famiglia sono il patriarcato, il sessismo, la discriminazione in ogni sua forma a partire da quella che riguarda le donne e le persone Lgbti.

Sulla propria pagina Fb Non una di meno commentava così in serata l’esito della manifestazione: «Un corteo oceanico ha attraversato Verona: tra cori, striscionate, flash mob, interventi dal camion. Un corteo pieno di vita e desideri, contro coloro che, rinchiusi nei loro palazzi, vorrebbero negare le nostre esistenze libere rendendole terreno di conquista e propaganda. Un corteo che con rabbia e determinazione racconta delle biografie che non sono rinchiuse in nessun proclama o spot fuori tempo. La marea eccede ogni confine!».

Tra i convegni, che hanno caratterizzato la giornata veronese d’ieri, è certamente da segnalare quello che, intitolato Italia laica, Verona libera, ha avuto luogo presso l'Accademia dell’Agricoltura, Lettere e Scienze.

Organizzato da Ippfen (International Plannede Parenthood FederationEuropean Network) - la più grande federazione mondiale non governativa che si occupa di salute produttiva e riproduttiva delle donne – in collaborazione con Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) e Rebel Network (Rete femminista per i diritti), l’incontro ha visto la partecipazione di attiviste e attivisti nazionali e internazionali (provenienti daPolonia, Croazia, Stati Uniti e America Latina).

Di particolare significato la presenza di Yuri Guaiana (All Out), ideatore e promotore di quella petizione online per la revoca dei patrocini istituzionali al Wcf, che ha superato mercoledì scorso le 143.000 adesioni.

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Dal 3 aprile nel sultanato del Brunei le persone omosessuali rischiano la condanna a morte per lapidazione. In quella data entreranno infatti in vigore le nuove disposizioni delle Parti IV e V del Codice penale, che commina la pena capitale per determinati atti sulla base della shari’a.

Le nuove norme prevedono anche l’amputazione degli arti per chi si macchierà di furto, compresi i bambini, e si applicheranno unicamente a musulmani, che costituiscono circa i due terzi della popolazione

«Legittimare tali sanzioni crudeli e inumane è spaventoso per se stesso. Alcuni dei potenziali "reati" non dovrebbero nemmeno essere considerati tali, compreso il sesso consensuale tra adulti dello stesso sesso – ha affermato Rachel Chhoa-Howard di Amnesty International –. Queste disposizioni hanno ricevuto un’ampia condanna già cinque anni fa quando se ne iniziò a discutere».

Rachel Chhoa-Howard ha anche osservato come il nuovo Codice penale del Brunei, «oltre a imporre pene crudeli, inumane e degradanti, limiti in modo evidente i diritti alla libertà di espressione, pensiero e credo nonché codifichi la discriminazione contro donne e ragazze».

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