Marcata cadenza veneta e lucidità analitica. Questi i due aspetti che si colgono sin dalla prime battute di Mauro Bonato, che è stato sindaco di Bosco Chiesanuova dal 1993 al 1999 e deputato della Lega Nord nell’XI° e XII° legislatura. Uno che ha militato nel Carroccio del senatùr sin da giovane, ricoprendo le cariche di segretario provinciale di Verona, responsabile del movimento giovanile e vice segretario nazionale.

Ed è alla Lega delle origini, quella delle autonomie e della lotta alla corruzione, che guarda Bonato, consigliere comunale a Verona e capogruppo consiliare del Carroccio fino all'8 marzo. Quando, cioè, si è dimesso per favorire l’elezione a consigliere provinciale di un suo fedelissimo quale Roberto Simeoni (la cui candidatura sarebbe stata altrimenti bocciata) e «togliere dall’imbarazzo» il partito, secondo le accuse dell’omologo scaligero Alberto Zelger, contro le cui dichiarazioni omofobe a La Zanzara proprio Bonato aveva fatto votare l’11 ottobre un odg di condanna in aula consiliare.

Quello stesso Zelger, componente del comitato esecutivo del Congresso mondiale delle Famiglie, che a Bonato (autore di numerose opere agiografiche e curatore di scritti di santi/e dell’area veronese nonché collaboratore del sito Santi e Beati.it) proprio non scende giù.

Consigliere, che cos’è che non le piace del World Congress of Families?

Tutto. È per me inaccettabile che possa godere del patrocinio delle istituzioni un convegno con relatori a dir poco imbarazzanti. Ho letto le dichiarazioni di alcuni di loro e le trovo agghiaccianti. Penso all’arciprete ortodosso Dmitry Smirnov che in riferimento a chi abortisce ha detto: «Una persona non può trovare nessun tipo di felicità se assassina i propri figli. Questi cannibali, come il nostro popolo, devono cancellati dalla faccia della terra». O a Silvana De Mari, recentemente condannata dal Tribunale di Torino, che ha affermato: «L’omosessualità è una condizione drammatica per la condizione anorettale. Il sesso anale causa danni all’organismo. Pensate all’espressione “ti faccio un culo così”. È un gesto di violenza e di sottomissione. È un gesto che viene sempre fatto nelle iniziazioni sataniche. Non tra quattro sfessati, ma nei piani alti». Giovedì prossimo presenterò al sindaco una serie di domande in Consiglio in merito alle posizioni di tali persone.

Si parla di famiglia ma dalle gerarchie vaticane, come dalla diocesi di Verona, nessun sostegno pubblico. Lei, che è stato presidente dell'Istituto veronese per la storia religiosa, come giudica un tale silenzio?

È quello che ho chiesto ieri in conferenza stampa alla Sala degli Arazzi. Come mai non c’è il patrocinio della diocesi di Verona e della Conferenza episcopale del Triveneto? L’ho domandato al sindaco. Il consigliere Zelger ha risposto che il vescovo di Verona porterà i suoi saluti. Ma che significa? Il vescovo, se è per questo, porta pure i saluti alle persone in carcere o agli assassini. È poi fin troppo chiaro che i vescovi del Triveneto non vogliono essere tirati per la giacchetta per non alimentare una polemica sterile.

Tra i pomotori del Congresso c’è un veronese e leghista come il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. Neanche questo le piace?

Ma per nulla. Se il ministro Fontana voleva fare un convegno coi suoi fan, lo poteva fare ma senza il supporto delle istituzioni pubbliche e, in particolare, del Comune di Verona. Il Comune deve avere a cuore tutti e non soltanto una parte. Se concede il patrocinio al World Congress of Families, non può poi negarlo a eventi dedicati, ad esempio, alle donne o a persone discriminate sulla base del proprio orientamento sessuale o identità di genere. O lo concede a tutti o a nessuno. Ma poi Fontana con le sue idee di cattolicesimo...

Cioè?

Beh, l’ha dichiarato lui stesso. Partecipa ogni mattina alla messa in rito tridentino, celebrata a Roma dal suo confessore don Vilmar Pavesi, che è stato trasferito da Verona nella capitale. In un’intervista e a Pontida ha menzionato San Pio X. Per carità, un veneto illustre. Ma ne abbiamo avuto un altro di papa veneto: Giovanni Paolo I. E poi la Chiesa va avanti. Mica ci si può ancorare alle dichiarazioni di un pontefice di oltre 100 anni fa.

Mi sta dicendo che il Wcf è in chiave antibergogliana?

Da una parte mi appare chiaro che è in chiave antibergogliana. Dall’altra c’è l’intento di accaparrarsi i voti dei cattolici conservatori.

Insomma, è anche il segnale di una Lega sempre più aperta agli orientamenti cattoreazionari?

È un’involuzione per la Lega. Vorrei ricordare a Salvini che quando mi sono iscritto alla Lega alla guida della Liga Veneta c’era una donna quale Marilena Marin. Con Marilena noi abbiamo fatto delle battaglie di civiltà. Lei non è mai stata un’intregralista e ha sempre sostenuto che i diritti civili non si toccano. Le nostre battaglie erano per l’autonomia e per il miglioramento delle classi sociali. Questa deriva integralista è preoccupante. Penso soprattutto alle posizioni di un Simone Pillon. Se vanno avanti certe idee sulla donna, che dev’essere al servizio dell’uomo e angelo del focolare, ho già detto alle mie colleghe: Fate le valigie. È a dir poco pazzesco. Su aborto e divorzio non possiamo tornare indietro: sono leggi di civiltà. Ovviamente sono certo che queste posizioni non potranno mai affermarsi.

Consigliere Bonato, ultima domanda. Lei sa che si terranno a Verona delle contromanifestazioni e che All Out ha lanciato una petizione per chiedere la revoca dei patrocini istituzionali, che ha superato le 100.000 adesioni. Che ne pensa?

Quello dei patrocini è uno dei più grandi pasticci. Chiederne la revoca attraverso petizioni popolari mi sembra un’operazione non solo legittima ma giustissima.

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Iniziata poco dopo le 12:00 presso la Sala degli Arazzi del Comune di Verona, la conferenza stampa di presentazione della XIII° edizione del World Congress of Families si è subito aperta con due fuoriprogramma. 

Prima Giovanni Zardini (Circolo Pink) in fondo alla sala ha cominciato a urlare, rivolto al tavolo dei relatori: «Omofobi, integralisti», per poi essere subito accompagnato fuori dalle Forze dell'ordine presenti, sia pur dopo qualche spintone reciproco. Poco dopo, un altro attivista presente si è alzato e, a voce alta, interrompendo i lavori, ha rivendicato «i valori antifascisti oltre a quelli della famiglia» della Costituzione. A sua volta, è stato subito condotto all'esterno della Sala degli Arazzi.

Toni panegiristici, invece, nei riguardi dell'evento da parte dei relatori: Federico Sboarina (sindaco di Verona), Antonio Brandi (presidente di ProVita e chair-man del Wcf), Jacopo Coghe (presidente di Generazione Famiglia e vicepresidente del Wcf), Alberto Zelger (consigliere comunale e componente del Comitato esecutivo del Wcf), Elena Donazzan (assessora all’Istruzione e al Lavoro della Regione Veneto), Massimo Gandolfini (presidente del Family Day), Filippo Savarese (direttore delle campagne della Fondazione CitizenGo).

Il sindaco, in particolare, ha dichiarato: «Sarà uno straordinario laboratorio di idee e promuoverà azioni di sostegno concrete a favore della famiglia, che è e rimane il nucleo fondante della nostra società, secondo anche l'articolo 29 della Costituzione»Ecco perché «il Comune di Verona ha deciso di co-organizzarlo, insieme all'associazione Wcf, concedendo gli spazi della Gran Guardia».

Mentre Jacopo Coghe, presidente di Generazione Famiglia e vicepresidente del Congresso veronese, ha informato della vendita di tutti gli 800 biglietti disponibili, Antonio Brandi, presidente di ProVita e del Wcf scaligero, ha invece ricordato come servano alla realizzazione della tre giorni 200.000 euro, facendo appello alla generosità di sostenitori e simpatizzanti.

In riferimento invece alle polemiche relative alla questione patrocinio/logo del Governo, lo stesso Coghe ha chiesto un incontro tra Vincenzo Spadafora sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Pari Opportunità e ai Giovani, e le associazioni promotrici del World Congress of Families.

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Continua la sarabanda di contrapposte dichiarazioni tra le sponde del Governo sulla questione patrocinio/logo al XIII° World Congress of Families, che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo. E mentre si attendeva, già il 12 marzo, il risultato dell’istruttoria del Segretariato generale di Palazzo Chigi sulla rispondenza o meno ai requisiti richiesti per la concessione del patrocinio e del logo (di rispettiva competenza dei Dipartimenti della Famiglia e dell’Editoria), si è invece appreso che è stato disposto un supplemento di verifica.

Insomma, nihil sub sole novum al pari della vendita di ticket attraverso pacchetti differenziati (formalmente non più disponibili perché sold out), di cui si è sempre saputo dal momento che il relativo modulo di acquisto è stato e continua a essere ben visibile sul sito ufficiale del Congresso di Verona. Come, d’altra parte, il logo del Governo.

E così, tra scoperte dell’acqua calda e schermaglie tra politici M5s da una parte e Lega dall’altra con un Simone Pillon che, alla scuola di capitan Salvini, consiglia gongolante a «chi vuole invece continuare a rovinarsi la digestione, l'appuntamento è dal farmacista. Consiglio Citrosodina o Maalox per i casi più seri» (anche perché il braccio destro di Gandolfini sarà uno dei 72 relatori al Congresso di Verona), si è arrivati al giorno della conferenza stampa ufficiale dell’evento

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L’appuntamento è alle 12:00 presso la Sala degli Arazzi del Comune di Verona con gli interventi di Federico Sboarina (sindaco di Verona), Antonio Brandi (presidente di ProVita e chair-man del Wcf), Jacopo Coghe (presidente di Generazione Famiglia e vicepresidente del Wcf), Alberto Zelger (consigliere comunale e componente del Comitato esecutivo del Wcf), Elena Donazzan (assessora all’Istruzione e al Lavoro della Regione Veneto), Massimo Gandolfini (presidente del Family Day), Filippo Savarese (direttore delle campagne della Fondazione CitizenGo). A eccezione del consigliere Zelger e dell’assessora Donazzan gli altri prenderanno parte al Congresso anche nelle vesti di relatori.

Intanto si susseguono le contro-iniziative al Congresso mondiale delle Famiglie. Oltre alla ben nota petizione lanciata da All Out (che ha raggiunto le oltre 100.000 adesioni) per la revoca dei patrocini istituzionali un’altra, indirizzata però al presidente Mattarella, ne è stata lanciata su Change.org da Imma Cusmai dell’Associazione Steps.

Ieri, invece, Di. Re (Donne in rete contro la violenza) e il Coordinamento Iris dei centri antiviolenza e delle Case rifugio del Veneto, hanno indirizzato una lettera aperta a Luca Zaia per chiedere la revoca del patrocinio della Regione Veneto.

Infine dal 29 al 31 marzo, in concomitanza del Congresso Mondiale delle Famiglie presso il Palazzo della Gran Guardia, si terrà la tre giorni di Non una di meno dal titolo Verona città transfemminista. Il 30 pomeriggio è invece previsto invece il grande corteo di protesta, che dovrebbe partire da piazza Bra.

Ieri, però, Giorgio Pasetto, presidente di Area Liberal e coordinatore delle manifestazioni per i citarti partiti e associazioni espressioni del mondo radicale, liberal e democratico, ha denunciato il dietrofront della Questura di Verona sulle contromanifestazioni.

«In mattinata – così Pasetto - ho ricevuto una telefonata dalla questura di Verona che mi ha informato del divieto alle iniziative che  il nostro gruppo formato dai Radicali Italianii, +Europa, Centro Motore e Area Liberal, ha già organizzato per il weekend dal 29 al 31 Marzo in piazza Bra quando alla Gran Guardia sarà ospitato il Congresso mondiale per la famiglia. Da alcune settimane avevamo fatto le richieste previste dalla procedura e ottenuto il consenso da parte del Comune per un gazebo ad angolo tra Piazza Bra, Via Mazzini e Via Oberdan. Avevamo, inoltre, richiesto alla questura  il via libera ad una conferenza stampa e manifestazione con esponenti delle forze politiche rappresentate per il sabato 30 marzo dalle ore 11 alle 13. 

Sottolineo che ci stiamo muovendo per esprimere civilmente e in modo non violento e democratico il nostro no verso un Congresso espressione di un pensiero politico discriminatorio e oscurantista e che si impossesserà per 3 giorni della Gran Guardia, e quindi di piazza Bra, e quindi di Verona. Le nostre intenzioni ed iniziative sono  nel segno del rispetto della diversità di opinioni ma anche delle libertà individuali dei cittadini. Non capiamo ora come sia possibile impedire con una mera comunicazione telefonica iniziative a favore dei diritti civili.

Per questo motivo a nome dei Radicali Italiani,+Europa, Centro Motore e Area Liberal chiedo una spiegazione a questa forma di censura e soprattutto chiediamo una comunicazione scritta e non verbale con tanto di spiegazioni dei motivi per cui ci viene negato il diritto di manifestare».

Dopo il j’accuse la Questura di Verona ha tenuto a precisare che non sarebbe stato mai formulato alcun divieto ma che, al contrario, sarebbe in corso un lavoro di armonizzazione da parte della Digos per garantire a tutti il diritto di esprimersi liberamente e in sicurezza

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Sono cinque i candidati in testa ai sondaggi per le elezioni presidenziali in Slovacchia, che si terranno il 16 marzo: Zuzana Čaputová, Maroš Šefčovič, Štefan Harabin, Marian Kotleba, Béla Bugár. 

Ma secondo i sondaggi ad aggiudicarsi la vittoria, già al primo turno, con ben oltre il 50% delle preferenze sarebbe la 45enne Čaputová, avvocata ambientalista ed eccezionale oratrice, la cui fama è cresciuta progressivamente per aver sostenuto le proteste di piazza anti-governative a seguito dell’omicidio del giornalista investigativo Ján Kuciak e della sua fidanzata Martina Kušnírová il 21 febbraio 2018.

Quando fu assassinato, Kuciak stava conducendo un’inchiesta per il sito Aktuality su casi di corruzione e truffe intorno ai fondi strutturali dell’Unione Europea, arrivando a sostenere l’esistenza di rapporti tra la 'ndrangheta calabrese e alcuni componenti del Governo. La massicce reazioni popolari avrebbero portato di lì a poco, il 22 marzo, il primo ministro Robert Fico alle dimissioni. E proprio oggi, all’antivigilia del voto, è stato incriminato quale mandante dell’omicidio l’uomo d’affari Marián Kočner, già in prigione dallo scorso anno per frode e al centro dell’inchiesta di Kuciak.

Madre di due figli adolescenti e con un divorzio alle spalle, Čaputová, che è sostenuta dal presidente uscente Andrej Kiska, è una convinta europeista e vicepresidente del partito Progresívne Slovensko, attualmente fuori dal Parlamento di Bratislava. Al centro del suo programma, sintentizzato nello slogan Combattiamo il male insieme, la lotta alla corruzione e la revisione d’un sistema giudiziario che, a suo parere, è gravemente distorto e a beneficio di politici e loro sostenitori. In un Paese alle prese col populismo Čaputová si differenzia dagli altri candidati per la sua ferma opposizione alle spinte sovraniste e nazionaliste.

Componente di Environmental Law Alliance Worldwide, la pasionaria di Bratislava è stata l'artefice della battaglia legale contro la discarica illegale di Pezinok, cuore dell'omonimo distretto vinicolo della Slovacchia, e nel 2016 ha vinto il prestigioso Premio Goldman per l'Ambiente. In un Paese a maggioranza cattolica Čaputová, infine, è sostenitrice del riconoscimento legale dell’unione tra persone dello stesso sesso e dell’accesso all’adozione per le coppie di persone omosessuali.

Per le particolari doti oratorie ha letteralmente incantato il pubblico nei dibattiti televisivi, superando ampiamente nei gradimenti il principale concorrente Maroš Šefčovič, che ha puntato la propria campagna principalmente sulla tutela della famiglia tradizionale. A nuocere non poco all’ex comunista 52enne, sposato e padre di tre figli, l'aperto sostegno da parte del partito al potere Smer-Sd, benché egli corra come indipendente. Vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per l’unione energetica dal 2014, Šefčovič è pro-Ue ma rifiuta di essere visto come "gentiluomo di Bruxelles".

Ampiamente indietro nei sondaggi, invece, i due candidati antisistema Harabin e Kotleba, rispettivamente al terzo e al quarto posto.

Presidente della Corte Suprema dal 1998 al 2003 e dal 2009 al 2014, il 61enne Štefan Harabin è stato ministro della Giustizia durante il Governo Fico I dal 2006 al 2009, quando fu travolto dallo scandalo per la pubblicazione di una conversazione telefonica con un boss della mafia nel 1994. Nel 2006 arrivò a licenziare in due giorni sette presidenti di tribunali regionali senza giustificazioni. Euroscettico e convinto sostenitore della revoca delle sanzioni europee contro Mosca, è stato ampiamente criticato per aver pubblicato sul proprio profilo Fb notizie false sui migranti. Candidato di Ľs-Hzds, è come Šefčovič paladino della tutela della famiglia tradizionale

Medesima posizione congiunta a marcata omofobia quella del 41enne Marian Kotleba, leader del partito d’estrema destra Lsns (che nel 2016 ha ottenuto i primi seggi in Parlamento) e presidente della regione di Banská Bystrica fino al 2017. Noto per aver sfilato coi sodali di partito in uniforme neo-nazista, Kotleba è stato indagato per incitamento all’odio. Oltre alle violente campagne contro i rom e contro l’accoglienza dei migranti, visti quale minaccia ai valori cristiani della Slovacchia e fonte d'imbastardimento della cultura locale, Kotleba è un nostalgico del regime di Jozef Tiso.

L’unico candidato della minoranza ungherese (8,5% della popolazione slovacca) è Béla Bugár, leader del partito Most-Híd, facente parte dell’attuale coalizione di governo. 

Parlamentare da 27 anni e amante del giardinaggio, il 60enne Bugár, soprannominato il "George Clooney della politica slovacca", è europeista e a favore della Nato. In materia di diritti civili è contrario alle unioni civili tra persone dello stesso sesso (anche se nel 2014 fu tra i 18 parlamentari che votarono contro l'emendamento costituzionale per il divieto del matrimonio egualitario) e all'adozione di bambini da parte di coppie di persone dello stesso sesso. È noto inoltre per le sue battaglie contro la legalizzazione dell’eutanasia mentre circa l'aborto ritiene che si tratti di materia esulante dalle competenze del legislatore.

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Stuprata dal padre e maltrattata per anni. Punita per un'unica colpa: quella di essere lesbica. Ieri Francesca, oggi 23enne, è stata ammessa parte civile dal gup di Termini Imerese, Michele Guarnotta, nel processo a carico dei genitori orchi. 

La sostituta procuratrice Annadomenica Gallucci ha chiesto il rinvio a giudizio del padre e della madre. I due sono accusati di maltrattamenti in famiglia e atti persecutori, mentre solo il padre di violenza sessuale aggravata. La decisione del gup è fissata al 9 maggio

La giovane, che vive in un paese del Palermitano, è difesa dall'avvocato Giuseppe Bruno. «Francesca - ha dichiarato il legale - ha manifestato grande coraggio nel denunciare anni di abusi. Dopo le violenze subite dal padre da quando aveva 7 anni, a 12 scopre di essere lesbica e a quel punto il padre la punisce per la sua scelta con ulteriori violenze, di cui la madre era al corrente». 

L'inchiesta cominciò nel 2016 quando Francesca denunciò i genitori di gravi maltrattamenti e il padre di aver abusato sessualmente di lei prima all'età di 7 anni e poi all'età di 12, quando ne scoprì l'omosessualità. «Meglio morta che lesbica», le avrebbe all’epoca urlato la madre dopo averla rinchiusa nella sua camera uscendo. 

Accanto alla 23enne si è schierato il direttivo del Palermo Pride, che in un comunicato ha dichiarato: «Apprendere dell'abominevole vicenda della giovane palermitana è stato un brusco risveglio. Riteniamo questa storia, che pare un terribile rigurgito del passato ma che invece accade oggi, un chiaro sintomo del polso del Paese, un Paese che persevera nel negare diritti e accoglienza e che permette abusi, violenze e discriminazioni, perfino tra le mura domestiche, nella totale assenza di politiche di tutela.

La storia di coraggio di “Francesca” è una storia dell'orrore con un epilogo positivo ma deve imporre una riflessione ai vertici del Governo e ai cittadini di tutta Italia: la strada per il riconoscimento della felicità di ognuno è ancora lunga ed è necessario schierarsi. Chi ritiene che gli eventi, gli incontri e i cortei del Pride non servano prenda immediatamente coscienza del tempo in cui viviamo. Chi ascolta, vede o percepisce comportamenti discriminatori denunci e chi assiste a casi di violenza si ribelli e tenda la mano a difesa di chi è in difficoltà e in pericolo.

Le porte del Palermo Pride sono e restano aperte, oggi più che mai».

Oggi anche Arcigay Palermo è intervenuto denunciando «l'ennesima storia di violenza e abusi familiari, aggravati dal coming out della figlia e da un contesto patologicamente disfunzionale in cui l'omosessualità è un affronto da "riparare" a qualsiasi costo. 

Una vicenda che per fortuna si è conclusa meglio di molte altre, con la ragazza in salvo e i genitori a processo, ma che diventa emblematica oggi 8 marzo, in cui celebriamo la lotta contro la violenza di genere. Al fianco di Francesca, al fianco di chi subisce e di chi lotta».

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La tematica della Schiavitù sarà al centro dell’appuntamento romano di Strane Coppie, la rassegna culturale itinerante ideata e condotta dalla scrittrice Antonella Cilento che, giunto al terzo incontro di quest'edizione, avrà luogo oggi pomeriggio, alle 18:00, nella splendida cornice di Palazzo Altieri.

Per l’occasione si racconteranno i romanzi Jane Eyre di Charlotte Brontë, Il grande mare dei Sargassi di Jean Rhys e Il colore viola di Alice Walker. Ospiti dell’evento ad ingresso gratuito, This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it., saranno lo scrittore e sceneggiatore Francesco Costa e la scrittrice e saggista Valeria Viganò, mentre le letture saranno affidate all’attrice Margherita Di Rauso. Immagini e musica a cura di Marco Alfano. 

Di schiavitù e discriminazioni, in terre e epoche passate, si parlerà ripercorrendo le storie raccontate da grandi scrittrici che ancora possono illuminare il presente e la cultura contemporanea. Tra i personaggi del capolavoro di Charlotte Brontë, Jane Eyre (1847), un classico della letteratura e anche del cinema, di rado si nota quello in apparenza secondario di Bertha Antoinetta Mason, prima moglie folle e segregata di Rochester. Pochi considerano che Bertha viene dalla Jamaica e che rappresenta il lato oscuro della politica colonialista e schiavista inglese e un oggetto di censura sociale e umana da parte di Rochester. 

Ci ha pensato nel 1966 Jean Rhys, scrittrice britannica di origine caraibiche, che con Il grande mare dei Sargassi compone un vero e proprio prequel a Jane Eyre, occupandosi appunto della vicenda di Antoinette Cosway, di fatto la Bertha narrata da Charlotte, in chiave postcoloniale e femminista.

Il terzo romanzo, Il colore viola di Alice Walker (1982), anch’esso divenuto un grande film girato da Spielberg, sposta il tema negli Stati Uniti dove schiavitù non è solo oppressione di bianchi su neri, ma anche di uomini neri su donne nere.

La violenza di genere e l’omosessualità femminile sono centrali nel romanzo dI Walker, la cui protagonista, Celie, vive una relazione con Shug, donna anticonformista: ed è proprio questo amore a offrirle un’importante svolta esistenziale, liberandola dalla sottomissione e da legami fasulli, che può così sostituire con sentimenti veri.

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Il volantino Chi tocca la dignità della donna?, preparato dalla Lega di Crotone in occasione dell’8 marzo, ha suscitato una tale ondata di reazioni (tra cui quello delle tre ministre pentastellate Elisabetta Trenta, Giulia Grillo e Barbara Lezzi) da indurre lo stesso Matteo Salvini a prenderne pubblicamente le distanze. «Non ne sapevo niente – così ieri il segretario federale del Carroccio - e non ne condivido alcuni contenuti. Lavoro per la piena parità di diritti e doveri per uomini e donne, per mamme e papà».

Ma Giancarlo Cerrelli, segretario provinciale di Crotone che del contestato esacalogo è autore formale, non accenna a fare marcia indietro. Anzi, ha rincarato la dose in un’intervista a Radio Capital, nel corso della quale ha dichiarato: «Per me il ruolo della donna è fondamentalmente quello di madre. Questo non vuol dire che non deve lavorare. Sicuramente un certo femminismo ha sminuito questa funzione sociale importantissima e fondamentale di essere madre e di essere moglie». 

In riferimento poi alla strumentalizzazione ideologica, di cui, secondo il volantino, le donne sarebbero oggetto insieme con migranti e gay, Cerrelli ha affemato: «C'è una differenza tra l'omosessuale e il gay. L'omosessuale è colui che vive in modo sereno e intimamente la propria omosessualità. Il gay è un agente politico, che vuole rivoluzionare l'ordinamento e dunque l'antropologia della società.

I gay, le donne e i migranti sono usati, tutte queste tre categorie, dalla sinistra rivoluzionaria. Sono il nervo scoperto della rivoluzione, sono il motore delle battaglie della sinistra rivoluzionaria. Se si toccano queste tre categorie, è l’inferno».

Ha anche ribadito di non gradire il termine 'femmicidio' e d'essere obiettore di coscienza in materia di divorzio.

Nella serata d’ieri l’avvocato canonista nonché dirigente nazionale di Alleanza Cattolica ha diffuso un comunicato, in cui si legge: «Il volantino della Lega di Crotone per la festa della donna è un inno al ruolo centrale della donna nella società. Un'autodeterminazione senza limiti della donna sostenuta da un femminismo antagonista contro l'uomo ha favorito un disequilibrio nella società, che ha avuto un riverbero negativo in tutti gli ambiti a cominciare da quello familiare che è stato decostruito scientificamente nelle sue basi.

L'autodeterminazione senza limiti che, come Lega Crotone disapproviamo, è quella che propizia la vergognosa pratica dell'utero in affitto, pratica vietata un mese fa anche dalla Cassazione (affermazione falsa perché la sentenza della Cassazione a Sezione Unite su tale materia non è stata ancora emessa, ndr) anche se gratuita, sancendo l'indisponibilità del proprio corpo. Una certa sinistra tende a propiziare dal '68 una lotta tra i sessi, che vede la donna contrastare in modo rancoroso l'uomo.

La Lega di Crotone, al contrario, esprime la necessità di un'alleanza tra l'uomo e la donna per porre le basi a favore di una società a misura d'uomo. La sinistra è propensa ad accettare che la donna sia trattata da "incubatrice" per favorire l'egoismo di alcuni, così come intende eliminare i termini "papà" e "mamma" cari alla nostra civiltà e alla nostra antropologia per sostituirli subdolamente con i termini "genitore 1" e "genitore 2".

La Lega di Crotone è evidentemente contraria alla violenza perpetrata da chiunque commessa e ritiene che i cosiddetti "femminicidi" come anche i cosiddetti "maschicidi", che sono evidentemente da condannare, sono la conseguenza di rapporti familiari sempre più labili e basati sulle emozioni».

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Nella capitale un ennesimo caso di discriminazione a danno d’una coppia gay. Come denunciato dal 39enne Giovanni Marino, lui e il suo compagno, la sera del 23 febbraio, erano in lista per l’apericena presso il noto locale Vinile in via Giuseppe Libetta.

«Eravamo in fila come gli altri e avevamo un abbigliamento normale - racconta Giovanni - Ci tenevamo mano nella mano come facciamo spesso. Poi i buttafuori del locale ci hanno negato l'ingresso».

In base alla ricostruzione del 39enne, la security ha inizialmente addotto come motivazione la necessità d'essere in coppia quale requisito indispensabile per accedere. Quando Giovanni ha fatto notare che lui era accompagnato dal proprio partner, sono stati invitati a parlare con il responsabile dei buttafuori. A questo punto è arrivata la frase che li ha lasciati sconcertati: «Per coppia si intende quella tradizionale».

Grillini: " Necessario un percorso di formazione per il personale"

Ferma condanna per quanto successo è stato espressa da Franco Grillini, presidente di Gaynet e direttore di Gaynews, che ha dichiarato: «Quanto successo al Vinile, sulla base della denuncia della coppia stessa, è molto grave. Non è la prima volta che si verificano casi di palese discriminazione presso esercizi commerciali o club della capitale. Qualora dovessero risultare vere le accuse nei riguardi del responsabile dei buttafuori, è necessario che lo stesso ne risponda in prima persona su tutti i piani al pari dei titolari del locale.

Questo ennesimo episodio di omofobia rilancia con forza la necessità di arrivare in tempi brevi alla discussione della legge antiomofobia in Parlamento. Ma anche le regioni, compresa la Regione Lazio, possono dare un forte contributo varando norme contro le discriminazioni a partire dalle competenze delle stesse.

Auspichiamo, inoltre, che gli eventuali responsabili si scusino per quanto avvenuto e siano coinvolti in un percorso di formazione per il personale del Vinile, affinché lo stesso sia sensibilizzato alle tematiche della diversità in modo che più nessuno debba subire episodi di questa gravità».

Bonafoni: "Urge approvare la legge regionale contro le discriminazioni"

Viva riprovazione per l’accaduto e richiamo alle necessità d’una legge regionale contro le discriminazioni sono state espresse anche da Marta Bonafoni, capogruppo della Lista Civica Zingaretti al Consiglio regionale del Lazio, che ha dichiarato a Gaynews: «L’episodio accaduto sabato sera al locale Vinile, dove una coppia di giovani omosessuali è stata respinta all’ingresso, è certamente da condannare.

Non è la prima volta che nella nostra città si verificano discriminazioni nei confronti di ragazze e ragazzi gay, a testimonianza di un clima di intolleranza che va combattuto e stigmatizzato.

La proposta di legge contro l’omofobia che ho presentato quasi un anno fa ha alla base proprio la formazione, l’informazione, la sensibilizzazione sulle diverse forme di orientamento sessuale e identità di genere in ogni ambito della vita quotidiana, a partire dalla scuola fino al mondo del lavoro, perché solo attraverso la conoscenza e la cultura saremo in grado di costruire una società basata sul rispetto reciproco.

Mi auguro, quindi, che quel testo con le integrazioni che possono derivare dalle altre proposte di legge depositate al più presto possa cominciare il suo iter legislativo in Consiglio Regionale e arrivare a una rapida approvazione».

Il tweet di condanna della sindaca di Roma

Condanna è stata espressa, nel primo pomeriggio, anche dalla sindaca Virginia Raggi, che in un tweet ha scritto: «Inaccettabile che nel 2019 si facciano ancora discriminazioni sessuali. Ferma condanna verso quanto accaduto in un locale di via Libetta a Roma».

Il j'accuse di Futura Lgbtqi

Sulla vicenda è intervenuta anche Futura Lgbtqi, la sezione arcobaleno del movimento politico fondato da Marco Furfaro.

Il responsabile Milo Serraglia ha dichiarato a Gaynews: «Quanto successo a Roma in un locale a via Libetta, dove una coppia gay è stata respinta all’ingresso “perché qui entrano solo coppie etero”, è un episodio di omofobia che deve farci riflettere su quanto sia necessario che le aziende italiane pubbliche e private si adeguino a standard ormai applicati in tutto il mondo su Diversity & Inclusion.

Se anche il gestore di serate Lgbtqi friendly si ritrova in casa personale non formato la risposta non può essere solo quella di chiudere i locali e comminare multe. Si pensi invece a pene alternative, che le sanzioni pecuniarie diventino obbligo per le aziende di formazione per prevenire episodi di intolleranza sul lungo periodo».

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Venerdì 15 febbraio è morta, all’età di 46 anni, la scrittrice americana Ellis Avery, celebre per aver più volte raccontato, nei suoi romanzi, l’omosessualità al femminile. A dare l’annuncio della prematura scomparsa, a seguito di un leiomiosarcoma, è stata l’associazione letteraria Lgbt The Lambda Literary Foundation.

Autrice di due romanzi, un memoir e un libro di poesie, Ellis aveva vinto per ben due volte lo Stonewall Book Award, prestigioso riconoscimento che, inaugurato nel 1971, annualmente premia le eccellenze della narrativa "arcobaleno".

Due suoi testi, The Teahouse Fire (2006) e The Last Nude (2012), hanno ottenuto il Lambda, Ohioana e Golden Crown Award e sono stati tradotti in sei lingue. Avery aveva insegnato scrittura creativa alla Columbia University di New York.

The Last Nude è stato tradotto e pubblicato in Italia con il titolo L’ultimo nudo dalla casa editrice Neri Pozza.

Ambientato nella Parigi degli anni '20 del secolo scorso, il libro narra di una giovane americana, Rafaela Fano, che sale in macchina con una sconosciuta, la quale le propone di posare nuda per lei. Si tratta della pittrice Tamara de Lempicka. Le due diventano presto amanti e Rafaela sarà la musa ispiratrice delle opere più iconiche dell'artista.

Coinvolgente e provocatorio, L'ultimo nudo è una storia sul genio e la sua arte, ma anche sulla passione, il desiderio, le ossessioni di una delle artiste più controverse del Novecento.

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Sgozzate quella cagna comunista e parassita.

In quelle parole scritte si concentrano i più classici degli stereotipi maschilisti e razzisti: la donna presentata come donnaccia (letteralmente cagna, ndr), la punizione violenta da parte dell’altro, identificabile in chi, nell'immaginario comune, proviene da Paesi, dove lo sgozzamento è subito associato al terrorismo islamici.

Un messaggio di morte che lo scorso lunedì è stato indirizzato alla consigliera dem del Comune di Milano Diana De Marchi - che presiede la Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili -, ospite di una locale trasmissione televisiva di Milano. Episodio che De Marchi ha denunciato pubblicamente in un post sul suo profilo Facebook e alle autorità.

A sette giorni esatti da quell’episodio l’assessora Diana De Marchi parla a mente più serena e lucida di quello che le è successo, di violenza contro donne, di discorso di odio e di differenze come valore.

Un lunedì come oggi, proprio sette giorni fa, è stata vittima di minacce di morte. A distanza di tempo, come rivede e giudica quell’episodio?

Quelle parole mi hanno subito sconvolta, ma devo dire che dopo, riflettendoci sopra, ho trovato quei termini interessanti, con rimandi spaventosi ai quali, a dire il vero, subito non avevo pensato a fondo. Quelle parole sono scelte ben precise, così come la definizione di “cagna” per dire donnaccia. Insomma, è stato messo dentro di tutto, dalla religione alla violenza sulle donne. Ecco, credo che dobbiamo ribellarci fortemente a questo. Se ci riflettiamo, anche nel contrasto del dibattito politico noi donne finiamo sempre con l’essere isolate perché tentano di metterci in una condizione di debolezza, dicendo cose gravissime a livello personale, intimo. Diventa un modo per evitare che una donna possa reagire, una forma di maschilismo spaventoso.

Se fosse identificata, non so cosa direi a quella persona, che immagino sia un uomo. Ritengo però che farò, come mi è stato suggerito, un’azione condivisa, costituendomi parte civile assieme ad associazioni donne e di uomini che lavorano per i diritti. Non cerco vendetta, mi metterei al suo stesso livello. 

Una cosa la voglio dire: al di là della solidarietà importante che mi ha espresso il mio partito, e una parte del centro destra, la cosa che mi ha più meravigliato e mi ha fatto piacere è stato ricevere attestati di solidarietà da associazioni come Agedo, Anpi, Non una di meno, Se non ora quando, la Rete delle Reti, realtà con le quali il Pd non ha dei veri contatti. Ma soprattutto dalle persone comuni. Ho trovato che per fortuna c’è una società civile che reagisce e che non apprezza un certo modo di stare e di rapportarsi con gli altri, ed è contraria a una deriva culturalmente orribile che sta dilagando nel quotidiano di parlarsi usando parole aggressive e violente. Occorre responsabilizzare di più le persone, a tutti i livelli, Non è la prima volta che sono stata attaccata in quel modo, ma è la prima volta che ho apertamente raccontato com’è andata, perché credo che la condivisione sia ciò di cui abbiamo bisogno. 

Eppure, nonostante gli attestati di solidarietà, nei vari commenti dei social la violenza verbale ha raggiunto livelli altissimi. 

Non credo si possa parlare di sovraesposizione. Mi rendo conto che ormai un po’ tutti quanti noi ci lasciamo trascinare, non dico dall’odio, ma dall’aggressività, ad esempio quando veniamo attaccati o provocati. È un modo di rispondere che forse prende tutti. 

Sul come fare a contrastare queste forme di violenza, anche se ripeto c’è una società civile diversa che si contrappone a tutto questo, non lo so ma è qualcosa che voglio capire per prima io stessa. Nelle scuole, dove lavoro, c’è una mobilitazione e c’è una risposta nei ragazzi i quali spesso usano questo linguaggio non per dire davvero quelle cose ma perché sono istintivi o più semplicemente perché si è abituati a sentire alcune espressioni.

Per quanto riguarda i social, non vedere una persona concreta di fianco fa pensare di essere autorizzati a dire cose che altrimenti non si direbbero di presenza. Per questo occorre intervenire facendo capire che anche nei social si parla sempre con una persona e di conseguenza si è responsabili delle proprie parole.  

Rimanendo ancora nei social, tra i commenti più ricorrenti contro la “vecchia politica” c’è l’immancabile “e allora il Pd”?. Ma non sarà che, negli ultimi anni, il Pd e la sinistra si sono scollegati dalla realtà lasciando di fatto un vuoto?

Non nego che il Pd abbia fatto errori enormi che si sono visti coi risultati delle elezioni, tuttavia credo che questo chiudersi in se stesso non sia stato una scelta di slegarsi dalla realtà, ma che ci sia veramente persi, anche in una battaglia di impegno e di convinzione di essere sulla strada giusta, però senza ascoltare chi dava una opinione diversa. Il risultato è stato diventare troppo distanti, indipendentemente dall’obiettivo giusto e guidati dall’idea del “ci siamo noi che ci stiamo lavorando, poi capirete”. 

Tuttavia, secondo me, l’elemento delle relazioni avvicina tutte quelle persone che sono contrarie al clima che si è creato e che, indipendentemente dall’orientamento politico anche di chi ha fatto una scelta di protesta e oggi si pente, insieme vogliono cambiare questo modo aggressivo di stare insieme. Le donne, poi, in questi discorsi di odio sono sempre le prime vittime perché la differenza viene fatta diventare diseguaglianza, mentre invece dobbiamo riportarla come ricchezza. Un lavoro che proprio a partire dalle donne diventa preziosissimo e che vale per tutte le differenze. 

In tema di differenza, donne e rifiuto dell’aggressività e dell’odio, lei si è schierata apertamente per la trascrizione in anagrafe dei bambini figli di due papà. Questo, mentre da una parte il sindaco Sala ancora temporeggia in attesa di una sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite e, dall’altra, qualche associazione Lgbti e alcune femministe si sono dette fortemente contrarie, fino a osteggiarla. A che punto è la trascrizione e cosa pensa di queste critiche così aspre? 

Come Consiglio comunale abbiamo deciso, a maggioranza, di portare avanti queste trascrizioni, di muoverci per quelle che hanno fatto richiesta e di lavorare perché siano recepite senza barriere e ostacoli, anche per dare il segnale che non siano le sentenze a darci le indicazioni. Purtroppo, al momento, siamo bloccati con il Piano di Governo del Territorio che sta richiedendo più tempo del previsto e poi deve esserci un passaggio in Aula. 

Parliamo di un tema molto dibattuto e non mi riferisco tanto a quello della trascrizione, quanto proprio a quello della gestazione per altri, un tema che non è mai stato affrontato in modo approfondito anche all’interno dello stesso Pd e sul quale quindi siamo impreparati.

Personalmente non mi aspettavo che ci fossero anche all’interno del partito tante difficoltà, ma mi sono resa conto che manca la conoscenza e quindi, proprio perché non si hanno gli strumenti, alcuni slogan si acquisiscono con più facilità. Non credo si tratti di contrarietà, quanto piuttosto di non conoscenza di cosa si parla davvero. Per fortuna il nostro partito, secondo me, ha al suo interno posizioni diverse che fanno comprendere le visioni e i bisogni di più parti. Però è chiaro che alla fine occorre prendere delle decisioni e scegliere, ma non vogliamo restare ostaggio della non conoscenza. Io ho preso l’impegno di lavorare proprio su questo tema.

Per quanto riguarda, invece, gli attacchi, Marina Terragni ha fatto proprio su di me anche un blog che ha portato ovunque. Ma credo che anche quello non sia un modo di confrontarsi. Non si può dire “se accetti le trascrizioni allora sostieni lo sfruttamento del corpo delle donne”, perché le due cose non vanno assolutamente in automatico. Oltretutto è una cosa gravissima, anche nella dichiarazione, perché rivela una incapacità di conoscere le situazioni e di capirle e una non volontà di confrontarsi. Insisto invece che su questo bisogna lavorare. 

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