LaLa McCallan: «Con Figlio perduto torno ad abbattere preconcetti e sfidare le classificazioni. Per me conta solo il bello» (VIDEO)

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Il 21 Febbraio è stato pubblicato su YouTube il video musicale di Figlio Perduto che, interpretato dalla cantante en travesti LaLa McCallan, è stato girato nella fiabesca cornice della Rocchetta Mattei in Grizzana Morandi (Bo). Il brano è una rivisitazione dell’Allegretto dal secondo movimento dalla 7a in La maggiore di Beethoven, Op. 92.

All’originario riarrangiamento di Michael Soltau per la soprano britannica Sarah Brighman viene oggi ad aggiungersi quello del bolognese Michele Turchi per la voce unica di LaLa McCallan. 

Come noto, il personaggio è stato creato da Daniele Pacini che, in tale veste, è stato finalista del programma Italia’s Got Talent, ospite di Das Supertalent in Germania, e recentemente co-protagonista del tour dello spettacolo Cirque Stiletto 3 nei Paesi Bassi.

Oggi torna nuovamente a parlarne a Gaynews.

Daniele Pacini e LaLa McCallan. Chi rapporto c’è tra i due a quasi 10 anni dal debutto?

Beh, prima di tutto è ed è sempre stato un rapporto a tre, [ride]. Nel senso che LaLa è l'espressione non solo mia, ma anche quella di Stuart Lindsay, che oltre a dividere il palco con lei negli spettacoli dal vivo, è anche il suo co-autore, coreografo e designer. Dico sempre che LaLa è la parte migliore di noi. Essendo un personaggio che esiste solo in scena possiamo arricchirla di tutte le nostre migliori qualità senza appesantirla con i nostri difetti. Lei è sempre elegantissima, sagace, autoironica e brillante. Noi siamo un bel po' più tranquilli...

Il tuo nuovo video ripropone Figlio perduto, tratto dall’album di Sara Brightman La Luna e ispirato a Beethoven. Perché questa scelta?

Figlio perduto è da sempre uno dei miei brani preferiti e, per coincidenza, la sua tessitura vocale mi calza a pennello. Così il musicista bolognese Michele Turchi ha potuto arrangiare la sua versione per noi senza bisogno di alterare la tonalità dell'originale. Sarah Brightman è una mia grande ispirazione con i suoi arrangiamenti che fondono pop, opera e musical. I puristi di ognuno di questi generi la criticano e, se è vero che il purismo ha un suo ruolo e un suo valore, credo che ci sia tutto lo spazio anche per l'arte che nasce invece proprio dalla contaminazione e dalla reinterpretazione dei generi. 

Con LaLa facciamo esattamente questo. LaLa stessa è nata per abbattere preconcetti e sfidare le classificazioni. Classico o moderno, pop o lirico, maschile e femminile... per LaLa conta solo ciò che è bello e autenticamente sentito. Per questo il nostro nuovo spettacolo è tutto sulla storia e sul repertorio di Mina: a suo modo anche lei affronta il suo repertorio proprio con questa filosofia.

Come mai hai deciso di puntare sulla Rocchetta Mattei per le riprese? Ha influito anche il fatto che sia la stessa location scelta da Lucarelli per Muse inquietanti?

Girare alla Rocchetta Mattei è un sogno che avevamo da anni. Da prima che fosse ristrutturata e riaperta al pubblico grazie alla Fondazione Carisbo. Il bellissimo stile eclettico e misterioso dei suoi locali, come la storia stessa del Conte Mattei, ne facevano lo scenario ideale per Figlio perduto. Siamo ancora grati al Comune di Grizzana per l'opportunità incredibile di girare in questa meraviglia, e pero che il video ispiri sempre più persone a visitarla. 

Il programma di Lucarelli è bellissimo ma sia noi che il nostro fantastico regista Fabio Fiandrini ci eravamo innamorati della Rocchetta già da molto prima.

Figlio perduto è la continuazione ideale del vostro progetto sull'Eredità di Farinelli. Qual è il legame tra questo progetto e la figura del grande cantante castrato?

La mia personale lettura della figura di Farinelli si rifà proprio a quello a cui accennavo prima: grazie al suo talento straordinario Farinelli riusciva a trascendere i limiti imposti dagli stereotipi dell'epoca. La sua voce, che non era nè propriamente maschile nè femminile, ma che si muoveva con massima agilità su entrambe le estensioni, creava un effetto spiazzante sul pubblico al punto da suscitare in alcuni effetti simili alla sindrome di Stendhal. 

Molti studi tendono a focalizzarsi su una percepita malinconia della sua figura legata alla menomazione fisica, tralasciando il fatto che questo cantante era la più grande stella del suo tempo, e che fosse ben consapevole di esserlo. A noi interessa e affascina la sua capacità di affascinare oltre i generi, tramite l'eclettismo della sua arte.

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