Sabato 4 maggio, alle 16:00, si uniranno civilmente nell’elegante aula consiliare di Palazzo Mezzabarba, sede del Comune di Pavia, Davide Podavini e Giuseppe Polizzi. Al rito saranno presenti familiari e amici ma anche esponenti del movimento Lgbti italiano, tra cui l'ex parlamentare nonché direttore di Gaynews Franco Grillini e lo storico Giovanni Dall'Orto. Davide e Giuseppe hanno, infatti, anni alle spalle d’attivismo in Arcigay. A esso s’è congiunto l’impegno universitario e, per Giuseppe, quello politico in qualità di consigliere comunale e portavoce M5s presso il Comune di Pavia.

Per saperne di più li abbiamo raggiunti telefonicamente.

Davide e Giuseppe, si avvicina il gran giorno: come state vivendo la preparazione?

D. In modo allegro, caotico. Per fortuna abbiamo amiche e amici meravigliosi che pensano a tutto. Mi hanno pure regalato un viaggio a Ibiza. Sono appena tornato: mare, vento, pinete libertarie, vino. Direi che sono pronto.

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G. Nella confusione più totale. Che è la costante della nostra vita. Ogni giorno ci ricordiamo una cosa che ci siamo dimenticati e la rimandiamo al giorno dopo (c’è tempo). Ma tanti amici ci stanno aiutando. A occhi aperti cerchiamo di immaginarci “che succederà”.

Un tale atto arriva dopo un percorso di vita insieme: come si è strutturato nel tempo il vostro rapporto e perché avete deciso di formalizzarlo? 

D. Avevo capito che Giuseppe sarebbe stato il compagno della mia vita ben prima che decidessimo di unirci anche “formalmente”. Lui è allo stesso tempo la mia casa e la mia libertà, lui è una scelta ma è anche un destino. La nostra storia è stata un incessante cambio di stagione, fin dall'inizio. Abbiamo vissuto anche lunghi periodi di lontananza geografica, che hanno negato, ridiscusso, ridefinito quella quotidianità che avevamo costruito in altri momenti. Abbiamo vissuto tanti modi diversi di stare insieme, sperimentando, cercando di conoscerci attraverso la libertà. Abbiamo discusso tanto, ci siamo scontrati intimamente e politicamente. 

Ciò che abbiamo di più bello, lo abbiamo costruito insieme.

Abbiamo deciso di sposarci per celebrarci un po', per riunire gli amici spersi e fare festa, per darci un punto e continuare la pagina.

E anche perché abbiamo combattuto per i nostri diritti, e adesso ce li prendiamo, e poi perché l'unione civile è un atto pubblico, è uno dei modi che abbiamo per dire forte e chiaro che l'amore omosessuale è un amore felice, non una distorsione, non un errore.

 

G. Libertà, avere voglia di cambiare, accettare e poi rispettare lo spazio dell’altro. Se mi soffermo, dopo quasi quattordici anni di vita insieme, queste le prime cose che mi vengono in mente.

Alla luce dell’esperienza attivistica qual è il vostro giudizio sulla legge Cirinnà a tre anni, oramai, dalla sua promulgazione? 

D. Mi sono sempre sentito a mio agio nella parte più libertaria del movimento Lgbt, ma ho creduto profondamente nella battaglia per il matrimonio egualitario. Principalmente per due ragioni: perché in ballo c'era l'eguaglianza, e non è una cosa da poco; e perché ero sicuro che la gioia di una comunità che si vede riconosciuta nei propri diritti, dopo secoli di persecuzione feroce, avrebbe spinto molto avanti la battaglia contro l'omofobia. La legge “Cirinnà” è stata importantissima perché ci garantisce diritti veri che prima non avevamo, ma l'eguaglianza non è stata raggiunta, restiamo in buona compagnia nella società dei diseguali.

 

G. Quando mi sono messo con Davide “unirci” non era fra le cose immaginabili. Poi “l’inimmaginabile” si è fatto “immaginabile” e infine “reale”. Le legge sulle unioni civili è merito della comunità LGBT* che negli ultimi quattro decenni si è mobilitata per i propri diritti. Ringrazio chi ci ha messo la faccia in tempi difficili, chi col proprio impegno ci ha regalato il futuro che oggi viviamo. Siamo al punto di “partenza”: non ci dobbiamo fermare finché le “unioni civili” non si chiameranno “matrimonio”. Il resto viene da sè.

Giuseppe, una domanda specifica per te: è nota la tua militanza all’interno del M5s, che è spesso sotto attacco da parte di componenti del movimento Lgbti per l’alleanza con la Lega, le cui posizioni in tema di persone Lgbti e minoranze sono ampiamente note. Come rispondi a tali critiche e ne hai tu stesso da muovere al M5s?

Quest’anno ho concluso il mandato da consigliere comunale, che mi ha consentito di realizzare una serie di politiche a favore della comunità Lgbt* (registro unioni civili, trascrizione matrimonio celebrato all’estero, contrasto bullismo omotransfobico); alcune di queste si stanno diffondendo in tutta Italia, come ad esempio le norme antidiscriminatorie per impedire eventi omotransfobici negli spazi urbani (adottate, fra l’altro, a Torino dalla sindaca Appendino, anche grazie all’impegno dell’assessore Marco Giusta). Per diversi anni, insieme a decine di altre persone, ho cercato di radicare le battaglie LGBT* dentro il M5s. Ho perso tanto e vinto poco. Quel poco ha però migliorato il benessere della comunità: “piccoli passi”, per cui rivendico il percorso compiuto all’interno delle Istituzioni. Per farne altri serve ora, e servirà di più in futuro, la mobilitazione di piazza, e io fra le Istituzioni e le piazza, fra il Palazzo e la comunità, ho scelto per ora di stare in piazza con la mia comunità.

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Infine, nel progetto futuro di Giuseppe e Davide rientra anche quello della genitorialità?

D. No!

G. In caso, per adozione. 

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Dopo il caso delle due mamme di Fidenza la procura di Parma torna a opporsi al riconoscimento della bigenitorialità per coppie di persone dello stesso sesso.

Questa volta il procuratore capo Alfonso D'Avino e il sostituto procuratore Umberto Ausiello hanno presentato ricorso nei confronti di quattro atti di riconoscimento di bambini, compiuti, il 21 dicembre, da donne unite civilmente o conviventi con le madri naturali. I riconoscimenti erano stati fatti dinanzi al sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, in qualità di ufficiale dello Stato civile. 

A darne notizia, anche questa volta, D'Avino in un comunicato che per uno dei casi parmensi ha espressamente richiamato la somiglianza con quello relativo al Comune di Fidenza, pur rilevando che l'ufficiale di Stato civile aveva rifiutato di ricevere l'atto di riconoscimento. Cosa che aveva portato le due donne fidentine a presentare ricorso al Tribunale e a spingere la Procura a intervenire, chiedendo il rigetto del ricorso.

Anche la vicenda di Parma si inserisce, secono la Procura, «nel solco del delicato problema della possibilità che un bambino, riconosciuto alla nascita soltanto dalla madre, venga poi riconosciuto come proprio figlio anche dalla donna, convivente o unita civilmente con la madre naturale». Possibilità «che, nell'ordinamento italiano, ad oggi - viene osservato - nessuna norma consente o prevede».

Nonostante lo sbarramento normativo i sindaci di alcuni Comuni hanno ritenuto di poter ricevere le dichiarazioni di riconoscimento successivo, mentre in altri casi, quando la richiesta non è stata accolta dal Comune, alcuni Tribunali hanno ordinato all'ufficiale di Stato civile di ricevere gli atti di riconoscimento. «La Procura di Parma, invece, rifacendosi ai principi della separazione dei poteri e del rispetto della legge - si legge ancora nel comunicato di D'Avino - ha sostenuto l'illegittimità degli atti di riconoscimento in questione».

Nel ricorso la Procura ha infatti evidenziato che, secondo le norme del Codice civile e dell'ordinamento dello Stato civile, «l'atto di riconoscimento successivo è previsto solo per il figlio nato fuori dal matrimonio e può essere effettuato esclusivamente dalla madre e dal padre che non lo abbiano riconosciuto al momento della nascita». Pertanto, visto che nei quattro casi in questione il riconoscimento originario del bambino era stato effettuato solo dalla madre, quello «successivo poteva essere effettuato esclusivamente dal padre e non da un'altra donna, che ovviamente non è madre né tantomeno può essere padre».

A sostegno della tesi contraria al riconoscimento, la Procura ha prodotto anche una relazione tecnica da parte dell'Ufficio di Stato civile di Parma, «che si è espresso nel senso di ritenere non accoglibile il riconoscimento richiesto dalle coppie omosessuali, proprio perché non previsto dal nostro ordinamento (tanto che il sindaco è dovuto personalmente intervenire per ricevere gli atti di riconoscimento successivo)».

La Procura ha poi passato in rassegna alcune pronunce giudiziarie precedenti (che avevano ritenuto ammissibili i riconoscimenti), criticandone le motivazioni, proprio per lo stridente contrasto con l'attuale normativa. Infine D'Avino è tornato, come già fatto per il caso fidentino, a dichiarare: «Neppure la legge Cirinnà, che ha introdotto le unioni civili tra coppie dello stesso sesso, ha inteso legiferare in materia di filiazione di coppie omosessuali». Il Tribunale dovrà ora fissare l'udienza per la decisione sui ricorsi.

Non si è affatta attendere la risposta di Pizzarotti, che su Fb ha scritto: «La procura di Parma ha annunciato ricorso contro il nostro riconoscimento di 4 bambini da parte di coppie dello stesso sesso. Donne che si amano con semplicità, e che al mondo chiedono soltanto di poter amare, curare e crescere i loro bambini.

Rispetto le idee e le opinioni di tutti, ma sui diritti è necessario essere coraggiosi e andare avanti. Se la politica nazionale non ha coraggio, e anzi spesso fomenta odio su questi temi creando leggi lacunose e interpretabili, sta ancora una volta ai sindaci porsi come frontiera dei diritti dei propri cittadini.

In Italia sono stati fatti decine di riconoscimenti in questi anni, ma evidentemente un confronto in punta di legge doveva vedere Parma come la prima città a dover difendere un dirittoLo faremo ancora una volta perché Parma era, è e resterà la Città dei Diritti».

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Sull'esempio di quanto successo a Reggio Emilia anche a Livorno è stato dato il via libera a un protocollo contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere.

Su impulso del primo cittadino Filippo Nogarin la Giunta, presieduta dalla pentastellata Stella Sorgente (candidata sindaca alle imminenti elezioni amministrative) ha infatti approvato il Protocollo di intesa con Livorno Rainbow - Coordinamento Lgbtqi: si tratta di un organo consultivo permanente che, partecipato dall’amministrazione comunale per tutti temi dei diritti delle persone Lgbti, è composto da singoli cittadini e da associazioni territoriali impegnate nella promozione dell'inclusione e nella lotta all’omo-transfobia.

Il protocollo avrà durata triennale e prevede l'impegno da parte del Comune di Livorno a sostenere le iniziative di Livorno Rainbow con risorse economiche dedicate e la messa a disposizione di spazi e modalità di promozione e comunicazione.

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Il 17 aprile, tre giorni dopo il flash mob  Dont’play with my life – Non giocare con la mia vita, organizzato in Piazza del Popolo dal Collettivo Identità InTRANsigenti, la deputata pentastellata Gilda Sportiello ha presentato un’interrogazione a risposta immediata in Commissione Affari Sociali sulle Iniziative per rendere disponibili i medicinali Testoviron e Sustanon per le persone transessuali.

In realtà, benché tra i farmaci a base di testosterone irreperibili ci siano anche il Testogel e il Nebid, va ricordato che essi, oltre a essere indispensabili per persone FtM come trattamento ormonale sostitutivo (Tos), lo sono anche per la salute di uomini cis affetti da alcune patologie.

A tale atto di sindacato ispettivo, indirizzato alla ministra della Salute Giulia Grillo e cofirmato dai deputati del M5s Massimo Enrico Baroni, Celeste D’Arrando, Mara Lapia, Stefania Mammì, Rosa Menga, Francesco Sapia, Doriana Sarli, Giorgio Trizzino, Francesca Troiano e Leda Volpi, è stata data risposta scritta dal sottosegretario Armando Bartolazzi.

Nel merito il numero 3 del dicastero ha dichiarato: «A tali medicinali è stata attribuita la classe di rimborsabilità C (non rimborsabili dal Servizio sanitario nazionale-S.S.N.), con regime di fornitura Rnrl (ricetta non ripetibile limitativa: in quanto medicinali vendibili al pubblico dietro prescrizione di Centri ospedalieri o di medici specialisti).  La disforia di genere non rientra, pertanto, tra le indicazioni autorizzate di tali specialità medicinali. 

Sotto il profilo regolatorio, va ricordato che Aifa può valutare l'inserimento di una nuova indicazione terapeutica per un medicinale in commercio solo se l'Azienda farmaceutica titolare dell'AIC presenta una richiesta di estensione di indicazione terapeutica, supportata da evidenze scientifiche correlate. 

D'altro canto, la legge n. 648 del 23 dicembre 1996 consente di erogare a carico del Ssn medicinali da impiegare per una indicazione terapeutica diversa da quella autorizzata, a seguito della richiesta proveniente dalla Commissione Tecnico-Scientifica di Aifa, da Associazioni di malati, Società scientifiche, Aziende sanitarie, Università ed Istituti, di ricovero e cura a carattere scientifico, previa attenta valutazione delle evidenze scientifiche a sostegno. 

Ebbene, con riferimento al trattamento della disforia di genere negli adolescenti, si fa presente che l'Agenzia ha già valutato con esito favorevole la richiesta di inserimento nelle liste, di cui alla legge n. 648 del 1996, del farmaco Triptorelina, previo parere favorevole del Consiglio nazionale di Bioetica. 

Inoltre, Aifa ha ricevuto la richiesta di valutazione dell'inserimento negli elenchi di cui alla legge n. 648 del 1996 per ulteriori undici farmaci, impiegati per il trattamento della disforia di genere. In considerazione della delicatezza della materia, tale richiesta è attualmente in corso di approfondita valutazione, il cui esito sarà pubblicato nel sito istituzionale dell'Aifa quanto prima. 

Con riguardo alla carenza di alcuni dei medicinali a base di testosterone, l'Agenzia ha comunicato che essa è dovuta a problemi produttivi o alla cessata commercializzazione permanente: circostanze, queste, comunque costantemente monitorate da Aifa sulla base di ben collaudate procedure. 

Il ministero della Salute, tuttavia, è ben consapevole del disagio procurato ai pazienti da tali carenze, nonché dell'importanza per gli stessi di tale classe di medicinali e per questo motivo, nel decretolegge che verrà esaminato nella odierna seduta del Consiglio dei ministri, è stata proposta anche una norma che rafforzi le misure preventive per evitare la carenza di farmaci, introducendo una sanzione da applicare nel caso in cui non siano rispettate le norme sull'allerta. 

Infine, tornando al caso specifico, proprio al fine di ridurre l'impatto sui pazienti della carenza dei medicinali oggetto del presente atto ispettivo, in attesa della risoluzione definitiva delle problematiche di tipo produttivo/commerciale, informo che Aifa ha tempestivamente rilasciato alle strutture sanitarie richiedenti l'autorizzazione all'importazione dell'analogo medicinale commercializzato all'estero, ai sensi del decreto ministeriale 11 maggio 2001».

La risposta del ministero della Salute è stato accolta positivamente dal Collettivo che, su Facebook, ha tenuto però a ribadire: «Per questo provvedimento del Governo, mirato alla irreperibilità dei farmaci attraverso un'autorizzazione dell'Aifa all'importazione dei farmaci commercializzati dall'estero, potremmo tirare un piccolo sospiro di sollievo ed aspettare che i farmaci arrivino veramente nelle farmacie italiane.

Nel frattempo vogliamo sottolineare che il Collettivo Identità InTRANsigenti non farà un passo indietro fino a quando il problema non sarà completamente risolto».

L’emergenza, dunque, per Identità InTRANSgenti – al pari di tante altre associazioni T come, ad esempio, Sunderam Identità Transgender Onlus, che circa l’irreperibilità dei farmaci ha lanciato, giorni addietro, una petizione su Change.orgsarà rientrata solo quando torneranno reperibili nelle farmacie i farmaci a base di testosterone.

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Sulla nuova ondata di arresti e torture di persone Lgbti in Cecenia il deputato Alessandro Zan (Pd) aveva indirizzato, il 17 gennaio, un’interrogazione parlamentare al ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Enzo Moavero Milanesi. Interrogazione cofirmata dagli omologhi di partito Roberto Giachetti, Luca Rizzo Niervo, Francesca La Marca, Enza Bruno Bossio, Martina Nardi, Angela Schirò, Antonella Incerti, Stefania Pezzopane, Lucia Ciampi, Maria Chiara Gadda.

Il 22 marzo è arrivata la risposta scritta della Farnesina a firma della viceministra pentastellata Emanuela Claudia Del Re

Eccone il testo: «La lotta contro ogni forma di discriminazione, anche in base all'orientamento sessuale e all'identità di genere, costituisce una delle direttrici dell'azione internazionale dell'Italia nel settore dei diritti umani e figura fra le priorità del mandato italiano nel Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite per il triennio 2019-2021. 

Per questo seguiamo con particolare preoccupazione la questione delle discriminazioni, anche basate sull'orientamento sessuale, nella Federazione Russa e soprattutto i recenti casi di gravi violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali ai danni delle persone LGBT+I in Cecenia

Fin dalla ripresa delle segnalazioni a dicembre 2018 da parte di media russi, abbiamo condiviso e sostenuto le principali iniziative avviate a livello internazionale e locale, anche in coordinamento con le istanze dell'Unione europea, per accertare i fatti nella convinzione che sia necessario fare piena luce sulla vicenda.

Più nel dettaglio, abbiamo concorso con i partner dell'Unione europea alla formulazione di un intervento congiunto sui tema al Consiglio permanente dell'Osce. In tale dichiarazione, confermando la nostra profonda preoccupazione per quanto sta avvenendo in Cecenia ai danni di persone LGBT+I, abbiamo ribadito l'appello alla federazione russa affinché conduca indagini tempestive, efficaci, approfondite e garantisca la consegna alla giustizia dei responsabili o complici di tali atti.

Sempre in ambito Unione europea, l'Italia continua a sostenere il mantenimento di canali di dialogo diretti fra la delegazione Unione europea a Mosca e l'Ombudsperson russo, incoraggiando anche contatti dell'Unione europea con il consiglio presidenziale per i diritti umani, principale organo consultivo di settore dell'amministrazione presidenziale russa. 

In ambito Onu il nostro Paese è intervenuto sul tema delle discriminazioni nella federazione russa anche nel corso dell'ultimo esercizio di revisione periodica universale cui si è sottoposta la Russia a maggio 2018. In tale occasione, abbiamo formulato una raccomandazione affinché adotti misure concrete per combattere tutte le forme di discriminazione, incluse quelle basate sulla religione e sull'orientamento sessuale. 

Continueremo a monitorare gli sviluppi della vicenda in Cecenia, nella consapevolezza che sia estremamente grave che vi siano contesti nei quali le persone vengano discriminate, i loro diritti vengano negati o addirittura esse siano fatte oggetto di violenze a causa del proprio orientamento sessuale».

Della risposta della Farnesina, di cui solo oggi è stata data comunicazione ad Alessandro Zan, lo stesso deputato padovano ha dato una sua breve valutazione su Facebook: “In gennaio ho presentato una interrogazione al ministro degli Esteri sulle persecuzioni contro la popolazione #lgbt in #Cecenia. Finalmente è arrivata la risposta del governo: tante belle parole, ma pochissimi fatti.

Di fatto è stato sottolineato, com’è ovvio, che l’Italia ha seguito le linee dell’Unione Europea e dell’Onu su queste palesi violazioni. Nessun impegno diretto del nostro Paese contro la #Russia di Putin amico di Salvini (di cui la Cecenia fa parte) per tutelare i diritti umani. Continuerò a vigilare perché il governo italiano intervenga con più decisione”.

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Da Fiammetta Borsellino a Paolo Mieli, da Ilaria Cucchi a Luca Bizzarri, da Liliana Cavani a Sabino Cassese, da Marta Herling a Rocco Papaleo: è interminabile la schiera di figure del mondo della cultura, dello spettacolo, dell’attivismo, della magistratura che stanno levando la loro voce per salvare Radio Radicale dalla chiusura

Voci che si stanno intensificando soprattutto dopo che Vito Crimi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Editoria, ha dichiarato il 15 aprile a Milano: «È intenzione di questo governo, o almeno mia e del MiSE che abbiamo seguito il dossier, non rinnovare la convenzione con Radio Radicale» e dopo che Massimo Bordin, voce storica dell’informazione libera italiana e direttore dell’emittente radiofonica per 19 anni, è venuto ieri a mancare

La convenzione con il governo (risalente al 1994 e da allora sempre rinnovata con un’erogazione annua di 10.000.000 di euro per la trasmissione delle sedute parlamentari) e il finanziamento pubblico, che Radio Radicale riceve in quanto radio di partito, sono per la stessa le uniche fonti di finanziamento. Venendo queste meno, la storica emittente, che non trasmette pubblicità, è destinata così a chiudere il 21 maggio.

Verrebbe così a cantarsi il De Profundis su una Radio che dal 1975 trasmette integralmente eventi di attualità politica, senza tagli, selezioni o mediazioni giornalistiche. Ma che, soprattutto, contrariamente a quanto detto ieri dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede («Ricordo che abbiamo un servizio pubblico finalizzato a garantire la conoscenza da parte dei cittadini dei lavori delle istituzioni, un servizio pubblico rispetto al quale, lo ricordo, i cittadini pagano un canone»), offre un servizio non sovrapponibile a quello di Gr Parlamento, dato che il canale Rai trasmette solo alcune sedute, e, fra l’altro, anch’esso pubblico.

E sono i numeri a parlare al riguardo: 23.925 udienze di processi, 14.163 sedute parlamentari, 226.335 oratori d’archivio, 378.619 schede audio/video. Numeri che testimoniano come Radio Radicale, fedele al motto di einaudiana memoria «Conoscere per deliberare», sia uno dei grandi baluardi della memoria storica collettiva.

Memoria che si vorrebbe cancellare con un colpo di spugna. Ma, come ricorda la scritta posta sulla porta 8 dello Stadio Nazionale di Santiago del Cile, dove tra il settembre e il novembre 1973 furono detenuti, torturati e talora uccisi numerosi oppositori al regime militare di Pinochet, «un pueblo sin memoria es un pueblo sin futuro».

Anche la redazione di Gaynews si unisce, pertanto, agli appelli per salvare Radio Radicale dalla chiusura e lo fa attraverso le dichiarazioni del suo direttore Franco Grillini, leader storico del movimento Lgbti italiano ed ex-parlamentare.

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Si è tenuta ieri pomeriggio a Roma presso la sede della Rappresentanza in Italia della Commissione europea la conferenza stampa di presentazione del progetto Accept sulle strategie di contrasto all’odio on line. Realizzato da Arcigay in collaborazione con la Fondazione Bruno Kessler, il progetto è stato coordinato da Shamar Droghetti e Fabrizio Sorbara. 

L’intervento prolusorio alla conferenza stampa, che ha visto, fra gli altri, la partecipazione del segretario generale d’Arcigay Gabriele Piazzoni, è stato tenuto dall’ex presidente della Camera e attuale deputata di LeU Laura Boldrini, che ha sperimentato personalmente il dramma dell’essere vittima di fake news e discorsi d’odio sui social network.

Di questo come anche del revenge porn, circa il quale la deputata aveva presentato un emendamento al cosiddetto ddl Codice Rosso che avrebbe introdotto il reato di pornografia non consensuale, si è parlato nel corso della videointervista a Gaynews.

Boldrini è anche intervenuta sul ddl contro l’omofobia e la transfobia, presentato la scorsa settimana da 36 senatori del M5s.

Al riguardo ha dichiarato: «Le opposizioni sono sempre pronte a collaborare su questi temiPerò mi lasci dire che qualche dubbio ce l’ho. Il Movimento 5 Stelle ha anche firmato il ddl Pillon, che è un disegno di legge oscurantista, che distrugge anni di battaglie civili e che rimette in discussione uno dei più evoluti diritti di famiglia, che è il nostro.

Quindi sinceramente ho qualche riserva. Ma se dovessero mai arrivare a essere seri su questo punto e volere una legge – io l’ho presentata il primo giorno della legislatura – da parte mia ci sarà sempre collaborazione».

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Di omofobia, transfobia, violenza e bullismo si torna costantemente a parlare soprattutto in un periodo come quello attuale, in cui sembra registrarsi un aumento dei casi di aggressione verso le persone Lgbti.

Come noto, a partire dall’inizio della XVIII° legislatura sono stati presentati vari progetti di legge volti a contrastare l’omotransfobia. Basti citare quelli della senatrice Monica Cirinnà (Pd) o dei deputati Alessandro Zan (Pd), Ivan Scalfarotto (Pd), Laura Boldrini (LeU).

La scorsa settimana ci hanno pensato 36 senatori del M5s con il ddl recante Modifiche dell’art. 604 bis del Codice penale e le istituzioni di centri antiviolenza per le vittime di omotransfobia

Per saperne di più abbiamo raggiunto la senatrice Alessandra Maiorino, vicepresidente del gruppo M5s a Palazzo Madama,  che di quel disegno di legge è prima firmataria.

Senatrice Maiorino, quali sono gli aspetti principali di questo ddl?

Innanzitutto ci tengo a dire che questo disegno di legge già al primo giro per la sottoscrizione ha raccolto l’adesione di trentacinque colleghi del mio gruppo e sono più che certa che al secondo giro ne raccoglierà ancora molte altre. Quello che facciamo con questo provvedimento è semplicemente andare a modificare l’art. 604-bis del Codice penale (che è la parte che si occupa dei “delitti contro l’uguaglianza”), aggiungendo le parole “o fondati sull’omofobia o sulla transfobia”. La parte in questione risulta quindi modificata in questo modo: “atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi, o fondati sull’omofobia o sulla transfobia”.

Il ddl tuttavia non si limita a riconoscere e distinguere il reato di discriminazione basato sull’orientamento sessuale, ma prevede, oltre all’istituzione della Giornata Nazionale contro l’Omotransfobia nella data del 17 maggio, anche l’istituzione di case rifugio - o centri antiviolenza - dedicati alle persone Lgbti vittime di violenza o in condizioni di fragilità perché respinti dalla famiglia d’origine. È piuttosto triste infatti constatare che nell’Italia del 2019 ancora si verificano casi di giovani lesbiche, gay o transessuali rigettati dalle proprie famiglie.

Omosessualità e transessualità da molti colleghi, soprattutto della Lega, sono considerati fatti privati o addirittura “atti contro natura” e, quindi, non soggetti a tutela. Dal momento che si propone di modificare il Codice penale aggiungendo all’art. 604 bis le parole: “o fondati sullaomofobia o sulla transfobia”, come pensa di superare tale scoglio? 

In tutta onestà, non so a quali colleghi si riferisca. Io in Senato ho un ottimo dialogo con tutti e, sebbene con la nostra controparte alGoverno vi siano delle differenze di visione che sarebbe sciocco negare, un'affermazione simile non l’ho mai sentita da nessuno. Questo provvedimento non va a toccare i cosiddetti “temi eticamente sensibili” - che poi è una formula ormai standardizzata per dire sostanzialmente che certi temi è meglio non toccarli - ma è semplicemente un doveroso rafforzamento e un affinamento del contrasto alla violenza e al bullismo.

Basta fare una semplice ricerca su internet per rendersi conto in un attimo che chi ha un orientamento sessuale “minoritario” (mi passi l’espressione) è molto più esposto di chi è etero a subire forme di violenza fisica o verbale. Scoraggiare e punire queste forme di violenza - come di tutte le forme di violenza - è dovere di uno Stato e non può avere colori politici.

All’art. 6 del ddl si fa riferimento ai centri antiviolenza per le vittime dell’omofobia e della transfobia. Di che si tratta?

Si prevede l’istituzione di un fondo apposito per la creazione di centri antiviolenza dedicati alle persone Lgbti. Il funzionamento e la gestione di tali centri ricalca in sostanza quelli già esistenti per i centri antiviolenza per le donne. Centri del genere esistono già in praticamente ogni paese d’Europa. Quindi, anche in questo caso, si tratta semplicemente di colmare una spiacevole lacuna.

Al governo il M5s è con la Lega. Come abbiamo potuto osservare, da tempo e ancor oggi su questi temi il vostro alleato è sempre stato uno dei maggiori partiti ostili. Come pensa di convincerli a votare favorevolmente questo disegno di legge? 

Come ho già detto, con la Lega abbiamo divergenze di vedute sui temi cosiddetti “etici” - e anche su questi ultimi, il panorama è in realtà molto più variegato e meno monolitico di quanto una certa stanca vulgata voglia far credere. In questo caso però di “etico” non c’è un bel nulla. Affermare che le persone non si picchiano e non si insultano per via del loro orientamento sessuale è una cosa di semplice buon senso e non è una dichiarazione di appartenenza politica - come purtroppo in questo paese ci è stato strumentalmente fatto credere per lunghi anni. Sono molto fiduciosa che lo spirito di questo provvedimento verrà compreso e non troverà ostacoli.

Omofobia e transfobia rientrano nell'ambito tematico della discriminazione ma afferiscono anche a quelli delle famiglie omogenitoriali. Come si pensa di coniugare tale lotta con una situazione ancora difficile da superare, proprio in Parlamento, in materia di stepchild adoption e adozioni? 

Sono convinta - e i dati corroborano la mia convinzione - che un bambino cresca sano e forte là dove è accolto e accudito con amore, e il genere dei genitori non influisce sul suo sviluppo psichico, intellettuale e affettivo. Questo però è un tema su cui non vi è unità di visione all’interno di nessuna forza politica, anche se credo che sia dovere della politica favorire un dibattito sereno, pacato e fondato sui fatti, nel paese, per contribuire a far crescere una coscienza critica e avveduta nei cittadini.

Per anni la politica non si è distinta in questo campo, ossia nel favorire la crescita culturale del popolo. Mi auguro che tra i tanti cambiamenti che stiamo apportando, possa esserci anche questo. È probabilmente il più difficile: imparare tutti a confrontarci senza faziosità, ma attraverso lo studio della materia e il rispetto dell’altro. La politica dà l’esempio, e spesso, su temi delicati come questo, ha dato purtroppo l’esempio sbagliato. Mi auguro si possa invertire la rotta. 

La senatrice Cirinnà ha dichiarato recentemente a La Repubblica: “Non mi fido delle aperture dei 5Stelle. Sui diritti sono ambigui “. Cosa le risponderebbe?

Come le dicevo, io sono felice di dialogare con tutti i colleghi. Anche alla senatrice Cirinnà sarò felice di rispondere, quando me lo chiederà direttamente.

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«Io da cattolico penso che la famiglia sia quella con mamma e papà. Ma nel Movimento ci sono tante sensibilità». 

Con queste parole il vicepremier Luigi Di Maio, ospite ieri sera a Che tempo che fa?, ha risposto alla domanda di Fabio Fazio circa la dicitura “padre” e “madre” che è stata reintrodotta sulla carta d’identità di minori a seguito di un decreto del ministro dell’Interno, controfirmato dagli omologhi dell’Economia e della Pubblica Amministrazione.

Il capo politico del Movimento 5 Stelle ha quindi aggiunto: «In Italia non abbiamo una legge che permette adozioni di bambini a coppie dello stesso sesso. Abbiamo dei casi in cui la magistratura con delle sentenze ha riconosciuto la possibilità di adottare dei bambini o meglio ha riconosciuto dei bambini in una coppia dello stesso sesso. Il tema è questo: se dobbiamo normare questi casi, troviamo delle soluzioni.

Però oggi ci tengo a dire: quando affrontiamo questo dibattito, parliamo dei bambini. I bambini non sono un diritto. Spesso si parla solo dei genitori e noi dei bambini. Una soluzione normativa la dobbiamo dunque trovare. Ma l’Italia non ha una normativa sulla possibilità di adottare un bambino da parte di una coppia dello stesso sesso».

Immediata la reazione della senatrice dem Monica Cirinnà, che su Facebook ha scritto: «Non esiste una normativa sulla stepchild adoption per un solo motivo: il vergognoso voltafaccia del M5S e Luigi Di Maio dovrebbe saperlo bene. Per me un dolore incancellabile, per il M5S la macchia indelebile di aver calpestato i diritti di migliaia di persone, bambini, famiglie».

Sulla questione è intervenuto oggi anche il deputato Michele Anzaldi (Pd), segretario della commissione di Vigilanza Rai, che ha dichiarato: «Di Maio ha avuto il coraggio di parlare di unioni civili e stepchild adoption, ma se oggi l'Italia non ha una norma sulla stepchild adoption è perché il Movimento 5 stelle votò contro e le unioni civili passarono solo grazie al voto di Verdini».

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Alcune associazioni Lgbt hanno scritto una lettera aperta a Vincenzo Spadafora, sottosegretario alle presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e alle Politiche giovanili, in merito al decreto, che firmato dai ministri Matteo Salvini (Interno), Giulia Bongiorno (Pubblica Amministrazione) e Giovanni Tria (Economia), prevede sulla carta d’identità di minori il reintegro della dicitura 'padre' e 'madre' al posto di quella di ‘genitori’. E questo in barba al parere negativo che Antonello Soro, Garante per la Protezione dei dati personali, aveva espresso al riguardo il 15 novembre scorso.

Le associazioni firmatarie sono «componenti del tavolo sulle questioni Lgbtqi da lei instaurato e nel suo ruolo di titolare delle pari opportunità all’interno del Governo che La esprime».

Per esse il provvedimento è «odiosamente discriminatorio» in quanto, al di là degli «orientamenti politici e legislativi per il futuro, le famiglie omogenitoriali già esistono ed esistono i figli e le figlie di quelle famiglie che, grazie alla giurisprudenza o all’azione degli uffici anagrafe dei Comuni più lungimiranti, sono oggi, anche per la legge, figli e figlie di entrambe le figure genitoriali. Figure genitoriali che invece, al di là del genere di appartenenza, sarebbero oggi costrette a rientrare nella categoria inflessibile di “padre“ e “madre”, dando luogo a un’invisibilità, a uno stigma e a un marchio che ricordano periodi bui della storia».

Alla luce di tali elementi «l’attuale Governo – continua il testo della lettera aperta –  non si dimostra un interlocutore affidabile perché al di là delle dichiarazioni non appare in grado di mettere in sicurezza i diritti delle persone Lgbtqi, non ne migliora le condizioni di vita e anzi le peggiora.

Crediamo che, al di là della insostenibilità legale di un’impostazione odiosamente discriminatoria, come già confermava il parere del Garante della privacy, e dunque degli esiti dei ricorsi, sia essenziale un chiarimento politico del Governo di cui entrambi, Lei e il Ministro dell’Interno, con le rispettive forze politiche, siete espressione affinché questa pagina odiosa venga cancellata. Ad oggi possiamo solo valutare i fatti».

A firmare la lettera sono state Agedo, Alfi, Arc, Arcigay, Arcigay Antinoo Napoli, Arcigay Arcobaleno degli Iblei Ragusa, Associazione di volontariato Libellula, Associazione Esedomani Terni, Associazione Lgbt Quore, Certi diritti, Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, Di’Gay Project – DGP, Edge Excellence & diversity by LGBT executives, Famiglie Arcobaleno, I Ken, Iglbc Italian GLBT Business Chamber, Polis Aperta, Rain Arcigay Caserta, Rete Genitori Rainbow, Stonewall Glbt, Torino Pride, Ufficio Nuovi Diritti Cgil.

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