Come già successo agli inizi di marzo, il Comune di Milano ha riconosciuto in via amministrativa – senza cioè un ordine in tal senso da parte dei giudici – una famiglia con due padri. 

Alcune settimane fa, infatti, il Tribunale civile del capoluogo lombardo ha ordinato di provvedere entro trenta giorni alla trascrizione integrale del certificato di atto di nascita estero di un bambino che, nato tre anni fa tramite gpa, risultava registrato unicamente quale figlio del solo padre biologico. In ogni caso s'era era lasciata agli uffici competenti piena libertà di decidere per l’accettazione o il diniego.

Senza attendere un pronunciamento del Tribunale nel merito, a Palazzo Marino si è così deciso di procedere, giovedì 4 aprile, al riconoscimento della doppia genitorialità.

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Adamo è nudo. È questo il titolo della mostra personale di “iphoneografia” dell’artista Nicola Bertoglio, che si chiuderà oggi a Milano presso lo Spazio Hus in via San Fermo 19 (Metro Moscova). In questa mostra l'artista ha raccolto opere di due ricerche aventi protagonista il corpo maschile.

Nella prima, dal titolo Capendo Adamo e risalente al 2013, l’artista ha fotografato corpi maschili con fisici statuari e l'intento di scomporli in parti essenziali, per poi ricomporre le stesse in forme primitive e primordiali che nascono dal suo inconscio più profondo. 

I modelli sono tutti non professionisti ritratti in modo naturale e senza indicazioni rigide da parte dell’artista. La spontaneità e il caso sono elementi che si ricollegano al tipo di fotografia praticata da Bertoglio: la iphoneografia. 

Nella seconda, più recente, dal titolo Corpo Libero, gli stessi modelli sono fotografati nudi in modo integrale per ragionare sulla forma maschile reale e non reinterpretata come nel precedente progetto, puntando l'attenzione sul fallo, oggetto e concetto ancora oggi considerato tabù.

Il giorno dell’inaugurazione Nicola Bertoglio con il suo modello ha dato vita a una una performance di "iphoneografia" dal vivo in condivisione istantanea su Instragram, fotografando un modello completamente nudo e nel contempo la reazione del pubblico alla sua presenza, con l’intento di analizzare il rapporto tra nudità come situazione fisica e nudità come manifestazione di interiorità.

Nicola Bertoglio è nato a Cremona il 25 settembre 1974. L'infanzia e l'adolescenza le ha trascorse a Pieve D’Olmi nel cremonese, successivamente, dopo il diploma di ragioniere programmatore, si è trasferito a Milano per lavorare come consulente informatico. Da autodidatta ha partecipato nel 2013 alle prime mostre a Torino e Milano, dedicandosi esclusivamente alla fotografia da smartphone (iphoneografia).

Le sue opere sono state esposte in molte città in Italia e all’estero. Alcune sono presenti, tra gli altri, presso il Comune di Osnago (Lecco) e nel MuSA (Museo Storico-Ambientale) di San Giorgio di Pesaro.

Nella nota critica di presentazione della mostra Adamo è nudo, il giornalista nonché segretario nazionale di Gaylib, Daniele Priori, ha annotato: «Vale la pena, dunque, immergersi nella purezza degli occhi di un artista senza troppe sovrastrutture quale è Nicola Bertoglio, capace di restituire all’umano la sua essenza più semplice e meravigliosa, sottratta agli sguardi da due millenni di oscurantismo che ora ci viene riconsegnata dall’occhio discreto di uno smartphone che, per una volta, non prende le inquietanti forme del Grande Fratello ma collabora, con risultati di seducente bellezza, all’opera di un artista capace di sconfinare, senza scandalo ma con coraggio pionieristico, in una nuova dimensione di ritrovato fascino e indubbio, altissimo ed etico senso dell’estetica più autentica».

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Dopo ben cinque provvedimenti emessi dal Tribunale civile di Milano perché l'Anagrafe comunale procedesse alla trascrizione di atti di nascita esteri di figlie/i di due papà (la prima a ottobre del 2018), da Palazzo Marino finalmente un segnale di svolta.

È stata infatti riconosciuta in via amministrativa – senza cioè un ordine in tal senso da parte dei giudici – una famiglia con due padri, seguiti dall'avvocata nonché socia di Rete Lenford Susanna Lollini.

A darne notizia in una nota Famiglie Arcobaleno, che ha informato come i genitori avessero «avuto due figli concepiti tramite gestazione per altri negli Stati Uniti, oggi di 1 e 5 anni. Per il primo figlio la coppia aveva avuto un provvedimento giudiziario favorevole al riconoscimento della doppia paternità nel 2018.

Nel secondo caso invece la Giunta aveva deciso di sospendere le trascrizioni per i bambini e le bambine figli di coppie gay, decisione che Famiglie Arcobaleno ha denunciato come discriminatoria.

La coppia di padri, dopo lungo confronto con l’amministrazione, ha formalizzato la richiesta allo Stato civile per il riconoscimento del secondo figlio ai primi di novembre. Non ricevendo risposta dopo i canonici 30 giorni, i genitori si sono rivolti al Tribunale che con una pronuncia del 20 febbraio, pur lasciando libertà agli uffici di decidere per l’accettazione o il diniego, ha ordinato di provvedere entro trenta giorni, “riservando all’esito ogni determinazione". Il Comune ha deciso di trascrivere senza attendere la pronuncia del Tribunale, del quale comunque è noto l'orientamento favorevole».

Al riguardo così si è espressa Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno: «Per noi è un’importante passo in avanti in una città dove sono numerose le famiglie con due padri.

Avremmo sperato che il sindaco Giuseppe Sala si muovesse in questa direzione prima, ma oggi quello che conta è che sia stato raggiunto un importante risultato che, ci auguriamo, indichi un cambio di rotta di cui potranno beneficiare altre coppie, senza dover più intraprendere la lunga strada dei ricorsi legali».

Raggiunta telefonicamente, Diana De Marchi, consigliera comunale (Pd) e presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili, ha espresso viva soddisfazione dichiarando a Gaynews: «Condivido e apprezzo la scelta del nostro sindaco di procedere senza aspettare il Tribunale come avevamo chiesto a maggioranza».

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Ennesimo richiamo da parte del Tribunale di Milano al sindaco Giuseppe Sala, che, ha ricevuto, nel giro di pochi mesi, l’ordine di trascrivere i certificati di nascita esteri d’una coppia di gemelli, figli di due papà. Si tratta per l’esattezza della quinta volta.

Divenuto definitivo il 26 febbraio scorso, il provvedimento emesso rileva come, senza l’immediata trascrizione, vengano così negati a bambini e bambine diritti fondamentali quali l’identità personale, la bigenitorialità, «la vita privata, la sicurezza del mantenimento dei legami con la propria famiglia (intesa in senso sociale e non biologico - genetico)».

Il caso in questione presenta un indubbio elemento di novitas dal momento che il ricorso è stato presentato in assenza di un formale rifiuto del Comune di Milano di trascrivere il certificato di nascita integrale, formato negli Stati Uniti. Il Comune - nonostante i solleciti della coppia di padri - non ha provveduto ad adottare alcun provvedimento entro il termine stabilito dalla legge. Pertanto, il Tribunale ha sottolineato che il silenzio del Comune equivale, di fatto, a un rifiuto.

I legali dei genitori, Giacomo Cardaci, Manuel Girola, Luca Di Gaetano, soci di Rete Lenford-Avvocatura per i diritti Lgbti, hanno affermato al riguardo: «La decisione del Tribunale di Milano, arrivata dopo 13 giorni dal deposito del ricorso, dimostra che per garantire i diritti fondamentali, specie dei bambini, servono decisioni rapide e che esiste ormai un orientamento consolidato». 

Sulla questione è intervenuta anche l'avvocata Myriam Camilleri, presidente di Rete Lenford, che ha dichiarato: «Le molteplici decisioni del Tribunale di Milano rendono chiaro che il rifiuto, così come il silenzio del Comune di Milano sono diventati incomprensibili. Non vogliamo entrare in conflitto con l’Amministrazione, ma è necessario farle arrivare chiaro il messaggio che non può più costringere le coppie di padri a dover ricorrere alla magistratura per garantire i diritti fondamentali dei loro figli e delle loro figlie».

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«Questa storia non è per tutti. È per coloro che sanno vedere le sfumature, le contraddizioni nascoste in ognuno di noi. Parla di come le aspettative degli altri possano distruggere ciò che c’è di bello in noi e creare solo odio. Di come il desiderio di soldi, la mancanza di soldi, sia in grado di avvelenare una famiglia. Parla di una Milano ai bordi, miserabile, smarginata. Dei confini opachi tra disonestà, onestà, odio, rabbia. Di come ognuno di noi possa essere colpevole e innocente, vittima e carnefice, zucchero e catrame».

Così Giacomo Cardaci, avvocato e socio di Rete Lenford, presenta a Gaynews il suo romanzo Zucchero e catrame, che, edito da Fandango, è da oggi nelle librerie italiane. 

È la storia di Cesare che è un bambino che chiacchiera e gioca a Memory con il suo circolo multietnico di Barbie. Egli ha scelto Ines, detta Lines, come amica per non rimanere da solo in fila a scuola e passa i suoi pomeriggi con un'anziana che lo cosparge di profumo, detestata dai suoi genitori perché fomenta le sue stramberie. La sua vita di paese sarebbe potuta continuare sempre uguale, se a stravolgerla non fosse arrivato il trasferimento della sua famiglia in un monolocale ai bordi tra Milano e Cinisello.

Al piano di sopra, però, abita Gabbo, da cui Cesare, ormai cresciuto, è dannatamente eccitato, perché Gabbo è tutto ciò che Cesare vorrebbe essere: uno deciso a prendersi dalla vita tutto, costi quel che costi. Per questo, quando suo padre viene arrestato, la madre si rifugia nel letto, il fratello scompare, Cesare decide di risalire dal fondale del proprio abbandono seguendo le tracce di Gabbo. Per entrare nel giro, però, Cesare deve smettere di essere Cesare, dire di sì a ogni tipo di richiesta ma anche abbandonarsi a una fascinazione morbosa simile a quella che prova per Gabbo. Una fascinazione che lo eccita come lo zucchero ed è ripugnante come il catrame. Fascinazione che, alla fine, gli chiederà un conto molto, forse troppo, salato.

Giacomo Cardaci torna al romanzo con una storia feroce, a tratti spiazzante, in cui i margini opachi tra disonestà, innocenza, odio, rabbia, si dissolvono, e i lettori saranno messi di fronte ai desideri inconfessabili che si nascondono in ognuno di noi. 

Già vincitore di numerosi premi letterari con i suoi racconti, Cardaci ha esordito con Alligatori al Parini (Milano, Mondadori 2008), seguito da La formula chimica del dolore (Milano, Mondadori 2010), in cui racconta la sua battaglia contro il cancro.

Molte sono le voci autorevoli che si sono espresse in maniera entusiastica nei confronti dell’opera di Cardaci. Daria Bignardi ha scritto: «Giacomo Cardaci è uno scrittore giovanissimo e pieno di talentoi». Per Aldo Grasso «il personaggio più interessante è stato il giovane Giacomo Cardaci. C’era in lui un misto di incoscienza e di consapevolezza, di gioia e di disperazione, di speranza e di rassegnazione che lo eleva a figura tipica della letteratura classica: il giovane vecchio o il saggio temerario. Il famoso Ludovico Einaudi lo seguiva in silenzio, con un distacco da entomologo, cercando in cuor suo le note per circoscrivere lo stupore».

Per Fulvio Panzeri «la scrittura di Cardaci è diretta, veloce, abilissima, senza eccedere nei ‘giovanilismi’ di maniera che hanno imperversato nella narrativa italiana nel decennio scorsoi». Secondo Giuliano Aluffi «Giacomo Cardaci, uno dei nostri migliori giovani scrittori, che qui riesce a rendere universale un dolore privato attingendo a una voce narrativa che, per nitidezza e spontaneità di riflessione, fa venire in mente Buzzatii». 

«Vorrei che Cesare potesse entrare in tutte le vostre case – aggiunge infine Cardaci raggiunto dalla redazione di Gaynewsstrapparvi un sorriso con il suo circo di Barbie multietnico e un pensiero in più quando, per conoscersi, decide di superare i confini di quello che si pensa accettabile. La definizione dell’identità passa anche attraverso il desiderio negativo. Oltre lo zucchero, il nero del catrame».

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Sgozzate quella cagna comunista e parassita.

In quelle parole scritte si concentrano i più classici degli stereotipi maschilisti e razzisti: la donna presentata come donnaccia (letteralmente cagna, ndr), la punizione violenta da parte dell’altro, identificabile in chi, nell'immaginario comune, proviene da Paesi, dove lo sgozzamento è subito associato al terrorismo islamici.

Un messaggio di morte che lo scorso lunedì è stato indirizzato alla consigliera dem del Comune di Milano Diana De Marchi - che presiede la Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili -, ospite di una locale trasmissione televisiva di Milano. Episodio che De Marchi ha denunciato pubblicamente in un post sul suo profilo Facebook e alle autorità.

A sette giorni esatti da quell’episodio l’assessora Diana De Marchi parla a mente più serena e lucida di quello che le è successo, di violenza contro donne, di discorso di odio e di differenze come valore.

Un lunedì come oggi, proprio sette giorni fa, è stata vittima di minacce di morte. A distanza di tempo, come rivede e giudica quell’episodio?

Quelle parole mi hanno subito sconvolta, ma devo dire che dopo, riflettendoci sopra, ho trovato quei termini interessanti, con rimandi spaventosi ai quali, a dire il vero, subito non avevo pensato a fondo. Quelle parole sono scelte ben precise, così come la definizione di “cagna” per dire donnaccia. Insomma, è stato messo dentro di tutto, dalla religione alla violenza sulle donne. Ecco, credo che dobbiamo ribellarci fortemente a questo. Se ci riflettiamo, anche nel contrasto del dibattito politico noi donne finiamo sempre con l’essere isolate perché tentano di metterci in una condizione di debolezza, dicendo cose gravissime a livello personale, intimo. Diventa un modo per evitare che una donna possa reagire, una forma di maschilismo spaventoso.

Se fosse identificata, non so cosa direi a quella persona, che immagino sia un uomo. Ritengo però che farò, come mi è stato suggerito, un’azione condivisa, costituendomi parte civile assieme ad associazioni donne e di uomini che lavorano per i diritti. Non cerco vendetta, mi metterei al suo stesso livello. 

Una cosa la voglio dire: al di là della solidarietà importante che mi ha espresso il mio partito, e una parte del centro destra, la cosa che mi ha più meravigliato e mi ha fatto piacere è stato ricevere attestati di solidarietà da associazioni come Agedo, Anpi, Non una di meno, Se non ora quando, la Rete delle Reti, realtà con le quali il Pd non ha dei veri contatti. Ma soprattutto dalle persone comuni. Ho trovato che per fortuna c’è una società civile che reagisce e che non apprezza un certo modo di stare e di rapportarsi con gli altri, ed è contraria a una deriva culturalmente orribile che sta dilagando nel quotidiano di parlarsi usando parole aggressive e violente. Occorre responsabilizzare di più le persone, a tutti i livelli, Non è la prima volta che sono stata attaccata in quel modo, ma è la prima volta che ho apertamente raccontato com’è andata, perché credo che la condivisione sia ciò di cui abbiamo bisogno. 

Eppure, nonostante gli attestati di solidarietà, nei vari commenti dei social la violenza verbale ha raggiunto livelli altissimi. 

Non credo si possa parlare di sovraesposizione. Mi rendo conto che ormai un po’ tutti quanti noi ci lasciamo trascinare, non dico dall’odio, ma dall’aggressività, ad esempio quando veniamo attaccati o provocati. È un modo di rispondere che forse prende tutti. 

Sul come fare a contrastare queste forme di violenza, anche se ripeto c’è una società civile diversa che si contrappone a tutto questo, non lo so ma è qualcosa che voglio capire per prima io stessa. Nelle scuole, dove lavoro, c’è una mobilitazione e c’è una risposta nei ragazzi i quali spesso usano questo linguaggio non per dire davvero quelle cose ma perché sono istintivi o più semplicemente perché si è abituati a sentire alcune espressioni.

Per quanto riguarda i social, non vedere una persona concreta di fianco fa pensare di essere autorizzati a dire cose che altrimenti non si direbbero di presenza. Per questo occorre intervenire facendo capire che anche nei social si parla sempre con una persona e di conseguenza si è responsabili delle proprie parole.  

Rimanendo ancora nei social, tra i commenti più ricorrenti contro la “vecchia politica” c’è l’immancabile “e allora il Pd”?. Ma non sarà che, negli ultimi anni, il Pd e la sinistra si sono scollegati dalla realtà lasciando di fatto un vuoto?

Non nego che il Pd abbia fatto errori enormi che si sono visti coi risultati delle elezioni, tuttavia credo che questo chiudersi in se stesso non sia stato una scelta di slegarsi dalla realtà, ma che ci sia veramente persi, anche in una battaglia di impegno e di convinzione di essere sulla strada giusta, però senza ascoltare chi dava una opinione diversa. Il risultato è stato diventare troppo distanti, indipendentemente dall’obiettivo giusto e guidati dall’idea del “ci siamo noi che ci stiamo lavorando, poi capirete”. 

Tuttavia, secondo me, l’elemento delle relazioni avvicina tutte quelle persone che sono contrarie al clima che si è creato e che, indipendentemente dall’orientamento politico anche di chi ha fatto una scelta di protesta e oggi si pente, insieme vogliono cambiare questo modo aggressivo di stare insieme. Le donne, poi, in questi discorsi di odio sono sempre le prime vittime perché la differenza viene fatta diventare diseguaglianza, mentre invece dobbiamo riportarla come ricchezza. Un lavoro che proprio a partire dalle donne diventa preziosissimo e che vale per tutte le differenze. 

In tema di differenza, donne e rifiuto dell’aggressività e dell’odio, lei si è schierata apertamente per la trascrizione in anagrafe dei bambini figli di due papà. Questo, mentre da una parte il sindaco Sala ancora temporeggia in attesa di una sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite e, dall’altra, qualche associazione Lgbti e alcune femministe si sono dette fortemente contrarie, fino a osteggiarla. A che punto è la trascrizione e cosa pensa di queste critiche così aspre? 

Come Consiglio comunale abbiamo deciso, a maggioranza, di portare avanti queste trascrizioni, di muoverci per quelle che hanno fatto richiesta e di lavorare perché siano recepite senza barriere e ostacoli, anche per dare il segnale che non siano le sentenze a darci le indicazioni. Purtroppo, al momento, siamo bloccati con il Piano di Governo del Territorio che sta richiedendo più tempo del previsto e poi deve esserci un passaggio in Aula. 

Parliamo di un tema molto dibattuto e non mi riferisco tanto a quello della trascrizione, quanto proprio a quello della gestazione per altri, un tema che non è mai stato affrontato in modo approfondito anche all’interno dello stesso Pd e sul quale quindi siamo impreparati.

Personalmente non mi aspettavo che ci fossero anche all’interno del partito tante difficoltà, ma mi sono resa conto che manca la conoscenza e quindi, proprio perché non si hanno gli strumenti, alcuni slogan si acquisiscono con più facilità. Non credo si tratti di contrarietà, quanto piuttosto di non conoscenza di cosa si parla davvero. Per fortuna il nostro partito, secondo me, ha al suo interno posizioni diverse che fanno comprendere le visioni e i bisogni di più parti. Però è chiaro che alla fine occorre prendere delle decisioni e scegliere, ma non vogliamo restare ostaggio della non conoscenza. Io ho preso l’impegno di lavorare proprio su questo tema.

Per quanto riguarda, invece, gli attacchi, Marina Terragni ha fatto proprio su di me anche un blog che ha portato ovunque. Ma credo che anche quello non sia un modo di confrontarsi. Non si può dire “se accetti le trascrizioni allora sostieni lo sfruttamento del corpo delle donne”, perché le due cose non vanno assolutamente in automatico. Oltretutto è una cosa gravissima, anche nella dichiarazione, perché rivela una incapacità di conoscere le situazioni e di capirle e una non volontà di confrontarsi. Insisto invece che su questo bisogna lavorare. 

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Giuseppe Sala dovrà registrare sul certificato di nascita di un bimbo, nato in California quattro anni fa grazie alla gpa, anche il nome del papà non biologico.

A deciderlo la scorsa settimana il Tribunale Civile di Milano, che, ancora una volta, ha accolto il ricorso dei ricorrenti a fronte del persistente diniego, da parte del sindaco, di soddisfare alle richieste di trascrizione d'atti di nascita esteri provenienti esclusivamente da coppie di  papà. È la quarta volta che il Tribunale è stato chiamato a intervenire al riguardo.

Nel caso in questione, quattro anni fa, pochi giorni dopo la nascita del piccolo negli Usa, il relativo atto era stato trascritto presso lo Stato civile del Comune di Milano con la sola indicazione del padre biologico conformemente all’originario certificato di nascita californiano. Successivamente i genitori avevano chiesto alle autorità americane la rettifica dei documenti del figlio e avevano ottenuto il riconoscimento della paternità anche per il genitore non biologico.

Da Palazzo Marino era stato però opposto un rifiuto a procedere alla rettificazione dell’atto di nascita trascritto in Italia. Tale rifiuto si è ripetuto per molte altre coppie di padri. Lo stesso Comune, invece, come noto, ha invece proceduto correttamente alla registrazione anagrafica di bambini/e con due madri.

Assistiti dagli avvocati Manuel Girola, Giacomo Cardaci e Luca Di Gaetano di Rete Lenford-Avvocatura per i diritti LGBTI, i due papà hanno quindi chiesto e ottenuto dal Tribunale l’ordine di trascrizione integrale dell’atto di nascita rettificato negli Stati Uniti, recante l’indicazione di entrambi i padri.

La decisione del Tribunale di Milano viene a consolidare l’orientamento, secondo cui gli effetti della gravidanza per altri non sono contrari all’ordine pubblico, precisando che «l’assenza del legame genetico non può ritenersi lesivo di principi fondamentali a fronte di un quadro normativo e giurisprudenziale internazionale, comunitario ed interno che tende a valorizzare sempre meno detto legame in favore di altri aspetti della maternità/paternità correlati al consenso, alla volontarietà e all’assunzione di responsabilità genitoriale».

Nel commentare la vicenda, gli avvocati Giacomo Cardaci, Manuel Girola e Luca Di Gaetano, hanno invitato «il Comune di Milano, da sempre in prima linea nella tutela delle persone omosessuali, ad allinearsi alle amministrazioni che già da tempo riconoscono i diritti fondamentali dei figli di due papà, evitando per loro i gravi pregiudizi e i rischi che subiscono a causa della mancata trascrizione». Hanno inoltre sottolineato che «il rifiuto a trascrivere determina un inutile ricorso al Tribunale con aumento delle procedure, dei costi e dei tempi per l’intera collettività».

«Nel trascrivere gli atti di nascita - ha rilevato la presidente di Rete Lenford Miryam Camilleri - il sindaco è chiamato a seguire il diritto e non un indirizzo politico della sua maggioranza e i provvedimenti del Tribunale non lasciano dubbi sulla legittimità di tali trascrizioni, che garantiscono l’interesse del bambino ad avere due genitori, non rilevando nel caso concreto le modalità fecondative adottate».

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Classe 1986, udinese di nascita ma da tempo a Milano, Giacomo Cardaci è avvocato. Professione, la sua, che condivide col compagno Manuel Girola, che ha sposato a Copenaghen nel 2016.

Come Manuel anche Giacomo è socio di Rete Lenford e lotta per i diritti delle persone Lgbti. Ma dai 21 ai 23 anni Giacomo ha dovuto condurre una lotta ben diversa. Quella contro «un tumore aggressivo, inoperabile, recidivante», che lo ha «sbranato». Ma quella lotta Giacomo l’ha vinta e l’ha raccontata in un libro intitolato La forza chimica del dolore, leggendo il quale Manuel si è innamoraro di lui una decina d’anni fa.

Ieri Giacomo ne ha parlato in lungo post su Facebook, che ha commosso tante persone amiche. Perché questo post è stato scritto in occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro, «giornata molto speciale», come lui stesso l’ha definita. 

Un invito, il suo, a non cadere in «meschinerie, squallori, brutture». Un invito, il suo, a ricordare che «la vita è bella anche se è brutta, vivere è il miracolo dei miracoli, ma sopravvivere, credetemi, è il regalo dei regali. Vedrete che andrà tutto bene. Vi voglio bene, voglio bene alla mia famiglia, alla mia sorellina meravigliosa che mi starnutì sulla testa pelata e si mise a ridere e ad asciugarmi dal muco, amo il mio Manuel e sono l'uomo più felice del mondo».

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«Daniele Del Pozzo è uno dei protagonisti della storia del Cassero ma anche uno degli operatori più brillanti del sistema culturale bolognese. Siamo orgogliose e orgogliosi del premio Ubu che ieri ha ricevuto: lo festeggiamo come se fosse il nostro, di ciascuno e ciascuna di noi. Da molti anni Daniele ha iniziato con il Cassero e dentro al Cassero un percorso che solo nell’ultima fase, da diciassette anni a questa parte, si è chiamato Gender Bender Festival.

Già prima, e ancora di più durante gli anni del festival, Daniele si è fatto promotore di progetti piccoli, grandi e talvolta grandissimi, con lena quotidiana,  intelligenza vivace, tanta professionalità ma soprattutto una straordinaria capacità di costruire relazioni, con grande cura, all’interno di un circolo, nella città, in tutto il Paese, fino in Europa. Siamo molto grate e grati a Daniele per tutto questo e per l’orgoglio con cui in tutti questi anni ha portato in alto, con sé, la nostra bandiera arcobaleno. Perché è proprio l’arcobaleno il tratto più caratteristico di questa vittoria, che premia un progetto e un curatore cresciuti all’interno del più antico circolo della comunità lgbti in Italia, il primo spazio pubblico affidato da un’amministrazione comunale a un collettivo di gay, lesbiche bisessuali e trans. Di questa storia, e della libertà che esprime, la vittoria di Daniele mostra la traccia. E rende merito perciò anche a tutte le persone che hanno fatto la storia del Cassero e a chi l’ha sostenuta, in particolare nelle istituzioni, anche quando si navigava in acque complicate.

Gender Bender è un progetto sostenuto sin dalla sua prima edizione dal Comune di Bologna e subito dopo dalla Regione Emilia-Romagna che assieme all’ampia rete di partner pubblici e privati che nelle edizioni si è andata costruendo, hanno fatto crescere il festival, nella direzione in cui lo sguardo di Daniele lo ha accompagnato, lasciando che gemmasse nuove idee, come Teatro Arcobaleno e il progetto europeo Performing Gender, e che facesse sempre nuovi incontri. In questo senso la vittoria di Daniele si riflette su tutta la città e ne premia il sistema culturale, il suo pionierismo e la sua libertà».

Con questo lungo e sentito comunicato, il consiglio direttivo del Cassero, storico centro Lgbti italiano, ha commentato sul sito dell’associazione il prestigiosissimo Premio Ubu 2019 conferito ex aequo, il 7 gennaio, come miglior curatore/curatriceFrancesca Corona, co-curatrice e direttrice generale del festival romano Short Theatre, e a Daniele Del Pozzo per il Gender Bender Festival, che, giunto alla sua 16° edizione, è stato recentemente definito da Flavio Romani, ex presidente di Arcigay, in un suo recentissimo post ha «magnifico tripudio di cultura».

A pochi giorni dal conferimento del riconoscimento abbiamo raggiunto Daniele Del Pozzo, per raccoglierne emozioni e riflessioni.

Che emozioni ha suscitato in te il fatto di aver ricevuto un premio prestigiosissimo come l’Ubu per il tuo lavoro di curatore dello storico Gender Bender Festival del Cassero? Te lo aspettavi?

Sinceramente non me lo aspettavo e riceverlo mi ha reso felice il doppio. Sono felice perché dimostra che si può essere professionisti e attivisti allo stesso tempo. Il Premio Ubu ha dato infatti un riconoscimento importante al mio lavoro come curatore artistico - una categoria introdotta dal Premio Ubu per la prima volta quest'anno - svolto con professionalità, tenacia e lungimiranza in questi anni, pur tra mille difficoltà. Allo stesso tempo ne riconosce in pieno l'impegno per portare i temi delle differenze di genere e di orientamento sessuale all'interno del dibattito e della produzione culturale più istituzionale. Questo doppio riconoscimento ripaga in maniera generosa della fatica e restituisce un senso profondo alle intuizioni ardite avute anni fa e alle scelte, a volte difficili, che vengono prese quotidianamente. Il premio mi fa molto felice anche per un'altra ragione, riconosce a pieno titolo il contributo prezioso dato da un'associazione come Il Cassero Lgbti Center alla cultura e alla società. Credo che fino a poco tempo fa fosse addirittura impensabile che un centro Lgbti ricevesse un tale riconoscimento. In questo senso sono orgoglioso di aver contribuito ad abbattere - con il mio lavoro - un pò di quel muro di luoghi comuni e stereotipi che ancora oggi ci vuole confinati in una dimensione marginale e non dialogante.

Qual è, a tuo parere, il vero punto di forza del Gender Bender Festival? Facendo un bilancio delle edizioni che hai curato, quale scelta trovi esser stata davvero vincente e di quale, invece, sei decisamente pentito?

Gender Bender continua a essere un progetto indipendente, prodotto dal Cassero , associazione senza scopo di lucro che reinveste parte delle sue risorse in progetti no profit. Questa caratteristica permette una grande libertà di manovra sulle decisioni artistiche, che prevedono sempre e comunque dei confronti orizzontali con la squadra composta da chi lavora al festival. Questo punto di forza si sposa poi con il bisogno di interrogarsi continuamente sui bisogni che muovono un'azione di intervento culturale, così come sulla necessità di realizzare un festival, tenendo conto di come mutano continuamente le condizioni sociali e culturali in cui operiamo. Un esempio tra tutti: Gender Bender si è necessariamente evoluto tenendo conto di come è cambiato il bisogno di socializzazione e di cultura della comunità Lgbti prima e dopo l'apparizione dei social network o di come si sono evolute le forme di relazione affettiva con l'introduzione del riconoscimento delle unioni civili. Questa continua capacità di rinnovamento, insieme ad uno sguardo curioso a ciò che accade nel mondo, permettono ancora oggi a Gender Bender di essere un progetto culturale vivo, in cui ogni edizione aggiunge sempre qualcosa in più e di necessario, e del cui senso non mi sono mai pentito.

Infine, la gioia di lavorare a un progetto necessario e fortemente condiviso è certamente un altro elemento vitale che dà forza e significato al nostro progetto.

La cultura - e la cultura Lgbti - possono davvero cambiare la direzione, a dir poco preoccupante, della politica contemporanea? Che ruolo avrà la cultura nell’Italia del 2020?

Nella mia visione credo che la cultura sia soprattutto la capacità tutta umana di tenere aperto un dialogo intellettuale e uno scambio emotivo anche con chi ci può apparentemente apparire come lontano o differente da noi. Credo che solo con questo esercizio di disponibilità - che può addirittura essere un invito a mettersi nelle scarpe degli altri e delle altre - sia possibile riconoscere le qualità di quell'essere sociale complesso e contraddittorio che sono l'uomo e la donna. E' una visione che presuppone la possibilità di trasformare attivamente la realtà intorno a noi, affinché migliorino le condizioni di vita di tutti e tutte noi. Sta alla base del mio lavoro come persona e come operatore culturale ed è qualcosa in cui ripongo la mia fiducia e le mie speranze.

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Si terrà oggi a Milano, dalle 18:00 alle 20:00, la manifestazione Uniti, per un'Italia e un'Europa aperte, democratiche e solidali.

Un raduno, quello odierno in piazza della Scala, volto a reagire alle misure del Governo gialloverde, nei riguardi delle quali – come specificato nell’appello lanciato dal comitato promotore – non si può restare «indifferenti: le tasse che colpiscono duramente il mondo del no profit, del volontariato, del terzo settore; le misure che colpiscono pensionati e lavoratori, l’assenza di progetti per i giovani, il taglio alle risorse dei Comuni, la forte penalizzazione di scuola, università e ricerca, la mancanza di idee per spingere la crescita economica e migliorare le condizioni di vita di lavoratrici e lavoratori, nessuna misura per combattere la precarietà e aumentare le opportunità di lavoro; nessuna misura per tutelare l’ambiente, il clima e i territori». 

Ma a destare allarme è anche, come recita l’appello, «la deriva autoritaria e intollerante che fa leva sulle paure dei cittadini, ma anche l’antieuropeismo evidente delle forze politiche che compongono la maggioranza. Questa preoccupazione la esprimiamo da un territorio che tanto ha dato alla lotta di Resistenza contro il nazifascismo.

Crediamo sia necessario ribadire e difendere i valori della Costituzione italiana, nostra legge suprema, nata dagli ideali della lotta antifascista».

Lanciato su Facebook lunedì, l’evento ha raggiunto in quattro giorni oltre 50mila persone, raccogliendo le adesioni di cinquanta sigle tra partiti e associazioni. Oltre a Libera, Acli, Aned, Anpi, Arci, Italia in Comune, per citarne alcune, anche realtà del mondo Lgbti come Arcigay Milano, Coordinamento Arcobaleno, Famiglie Arcobaleno.

«Siamo davvero orgogliosi  - così il comitato promotore su Facebook - del vostro sostegno, un segnale di speranza, che testimonia la voglia di resistere e di non arrendersi all'arroganza di questo governo, che calpesta diritti e valori»

Essere in tanti, come continua il post di Fb, «per lanciare un grido di allarme e farci sentire da Lega e Cinque Stelle, responsabili di misure dannose per la nostra città, per l'Italia e per l'Europa».

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