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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Il feticismo è una strategia mentale?
Il feticismo è una strategia mentale?
Recensione di "Falsi idoli. Le culture del feticismo"
Mercoledì 23 Aprile 2008
di Liberazione
in Vita di coppia

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Gaia Maqi Giuliani

«Il feticismo è una strategia mentale o una difesa che permette a un essere umano di trasformare qualcuno o qualcosa, con la sua energia enigmatica e la sua essenza immateriale, in qualcuno o qualcosa di reale, materiale e tangibile in modo da renderlo controllabile».

Esordisce così il nuovo volume della famosa psicanalista newyorkese Louise Kaplan, Falsi idoli. Le culture del feticismo (Erickson, pp.184, euro 21,50), già autrice dei best-seller Perversioni femminili (1991) e Voci dal silenzio (1995), editi in Italia da Raffaello Cortina.

Riprendendo Freud ( Feticismo ), Marx (il feticismo della merce), il saggio Mal d'archivio di Jacques Derrida e La seconda considerazione inattuale di Friedrich Nietzsche, in questo volume Kaplan analizza il feticismo intendendolo come pratica di occultamento del proprio desiderio, di dominazione delle proprie fantasie, ma anche come pratica di dominio dell'alterità, in primis dell'alterità femminile. Si tratta della strategia del giving death ad aspetti del sé e dell'altro, ossia dell'oggettivazione, della riduzione a cosa inanimata di ciò che non si può controllare, gestire, dominare (da qui il feticismo come necrofilia).

Per comprendere il ruolo fondamentale che gioca il feticismo nella società contemporanea, Kaplan esplora la creazione di feticci negli incubatori/rivelatori della cultura di massa, come i serial televisivi Sex & the City e The Lworld (entrambi trasmessi in Italia da La7), in cui donne avvenenti e disinibite conducono e mostrano orgogliose una vita sessuale (eterosessuale nel primo caso, lesbica nel secondo) estremamente attiva, proteggendosi, dice Kaplan, dalla consapevolezza della propria sregolatezza tramite lo scudo del feticcio, ossia gli oggetti firmati, dall'abbigliamento al gadget. Kaplan coglie importanti aspetti di tali rappresentazioni, pur investigando la realtà lesbica a partire da un'ottica eterosessuale e psicanalitica e pur lasciando da parte le forti connotazioni di classe di entrambi i serial-tv.

Attraverso una lettura contrappuntistica, l'autrice ricollega la creazione del feticcio (come dominio sull'altro/a) in epoca contemporanea ad esempi storici di feticismo: è il caso della tradizione cinese della fasciatura dei piedi delle bambine con il chiaro intento di privarle della mobilità e dell'autonomia e sottometterle al controllo patriarcale. Se si potrebbe criticare Kaplan per aver dato una voce occidentale ad una subalterna cinese, è interessante vedere come l'autrice ponga in relazione questa tradizione alla pratica moderna del tacco a spillo, che fu tra l'altro contrapposta alla fasciatura nella stessa Cina rivoluzionaria. Analizza poi la creazione del "feticcio della femminilità" nella produzione cinematografica americana, nella stesura delle biografie, nei reality-show e nella robotica come tecnica di trasformazione degli altri-umani in macchine per la soddisfazione dei propri desideri.

Dopo un primo capitolo introduttivo, l'autrice si immerge nella rilettura della teoria freudiana del feticismo nel tentativo di capire come l'originalità e la grandezza di tale teoria possa essere stata inficiata dall'approccio misogino dimostrato dallo stesso Freud: ricostruendo la vita del padre della psicanalisi negli anni della scrittura di Feticismo , segnata dalla perdita del nipotino e dalle numerose operazioni che Freud dovette subire - operazioni dolorose e disabilitanti - Kaplan giunge a spiegare tale misoginia come risultato dell'"amputazione" della propria mascella che Freud avrebbe ricollegato all'immagine della donna come "uomo castrato". La supposta femminilizzazione di Freud sarebbe dunque per Kaplan all'origine del disprezzo crescente da lui dimostrato nei confronti delle donne e della loro sessualità. Se tale ricostruzione è scientificamente ineccepibile, vista l'accurata ricostruzione biografica, resta la questione della necessità di una tale giustificazione ai fini del recupero critico della teoria freudiana: è una tale giustificazione l'unica alternativa per appianare le grandi contraddizioni che essa apre nella coscienza femminista dell'autrice?

Estremamente interessante è il capitolo "L'uso del corpo femminile nel cinema": l'analisi della pin-up feticcio Marilyn Monroe attraverso la sua interpretazione nei due film Niagara (1953) e Gli spostati (1961) rivela la condizione di una sessualità negata. Il corpo della pin-up, rappresentato come sessualmente sempre disponibile, nasconde e nega quell'"universo insondato" che è la sessualità femminile della donna reale (di Norma Jane alias Marilyn): una sessualità che è mantenuta sconosciuta non tanto perché «gli organi sessuali femminili sono interni e non esiste una singola, definita zona erogena», ma per la precisa volontà di negare la soggettività (erotica, politica) delle donne. In un altro film hollywoodiano, prosegue Kaplan, Thelma e Louise (1991) quella stessa sessualità negata e violata è alleggerita, ridotta, sublimata, mediante il finale ricongiungimento con la Natura: proprio questo ricongiungimento alla Natura è il feticcio che permette di «mascherare il dolore e la disperazione con sentimenti di grandiosità ed euforia». Ma non è quell'euforia il risultato di una soggettivazione che non è individuale e trasformativa, ma collettiva e tragica? L'unica via d'uscita al dolore cagionato da una violenza culturale e fisica che è insuperabile è, per Thelma e Louise, la morte. Kaplan vede qui, così come nei film della Monroe ed in Eyes wide shut di Stanley Kubrick (1999), la reiterazione del feticcio della Donna-Natura-Madre: il ritorno alla compagna-madre Nicole Kidman (Alice) da parte di Tom Cruise (Bill) è l'antidoto alla vita sregolata, incontrollabile, immorale, disumana, ma anche l'occultamento e la negazione della soggettività femminile, la sua riduzione alla Madre, all'oggetto-feticcio salvifico.

Nel capitolo "Scrivere sulla pelle", Kaplan riconduce le pratiche del tatuaggio e dei tagli autoinferti ( skin-cutting ) ad una serie di comportamenti che vanno dalla ribellione alla condanna della corruzione del sistema sociale. Se è vero che Kaplan prova un po' di «disgusto» per le pratiche di "scrittura sul corpo" individuali, mentre riabilita quelle «dei primitivi» (sic) che hanno valenza collettiva, l'applicazione della sua teoria del feticismo in questo campo permette di cogliere alcuni aspetti essenziali di tale rituale: il taglio della pelle, il tatuaggio o il piercing sono fatti per "sentire il proprio corpo", altrimenti anestetizzato e spersonalizzato dal contesto sociale, culturale e politico, oppure per recuperare il controllo su di esso (o su quello degli altri, come ne I racconti del cuscino di Peter Greenaway, 1995).

Se «la strategia feticista non è né completamente buona né completamente cattiva perché serve anche a proteggerci dalla violenza della distruzione», Kaplan ci incita comunque a sfidare le nostre incertezze e ad accogliere l'ambiguità, a restare in movimento, senza sbarazzarci completamente dei nostri feticci, solo riconoscendone natura e ruolo, che sia esso personale o collettivo, indotto o riappropriato.

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