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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Unioni di fatto, storie di ordinaria discriminazione
Unioni di fatto, storie di ordinaria discriminazione
Omosessuali o etero una sola certezza: nessuna garanzia. Maya e Barbara, “sposate” da 6 anni e nessun diritto
Lunedì 25 Dicembre 2006
di Liberazione
in Vita di coppia

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di Davide Varì



La realtà, quella vera, è che ci sono mille modi per aggirare i divieti. Basta andare da un notaio e far intestare la casa a entrambi i conviventi, oppure farsi mettere nello stato di famiglia insieme, c’è sempre qualche impiegato pubblico distratto. Insomma, con un pò di accortezza si riesce a garantire un futuro sereno e garantito per se e per la propria compagna o il proprio compagno. Però io mi sono stufata di trovare escamotage, io voglio che i diritti delle coppie di fatto, omosessuali o etero che siano, siano riconosciuti dallo Stato».



Maya vive con Barbara da 6 anni circa. Hanno deciso di sposarsi perchè credono nell’importanza e nell’estetica, perchè no, del rito: «Abbiamo celebrato il matrimonio con una cerimonia pagano nel 2002» da lì in poi, ma anche prima, dividono e condividono tutto: «casa, soldi, difficoltà, gioie e dolori». Sono una famiglia del resto: «Iocontinua Maya - so tutto della salute di Barbara e lei tutto della mia, più di mia madre. Siamo sposate del resto». Con loro vive anche Luca, 23 anni, che ha imparato a considerare quella famiglia come una famiglia tra le tante, il fatto che siano due donne è assolutamente secondario.



E sui diritti? «Noi paghiamo le tasse, perchè non devono riconoscerci i diritti?». E “diritti”, non è un parola vuota, significa avere accesso, specie in situazioni particolari, spesso drammatiche, alla vita dell’altro, alla vita giuridica e a quella vissuta. «Io non ho mai avuto problemi ad entrare in ospedale per andare a trovare Barbara, ho trovato sempre medici di buon senso.



Ma il fatto che sia lasciato alla discrezionalità del medico non è giusto. E se un giorno trovassi un bacchettone?». Stesso discorso e stesa discriminazione per la casa: «Noi non abbiamo problemi, ma conosciamo persone che hanno dovuto abbandonare la propria casa dopo la morte del convivente, non è giusto!» E sulla legge annunciata dal governo, quella che dovrebbe riconoscere i diritti ai conviventi Maya ha le idee chiare: «E’ il minimo - sbotta -. E’ un contentino. Il fatto è - continua - che hanno paura, terrore dei gay e delle lesbiche.



Un terrore ipocrita. Se le Iene facessero un bel test sull’omosessualità in parlamento, altro che cannabis. Uscirebbe di tutto. Il fatto è che siamo in Italia. Siamo nel territorio del Papa». Una delle tante coppie di fatto, omosessuali oppure etero, quella di Maya e Barbara. Come loro ci sono decine di migliaia di casi. Spesso storie drammatiche, storie di diritti negati. Basta farsi un giro sul sito della Lega per le famiglie di fatto (www.liff.it) per farsi un’idea. Come il caso di Massimo Massimo che ha convissuto per ben 27 anni con la sua compagna morta nel febbraio 2005 per una grave malattia degenerativa. «Quanti anni trascorsi insieme tra un ospedale e l’altro, cure mediche, visite specialistiche ecc..ma anche momenti felici in vacanza specie sulle Alpi dove si sentiva più rilassata». «Ora che non c’è più - continua nella sua lettera Massimo - mi sono ritrovato senza nulla e per questo che ho intrapreso un’azione legale contro l’INPS per avere la pensione di reversibilità.



Presso il tribunale di Roma, ci sarà la prima udienza nel mese di marzo 2007 e gradirei sentire attorno a me la solidarietà di tutti coloro che hanno tale situazione. Oggi dico a tutti quelli che convivono di farsi sentire e di non capitolare soprattutto nel momento in cui il parlamento inizierà la discussione della legge sui Pacs». Oppure la storia di Pietro e Roberto che vivono insieme da più di 15 anni.«Siamo un punto di riferimento per tanti nostri amici ed amiche (eterosessulai), in quanto siamo una delle coppie più ”longeve”; infatti, pur senza nessuna protezione sociale, continuiamo a volerci bene e a sostenerci perchè abbiamo un progetto di vita in comune, che purtroppo tante coppie non hanno. Pertanto ci consideriamo a tutti gli effetti una famiglia, inserita in un contesto sociale e familiare fatto di affetti e relazioni. L’unico grande assillo che abbiamo - scrive Pietro - è l’assoluta mancanza di tutela che il nostro rapporto ha in Italia: eredità, assistenza sanitaria, pensione». «Mi chiedo solo una cosa: perchè? Perchè noi, persone con una sessualità che non corrisponde a quella della maggioranza della popolazione, ma che non è nè una malattia, nè una scelta, non abbiamo gli stessi diritti delle persone eterosessuali? Una coppia eterosessuale può infatti sposarsi per regolarizzare i suoi rapporti, ma alle coppie omosessuali questa strada è preclusa. Spesso - conclude Pietro -in questi ultimi mesi abbiamo pensato che l’unico modo per risolvere questi problemi fosse emigrare in Paesi dove la democrazia è nei fatti e non nelle parole (Spagna, Francia, Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Germania, Canada». Storie di ordinario disagio, di ordinaria discriminazione. Realtà, vite, che chiede solo regole, rispetto dei diritti e umanità.

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