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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Appello ai giornalisti: non siamo mammoni, per andare via di casa ci vuole un lavoro sicuro
Appello ai giornalisti: non siamo mammoni, per andare via di casa ci vuole un lavoro sicuro
convivo dal 2002 con il mio compagno, convivenza fatta di altalene tra lavoro e non lavoro, scadenze di contratto, etc..
Martedì 24 Ottobre 2006
di Delia Vaccarello da "1,2,3...liberi tutti de l'Unità"
in Vita di coppia

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Vivo con il mio lui grazie all’assegno di mamma e papà

Buongiorno Delia, ti scrivo in questo angolo di libertà perchè sono gay e vorrei esprimere, semplicemente, quello che sto vivendo in questo momento. Purtroppo non è una situazione piacevole, anzi, vivo un grosso disagio dovuto al lavoro. Sto trascorrendo la mia vita tra un lavoro interinale e un altro, senza trovare in nessun modo la mia dimensione. Ho delle passioni enormi per l'arte e la letteratura in generale. Ma sembra che in Italia non ci siano sbocchi per chi nutre questo genere di amori. Ho da pochissimo letto il tuo libro «L'amore secondo noi». E trovo tu abbia descritto in un modo semplice e diretto tutte le problematiche che hanno i ragazzi adolescenti circa la loro identità, sessuale e non. Vorrei sapere perchè i giornali e i media dicono che noi giovani italiani vogliamo rimanere a casa con mamma: si sono mai domandati il motivo? Apro una parentesi per dirti che io convivo dal 2002 con il mio compagno, convivenza fatta di altalene tra lavoro e non lavoro, scadenze di contratto, etc.. Come è possibile andare a vivere da soli con uno stipendio che non entra sempre, visto che il contratto a tempo indeterminato è diventato un fantasma a tutti gli effetti? Ti assicuro che se non avessi avuto i miei genitori a sostenere me e la mia metà, probabilmente a quest'ora sarei in carcere per fallimento. Chiedo dunque a tutti i giornalisti di fare attenzione a ciò che si scrive, non prendendo per oro colato ciò che è solamente apparenza. Non è nelle mie intenzioni sembrare una vittima, volevo solamente mostrare il disagio di una generazione che rincorre una felicità fittizia, fatta di un rimpallo da un lavoretto all'altro. Un saluto (anche a Mukkelia).

Massimiliano Manni



Caro Massimiliano, un tempo le lettere di gay e lesbiche che lamentavano forme di disagio non riguardavano il lavoro, ma piuttosto il rapporto con la famiglia o con i coetanei. La tua mail, al contrario, arriva dritta dal futuro, dall’era del post-pacs. Dici che i giovani gay hanno difficoltà a avviare una convivenza non certo a causa del pregiudizio o della mancanza di una legge. Hai una famiglia alle spalle che interviene e che sostiene la vostra coppia ormai da quattro anni. Sottolinei che la dignità di un lavoro non incerto restituisce valore a chi lo svolge, gay compresi, laddove chi vive nel precariato insegue una «felicità fittizia». Leggendoti ci si chiede: in che anno felice vivi? L’anno in cui le coppie omosessuali saranno, nei diritti, ormai uguali alle altre in questa nostra Italia? Tu che scrivi dal futuro sei lontano dal definire il tuo un amore «debole» e sai che è forte anche grazie al sostegno e al calore della tua famiglia di origine. I giornalisti che inviti a non essere superficiali quando parlano di figli mammoni, dovrebbero ricordarsi di te anche quando affrontano il tema dei diritti. Di te che scrivi da una galassia libera e ci ricordi che i giovani omosex e quelli etero sono tutti fratelli: vogliono dire «ciao mamma» ed essere felici, peccato che non hanno i soldi per arrivare a fine mese. Esattamente come gli altri.

(delia vaccarello)

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