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| Siena, l'ARCI provinciale scrive una "Lettera aperta a monsignor Bonicelli sulle unioni civili" |
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| Il vescovo di Siena era intervenuto in modo brusco e sarcastico sulla recente delibera della Provincia di Siena che sollecitava il parlamento ad approvare un legge che parifficasse il diritti delle famiglie di fatto a quelle fondate sul matrimonio. |
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| Lunedì 14 Dicembre 1998 |
| di Franco Grillini |
| in Vita di coppia |
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Lettera aperta sulle Unioni civili. Sul caso Bonicelli interviene l''Arci provinciale di Siena. Il vescovo di Siena era intervenuto in modo brusco e sarcastico sulla recente delibera della Provincia di Siena che sollecitava il parlamento ad approvare un legge che parifficasse il diritti delle famiglie di fatto a quelle fondate sul
matrimonio.
Lettera aperta a monsignor Bonicelli sulle unioni civili
"Ill.mo Mons. Bonicelli,
ho letto con attenzione le Sue dichiarazioni sulle unioni civili pubblicate dalla Nazione del 10 dicembre, così come avevo già fatto per i Suoi precedenti interventi sullo stesso tema.
Ho avuto occasione di incontrarLa personalmente una sola volta quando partecipammo insieme ad una iniziativa del Circolo Arci di Gracciano sul problema dell'immigrazione. In quella occasione ebbi modo di conoscere e apprezzare oltre che la Sua simpatia anche la Sua competenza e grande apertura al confronto con tesi e posizioni provenienti da esperienze culturali diverse dalla Sua, nonché la Sua capacità e convinzione di distinguere l'ambito della fede dall'ambito dello Stato.
Sono perciò rimasto un po' stupito dal contenuto delle Sue dichiarazioni così come riportate dalla Nazione nell'articolo citato.
Cerco di spiegarmi.
L'Arci provinciale insieme al Circolo Arcigay Ganimede hanno promosso da alcuni mesi una campagna volta a ottenere pronunciamenti delle Istituzioni locali a favore del riconoscimento delle unioni civili. Comune e Provincia di Siena lo hanno fatto, auspichiamo e lavoreremo perché altri Comuni seguano. A partire da ciò si è aperto il dibattito locale.
La questione sul tappeto mi sembra essere la seguente: ad oggi le leggi italiane riconoscono e regolano in quanto a diritti e doveri una sola forma di libera unione di coppia, il matrimonio. Dal momento che nella società italiana esiste una domanda volta a ottenere il riconoscimento di unioni diverse dal matrimonio, indipendentemente dalla loro attuale dimensione quantitativa, è giusto o non è giusto che lo stato riconosca e regoli queste diverse forme di unione non fondate sul matrimonio?
Mi scuso se per comodità di esposizione estrarrò alcune Sue frasi dal contesto, conto di riuscire a rispettarne lo stesso il significato.
Nell'articolo citato Lei dichiara "Non credo che il problema delle coppie di fatto sia un'emergenza sociale. E' solo una questione ideologica che sta disorientando l'opinione pubblica". Se per emergenza sociale intendiamo il fatto che un determinato problema abbia superato una prestabilita soglia quantitativa, forse Lei ha ragione. Ma proprio in questo caso Le chiedo: non crede che quando la legislazione si ritrova costretta ad inseguire le emergenze questo sia un brutto segno? Non crede che un legislatore attento e lungimirante debba saper cogliere i problemi (e risolverli) prima che essi diventino emergenze sociali?
Più avanti Lei dichiara "Equiparare le unioni di fatto alle famiglie unite dal vincolo del matrimonio va contro la legge e contro la Costituzione". Non mi sembra che le cose stiano così. Non esiste in Italia nessuna legge che vieti il costituirsi di unioni diverse dal matrimonio. Credo che in uno stato di diritto ciò che la legge non prevede non sia vietato, bensì sia consentito. Non a caso la sollecitazione che arriva dai tanto discussi ordini del giorno non è quella di abrogare questo o quell'articolo del codice o della Costituzione, bensì quella di aggiungere, arricchire quanto già esiste senza nulla togliere all'esistente e senza violare alcuna norma di legge o di Costituzione.
Inoltre si tende sempre a ridurre la questione al caso delle coppie omosessuali. E' indubbiamente vero che questo aspetto è il più emergente certo anche perché con grande nobiltà gli e le omosessuali si stanno impegnando particolarmente in questa battaglia. Non credo lo facciano per motivi di ideologia, credo lo facciano perché vivono direttamente sulla propria pelle una discriminazione reale, dura e concreta che impedisce al loro amore di realizzarsi compiutamente (per chi di loro lo ritenesse necessario) anche in una unione riconosciuta dallo Stato che ne determini diritti e doveri, per esempio quanto all'assistenza. Cosa diciamo a quegli omosessuali a cui viene impedito di prestare assistenza al partner bisognoso di cure? Più in generale al di là dello specifico omosessuale gli ordini del giorno in questione pongono il problema di tutte le coppie di fatto che si formano anche tra eterosessuali di sesso diverso. Un esempio? Le coppie di anziani fondate sull'affetto e, perché no, anche sul bisogno di tutela reciproca. Una situazione forse oggi marginale, ma esistente e in crescita. Quanto incide poi l'assenza di un riconoscimento di legge sul numero di coppie di fatto oggi esistenti? E comunque, al di là del dato meramente quantitativo, siamo in presenza di unioni che arricchiscono positivamente la nostra società oppure di fenomeni degenerativi e negativi da, se non reprimere, quantomeno non tutelare?
Già l'attuale regolamento anagrafico (DPR 223 / 1989) definisce la famiglia anagrafica come "un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune". Un principio quindi, per tornare a una osservazione precedente, non solo nient'affatto in contrasto con una qualsivoglia legge ma addirittura già presente nella legislazione attuale. Però è una presenza soltanto dichiarata e poi non normata, non definita, perciò non concretizzata in una reale opportunità.
Infine e al di là del Suo specifico intervento, assunto che il cattolicesimo riconosca solo la famiglia fondata sul matrimonio mi aspetterei da quel mondo, non il tentativo di imporre a tutti per legge la propria opinione, bensì una posizione di maggiore disponibilità: ammesso che i cattolici non debbano dare vita a questo tipo di unioni in quanto in contrasto con la loro morale e dottrina (eventuali divergenze interne al vostro mondo non mi riguarderebbero e assisterei con attenzione e rispetto al dibattito) e forse debbano anzi tentare di convincere tutti a non farle, laddove tuttavia non cattolici danno vita a unioni siffatte ne riconoscano la evidente positività sociale in quanto comunque espressione di affetto, solidarietà, etc., e pertanto collaborino al loro riconoscimento da parte dello Stato. A questo punto, ma solo a questo punto, si porrebbe il problema se equiparare in tutto o in parte tali unioni al matrimonio e potremmo tranquillamente discuterne.
Le dirò con franchezza Mons. Bonicelli che certe chiusure nel campo dell'ordinamento statale civile mi ricordano (fatte le debite proporzioni, naturalmente) antiche guerre di religione da un lato e antichi pregiudizi 'anti-preti' dall'altro in cui anche la sinistra di cui faccio parte è incorsa nel passato. Atteggiamenti più dannosi che inutili.
Mi scuso per la lunghezza e La ringrazio per l'attenzione."
FAUSTO BERTONCINI
(Segretario provinciale Arci di Siena)
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