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| Le ragioni della crociata della gerarchia ecclesistica contro i registri delle unioni civili. |
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| Domenica 27 Dicembre 1998 |
| di Franco Grillini |
| in Vita di coppia |
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Perché la Chiesa cattolica italiana ha improvvisamente deciso di gettarsi nella mischia, con grotteschi ed esagitati toni da crociata, contro un'iniziativa simbolica e tutto sommato innocua come l'istituzione dei registri dei conviventi da parte dei consigli comunali?
La cosa è sorprendente, sia perché della faccenda si discute da mesi se non da anni, sia perché la Chiesa cattolica italiana dovrebbe avere imparato, dopo le vicende del divorzio e dell'aborto, che molte iniziative in materia di diritti civili vedono il pubblico e gli elettori inizialmente ostili, finché si discute delle etichette, ma qualunque dibattito sul merito dei problemi finisce poi per consentire agli innovatori di spiegare le proprie buone ragioni e di convincere l'opinione pubblica: anche molti di coloro che sono inizialmente sconcertati da novità che erano suonate come sconvenienti.
Sono felice di non essere cattolico, per non dovermi vergognare di appartenere ad una confessione religiosa le cui gerarchie misurano il tasso di adesione e di ortodossia dei propri fedeli sulla base della disponibilità a perpetuare la discriminazione verso una minoranza perseguitata per secoli e costituita da individui che semplicemente constatano di essere diversi dagli altri. E non ho dubbi che in un prossimo futuro vi sarà un pontefice romano che sarà costretto a "implorare il perdono" degli omosessuali non solo per i roghi dei secoli passati, ma anche per queste residue manifestazioni di discriminazione e per questi inviti all'esclusione e all'emarginazione sociale: esattamente come quello attuale ha dovuto implorare il perdono di ebrei e protestanti per le persecuzioni messe in atto nel passato dai suoi predecessori. La discriminazione nei confronti degli omosessuali non tarderà ad essere pressoché universalmente riconosciuta - almeno in Occidente - come l'atteggiamento ancora diffuso culturalmente più prossimo al razzismo vero, quello propriamente biologico, che perfino l'estrema destra neonazista europea esita ormai a rivendicare apertamente.
Le gerarchie cattoliche però non hanno la minima comprensione di che cosa sia l'omosessualità nella concretezza della vita sociale contemporanea: ancorate a questa loro ignoranza sociologica, prigioniere delle indicazioni date dal magistero cattolico in secoli in cui le società non erano pluralistiche e agli omosessuali non era consentito di esprimersi, queste gerarchie vedono davvero, anche se a noi ciò può apparire incredibile, nell'esercizio dell'omosessualità la manifestazione di una volontà di trasgressione, il segno di una ribellione ad un ordine morale "naturale" che è ormai il solo oggetto di fede rimasto a una teologia sostanzialmente estranea (a differenza di quella protestante) alla cultura occidentale degli ultimi due o tre secoli.
È questa credo la ragione dell'insensata crociata messa in atto in questi giorni: i vescovi hanno capito che qualche forma di riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali è inevitabile, che una società pluralistica non può perpetuare emarginazione, ingiustizie, piccole e grandi crudeltà, diniego della pari dignità sociale ad un'intera categoria di cittadini, solo perché i comportamenti di costoro non sono - non possono essere - coerenti con l'insegnamento di una particolare denominazione religiosa. Ma hanno deciso che non possono far finta di nulla: preferiscono perdere - perché sanno che a medio termine non possono che perdere - piuttosto che rimettere in discussione quello che considerano un caposaldo della loro cultura.
Per usare una celebre formula di Max Weber, hanno scelto l'etica della convinzione: quale che ne sia il costo, per la loro Chiesa, per la società italiana, per la politica, per le esistenze degli omosessuali o dei loro famigliari, essi hanno deciso che devono combattere - e se necessario perdere - questa ennesima battaglia contro la civiltà liberale. Pereat mundus, i matrimoni gay, le unioni civili, i registri comunali non s'hanno da fare. "Qui essi stanno", non possono altrimenti, e che Dio li aiuti. Ma, a differenza di quella del loro avversario storico che pronunciò quella frase a Worms, la loro è anche una scelta tragica, sia perché sanno di andare prima o poi alla sconfitta, sia perché, per quanto isolati possano essere da quella parte della società italiana che non ne condivide la cultura e le scelte, non possono non rendersi conto dell'insostenibile malvagità del loro diniego, soprattutto ma non solo agli occhi di una coscienza laica; e quindi (a differenza di noi, in queste questioni almeno) non possono non essere rosi da qualche insidioso dubbio morale.
Questo spiega anche il diverso atteggiamento tenuto su questa questione dal Partito popolare, o almeno dal suo segretario Marini: un partito politico deve sempre agire in base all'etica della responsabilità. Deve cioè agire tenendo conto per quanto possibile delle conseguenze (politiche, etiche, pratiche) delle proprie iniziative. Non può, perché è contrario sia all'etica sia alla pratica della politica, strafregarsene delle conseguenze delle proprie posizioni di principio sulla vita politica, sui rapporti con alleati e avversari, sulle vite concrete dei cittadini.
È raro che i dirigenti di un partito cattolico si pongano in Italia in contrasto con le indicazioni della gerarchia su argomenti che essa ritenga di importanza vitale: ma questa volta la gerarchia, compiendo una scelta impolitica per eccellenza, ce li hanno costretti. Speriamo che la prossima sconfitta dei vescovi possa redimerli dalla loro sempre meno inconsapevole nequizia.
Felice Mill Colorni
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