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| Bologna: la rivoluzione delle "unioni d'affetto". Di Luigi Valeri |
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| "Il fatto è di notevole importanza politica, sia perché Bologna è il primo capoluogo di Regione in cui un simile provvedimento diviene attuativo, sia, soprattutto, per l'originalità dell'impostazione bolognese". |
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| Lunedì 01 Febbraio 1999 |
| di Franco Grillini |
| in Vita di coppia |
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ARTICOLO PER NOI
Bologna, domenica 31 gennaio 1999: l’Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, sfodera ben quattro articoli contro il riconoscimento delle coppie del medesimo sesso e di quelle di conviventi. Due interventi in cronaca locale, per bacchettare le autorità politiche bolognesi che “hanno inferto l’ennesimo colpo proibito alla famiglia” e per ricordare che “l’intera città da 17 anni attende paziente e in silenzio che Porta Saragozza sia restituita alla devozione alla Madonna di S. Luca” (anche se i ‘devoti’ a Bologna sono stimati attorno al 3% della popolazione). Due articoli nelle pagine nazionali a spiegare, tra l’altro, le buone ragioni che spingono quel giorno, i cattolici francesi, con la benedizione dei vescovi, ad unirsi agli integralisti musulmani e soprattutto ai razzisti dell’estrema destra di Jean-marie Le Pen, in una manifestazione di piazza a Parigi, contro l’imminente approvazione parlamentare dei PCAS, i patti di solidarietà civile e sociale. Eppure in Italia il Parlamento è lontano da tale traguardo; cosa spinge dunque la gerontocrazia cattolica nostrana a tanta attenzione verso il riconoscimento di dignità legale alle coppie dello stesso sesso?
La risposta va cercata nella non troppo rumorosa ma inarrestabile e dilagante campagna per il riconoscimento delle “unioni civili” che Arcigay ha saputo prima lanciare e poi seguire e alimentare nelle città della Penisola. In particolare ciò che ha fatto saltare i nervi persino al “santo padre” è stato l’intervento sul tema della città di Bologna. Richiamandosi alla definizione di famiglia, data dalla legge anagrafica dello Stato, la “città delle due torri” si è infatti organizzata per il “rilevamento e la valorizzazione delle famiglie anagrafiche fondate su un legame affettivo”. Da oggi due o più persone, coabitanti e residenti nel comune, possono chiedere che l’ufficiale d’anagrafe annoti sullo stesso registro anagrafico che esse sono legate da vincoli affettivi e, come tali, costituiscono una famiglia anagrafica. Il fatto è di notevole importanza politica, sia perché Bologna è il primo capoluogo di Regione in cui un simile provvedimento diviene attuativo, sia, soprattutto, per l’originalità dell’impostazione bolognese. Pur essendo il fondamento costituzionale il medesimo delle precedenti mozioni sull’istituzione dei registri delle unioni civili, per primi i bolognesi si sono accorti che la stessa legge anagrafica impone di riconoscere le famiglie fondate sull’affetto, anche se di persone del medesimo sesso. La stessa legge inoltre prevede che, su richiesta degli interessati, l’ufficiale di anagrafe, d’ordine del Sindaco, possa emettere un attestato che certifichi la sussistenza del legame affettivo.
Semplice applicazione di una legge statale, quindi, ma anche provvedimento che apre nuovi orizzonti alla battaglia per il riconoscimento delle coppie di fatto. D’ora in poi nelle città italiane ove si solleverà la questione, sarà possibile non solo chiedere, come finora è accaduto, che il Consiglio Comunale e la Giunta approvino ordini del giorno e regolamenti appositi, ma anche esigere, in quanto coppia, l’attuazione di una legge della Repubblica, certo non rifiutabile da parte degli enti locali.
A rendere il tutto ancora più efficace e rilevante è che, nonostante la confusione terminologica dei mass media, in questo caso è giuridicamente corretto parlare proprio di “famiglia” e non di “unione d’affetto”, “coppia di fatto” o “unione civile”. La legge anagrafica infatti parla chiaramente di “famiglia” fondata su un legame affettivo. Certo non si tratta ancora di quella sancita dall’art. 29 della Costituzione, ma nel diritto la differenza tra le parole conta.
Altro aspetto su cui spesso manca chiarezza è quello delle conseguenze di tale provvedimento. Vero è che, in sé, la registrazione anagrafica come famiglia affettiva non comporta acquisizione automatica di diritti particolari, ma vero è anche che essa costituisce uno strumento di censimento, rilevazione e studio, da parte dell’amministrazione comunale, che può essere successivamente utilizzato, ove vi sia la volontà politica, per estendere la fruizione di servizi che non si vogliano riservati esclusivamente alle famiglie fondate sul matrimonio.
Avanti tutta, quindi, con la battaglia nelle città per conferire visibilità e dignità sociale alle famiglie fondate sull’affetto, nonostante il Parlamento sia ancora sordo alla necessità di una legge statale, e nonostante le parole del papa. Dieci giorni fa, in udienza presso gli avvocati e gli officiali del tribunale della Rota Romana, Woityla ha, infatti, sottolineato l’assurdità del voler attribuire “realtà coniugale all’unione fra persone dello stesso sesso” e ha citato, in latino, uno dei passi della Bibbia più duri verso gli omosessuali: “Dio li ha abbandonati in balia di una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno” (Romani 1,28). Si è però dimenticato di ricordare che San Paolo, il più duro, se non l’unico, dei detrattori dell’omosessualità nel Nuovo Testamento, conclude quel passo della “lettera ai Romani” con queste parole: “ … (essi) non capirono che chi fa tali cose è degno di morte: né solo chi le fa, ma anche chi approva coloro che le fanno”. I sindaci italiani sono avvisati.
Luigi Valeri
resp. legislativo di Arcigay Questo articolo ha ricevuto 249 visite.
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