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| Unioni d'affetto a Bologna: "si viola la privacy" dicono i consiglieri comunali cattolici. "Non è vero", risponde Beppe Ramina in una lettera aperta pubblicata dal Resto del Carlino |
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| Secondo i consiglieri comunali cattolici di Bologna Mengoli e Salizzoni si viola la Costituzione |
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| Lunedì 08 Febbraio 1999 |
| di Franco Grillini |
| in Vita di coppia |
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Da "Il Resto del Carlino", giovedì 4 febbraio '99
Segue la lettera aperta di Beppe Ramina
di Mario Bovenzi
Bugie d'amore: "Sono un lui e provo un grande affetto, e non solo affetto, per un altro lui con il quale cotìvi@9. Però preferisco che non si sappia tanto in giro, per- chela gente si sa come è fatta e magari ti guarda storto, o semplicemente non voglio renderlo noto perché sono una persona riservata e, come si suol dire, quelli so- ,no fatti miei. Ma quando andrò all'anagrafe per la registrazione sarò costretto a mentire". Il dialogo è immaginario, ma le nuove disposizioni, introdotte dopo la bagarre in consiglio comunale sulle doppie di fatto, obbligano le persone che non sono legate da vincoli matrimoniali a dichiarare se intendono costituire un nucleo familiare basato su vincoli d'affetto (mettere la crocetta nel quadratino) o, in caso contrario, a scrivere che si formano nuclei distinti. "Se sono una persona riservata, quando mi imbatterò nel secondo comma della normativa sulle denunce anagrafiche (dove appunto si dice che dovrò esplicitare se intendo metter su un unico nucleo familiare basato sull'affetto) e nei moduli finali con le caselle, mi guarderò intorno e barrerò la voce 'distinto'". Sulla questione hanno sollevato un'interpellanza i consiglieri comunali Paolo Mengoli, dei Popolari, e Giovanni Salizzoni, di Governare Bologna. "E' una palese violazione della privacy - sbotta Mengoli, che ancora scuote la testa pensando all'articolo 4 del regolamento anagrafico, usato come, cavallo di Troia per far passare le coppie d'affetto -. Perché non hanno scritto 'potranno', lasciando così libera scelta alle persone". E prosegue: "II Comune, in questo modo, ha messo delle etichette alle coppie o comunque ai vari tipi di unione, costringendo i cittadini a rendere noti i propri rapporti o, in caso contrario, a dichiarare il falso". L'interpellanza finirà, sul tavolo delle commissioni consiliari e l'assessore competente ai servizi anagrafici dovrà dare una risposta. "Viene leso un diritto - riprende Mengoli - imponendo un obbligo che è incostituzionale. Andremo fino in fondo sulla questione". Si annuncia un altro polverone.
All’attenzione di Paolo Mengoli e Giovanni Salizzoni
e, p.c.
Massimo Gagliardi
Caro Paolo, Caro Giovanni,
leggo sul Resto del Carlino che siete preoccupati per la privacy delle coppie di fatto.
Ci conosciamo da alcuni anni e ritengo che fra noi corra stima e, forse anche, affetto.
Per questo resto abbastanza meravigliato dalla vostra interpellanza. Perché non dire, semplicemente, francamente: “Siamo contrari al riconoscimento delle unioni affettive, non riconosciamo valore all’amore fra persone dello stesso sesso o non sposate?”.
Non ci sarebbe nulla di male. So di far parte di una comunità nella quale vivono persone che alimentano culture diametralmente opposte. Ma questa è la mia comunità, che è vivace e cambia proprio grazie al confronto fra visioni differenti, fra interessi conflittuali.
Per una coppia gay che si trovi in imbarazzo di fronte alla domanda dell’anagrafe, la scelta di mentire sulla qualità della propria relazione è stata fatta da tempo. Mentirà una volta di più, come magari già fa quando, volendo donare il proprio sangue, viene chiesto se si è omosessuali e, in caso affermativo, la donazione non viene accettata (questa, che esclude e senza motivazioni sanitarie plausibili, è una reale violazione della privacy, no?).
Di fronte alle caselline anagrafiche è semmai un’altra la questione che si pone alla nostra coppia gay che non vuol farlo sapere: perché ci nascondiamo? di cosa e di chi abbiamo timore? quale valore o disvalore attribuiamo alla nostra relazione? Domande profonde, di quelle che fanno bene e male allo stesso tempo.
Quelle caselle interrogano anche la comunità: per via di quali comportamenti, luoghi comuni, cattiverie, costringiamo delle persone a vivere di nascosto la propria identità e quella solidarietà profonda che nasce dall’amore? E più in generale ci domandano: cosa significa oggi cittadinanza, inclusione, esclusione? (Caro Paolo, quante volte ci siamo comunemente impegnati su questo terreno?)
Forse sono queste alcune delle domande che desideriamo eludere.
Provo addolorato rispetto per chi pensa di non avere valore in quanto anche omosessuale e si nasconde e sarò sempre vicino a chi vive questa situazione. Tuttavia nulla più giustifica il ‘Si fa ma non si dice’, la doppia morale cantata da Milly, inno di un’Italia superficialmente cattolica.
So che in tutti i partiti e movimenti politici e nelle istituzioni, compresa la Chiesa, molti omosessuali con ruoli anche di responsabilità vivono nel timore di venire scoperti: ne conosco alcuni, ne salvaguardo il silenzio.
Tuttavia non credo che queste paure possano costituire l’elemento regolatore di una comunità che voglia essere consapevole di ospitare identità, punti di vista, concezioni del mondo differenti.
Giovanni Paolo II domanda al popolo della Chiesa di testimoniare con maggiore convinzione i valori che, secondo il Vaticano, stanno alla base del messaggio di Cristo.
Quella richiesta di verità penso possa valere per tutti, anche per chi non crede, anche per chi crede ed è in disaccordo, anche per chi ha fede in altre spiritualità: se non si testimonia francamente la propria esistenza non ci potrà essere alcun incontro, non può esserci comunità.
Caro Paolo, caro Giovanni, perché, desiderandolo, non dovrei poter testimoniare alla mia comunità del mio amore?
Con amicizia
Beppe Ramina
Bologna, 4 febbraio 1998
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