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| Rita e Luisa, lotta in tribunale « In Spagna per sposarci » |
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| L'Arcigay ha chiesto informazioni al Consolato: « Pronte a trasferirci » |
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| Mercoledì 27 Luglio 2005 |
| di Corriere del Veneto |
| in Vita di coppia |
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VERONA — Quattro donne, sotto lo stesso tetto da due anni. Due figlie, frutto di una precedente relazione, e… due mamme. Che ora sarebbero anche disposte a trasferirsi in Spagna, pur di sposarsi. Cambiare la loro residenza, se potesse servire a qualcosa.
Rita e Luisa, coppia lesbica di Verona, dopo il primo matrimonio gay celebrato a Madrid alcune settimane fa, vorrebbero poter dire anche loro il fatidico sì. « Ci amiamo e dunque perché non farlo? » , dicono. E non sono le uniche a pensarla così. A Verona, tante altre coppie gay sono interessate a capire se hanno o meno la possibilità di sposarsi. E Arcigay ha già richiesto informazioni in merito all'ambasciata italiana in Spagna. Rita e Luisa aspettano di avere ragguagli in merito. Il Consolato generale d'Italia, a Madrid, dice che è difficile che due gay italiani riescano a sposarsi. Ma c'è una possibilità, seppur remota. Ed è quella, spiegano « di scrivere all'autorità giudiziaria spagnola » e sperare che qualche giudice si assuma questa responsabilità. Ipotesi che ora potrebbe essere seguita dalle due donne. Certo, unirsi in matrimonio in un Paese che lo permette e ritornare in uno che non lo riconosce, non ha alcun senso, dal punto di vista razionale prima ancora che legale, ma Rita e Luisa rimarrebbero volentieri in terra straniera.
« V ivere in un paese in cui hai gli stessi diritti degli etero è un sogno affascinante » , dice Luisa. Luisa ha 42 anni, è un funzionario pubblico di Verona e ha vissuto fino a due anni fa in un piccolo centro della provincia scaligera. Sa cosa significa doversi nascondere ogni giorno, avere gli occhi puntati se si gira mano nella mano con la propria compagna. L'idea di trasferirsi in un luogo in cui si ottengono, come coppia gay, riconoscimenti legali e sociali, non le dispiacerebbe affatto. Rita, 52 anni, assistente di anziani, ha dovuto lottare parecchio per poter far valere i suoi diritti e da Salerno, dove è nata, si è trasferita a Torino, poi a Bologna — che ammette di rimpiangere — e infine a Verona. « Qui non siamo affatto considerate — dicono — in questa città vigono ancora delle mozioni discriminatorie verso i gay, che dicono che la pratica omosessuale è immorale manca il rispetto in primis per la persona » .
Rita e Luisa fanno anche sapere che Verona, per esempio, è l'unica città del Veneto che non ha una sede Arcigay.
Però continuano a restare qui. Per il momento. « A Verona lavoriamo e cresciamo due bambine. Appena saranno più grandi, potremo affrontare meglio la questione e decidere se e dove trasferirci » . Le bambine: sono loro che fanno riflettere Rita e Luisa su ogni scelta.
Hanno nove e dodici anni e per la maggior parte della settimana vivono con la mamma. « E' per proteggere loro che ci facciamo fotografare di spalle — spuega Luisa — e non lasciamo i nostri cognomi. Saremmo anche pronte a dirlo a tutti, quanto ci vogliamo bene. Ma ora se ci esponessimo, attaccherebbero le piccole. Che non devono subire nulla per causa nostra » .
Per questo, anche dentro le mura di casa, la loro relazione è in qualche modo « segreta » . Nessun gesto di effusione, perché « potrebbero non capire bene » . « Mia figlia più grande sa della mia omosessualità. Ha detto che per lei non ci sono problemi, ma che se le chiedono qualcosa sui miei gusti sessuali, lei non risponderà » , aggiunge Luisa.
Insomma, la coppia c'è, la casa pure, ci sono anche due bambine. E c'è anche un pacs, un patto civile di solidarietà, che hanno siglato a Roma il 21 di maggio. Un pacs ufficioso, organizzato dall'Arcigay nazionale e quindi privo di validità effettiva. « Quando ci siamo " pacsate" mi sono detta: ora è mia, non me la leva più nessuno... » , dice Rita.
Manca solo il matrimonio. E le intenzioni di fare il possibile per ottenerlo ci sono tutte. Rita e Luisa, che sperano di potersi sposare e per fare questo sarebbero pronte ad emigrare in Spagna, dove è consentito ( Sartori/ Fotoland) Francesca Lombardi
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