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| "Il matrimonio omosessuale? Non un problema di moralità..." |
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| Il quotidiano "Affari Italiani" pubblica un'opinione sul matrimonio gay |
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| Sabato 16 Luglio 2005 |
| di La redazione di Gaynews |
| in Vita di coppia |
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Affari Italiani (Online)
Data: 16/07/2005
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Il matrimonio omosessuale? Non è un problema di moralità...
Sabato 16.07.2005 12:30
Di Gianni Pardo
Un argomento come il matrimonio fra persone dello stesso sesso trova il lettore già schierato. O è a favore o è contro. E in ambedue i casi con estrema risolutezza. E tuttavia è forse lecito chiedersi se l'argomento consenta simili certezze. Il matrimonio per molti secoli è stato concepito solo fra persone di sesso diverso. La cosa è perfettamente comprensibile se si pensa al senso e al significato di questo istituto.
Il maschio per sua natura s'accoppierebbe volentieri con tutte le femmine belle ma l'accoppiamento conduce alla procreazione e questo induce sia l'uomo sia la donna ad un atteggiamento più prudente. La donna si chiede se l'uomo che la feconda rimarrà accanto a lei abbastanza a lungo per tirar su la prole, l'uomo si chiede se quel breve piacere lo costringerà ad occuparsi per decenni della prole e soprattutto se quella prole sarà sua o di un altro che abbia precedentemente fecondato la donna. Queste preoccupazioni, soprattutto in tempi in cui la contraccezione era approssimativa, non esisteva l’esame del Dna, ecc. hanno avuto conseguenze importantissime.
La donna non va continuamente a letto con uomini diversi perché questo potrebbe condurla a dover occuparsi dei figli da sola. Senza neppure essere certa dell’identità del padre. Inoltre, anche ad ammettere che sia protetta dalla “pillola”, questo suo atteggiamento scoraggerebbe molto gli uomini che pensassero di sposarla. Amanti mille, mariti nessuno, senza contare l’ineliminabile rischio di rimanere incinta. Questo fa sì che sessualmente la donna sia più “seria” dell’uomo. L'uomo da parte sua, pur anelando (come ogni primate) ad accoppiarsi col massimo numero di donne, per millenni ha preferito sposare una vergine. Era l’unica garanzia che non avrebbe allevato figli non suoi. Per non parlare di pratiche barbariche come l’infibulazione. Inoltre, sposata la donna, l’ha sorvegliata fino a farne una schiava pur di essere sicuro di non diffondere i geni d’un altro maschio.
Queste esigenze dovevano essere anche garantite da un’adeguata pubblicità (pubblicità che ha fatto nascere le costose e chiassose cerimonie di nozze), in modo che la comunità sapesse che quella donna “apparteneva” a quel dato uomo e non era disponibile per il primo venuto. Da tutto questo nasce il matrimonio. La donna assume coram populo l'impegno a non accettare come partner sessuale che il marito, mentre questi si impegna a rimanerle a lungo accanto, provvedendo alle necessità della famiglia e soprattutto riconoscendo come sua la prole. Il padre, dicevano i romani, è colui che è indicato dalle nozze, non colui che ha effettivamente generato i figli.
Mater semper certa est, pater numquam, la madre è sempre certa, il padre non lo è mai. Se è tutto questo è vero, può darsi che tutta la questione del matrimonio omosessuale sia semplicemente lessicale. Mancando quello che la Chiesa chiamava il bonum prolis, molti dei problemi citati non sussistono. Non c'è la propagazione dei geni per il maschio; non c'è il problema dell'allevamento della prole in solitudine per la donna; non c'è il discredito per la ragazza madre; non c'è quasi nulla del matrimonio normale salvo ciò che il diritto romano chiamava maritalis affectio, l’affetto coniugale. E allora, se due omosessuali - uomini o donne - vogliono vivere insieme, volendosi bene, che bisogno hanno di andare a vedere il sindaco o di dare un nome alla loro unione? Soprattutto, che bisogno hanno di darle un nome che già corrisponde ad un fenomeno del tutto diverso?
Gli omosessuali giustamente obiettano che nel loro caso sarebbero opportune alcune delle istituzioni che proteggono il matrimonio. Se uno solo dei due lavora, ed ha diritto alla pensione, perché mai, morendo, non dovrebbe essere in grado di lasciare la pensione di reversibilità al partner? Se la coppia vive in affitto, e colui che ha firmato il contratto muore, perché mai il superstite non dovrebbe avere il diritto - che ha la moglie o il marito nel matrimonio normale - di rimanere nella stessa casa? Perché non estendere al partner l’assistenza sanitaria? Queste sono ragionevoli questioni di sostanza. Questioni che corrispondono a semplici problemi di equità.
Ecco perché si può considerare il problema dell’unione omosessuale senza gli estremismi di cui si diceva. Da un lato non si vede perché bisognerebbe chiamare matrimonio l'unione fra omosessuali; dall'altra non si vede perché a costoro non bisognerebbe applicare le stesse norme, in quanto compatibili ed analoghe, che si applicano alle coppie eterosessuali. In fondo è ciò che è avvenuto in Francia con il PACS, quell’istituto recentemente approvato che non introduce il matrimonio fra omosessuali ma ne riconosce e protegge l’unione. Ai moralisti si può chiedere: dal momento che, riconoscimento o no, ci saranno sempre delle coppie omosessuali, è veramente tanto scandaloso che uno dei due possa succedere in un contratto di locazione?
Agli omosessuali si può chiedere: che bisogno avete di chiamare matrimonio un'unione che con il matrimonio eterosessuale ha così poco da vedere? Forse reclamate quella parola in nome della parità? Ma essa qui è assurda, essendo diversi i due fenomeni, e la questione lessicale tradisce un complesso d’inferiorità. Sarebbe come se le donne, in nome della parità, volessero essere chiamate uomini. Oh come sei bello, Elisabetta mio! Il problema del matrimonio omosessuale è da un lato giuridico e dall'altro lessicale. Non sembra in nessun caso un problema morale.
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