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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Il matrimonio? Non solo gay, anche flessibile
Il matrimonio? Non solo gay, anche flessibile
Gli omosessuali vogliono il diritto alle nozze: è «normalizzazione», ritorno al passato? I pareri di Scalise, Saraceno, Sanguineti e Consoli
Giovedì 14 Luglio 2005
di Delia Vaccarello da "1,2,3...liberi tutti de l'Unità"
in Vita di coppia

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«Allora ti sposi? A Madrid, ad Amsterdam, con rito buddista, in una comunità di base religiosa?». «Sarà una sorpresa, non vediamo l’ora, verrai, no?». «Sì certo, ma come siamo cambiati! Ricordi quando scendevamo in piazza per distruggere la famiglia?». A sposarsi sono gay e lesbiche, mentre gli amici etero di sinistra che non si sono sposati li guardano perplessi. E quelli di destra scuotono la testa, se sono amici. Dopo il ’68, dopo il femminismo, le nozze nel 2005 sono diventate un gesto ribelle ma solo se omosex? Insomma, qual è, se c’è, la portata eversiva di un istituto, che prima era tanto criticato, e oggi è diventato strumento di lotta o di affermazione?

«Sono per il matrimonio e le adozioni ai gay», dichiara Daniele Scalise, giornalista e scrittore, che ha firmato un articolo sul Foglio dal titolo eloquente: Zapatero ti amo! Madrid festeggia la morte dell’eccezione omosessuale. Il senso è chiaro: nessuna eversione, ma la possibilità per i gay di fare ciò che prima non facevano, perdendo lo status di contestatari. L’omosessualità non è più titolo di merito e ognuno «di noi prima o poi dovrà tornare ad essere qualcos’altro, il suo mestiere, la sua passione, il suo essere un uomo o una donna. O il suo essere niente». Allora, effetto «normalizzazione»? E perché la Chiesa se la prende tanto, anziché applaudire la «conversione» dei gay ai modi di vivere della rassicurante eterosessualità?



«È eversivo eccome - dice Chiara Saraceno, docente di sociologia della famiglia all’Università di Torino -. Il matrimonio è l’istituzione per antonomasia della eterosessualità, aprirlo ai gay lo fa cambiare. Chi contrasta il matrimonio senza riflettere finisce con santificarlo nella sua forma tradizionale e non tiene conto di quanto la famiglia si sia trasformata grazie alle donne». Di punti fermi ce ne sono, sottolinea la sociologa. Primo, il matrimonio è cambiato. Secondo, infrangere l’ipocrisia sui gay è fatto eversivo. Terzo, occorre offrire diverse possibilità di legge alle convivenze. Una legge in grado di regolare le unioni gay avrebbe in Italia vari effetti di ritorno: se per legge gli omosex si possono unire, essere gay non è più «Male». «La trasgressione culturale consiste nel fatto che i gay chiedono di potersi unire alla luce del sole», sottolinea Saraceno. La chiamiamo «flessibilità delle unioni?». «Anche per gli eterosessuali c’è solo il matrimonio, cosa che lede molte coppie di fatto etero, gli omosessuali invece hanno il Nulla. Siamo o non siamo appassionati delle libertà altrui?», si chiede la sociologa. La «flessibilità» di soluzioni da offrire per legge cambierebbe la società o ci renderebbe tutti «cloni normalizzati»? «La portata eversiva di una richiesta di diritti consiste nel fatto che vengono riconosciuti i diritti di ciascuno, compreso quello di scegliere tra varie soluzioni. Il fondamento della reale continuità di una società libera è la scelta individuale. Oggi penso al Pacs come istituto che realisticamente si può ottenere in Italia. E la reazione violenta in atto mi fa pensare che ciò che non si vuole riconoscere è proprio la parità dei diritti».



Del Martin e Phyllis Lyon furono le prime a sposarsi a San Francisco nel febbraio del 2004, dopo 50 anni di vita insieme e di lotta femminista. Negli anni Settanta sarebbero state contrarie alle nozze. Del, che è stata sposata per 4 anni con uomo e ha una figlia, Kendra Mon, rifiutò drasticamente il matrimonio, ritenendo che «fosse di impedimento alla libera espressione dell’autentico potenziale delle donne». Ora sostiene che la «questione nozze» sia di grande rilevanza per il movimento lesbico poiché la destra «è in forte lotta contro il matrimonio», e sulla battaglia non bisogna avere cedimenti. Ma in Italia sarebbe «possibile» una battaglia per le nozze gay?



«C’è una questione verbale – osserva Edoardo Sanguineti -. Dietro alla parola matrimonio riposa la concezione di una unione naturale di uomo e donna a fini procreativi. Ed è cara ai religiosi e permanente in alcune zone del pensiero laico. Allora è meglio lottare per il Patto civile di solidarietà anche perché la legge deve ottenere un largo consenso come è stato per il divorzio. Oggi c’è una tendenza di integralismo religioso che nel pontificato precedente era temperato. La lotta per le nozze gay in Italia con scarse prospettive di successo favorirebbe l’atteggiamento di guerra tipico dell’integralismo. Realistico è, invece, il riformismo». Ma le nozze gay sarebbero rivoluzionarie? «A distruggere la famiglia è stato il capitalismo, interpretando il matrimonio soprattutto come fatto economico. La famiglia dovrebbe essere il luogo libero e naturale ove si sviluppano le possibilità individuali. Ma non lo è. Eversivo diventa lottare per rapporti autentici di convivenza. Detto questo, ogni rivoluzione non può essere se non è comunista. La globalizzazione è l’ultima tappa del capitalismo ed è fenomeno che il capitalismo stesso non è in grado di gestire. In questo quadro, i movimenti omosessuali, con tutte le buone intenzioni, lottano per i diritti e per una tranquillità del vivere, ma rischiano di essere riassorbiti un domani dai poteri forti. Come è successo al femminismo». Allora, che fare? «Il proletariato, che oggi non è in tuta blu, ma è tutto il terziario, comunque la stragrande maggioranza dell’umanità, riacquisti la coscienza di essere sfruttato. Omosessuali compresi».



E già, la coscienza. In Italia gli omosex, e non solo, si sentono soggetti deboli e indeboliti dal «modello culturale unico» della Chiesa che lo Stato non argina. Punta l’indice contro il Vaticano Massimo Consoli, tra i fondatori del movimento gay in Italia, prima contrario, e oggi favorevole alle nozze. «Ricordo un libretto di Stampa Alternativa sfacciatamente intitolato Contro la Famiglia, ricordo me stesso ottenere da Dario Bellezza per il mio Manifesto Gay un intervento intitolato Dalla famiglia alla libertà. Era il ’68, vera fucina di idee. La famiglia allora era davvero opprimente». È un sogno di libertà, quello di Consoli, che ha lottato per adottare un giovane ed ora è nonno. «Sono contrario all’istituto del matrimonio tradizionale che è una gabbia funzionale agli interessi della Chiesa e dello Stato. Ma poiché ha anche alcune valenze positive molto pratiche e “quotidiane”, voglio che vi faccia ricorso chiunque lo desideri, indipendentemente dal sesso. Il mio è un sogno ampio, auspico una società multiculturale dove diverse tradizioni intervengano ad arricchire la nostra vita».



Torna il concetto di uno Stato laico che non impone modelli, ma offre diverse soluzioni, togliendo lo scettro alle nozze. O alleggerendole, come ha fatto Zapatero, aprendo ai gay e varando divorzi brevi. Perché è indubbio: le convivenze in Italia sono cambiate. Se ci fosse la «flessibilità delle unioni», cioè risposte di legge adeguate a domande emergenti, - Pacs, nozze, e non solo -, ciascuno potrebbe scegliere, sapendo che, se si vuole, si può chiamare lo Stato ad essere garante di diritti e doveri entro una cornice «robusta» nel caso delle nozze, o più leggera se si tratta di patti di solidarietà. Sarebbe eversivo? A condizione che, seguendo il pensiero di Sanguineti, non si perda di vista la coscienza che i Poteri forti vogliono tutto tranne che la libertà di ciascuno. Il «pensiero di Destra prospetta sempre la libertà come un miraggio», dice il poeta. Lottare con una coscienza ampia per cercare soluzioni a ogni povertà, compresa quelle dei diritti omosex, è «qualcosa di sinistra». delia.vaccarello@tiscali.it





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