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| L'AMORE NON PUO' ESSERE UNO SCANDALO di Luigi Manconi. |
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| Pubblichiamo un editoriale di Luigi Manconi sul "Il Resto del Carlino" di lunedì 3 gennaio 2000 a proposito di famiglie di fatto. A Manconi ha risposto il CCD Carlo Giovannardi sul giornale del giorno dopo affermando che chi vuole introdurre il riconoscimento delle famiglie di fatto in realtà vuole il riconoscimento del matrimonio gay. |
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| Martedì 04 Gennaio 2000 |
| di Franco Grillini |
| in Vita di coppia |
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La formula «coppia di fatto» ha assunto, in questo fine millennio, un significato prevalentemente scandalistico. Incomprensibile ai più, risulta, per certi ambienti e per certe orecchie, l’equivalente di termini un tempo pronunciabili solo con un lieve rossore e mai in presenza dei piccini.
Come passeggiatrici o case di tolleranza: formule allusive per occultare, con un eufemismo, le «indicibili» attività cui si riferiscono. Simile è il destino linguistico di "coppia di fatto": definizione semplicissima e innocentissima, che ricorre così diffusamente nella vita sociale da risultare ampiamente «normalizzata» per il senso comune: e, tuttavia, ancora rigettata e combattuta da molti. Capisco l’ostilità del Pontefice: la diffusione delle coppie di fatto può mettere in discussione un modello di comunità e i suoi fondamenti, ispirati alla morale cattolica e alla dottrina sociale della Chiesa (fondamenti, peraltro, già gravemente scossi).
Ma gli altri? Negli altri sembra prevalere una immarcescibile ipocrisia. Chi scrive è favorevole al riconoscimento delle coppie costituite da persone dello stesso sesso: e, direi, per ragioni morali oltre che sociali, ma far coincidere coppia di fatto con relazione omosessuale è un errore o un imbroglio: come insegna l’esperienza quotidiana.
Sentite questa. Giovanna Morelli e il suo compagno, Gianni, vivono insieme per otto anni; Gianni, un brigadiere della guardia di finanza, è in attesa di divorzio e ciò impedisce qualunque regolamentazione dell’unione. Le conseguenze del mancato riconoscimento giuridico del loro legame iniziano a manifestarsi quando al compagno della signora Morelli viene diagnosticato un tumore maligno all’apparato gastrointestinale: così che lei, occupata in lavori saltuari, è costretta a interromperli per poterlo assistere. Le cure, tuttavia, non sono sufficienti. E così, dopo un’operazione e quasi un anno di terapia, le condizioni fisiche di Gianni si aggravano e, alla fine di maggio, sopraggiunge la morte.
Poco prima della sua scomparsa, arriva la notizia della sentenza di divorzio. Purtroppo, la coppia non era a conoscenza del fatto che fosse insufficiente la sentenza del tribunale (prima ancora della sua notifica) per poter contrarre il matrimonio: e così, solo quando Gianni è ormai in agonia, gli ufficiali di stato civile cercano, come si dice, di officiare l’unione; ma i medici, viste le gravissime condizioni dell’uomo, non certificano la capacità di intendere e di volere.
E, così, la signora Morelli resta vedova di Gianni, senza mai averlo potuto sposare; perde il suo compagno di vita e rimane priva di qualunque tutela, senza lavoro e senza alcun sostegno economico. Vedova, ma non per lo Stato e, quindi, non titolata a ottenere la reversibilità delle garanzie economiche delle quali beneficiava quello che solo una legge eccessivamente rigida ha impedito diventasse suo marito.
Evidentemente, in questo caso (e in molti altri), il tempo che deve intercorrere tra separazione legale e sentenza di divorzio è risultato troppo lungo: soprattutto perché appare largamente immotivata la ragione che ha suggerito quell’intervallo temporale al legislatore. Intervallo destinato, in teoria, a offrire ai coniugi che chiedono il divorzio l’opportunità di una riflessione, suscettibile di determinare un «ripensamento» e la ricomposizione dell’unione. Dietro tale ipotesi c’è la preoccupazione — così diffusa presso le classi dirigenti e le culture moderate di questo paese — che il matrimonio possa essere preso «alla leggera» e che, dunque, «con leggerezza» possa essere sciolto.
Preoccupazione non del tutto infondata, probabilmente, ma che andrebbe affrontata con adeguate strategie formative e con efficaci politiche sociali: non con una rete di vincoli e di lacci, di controlli e di ostacoli. Una rete che, lungi dall’avere una funzione educativa (capace, cioè, di produrre decisioni più mature e razionali), finisce col soffocare i più deboli.
E, guarda caso, succede che i più deboli — come nella vicenda qui ricordata — siano le donne: e, in particolare, quelle donne, prevedibilmente, meno dotate di risorse economiche e sociali.
Ecco, allora, che la questione delle coppie di fatto assume una dimensione tutta diversa da quella cui la vogliono costringere gli oppositori: non un espediente giuridico per legittimare e «istituzionalizzare il libertinaggio», bensì una forma di coniugalità adottata — per necessità o per scelta — in alternativa al matrimonio.
Se cominciamo a pensare (meglio: a riconoscere) che le modalità della convivenza e i modelli di famiglia possono essere molti e differenti, ma che tutti aspirano — appunto — a essere famiglia (ovvero progetto, solidarietà, valori), la prospettiva potrà cambiare. E il riconoscimento giuridico di questa pluralità di relazioni si rivelerà un interesse sociale e un bene collettivo. Sia perché relazione è il contrario di solitudine — fatto fondamentale e preziosissimo nelle nostre società — sia perché le «nuove famiglie» possono svolgere, a determinate condizioni, un ruolo significativo: nell’educazione e nella formazione così come nel mutuo aiuto.
Dunque, va riconosciuto loro un catalogo di diritti e di doveri. E’ quanto prevede la proposta di «accordi di convivenza», elaborata, per il Ministero delle pari opportunità, da Maria Grazia Giammarinaro, e il "pacte civil de solidaritè"
, diventato legge in Francia. Quest’ultimo, in estrema sintesi, è «un contratto concluso da due persone maggiorenni, di sesso diverso o dello stesso sesso, per organizzare la loro vita in comune»; e prevede benefici propri del diritto di famiglia, combinati con la regola dell’accordo tra soggetti privati come fonte di autoregolamentazione del rapporto. Si tratta, a mio avviso, di una soluzione assai intelligente, realizzabile anche in Italia. Discuterne senza pregiudizi e senza reciproci esorcismi sarebbe già un passo avanti.
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