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Vivono, le coppie di fatto, invisibili fra tanti, sono uomini e donne legati da un vincolo amoroso, che è normato solo dalla fiducia e dalla determinazione a condividere una vita a due, magari poi graziata dalla presenza di figli. Ma né la norma giuridica, né la statistica e tanto meno la morale comune o la chiesa cattolica li ammette. Ciò che per alcuni è una libera scelta, una prova generale prima del grande passo verso il matrimonio, o una possibilità per costruire una cosiddetta famiglia estesa o ricostruita, risulta a ben guardare una condizione con ben pochi diritti dal punto di vista patrimoniale, fiscale e previdenziale. Conviventi o coppie di fatto, sono un fenomeno in crescita, ma sfuggente.Dal censimento 2001, in Emilia-Romagna le convivenze risultano essere complessivamente 2.366, ma il numero comprende anche chi conduce una vita in comune per motivi di assistenza. Dall’Istat arrivano dati nazionali: tra il 1995 al 2001 le coppie di fatto passano dall’1,8 per cento al 3,1 con 451 mila nuclei familiari su 22 milioni.“La percezione del fenomeno c’è, ma non è quantificabile - spiega l’assessore ai Servizi Sociali, Ilario Farabegoli - l’ufficio statistica del Comune non rileva il numero delle coppie di conviventi. Ma c’è la volontà di approcciarsi al fenomeno, in crescita fra giovani. Nel regolamento dell’Ert Edilizia residenziale pubblica le coppie di fatto accedono alle graduatorie. Al centro per le famiglie Roberta Giacci dell’area minori puntualizza: “Dal nostro punto di vista non è un elemento discriminante. Noi ci occupiamo di disagio, non posso dire che le coppie di fatto siano più conflittuali di quelle sposate ma certamente sono in aumento. Nella genitorialità naturale e in quella regolata dal matrimonio i bambini hanno gli stessi diritti. Nella separazione c’è un percorso diverso”.Sul tema la battaglia politica è in corso: da una parte si chiedono norme certe e dall’altra si nega la possibilità che i diritti riconosciuti alla famiglia così come indicato dalla Costituzione possano minimamente coincidere.Una proposta di legge Ds propone il Patto civile di solidarietà, cioè un accordo volontario che due persone possono stipulare al fine di regolare i propri rapporti personali e patrimoniali.La legge all’articolo due così definisce : “Si intende per patto civile di solidarietà: l’accordo tra due persone di sesso diverso o dello stesso sesso, volto a regolare i rapporti personali e patrimoniali relativi alla loro vita in comune.Nella sostanza infatti gli inconveniente della convivenza non sono né pochi né di poco conto. Sul fronte della salute se un dei due partner ha bisogno di un intervento medico urgente, l’altro non può autorizzarlo, visto che non figura come parente; il convivente non può chiedere permessi di lavoro se il partner si ammala. Passando al lavoro, il convivente che collabora all’impresa dell’altro non ha nessun diritto e deve tutelarsi con un contratto di società o di lavoro dipendente. Nel caso di scioglimento della coppia, il convivente in stato di bisogno non ha diritto a sostegno economico e se sono nati dei figli, l’affidamento è stabilito in caso di contesa dal tribunale dei minorenni. Anche dopo la cessazione della convivenza, il genitore ha l’obbligo di mantenere il figlio. In caso di decesso di uno dei due la casa di proprietà spetta agli eredi legittimi. Il convivente se espressamente indicato nel testamento potrà continuare ad abitare nella casa. Ma più che al destino delle coppie eterosessuali, di gran lunga più numerose, tutti sembrano molto più intrigati dalla condizione delle coppie omosessuali, forse sull’onda delle recenti normative approvate in alcuni paesi europei, favorevoli ai matrimoni e alle adozioni. Ma la curia bolognese non ha risparmiato critiche con l’arcivescovo Carlo Carraffa convinto che “l’identità del diritto con il desiderio è la vera metastasi della nostra società e la campagna dei Pacs non fa altro che diffondere questa letale metastasi”.
Chiara Bissi Questo articolo ha ricevuto 332 visite.
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Giovedì 18 Novembre 2010
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di Apcom
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