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| Un altro modo di fare coppia? Di fatto non esiste |
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| Molti progetti tra i quali spiccano quello Grillini-Violante (Ds), che unifica un po' tutta l'opposizione |
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| Domenica 18 Luglio 2004 |
| di la Repubblica |
| in Vita di coppia |
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da Il Venerdì de La Repubblica.
Sabato 17 luglio 2004
Italia NON S'HA DA FARE
Niente eredità, niente pensione se il coniuge muore, niente alimenti se ci si lascia. Le coppie non sposate in Italia raddoppiano, ma i diritti sono
ancora pochi. E mentre nuove leggi sono in discussione, si spera in un'inedita unione.
Un altro modo di fare coppia? Di fatto non esiste
di Attilio Giordano
ROMA. Barbara M., 39 anni, dopo due anni di convivenza ebbe un figlio dal suo compagno. Altri due e la coppia di fatto si separò. Oggi dice: «Quanto mi pareva bella la famiglia libera e aperta che avevamo creato. Ora che ho provato cosa vuol dire un esito infelice, non ho dubbi: pretenderei di sposarmi». «Infelice» significa che il compagno adesso vive con un'altra donna e da quella ha avuto un secondo figlio («So che loro si sposeranno», racconta Barbara). Per la legge italiana, lui non ha dovuto alcunché alla sua prima «moglie»: né assegni, né abitazione, né sostegno.
Nulla. «Messa fuori di casa con il bambino, ho fatto fagotto e mi sono trasferita a Viareggio, dove avevo un appartamento mio. Ciò ha comportato lasciare un lavoro e non trovarne un altro. Che potevo fare? Lui dà solo un assegno, privatamente concordato, al figlio. Ma io? Come dovrei vivere? Sono approdata in una terza casa, a Milano. Terza casa che, in realtà, era la mia prima in assoluto: quella di mia madre. Sì, a quasi 40 anni vivo con la mamma».
Una settimana fa, in commissione Giustizia alla Camera, è iniziata la discussione di numerosi progetti di legge che vorrebbero regolare quello che, altrove, è definito da anni e che l'Unione europea ha «raccomandato» di affrontare sotto la specie «famiglie di fatto». Molti progetti tra i quali spiccano quello Grillini-Violante (Ds), che unifica un po' tutta l'opposizione, e quello di Forza Italia (Rivolta), che è l'unico proveniente da parlamentari della maggioranza. Oltre un milione di italiani vive una relazione familiare non regolata dalla legge. A questi si aggiungono - forse altrettanti - gli omosessuali, la cui unione non dà luogo a diritti e doveri. Dice Dario Rivolta (Forza Italia): «Ritengo che i testi potrebbero essere unificati, anche se c'è ancora una certa distanza soprattutto nell'idea generale di coppia. A patto che non nascano pregiudiziali ideologiche e si proceda con raziocinio».
Meno ottimista Elena Montecchi, vicepresidente del gruppo Ds (e metà di una coppia di fatto da oltre vent'anni): «Purtroppo, il presunto trasversalismo, che unirebbe su certi temi civili destra e sinistra, alla prova dei fatti non funziona». Ancora brucia la legge bocciata sul divorzio breve, che aveva addirittura relatori di Forza Italia, ma che «non aveva tenuto conto che, in quei giorni, Berlusconi avrebbe incontrato i cardinali. Il centrodestra si è presto ricompattato e chi vuole il divorzio dovrà ancora soffrire per tre anni invece che per uno soltanto».
Intanto il fenomeno cresce: nel biennio 1993-'94 (Istat) le coppie di fatto erano I'1,6 per cento delle famiglie italiane; nel 2001-2002 erano raddoppiate: 3,5 per cento, con una tendenza a crescere ancora tra i giovanissimi. Dice Angela Nava, presidente del Coordinamento genitori democratici: «Esistono due modi di affrontare la questione: i cinquantenni non sposati vivono la situazione magari con convinzione, ma senza gradire troppo di renderla pubblica. I trentenni come se fosse naturale».
In effetti, risulta terribilmente difficile ottenere da convinte coppie eterosessuali un racconto con nome e cognome delle loro esperienze (assai più facile per le coppie omosessuali, segno dei tempi). Fa eccezione la fiorentina Donatella Verdi, felicemente «unita» da oltre 20 anni, con una figlia di 19. «È una scelta di libertà», racconta, «per la quale si sopportano alcune noie burocratiche. E persino, per noi, l'esigenza di una doppia proprietà di casa per evitare possibili problemi futuri». O la necessità, in caso di separazione, di rivolgersi per i figli a due tribunali diversi: quello dei minori e quello civile. Con un trattamento differente rispetto a chi è sposato. Queste sono le «noie». Poi ci sono i drammi.
Spiega Carlo Rimini, docente di diritto privato alla Statale di Milano: «Già oggi si
possono fare patti tra conviventi che risolvono la gran parte delle questioni economiche all'interno della coppia. Resta il vuoto legislativo nei
rapporti con lo Stato.
Un compagno superstite non ha diritto, per esempio, alla pensione di reversibilità. E una separazione non dà luogo a obblighi nei confronti della parte economicamente più debole. Occorre una norma, nel solco dei Pacs, la legge francese, che formalizzi lo stato di coppia di fatto creando diritti e doveri simili a quelli del matrimonio».
Racconta Cesare Rimini, celebre avvocato matrimonialista (e zio del professore): «Il rapporto familiare è in crisi in ogni caso, e io uso dire che regge finché ogni mattina, con il caffè, si ribadisce la volontà di stare insieme. Credo sia qualcosa che va ben oltre la tipologia familiare».
Lo studio Rimini cura accordi privati tra coppie di fatto. Perché non ci si sposa? E perché si preferisce il patto? In primo luogo per timori economici: «La molla è che un ex coniuge, sfinito da avventure giudiziarie, spesso non ha più intenzione di affrontare il rischio matrimoniale. Per cui si fissano delle regole volontarie, oltre le quali non si va: una casa, una rendita e così via».
Più spesso, comunque, la coppia è «di fatto» perché non può sposarsi, in attesa dei tempi di un divorzio liberatorio. Anche in questo caso si possono patteggiare, privatamente, delle soluzioni. Tenendo conto, tuttavia, dell'assoluta invalidità dei patti testamentari: si può fare testamento a favore del compagno, ma si può pure revocarlo fino all'ultimominuto di vita. Una spada di Damocle che non grava sugli sposati, titolari di diritti non sindacabili sul patrimonio dei parter defunti.
Barbara M, per esempio, ha un timore: «Il nuovo figlio dei mio ex compagno, quando si sposerà, avrà più diritti dei mio»». E, nella prassi, non ha del tutto torto. Anche se la Costituzione (articolo 30) riconosce identici diritti ai figli legittimi o naturali, occorre spesso far fronte alle contestazioni di parenti di ogni grado e attendere i tempi della giustizia civile.
Riconosce Alessia Petraglia, 36 anni, una figlia di 19 mesi con un compagno con il quale vive dal '98: «In effetti, le coppie di fatto vivono con una certa incoscienza la loro situazione. Ci si basa sulla convinzione, non sempre realistica, che la storia sarà eterna. Sappiamo bene che ci sono rischi e problemi che possono presentarsi se accadono fatti imprevisti. Dovremo occuparcene, nell'interesse della bambina. Francamente, finora non lo abbiamo fatto».
Alessia Petraglia è consigliere regionale in Toscana, una donna autonoma e impegnata. Peggio è per altri, donne più che uomini, che «di fatto» vivono a carico di partner non riconosciuti
dalla legge. Matteo Viviano, ex professore oggi in pensione, ha creato dall'83 una famiglia di fatto con tre figlie, nessuna nata dalla nuova unione. Vedovo, con una figlia, vive con una divorziata che a sua volta ne aveva già due. «Non abbiamo avuto veri problemi, anche perché ognuno ha il suo lavoro e, come diceva qualcuno, il lavoro rende liberi».
Il professore è disgustato, tuttavia, da un Paese che non solo non regola le unioni facendo continua ingiustizia a moltissimi, «ma neppure comprende che, sotto la coperta della famiglia sacralizzata, cova una crisi profonda che ho potuto constatare in tanti anni di insegnamento nei figli di coppie d'ogni genere». E aggiunge: «Mi domando perché il centrosinistra, in cinque anni di governo, non abbia regolato questa vergogna».
Drammi veri e ingiustizie grandi e piccole. Come la convivente romana che racconta come sia impossibile fare avere un permesso per entrare
nel centro storico al suo compagno, pur residente: «Se non sei sposato lo danno solo al titolare dell'appartamento». O la tortura in coda –in due- per ogni documento, passaporto, vendita o acquisto.
Poi c'è il vero sadismo burocratico, toccato, per esempio, ad Agostino B., romano, commesso, convivente con un ventisettenne che non avrebbe mai potuto sposare, non in Italia. «Due anni fa il mio compagno si ammala. Gli diagnosticano il morbo di Hodgkin. Non può più lavora
I re né muoversi. Se fossimo sposati potrei stare con lui, avrei diritto a tre giorni liberi alla settimana. Ma non ho nulla. Chiediamo la certificazione dell'invalidità, ma passano quasi cinque mesi per avere risposta. È arrivata quando lui era morto da pochi giorni. Gli riconoscevano l'invalidità totale. Per andare al funerale ho dovuto prendere le ferie, non avevo diritti. Per andare a trovarlo fuori orario in ospedale ho dovuto farmi amici medici e infermieri: il non parente non potrebbe».
Il comune di residenza, un piccolo centro, non li può aiutare economica mente. «Non eravamo una coppia, non c'erano i requisiti. Intanto lui non c'è più e io non potrò mai perdonarmi di non aver potuto stargli accanto come si doveva: ero a lavorare rare anche quando è morto».
Almeno sulla carta, i due progetti di legge (Ds e Fi) prevedono diritti per le coppie di fatto. A prescindere dal sesso dei componenti.
ATTILIO GIORDANO
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