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| La sociologa Chiara Saraceno: le coppie gay sono stanche di essere discriminate |
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| "Si amano e condividono ogni cosa ma per la legge italiana non esistono" |
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| Domenica 06 Giugno 2004 |
| di la Repubblica |
| in Vita di coppia |
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"L´omosessualità è accettata purchè non venga esibita. Anche nei contesti più civili"
MARIA STELLA CONTE
ROMA - Chiara Saraceno, mentre in Francia si celebra tra le polemiche il primo matrimonio gay, in Italia le coppie di fatto, etero o omosessuali che siano, vivono nel limbo delle non-priorità del Governo.
«Sì, e temo che sarà così ancora per un po´. Delle attuali politiche sociali, la cosa più grave mi sembra non tanto che queste coppie restino escluse da una serie di vantaggi materiali, per altro assai esigui per tutti, quanto il non riconoscimento di quella solidarietà e corresponsabilità che pure c´è in ciascuna di queste unioni: esse condividono risorse, cure, responsabilità; fanno legame sociale. Eppure per la legge non esistono. Chi ama chi? Chi convive con chi? Chi ha diritto, non dico alla reversibilità della pensione, ma a poter stare a fianco della persona amata in ospedale? Nessuno. Il convivente non esiste».
Nel suo libro "Diversi da chi?", lei parla delle coppie lesbiche e gay...
«... sì, e le assicuro che sono davvero esasperate: non ne possono più di sentirsi discriminate, di non essere riconosciute dalla collettività».
Ma in cosa la loro condizione è diversa dalle coppie di fatto eterosessuali?
«Mentre la coppia eterosessuale può, se vuole, decidere di sposarsi in ogni momento, la coppia omosessuale non può farlo. Non ha nessuna possibilità di scelta ed è dunque doppiamente negata: solo se ci si sposa si è una vera coppia, solo se si è eterosessuali ci si può sposare. Dalla nostra ricerca viene fuori chiaramente che l´omosessualità, anche nei contesti più civilizzati, è accettata purché non venga detta, esibita. E questo fa una grande differenza. I legami eterosessuali godono di una esibizione ritualizzata, socialmente condivisa: il fidanzamento, il matrimonio, certe manifestazioni dell´affettività. Al contrario, ogni volta che una lesbica o un gay "nominano" il proprio compagno, si dice che esibiscono, ostentano la propria omosessualità, il che è considerato inaccettabile».
C´è, secondo lei, il rischio di un salto all´indietro?
«Più che altro c´è una grande divaricazione tra senso comune e discorso pubblico. Alcune ultime sentenze della Cassazione, ad esempio, o certe previdenze estese alle coppie di fatto, soprattutto eterosessuali, ci dicono che nella realtà esiste un riconoscimento di queste situazioni, un riconoscimento che prima o poi dovrà pur essere "ratificato" da una legge. Intanto, però, le attuali politiche sociali, per il solo fatto di marcare i confini delle coppie legittime, dichiarano nulle tutte le altre unioni: esse vengono negate perché omesse ».
Ciononostante, i matrimoni sono in diminuzione...
«Già. Immagino che così facendo, il Governo sperasse in una ripresa della natalità, non comprendendo che forse - dico forse - il riconoscimento delle unioni di fatto porterebbe le coppie a sentirsi più sicure e garantite, dunque ad avere il coraggio di fare figli».
Dalle testimonianze contenute nel suo libro trapela una grande sofferenza delle coppie omosessuali.
«Bisogna dire che c´è una grande differenza tra coppie lesbiche e coppie gay. Pur vivendo entrambe nell´ombra e prive di riconoscimento, le donne in coppia hanno maggiore facilità a mimetizzarsi: culturalmente, una convivenza tra amiche così come un certo scambio di gesti affettuosi, è ritenuta naturale; esse sono per questo le più invisibili. Per gli uomini è diverso: i gay sono in qualche modo costretti ad esibirsi, perché la nostra società non prevede tra uomini codici di comportamento affettivamente significativi. Ciò detto, si tratta di coppie che danno un profondo valore alla loro convivenza. Nonostante siano le più sole e le più negate».
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