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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
"Cari parenti, amici e conoscenti, vi presento mio nuoro"
Le mamme dell'Agedo (Associazioni genitori e amici degli omosex), dopo il libro di Rita De Santis, non hanno dubbi sul modo di chiamare "lo sposo" del figlio
Giovedì 27 Novembre 2003
di l'Unità
in Vita di coppia

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I l cambiamento si fa strada nel

linguaggio. Conoscete l'esitazione

delle presentazioni? Quando una

coppia lesbica o gay fa nuove conoscenze

può accadere che ci siano impercettibili

silenzi e appellativi non

proprio rispondenti alla natura del

legame. Ma a volte l'esitazione non

c'è, e a fare la «rivoluzione» può essere

anche una mamma. Leggiamo la

lettera di Laura Dallari Dell'Amico

di Modena: «Cara Delia, tu chiedi di

raccontare le storie. Oggi ho il coraggio

di farlo anche io. Ho una cugina

che vive a Montreal; è una traduttrice

simultanea che segue i vari presidenti,

e quando si incontrano in Europa

viene in Italia a visitare la sua

mamma. Proprio due mesi fa è venuta,

ci siamo viste e quando mi ha

chiesto di Giorgio, mio figlio, se era

sposato, gli ho detto serenamente:

"No, ma io ho un nuoro". Mi ha

guardato un po’ stupita ma poi sorridendo

mi ha detto: "Laura, due mie

care amiche sui 60 anni, che convivono

da tanto tempo felicemente insieme,

hanno adottato due bambine,

ora ragazze, le hanno fatte studiare e

sono una famiglia meravigliosa." Ecco

cara Delia, questo è quanto ti volevo

raccontare. Ame questa storia ha

aiutato ancora di più ad amare tutte

le persone».

Sono le relazioni e i loro significati a

guidarci nel cercare nuovi termini.

A usare «pubblicamente» il termine

nuoro è stata proprio una mamma

dell’Agedo, Rita De Santis, che ha

scritto un libro intitolato, appunto,

«Il nuoro» (CooperS editrice). E’ un

libro d’amore. Le prime pagine ci

introducono nello scenario delle festività

natalizie, vediamo una coppia

che passeggia sotto braccio. I due

ridono e sono uniti da delicata intimità.

Quindi, il tema fa la sua comparsa.

«Infilando con naturalezza la

mano sotto il mio braccio a bruciapelo

mi chiedesti: “Tu credi Nadìa

che io appartenga alla tua famiglia?

».

La risposta resta sospesa, vediamo la

coppia proseguire, entriamo in

«stanze emotive» contigue, come se

la domanda fosse un faro che sospeso

a mezz’aria provoca e illumina

tutti i rapporti, intimi e sociali. Quindi,

ne giunge un’altra: «Perché, Robert,

non dovresti appartenere alla

mia famiglia?», «Perché, Nadìa, la

famiglia è considerata qualcosa di

sacro, inviolabile e predefinito; prova

a pensare se tu dovessi presentarmi

a qualcuno facendo riferimento

al lessico attuale che contraddistingue

le parentele». Il senso dell’appartenenza

è dettato dalla profondità

della relazione.Nadìa e Robert parlano

con la grazia di chi porge all’altro

i propri segreti perchè possa non sentirsi

più straniero. Segreto e fortissimo

è il rapporto tra questa madre e

il compagno di suo figlio.

Poi la parola giunge ad esplicitare.

Rita De Santis avverte che quando si

scrive facendo proprio il compito di

andare oltre i pregiudizi a volte, a

rischio di toni didascalici, occorre

spiegare. «Mi piace pensare che queste

famiglie che si aprono e si chiudono,

che si mescolano come frattali,

restino però sempre ancorate al concetto

di amore... Se tu ami e rispetti

mio figli, perché pensi di non poter

appartenere a lui e quindi di conseguenza

a noi? Sono convinta che prima

o poi nessuno si meraviglierà se

in una casa invece di generi e nuore

ci sarà a volte anche qualche nuoro

».

Robert è il compagno di Ferruccio.

Nadìa è la mamma di Ferruccio,

quando passa in rassegna le frasi da

pronunciare per le presentazioni,

forse perché amante delle parole e

del lor suono, prova solo un senso di

ripulsa iniziando a dire: «Ciao ti presento

un amico di mio figlio... ciao,

ti presento l’amante di mio figlio...

ciao..., Orrore!». E scorre il campionario

dei «perbenismi», le situazioni

in cui tra parenti e conoscenti si spettegola

dicendo: «sai ho visto tizio in

atteggiamenti intimi con un uomo...

». La libertà altrui ridotta ad

allusione e ghigno. Allora non c’è

niente di più semplice che dire «nuoro

», trovando una parola per accogliere

Robert partito dal Galles nella

convinzione che la sua famiglia d’origine

non lo avrebbe mai accettato.

L’appartenenza? Il libro ha il pregio

di condurci nelle regioni dell’animo

ove gli appellativi non servono più.

d.v.

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