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| "Cari parenti, amici e conoscenti, vi presento mio nuoro" |
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| Le mamme dell'Agedo (Associazioni genitori e amici degli omosex), dopo il libro di Rita De Santis, non hanno dubbi sul modo di chiamare "lo sposo" del figlio |
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| Giovedì 27 Novembre 2003 |
| di l'Unità |
| in Vita di coppia |
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I l cambiamento si fa strada nel
linguaggio. Conoscete l'esitazione
delle presentazioni? Quando una
coppia lesbica o gay fa nuove conoscenze
può accadere che ci siano impercettibili
silenzi e appellativi non
proprio rispondenti alla natura del
legame. Ma a volte l'esitazione non
c'è, e a fare la «rivoluzione» può essere
anche una mamma. Leggiamo la
lettera di Laura Dallari Dell'Amico
di Modena: «Cara Delia, tu chiedi di
raccontare le storie. Oggi ho il coraggio
di farlo anche io. Ho una cugina
che vive a Montreal; è una traduttrice
simultanea che segue i vari presidenti,
e quando si incontrano in Europa
viene in Italia a visitare la sua
mamma. Proprio due mesi fa è venuta,
ci siamo viste e quando mi ha
chiesto di Giorgio, mio figlio, se era
sposato, gli ho detto serenamente:
"No, ma io ho un nuoro". Mi ha
guardato un po’ stupita ma poi sorridendo
mi ha detto: "Laura, due mie
care amiche sui 60 anni, che convivono
da tanto tempo felicemente insieme,
hanno adottato due bambine,
ora ragazze, le hanno fatte studiare e
sono una famiglia meravigliosa." Ecco
cara Delia, questo è quanto ti volevo
raccontare. Ame questa storia ha
aiutato ancora di più ad amare tutte
le persone».
Sono le relazioni e i loro significati a
guidarci nel cercare nuovi termini.
A usare «pubblicamente» il termine
nuoro è stata proprio una mamma
dell’Agedo, Rita De Santis, che ha
scritto un libro intitolato, appunto,
«Il nuoro» (CooperS editrice). E’ un
libro d’amore. Le prime pagine ci
introducono nello scenario delle festività
natalizie, vediamo una coppia
che passeggia sotto braccio. I due
ridono e sono uniti da delicata intimità.
Quindi, il tema fa la sua comparsa.
«Infilando con naturalezza la
mano sotto il mio braccio a bruciapelo
mi chiedesti: “Tu credi Nadìa
che io appartenga alla tua famiglia?
».
La risposta resta sospesa, vediamo la
coppia proseguire, entriamo in
«stanze emotive» contigue, come se
la domanda fosse un faro che sospeso
a mezz’aria provoca e illumina
tutti i rapporti, intimi e sociali. Quindi,
ne giunge un’altra: «Perché, Robert,
non dovresti appartenere alla
mia famiglia?», «Perché, Nadìa, la
famiglia è considerata qualcosa di
sacro, inviolabile e predefinito; prova
a pensare se tu dovessi presentarmi
a qualcuno facendo riferimento
al lessico attuale che contraddistingue
le parentele». Il senso dell’appartenenza
è dettato dalla profondità
della relazione.Nadìa e Robert parlano
con la grazia di chi porge all’altro
i propri segreti perchè possa non sentirsi
più straniero. Segreto e fortissimo
è il rapporto tra questa madre e
il compagno di suo figlio.
Poi la parola giunge ad esplicitare.
Rita De Santis avverte che quando si
scrive facendo proprio il compito di
andare oltre i pregiudizi a volte, a
rischio di toni didascalici, occorre
spiegare. «Mi piace pensare che queste
famiglie che si aprono e si chiudono,
che si mescolano come frattali,
restino però sempre ancorate al concetto
di amore... Se tu ami e rispetti
mio figli, perché pensi di non poter
appartenere a lui e quindi di conseguenza
a noi? Sono convinta che prima
o poi nessuno si meraviglierà se
in una casa invece di generi e nuore
ci sarà a volte anche qualche nuoro
».
Robert è il compagno di Ferruccio.
Nadìa è la mamma di Ferruccio,
quando passa in rassegna le frasi da
pronunciare per le presentazioni,
forse perché amante delle parole e
del lor suono, prova solo un senso di
ripulsa iniziando a dire: «Ciao ti presento
un amico di mio figlio... ciao,
ti presento l’amante di mio figlio...
ciao..., Orrore!». E scorre il campionario
dei «perbenismi», le situazioni
in cui tra parenti e conoscenti si spettegola
dicendo: «sai ho visto tizio in
atteggiamenti intimi con un uomo...
». La libertà altrui ridotta ad
allusione e ghigno. Allora non c’è
niente di più semplice che dire «nuoro
», trovando una parola per accogliere
Robert partito dal Galles nella
convinzione che la sua famiglia d’origine
non lo avrebbe mai accettato.
L’appartenenza? Il libro ha il pregio
di condurci nelle regioni dell’animo
ove gli appellativi non servono più.
d.v.
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