SARA STRIPPOLI
-------------------------------------------------------------------------------- TORINO - Imma Battaglia, una delle leader italiane del movimento lesbico e transessuale italiano, annuncia così il suo prossimo «matrimonio» nella comunità di don Barbero: «Chiederò che sia lui a sposarmi», provoca all´indomani della notizia della «scomunica» del cardinale Ratzinger contro il prete che ha deciso di anteporre l´amore alla legge. Così don Franco, che da anni confessa, accoglie e infila anelli nelle dita dei credenti che non si sentono capiti dalla Chiesa ufficiale, esce dai confini del suo territorio per finire nel turbine delle reazioni politiche e culturali nazionali. In realtà, fra uomini e donne della comunità di base, i toni preferiti per descrivere le unioni fra omosessuali e transessuali sono quelli delicati di chi affronta la scelta dopo un lungo periodo di riflessione. Con forti motivazioni che poi sfociano in una gioia profonda. Come quella raccontata da Daniela, 29 anni, insegnante di nuoto, che il 29 settembre dell´anno scorso ha sposato la sua convivente Liliana, 36 anni, nella comunità di don Franco. Da don Franco le coppie possono scegliere. La cerimonia si può chiamare patto d´amore, matrimonio, unione. Avete deciso per matrimonio. Perché? «Perché i termini patto o unione non ci sembravano abbastanza. Volevamo realizzare il sogno di sentirci sposate, come chiunque creda in un legame riconosciuto da Dio. Siamo sempre state cattoliche praticanti. Poi siamo anche lesbiche e ci amiamo. È così difficile da capire?». Parlate di sogno. Come avete scoperto che quel desiderio si poteva realizzare? «Un´amica ci ha segnalato il sito dell´associazione. Abbiamo scritto a don Franco. Gli abbiamo fatto mille domande, non credevamo che fosse possibile, continuavano a ripetergli quanto quell´idea che prima credevamo pura follia ci riempisse di felicità e euforia. Ci ha risposto via e-mail, siamo andate a trovarlo, abbiamo parlato prima con lui, poi con Ilaria, la ragazza che coordina le attività della Scala di Giacobbe, il gruppo gay e lesbico della Comunità di base». Quando è maturata l´idea di sposarsi? «Dopo circa un anno e mezzo. Non si pensi che la cerimonia nella comunità sia solo una messa in scena di un giorno, uno spettacolo o poco più. Si passa attraverso tre lunghe fasi, la verifica delle motivazioni, il corso che è molto più approfondito dei soliti corsi prematrimoniali che si fanno in parrocchia, la preparazione della liturgia». Siete venute da sole o accompagnate da amici e parenti? «Siamo venute da sole in macchina, un viaggio abbastanza lungo. Siamo state accolte nella famiglia di un´amica della comunità, portare i genitori con noi avrebbe comportato troppi disagi per loro. Però i nostri sapevano, per fortuna non siamo dovute fuggire. Quando siamo tornate abbiamo raccontato a tutti che era stato molto più bello di quanto avremmo mai immaginato. E presto torneremo qui con i nostri genitori, che dopo averci sentito parlare mille volte di questo posto vogliono incontrare don Franco». Il ricordo più bello? «È stato tutto bellissimo. Le mie lacrime di gioia al momento dello scambio degli anelli, il sorriso di Liliana, più tranquilla di me. Un´emozione profonda condivisa da tutti. Il dibattito la sera precedente, il pranzo dopo la cerimonia, con la torta enorme preparata da un´amica della comunità che si chiama Amabile. Eravamo in cento, anche di più, gli amici di Pinerolo ma anche molte coppie già sposate da don Franco e molti di altre comunità. Però c´è un momento in cui mi è venuto il groppo in gola, quando il coro ha intonato il canto La figlia di Sion che avevamo scelto Liliana ed io. Fa così: È bella l´amica mia, i suoi occhi sono colombe, il mio cuore, con uno sguardo, per sempre lei ha rapito». Questo articolo ha ricevuto 204 visite.
|